domenica 24 dicembre 2017

La Calenda di Natale. Il Natale nel Martirologio Romano

Giovanni Pisano, Annunciazione,
Museo dell'Opera del Duomo, Siena
Il culto del Natale è una miniera di aspetti storici e liturgici, concentrati in un numero consistente di feste. Qui desideriamo volgere brevemente lo sguardo alla calenda del giorno di Natale, tratta dal Martyrologium Romanum.[1] Purtroppo il canto della kalenda è stato recuperato solo di recente e non dovunque. Il nostro intento è quello di presentare la tradizione del Natale concentrandoci sui dati liturgici che fanno della calenda una pietra preziosa nel più vasto “monile” delle liturgie natalizie. 
Al centro della festa del Natale e dei testi eucologici dei formulari c’è l’unico grande mistero dell’incarnazione, il verbum caro factum al pronunciamento del quale ci si metteva in ginocchio e che con il nuovo ordinamento delle letture costituisce il fulcro della liturgia della Parola del Natale. Circa il prologo del Vangelo di Giovanni (1, 1-18), Ratzinger scriveva:

Si tratta di un testo mirabile, che offre una sintesi vertiginosa di tutta la fede cristiana. Parte dall’alto: "In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio" (Gv 1,1); ed ecco la novità inaudita e umanamente inconcepibile: "Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (Gv 1,14a). Non è una figura retorica, ma un’esperienza vissuta! A riferirla è Giovanni, testimone oculare: "Noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità" (Gv 1,14b). Non è la parola dotta di un rabbino o di un dottore della legge, ma la testimonianza appassionata di un umile pescatore che, attratto giovane da Gesù di Nazareth, nei tre anni di vita comune con Lui e con gli altri apostoli ne sperimentò l’amore – tanto da autodefinirsi "il discepolo che Gesù amava" –, lo vide morire in croce e apparire risorto, e ricevette poi con gli altri il suo Spirito. Da tutta questa esperienza, meditata nel suo cuore, Giovanni trasse un’intima certezza: Gesù è la Sapienza di Dio incarnata, è la sua Parola eterna fattasi uomo mortale.[2] 
Il Martirologio è il catalogo/calendario della santità della Chiesa cattolica, l’elenco che conserva giorno per giorno la memoria dei testimoni e discepoli di Cristo secondo i mesi e i giorni del calendario civile (gennaio-dicembre).

Perché questa vertigine del numero, il voler enumerare quotidianamente coloro che ci hanno preceduto nella fede?

Paolo risponde a questa domanda quando afferma: In lui – Cristo  ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità” (Ef 1,4). La santità nella Chiesa è in Christo![3] E forse dovremmo ricordare, anzi è bene ricordare ogni giorno che la santità non è questione di moda, non è frutto del solo impegno personale, ma nelle vicende quotidiane è essere in lui, in Christo, magister et exemplar,[4] e non solo nel suo cammino di gloria ma anche nel solco dei suoi misteri, come nella nascita anche nella morte, per poi accedere alla gloria della risurrezione, perché «dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia» (Gv 1,16).[5]
Giovanni Pisano, Natività,
Museo dell'Opera del Duomo, Siena
I martirologi antichi nascono nell’alveo dei monasteri, dei conventi, delle diocesi e ultimamente è un libro liturgico ufficiale con la riforma di Trento (Martyrologium Romanum 1584) e del Concilio Vaticano II.[6] Si trattava, da Girolamo in poi, di un libro memoriale, spesso nei manoscritti monastici legato all’obituario; per monasteri e case religiose era un “libro di famiglia” di quella immensa schiera di santi e di sante che alimentano il carisma di un ordine con la loro conformazione a Cristo, esempio e modello di quelli che sono riusciti a conquistare la “corona”, sprone e testimonianza per coloro che sono ancora “in corsa”. Da secoli quindi il Martirologio è di uso tradizionale nelle famiglie religiose, e in particolare in quelle monastiche, nei capitoli clericali e nelle associazioni laicali (confraternite, terz’ordine).[7] Secondo le rubriche, il Martirologio aveva luogo in Choro nel canto di Prima: 

«Lectio Martyrologii, quae praeceptive quidem fit in Choro et laudabiliter extra Chorum, agitur quotidie ad Primam ante versum Pretiosa, tribus exceptis diebus ante Pascha in quibus omittitur».[8]

Nella fisionomia delle regole per l’applicazione del Martirologio ci sono due suggestioni. La prima è il tempo. Infatti l’elogio del giorno deve essere contestualizzato nel nostro tempo e per far questo, almeno dalla prima edizione del 1584, si usa inserire l’esperienza di fede dei santi nel kairos tramite il numero Aureo che indica la posizione di un determinato anno all’interno di un ciclo lunare di 19 anni (ciclo di Metone, astronomo del sec. V a. C.); l’epatta che è l’età della luna (giorno della fase lunare), espressa in trentesimi di lunazione, al 1° gennaio dell’anno considerato;[9] la lettera del Martirologio che è una lettera legata all’Epatta, assegnata a ogni anno e consente di sapere in modo pratico e veloce l’età della luna in quel determinato giorno dell’anno, usando la tabella premessa agli elogi quotidiani.

