L'etimasia - trono preparato



Tra le immagini che esprimono dogmi, bisogna ricordare il simbolo dell’etimasia. Nella storia delle raffigurazioni l’etimasia è un trono vuoto (dal V sec. in poi) e questo è già un segno che indica l’indole escatologica dell’etimasia. Infatti:

L’immagine raffigura un trono vuoto che simboleggia l’attesa da parte della Chiesa del ritorno di Cristo alla fine dei tempi, un tema escatologico molto antico, particolarmente caro all’iconografia bizantina. Questa celebre icona può anche essere letta [a seconda della composizione iconografica] come un simbolo della santa Trinità: il trono si riferisce al padre, il libro dei vangeli posto sul trono rappresenta il Figlio, al di sopra c’è una colomba, simbolo dello Spirito santo.


Secondi alcuni, la prassi di raffigurare l’etimasia deriverebbe dalla consuetudine liturgica dei Concili. Come si è visto nelle sessioni del Concilio Vaticano II, e così in tutti i concili precedenti, d’Oriente e d’Occidente, il primo momento dell’assise conciliare radunata è l’intronizzazione dell’Evangeliario, «presenza di Cristo e della continuità del suo insegnamento e che i Padri conciliari non dovevano perdere di vista»[1].

L’etimasia è un’icona densa che significa “preparazione del trono”. In funzione del suo utilizzo e delle sue caratteristiche escatologiche legate all’adventus e alla parusia, essa è riconducibile a tre significati particolari

Venezia, Basilica di san Marco, esterno


Il trono vuoto – attesa di Cristo, Trinità, Giudizio

       
     Parlare di un trono vuoto significa ritornare all’immagine di un posto vuoto, o meglio lasciato vuoto in attesa di qualcuno o per significare la presenza di qualcuno. Il trono è riferimento ovviamente a un’autorità e se esso è vuoto indica una “sede vacante” o un potere vacante. Non manca nel mondo classico l’utilizzo di posti vuoti per le divinità, per indicare la loro “presenza” nel consesso dei viventi. Ancora oggi un trono vuoto è simbolo di assenza del regnante, per dimissioni o morte, o segno di un trono preparato in attesa della presenza o dell’arrivo del regnante. In questo senso, dovunque c’era o c’è la monarchia, ci sono troni sparsi per i re e le regine sempre pronti per accoglierli e per rammentarne il potere di un tempo, così come possiamo vedere nelle grandi dimore storiche italiane e nei palazzi reali sparsi nel nostro territorio. Si ricorda in proposito l’adoratio del sovrano e il culto imperiale o degli dèi.


Basilica Papale di santa Maria Maggiore, arco trionfale

In ambito cristiano la regalità è nelle mani del Signore Gesù e l’etimasia che lo rappresenta è un trono preparato (ἑτοιμασία τοῦ ϑρόνου), pronto in attesa del suo insediamento escatologico. Nella composizione l’immagine presenta un trono senza schienale con suppedaneum. Sul trono spesso trova posto un evangeliario in rilegatura preziosa o una colomba, se in essa si vuole simbolizzare la Trinità, o calice e altri contenitori in riferimento al sacramento dell’Eucaristia.

Intorno al trono sono sovente rappresentati, a chiaro riferimento di Cristo e della sua vittoria sulla morte, i segni della passione (chiodi, spugna e arundo, croce, corona di spine, lancia) come chiave di lettura e interpretazione sia del suo mistero di morte e risurrezione sia dei sacramenti che ne perpetuano la presenza, soprattutto quando, a nostro avviso, l’etimasia si trova collocata sull’arco trionfale o in abside.

Questi elementi in ambito liturgico e nel contesto del piano iconografico di un luogo di culto come le basiliche romane in cui è sovente raffigurato, non sono il segno di un trono destinato a rimanere vuoto o di una sovranità assente. In questo senso continua a rappresentare la “presenza” di Dio in mezzo al suo popolo e nel suggestivo accostamento dell’etimasia alla Pentecoste, con la variante iconografica del trono su cui trova posto una colomba, l’etimasia è il segno di una presenza in Spiritu così come descritta e celebrata nella festa del dono dello Spirito agli Apostoli. La colomba è lo Spirito, i Vangeli sono il Verbo incarnato, il Cristo, il trono è esso stesso simbolo del Padre.

Il trono vuoto è preparazione. Si attende che il Kyrios, in virtù di Mt 24-25, vi si insedi per giudicare il mondo, come nel Sal 9,5 «perché hai sostenuto il mio diritto e la mia causa: ti sei seduto in trono come giudice giusto». Così per esempio si legga l’Apocalisse in cui il trono è occupato dal Giudice (cfr. Ap 4, 1-11):



Poi vidi: ecco, una porta era aperta nel cielo. La voce, che prima avevo udito parlarmi come una tromba, diceva: "Sali quassù, ti mostrerò le cose che devono accadere in seguito". Subito fui preso dallo Spirito. Ed ecco, c'era un trono nel cielo, e sul trono Uno stava seduto. Colui che stava seduto era simile nell'aspetto a diaspro e cornalina. Un arcobaleno simile nell'aspetto a smeraldo avvolgeva il trono. Attorno al trono c'erano ventiquattro seggi e sui seggi stavano seduti ventiquattro anziani avvolti in candide vesti con corone d'oro sul capo. Dal trono uscivano lampi, voci e tuoni; ardevano davanti al trono sette fiaccole accese, che sono i sette spiriti di Dio. Davanti al trono vi era come un mare trasparente simile a cristallo. In mezzo al trono e attorno al trono vi erano quattro esseri viventi, pieni d'occhi davanti e dietro. Il primo vivente era simile a un leone; il secondo vivente era simile a un vitello; il terzo vivente aveva l'aspetto come di uomo; il quarto vivente era simile a un'aquila che vola. I quattro esseri viventi hanno ciascuno sei ali, intorno e dentro sono costellati di occhi; giorno e notte non cessano di ripetere: Santo, santo, santo il Signore Dio, l'Onnipotente, Colui che era, che è e che viene!". E ogni volta che questi esseri viventi rendono gloria, onore e grazie a Colui che è seduto sul trono e che vive nei secoli dei secoli, i ventiquattro anziani si prostrano davanti a Colui che siede sul trono e adorano Colui che vive nei secoli dei secoli e gettano le loro corone davanti al trono, dicendo: "Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l'onore e la potenza, perché tu hai creato tutte le cose, per la tua volontà esistevano e furono create".



 Etimasia e liturgia


Interessante notare in questo senso che l’uso della parola “trono” nelle fonti è molto rara e circoscritta all’immagine del trono su cui il Signore siede come nella dedicazione basilicae novae del Gelasiano antico (GeV 705). Il trono non è associabile al termine sedis che sta per il luogo dal quale presiede il celebrante sia come luogo ultraterreno (GeV 1639; 1684; 1692; 1624) o come sede alla destra del Padre, nei cieli. Molto suggestiva e interessante è l’immagine dell’etimasia evocata dal testo del Liber sacramentorum Engolismensis (A) che in un formulario per i martiri (1841) dice:



Respice quaesumus Domine de alto throno magnitudinis tuae qui uulnere proprio passionis congregasti beatam ecclesiam de redemptis; protege eam sub tui nominis gubernaculo ut possis beatae uitae meritis adquirere populum; dilatetur cruce tua ut coram te pulcherrimma niteat ac preclara, et quia de gemino sanctorum martyrum illorum cruore persultat (?) ab huius saeculi temptamentis inpraessa non obruatur; praesta ergo Domine ut omnes hii qui sub oris nostri benedictione curuantur, te protegente, ab omnibus malis liberentur; sint in tuis praeceptis strenui, in aduersis fortissimi, in prosperis moderati, ut sanctorum tuorum illorum quorum hodie natalicia caelebramus effecti participes gloriam consequantur regni caelestis. Quod ipse.



Si tratta di una supplica al Signore perché rivolga dall’alto trono della sua maestà e grandezza la sua attenzione alla chiesa dei redenti riunita nella ferita della sua passione – vulnere proprio passionis. Evidentemente dire un testo come questo dinnanzi a trono vuoto segnato dai tre tratti che abbiamo indicato sopra vuol dire collocare un’immagine escatologica e dogmatica nel contesto del culto, diretto al Signore e che si chiede discendente in favore della chiesa dei redenti  (si pensi per esempio alle immagini bizantine in cui inginocchiati ai lati del trono ci sono Adamo ed Eva nel Giudizio finale) che si radunano proprio in virtù del mistero di Passione, Morte e Risurrezione; il trono “preparato” e “pronto” è eloquente proprio in questo senso. E sia in A 1841 sia in A 2131, come si vede nelle nostre basiliche e nelle rappresentazioni dell’ethimasia collocate in alto (abside o arco trionfale) il de alto throno diviene plastico ed esemplificativo a ricordo di quella “escatologia presente” che fa rivolgere verso l’alto, ovvero di orientamento (ascendente) e di apertura del cielo nella celebrazione (discendente). Si veda per esempio l’etimasia dell’arco trionfale della Basilica di santa Maria Maggiore (V sec.), dei ss. Cosma e Damiano (del VI sec., con la variante dell’Agnello seduto e del rotolo con i sette sigilli sulla pedana come nel mosaico della Basilica di santa Prassede, XI sec.). Notevole e complessa è certamente l’etimasia absidale di san Paolo fuori le mura con i due angeli rivolti al trono, gli instrumenta passionis con i chiodi in un calice e la croce gloriosa, gemmata e con al centro il Cristo, il velo blu stellato sul quale è disposto il codice dei Vangeli riccamente rilegato e chiuso. 


In poche battute si vede come l’etimasia si proponga a noi come un segno eloquente in cui dalla vittoria di Cristo sulla morte alla celebrazione dei sacramenti si è dinnanzi a un segno escatologico che nel già (comunità dei redenti dalla passione di Cristo) e nel non ancora (trono vuoto, preparato e pronto) dell’adventus escatologico si declina l’origine e il compimento del culto stesso.



Basilica Papale di san Paolo fuori le mura, abside



[1] G-H. Baudry, Simboli cristiani delle origini. I-VIII secolo, Milano 2009, 48-49.


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