Leggere il Martirologio significa inserirlo in quel grande fiume di hodie che anima l’intera liturgia (orientale e occidentale) un oggi che acquista senso proprio in Cristo. 
Le caratteristiche tecniche, ampiamente spiegate nella prima parte del Martyrologium Romanum del 1584 e oggi ormai dominio di pochi esperti astronomi, storici e non solo, sanno di antiquato quando programmi e applicazioni permettono di stilare e organizzare il proprio calendario annuale in pochi minuti e senza conoscenze specifiche. C’è anche da dire che fuori dal mondo rurale o di naturalisti i riferimenti alle fasi della luna interessano l’uomo moderno, cittadino e modernizzato, in una misura veramente irrilevante. Eppure noi continuiamo a leggere il Martirologio e a riferirci al calendario luni-solare, come avviene per stabilire la data annuale della Pasqua, finché sarà lasciata con data mobile, perché


La sua vita terrena [di Cristo] è entrata nell’eternità e in tal modo è correlata ad ogni ora del tempo redento dal suo sacrificio... Nel credente si compie un mistero ineffabile: Cristo che è ‘lassù’, ‘assiso alla destra del Padre’ (Col 3,1), è anche ‘in’ quest’uomo, con la pienezza della sua redenzione; poiché in ogni cristiano si compie di nuovo la vita di Cristo, la sua crescita, la sua maturità, la sua passione, morte e risurrezione, che ne costituisce la vera vita”
(R. Guardini, Il testamento di Gesù, Milano 1993, 141).
La seconda suggestione è quella dell’annuncio perché l’elogio del giorno «Dicitur autem semper praecedenti die lectio illa […] eiusdem sequentis diei».[10] Leggere il giorno precedente le notizie di quello seguente[11] ha una tale fisionomia perché orienta chi celebra a predisporre gli animi di tutti alla memoria o festa del giorno successivo e ha il carattere di una ricordo che la Chiesa tiene vivo di tutti coloro che ci hanno preceduto sulla via della santità, proposti di giorno in giorno come modelli. Come il κρυξ greco o l’araldo medievale precedeva le autorità con funzioni di banditore e/o messaggero, annesse alla sua carica di pubblico ufficiale, così la liturgia del Martirologio precede la schiera dei santi per presentarli alla Chiesa di oggi.  

Oltre agli elogi dei martiri e dei santi, ci sono quelli propri delle feste dell’anno liturgico, Elogia pro celebrationibus mobilius contenuti in una sezione a parte[12] e gli elogi propri delle feste, inseriti all’inizio del giorno corrispondente nel calendario.

Il più usato e conosciuto è quello di Natale che gradualmente è stato ripreso dai pastori e ripresentato in vario modo nelle celebrazioni anche grazie al suo riutilizzo nelle Messe presiedute dal papa nella notte di Natale.[13] Questo elogio, dopo la proclamazione della “luna”,[14] presenta un elenco di date che dalla creazione ripercorrono a tappe tutta la storia della salvezza in una tensione che contestualizza la nascita del Salvatore proponendo una gradualità continua che conduce al culmine dell’elogio: «Natale di nostro Signore Gesù Cristo secondo la carne».

Nell’elogio attuale non esistono rubriche legate a questo stico ma nella codificazione tridentina, come per ogni riferimento all’Incarnazione, il testo era cantato mentre tutti genuflettevano.[15]
Inoltre lo stico Nativitas Domini nostri era ed è cantato, nella sola versione latina, con un tono diverso da quello consueto dell’elogio (tonus lectionis) ovvero con la melodia con cui si proclama l’inizio delle Passiones della Domenica della Palme e del Venerdì santo[16] sicché il tempo di Natale trova qui il suo vincolo ideale con il mistero pasquale perché l’annuncio della nascita è dato con le stesse note con cui si proclama il passio nella settimana santa.[17]

Considerando il canto non un elemento di ornato ma essenziale alla stessa natura della liturgia che si celebra, ricordiamo che la calenda è per sua natura in cantu[18] condizione che permette di rispettare il legame tra nascita e passione di Cristo come dimostra la notazione gregoriana.[19]


Arnolfo di Cambio, Natività,  Museo Storico della Basilica papale di santa Maria Maggiore

Notiamo infine che oltre a trovare diversi sussidi e spiegazioni della calenda nel mondo dell’interrete, anche i foglietti delle messe domenicali, nelle loro numerose edizioni disponibili, offrono il testo della calenda, sicuramente non per occupare spazio sul materiale stampato ma per offrire ai pastori un mezzo affinché i fedeli possano seguire il testo del canto. In questo senso non ci si dovrebbe più esimere da inserire la calenda nella veglia che precede la celebrazione eucaristica notturna.
Giovanni Pisano, Adorazione dei Magi
Museo dell'Opera del Duomo, Siena
Tra le forme pubbliche a cui più volte ho partecipato, ricordo la tradizione della liturgia propria della Basilica Vaticana che il 24 dicembre prevedeva per i canonici, riuniti nella Cappella del Coro per il canto dell’ufficiatura e della Messa del giorno, il canto della calenda. Una tradizione che rispecchiava l’in Choro della codificazione tridentina e manteneva una consuetudine secolare. Pastoralmente poco adatta, rimane però un esempio sia per gli altri capitoli cattedrali che per le diverse famiglie religiose. Ciò che facilita il canto della calenda dopo l’ufficiatura,[20] o al termine delle veglie, liturgiche o pseudo liturgiche che si realizzano la notte del 24 dicembre, è che nella struttura riformata dopo il Concilio Vaticano II l’elogio è concepito per essere proclamato sia dentro che fuori la Liturgia delle ore. Avvertire i fedeli dell’annuncio della nascita del Salvatore e permettere loro di attingere a un’antica tradizione della Chiesa consente di rivalutare il tempo che si vive nella liturgia soprattutto in una messa cui ancora oggi partecipa molta parte del popolo di Dio che non segue assiduamente o costantemente la liturgia della domenica. Una messa “ritenuta” tradizionale richiede che ogni dettaglio sia curato per rispetto di tutti coloro che accedono alla chiesa per rifocillarsi. E così anche questo dettaglio richiede di non essere dimenticato e se messo in opera, di essere rispettato nella sua natura e struttura.




[1] Ci sono state due edizioni typicae, quella del 2001 e quella del 2004, cui facciamo riferimento, e un’edizione italiana del 2004: Martyrologium Romanum ex Decreto sacrosancti œcumenici Concilii Vaticani II instauratum auctoritate Ioannis Pauli pp. II promulgatum, Typis Vaticanis, Città del Vaticano 2004 e Martirologio Romano riformato a norma dei decreti del Concilio ecumenico Vaticano II e promulgato da papa Giovanni Paolo II, ed. Conferenza Episcopale Italiana, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2004.
[2] Angelus, 4.01.2009.
[3] Benedetto XVI, Udienza generale, 13.04.2011: «Perciò, tutta l’esistenza cristiana conosce un’unica suprema legge, quella che san Paolo esprime in una formula che ricorre in tutti i suoi scritti: in Cristo Gesù. La santità, la pienezza della vita cristiana non consiste nel compiere imprese straordinarie, ma nell’unirsi a Cristo, nel vivere i suoi misteri, nel fare nostri i suoi atteggiamenti, i suoi pensieri, i suoi comportamenti. La misura della santità è data dalla statura che Cristo raggiunge in noi, da quanto, con la forza dello Spirito Santo, modelliamo tutta la nostra vita sulla sua. È l’essere conformi a Gesù, come afferma san Paolo: “Quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo” (Rm 8,29). E sant’Agostino esclama: “Viva sarà la mia vita tutta piena di Te” (Confessioni, 10,28). Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione sulla Chiesa, parla con chiarezza della chiamata universale alla santità, affermando che nessuno ne è escluso: “Nei vari generi di vita e nelle varie professioni un’unica santità è praticata da tutti coloro che sono mossi dallo Spirito di Dio e … seguono Cristo povero, umile e carico della croce, per meritare di essere partecipi della sua gloria” (n. 41)».
[4] MartRom2004, n. 4.
[5] Ibid.: «Magister et exemplar Dominus Iesus Christus, Dei Filius, qui cum Patre et Spiritu “solus sanctus” celebratur, et omnis sanctitais fons est et virtutum origo, sanctitem vitae, cuius ipse et auctor et consummator exstat, omnibus et singulis discipulis praedicavit: “Estote ergo vos perfecti sicut et Pater vester caelestis perfectus est”».
[6] Cfr. V. Saxer, Santi e culto dei santi nei martirologi (Collectanea 14), Centro Italiano di Studi sull'alto medioevo, Spoleto 2001. Il Martirologio romano. Teologia, liturgia, santità. Atti della I giornata di studio nell'anniversario della "Sacrosanctum Concilium", ed. Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei Sacramenti (Spiritus et sponsa 1), LEV, Città del Vaticano 2005. M. Sodi, Testimoni del Risorto. Martiri e santi di ieri e di oggi nel martirologio romano (Studi religiosi), Edizioni Messaggero, Padova 2006.
[7] Cantato dopo l’ora di prima o nel “capitolo” dei monaci, dei frati o del clero secolare. Cfr. anche la Conferenza stampa del nuovo Martirologio Romano, http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/ccdds/documents/rc_con_ccdds_doc_20011002_conf-martirologio_it.html [ultimo accesso 31-8-2017].
[8] Martyrlogium Romanum. Reimpressio integra textus officialis cum emendationibus et variationibus usque ad Concilium Œcumenicum Vaticanum II convocatum effectis necnon nova introductione aucta, edd. C. Johnson-A. Ward (BEL.S 97; ILQ 5), CLV-Edizioni Liturgiche, Roma 1998, XCVII.
[9] Le Epatte sono usate per trovare la data del calendario lunare a partire dalla data nel comune calendario solare.
[10] Martyrlogium Romanum. Reimpressio, XCVII.
[11] MartRom2004, n. 36: «Elogia Sanctorum alicuius diei semper praecedenti die leguntur».
[12] MartRom2004, nn. 1-16.
[13] Il fatto che l’Ufficio delle celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice abbia voluto utilizzare nuovamente la calenda di Natale, alla fine della veglia e prima dell’inizio della messa in nocte a partire dal 24 dicembredel 1987 ha fatto serpeggiare l’idea errata che essa sia un privilegio delle Messe del papa. La storia del Martyrologium e il suo utilizzo testimoniano invece una tradizione differente. È quindi lodevole la scelta di quei pastori, che in ossequio alla tradizione liturgica, hanno conservato o reintrodotto il canto della calenda del 25 dicembre.
[14] Si tratta del giorno lunare dell’anno in corso. Come altri elementi del Martirologio (epacta, lettera domenicale, ecc.) la luna deve essere determinata ogni anno con un valore numerico identificabile, grazie all’Ordo missae completo o ai calendari universali, e deve essere proclamato in base alle indicazioni numeriche e alfabetiche presenti all’inizio di ogni giorno liturgico dopo la dichiarazione della data, espressa in latino ancora secondo il metodo romano; per esempio il 25 dicembre è «VIII kalendas Ianuarii, luna». In italiano si usa il normale sistema di datazione civile.
[15] Martyrologium Romanum. Reimpressio, 322: «Novemque post conceptionem decursis mensibus – hic vox elevatur et omnes genua flectunt – in Bethlehem Judae nascitur ex Maria Virgine factus homo. Nativitas Domini nostri Iesu Christi, secundum carnem».
[16] «Passio Domini nostri Iesu Christi secundum». Cfr. Martyrologium Romanum. Reimpressio integra, CXXII-CXXIII e Passio Domini nostri Iesu Christi, ed. Congregatio pro Culto Divino, LEV, Città del Vaticano 1989, 99 [Dominica in palmis de passione Domini, anno A, tonus II].
[17] SC 112: «La tradizione musicale della Chiesa costituisce un patrimonio d'inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell'arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrante della liturgia solenne. Il canto sacro è stato lodato sia dalla sacra Scrittura, sia dai Padri, sia dai romani Pontefici; costoro recentemente, a cominciare da S. Pio X, hanno sottolineato con insistenza il compito ministeriale della musica sacra nel culto divino. Perciò la musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all'azione liturgica, sia dando alla preghiera un'espressione più soave e favorendo l'unanimità, sia arricchendo di maggior solennità i riti sacri».
[18] MartRom2004 I, n. 9: «In vigilia Nativitatis Domini, post enuntiatum diem vicesimum quintum mensis decembris, annuntiatio sollemnis Nativitatis cantatur modo peculiari». Se l’elogio può essere quotidianamente letto, è evidente che qui il libro liturgico non lascia spazio a interpretazioni e assegna solo il canto particolare alla calenda di Natale.
[19] Ogni nuova composizione musicale dovrebbe tenere presente di questo aspetto trasformando in musica moderna ciò che è stato fatto con il gregoriano.
[20] Secondo le rubriche il canto del Martirologio può avvenire dentro o fuori la Liturgia delle ore. Nel primo caso dopo l’orazione delle Lodi, l’elogio si conclude con il versetto Pretiosa, può seguire la lettura della parola di Dio con la conclusione Verbum Domini e un’orazione pronunciata da chi presiede. Il tutto si conclude con benedizione propria del Martirologio e dimissio. Per la seconda forma il libro liturgico ricorda tre luoghi: in choro, in capitulo, ad mensam, quindi il refettorio. Per il resto la struttura rimane identica. Cfr. MartRom2004, Ordo lectionis martyrologii I, nn. 1-12 e II, 13-17.

mercoledì 23 agosto 2017

Astitit Regina! La regalità di Maria e la Chiesa regina eterna



Santa Maria antiqua al Foro romano, la Theotokos in trono
Dopo la riapertura del meraviglioso sito di santa Maria antiqua al Foro romano si è avuto modo di riflettere e pensare alla straordinaria testimonianza storica, artistica e architettonica di queste vestigia pre-iconoclaste nel pieno centro della Roma Pagana. Un dettaglio ha colpito la nostra immaginazione e per la sua fascinazione ci ha condotto su piste già esplorate da grandi illustri studiosi e teologi ma che sicuramente aprono il passaggio ad altre nuove possibilità di approfondimento. Nel percorso di visita in santa Maria Antiqua sì è potuto godere di presentazioni a led sulle pareti stesse dell’antico tempio mariano. Nelle cappelle laterali ciclicamente immerse nel buio si poteva osservare sulle pareti una didascalia completa che riguarda il luogo e la sua decorazione. Nell’abside, delle apposite illuminazioni permettono di evidenziare la stratigrafia pittorica. Ed è proprio qui che le luci evidenziano una particolarità dell’iconografia romana ovvero quella di rappresentare Maria, assisa in trono con il Bambino e rivestita di paludamenti e monili imperiali/regali. Grandi immagini gerarchiche tipiche delle icone destinate al culto nella Città Apostolica. 

Cappella Altemps, Madonna della Clemenza, Basilica di santa Maria in Trastevere

Vedere questi affreschi pre-iconoclasti e vedere in santa Maria Antiqua la Theotokos in trono con vesti regali ha ricondotto la memoria all’iconografia mariana romana, molto varia e differenza di quella cristologica stabilmente radicata in una pressoché conforme rappresentazione del Signore. Nell’antica basilica di santa Maria in Trastevere si trova nella cappella Altemps la grande icona, così detta della Clemenza, che raffigura la Madre di Dio in trono, con il Bambino in braccio due angeli alle spalle e il committente in nimbo quadrato ai suoi piedi. L’icona su tavole ricoperte di tela presenta la Madre di Dio vestita allo stesso modo regale delle precedenti Nel livello inferiore di san Clemente in Laterano, nella navata laterale destra della precedente basilica, si trova una piccola nicchia con un affresco, del IX sec. circa, raffigurante la Madre di Dio con le stesse fattezze di quella osservata in santa Maria antiqua.
Madonna in trono, sec. IX ca, San Clemente al Laterano, basilica inferiore.

La regalità di Maria è poi in forma sublime presente in opera musica nelle absidi della stessa santa Maria in Trastevere e  di santa Maria Maggiore. L’antica basilica trasteverina presenta quindi in due esempi monumentali la Vergine Maria in abbigliamento regale inserita in una precisa cornice cristologica come si evince dalla scena dell’abside. L’ultimo esempio rimonta all’epoca di Anastasio II bibliotecario che nella cappella di san Nicola in Laterano, un tempo oratorio dei frati francescani penitenzieri dell’Arcibasilica Cattedrale di san Giovanni, oggi inglobata nella parte antica (XVII-XVIII) del Pontificio Seminario Romano Maggiore in quella che è nota come Cappella della Fiducia (1916) per via della piccola immagine ovale su rame che troneggia sull’altare. L’immagine della Theotokos in trono è in affresco, restaurato nel XIX secolo e ultimamente. Gli originali di questo affresco sono conservati in alcune tavole custodite nella Biblioteca Apostolica Vaticana (Barb. Lat. 2738). La Madre di Dio è in trono ammantata in modo regale con il Bambino in grembo i due angeli alle spalle e i committenti inginocchiati in nimbo quadrato. L’opera si deve all’antipapa Anacleto II e ricalca l’immagine di santa Maria in Trastevere di cui era cardinale presbitero titolare.[1] 
 
Theotokos in trono nella cappella della fiducia del Pontificio Seminario Romano Maggiore di Roma

Cosa unisce le immagini regali della Madre di Dio? Perché la loro rappresentazione in vesti sontuose si trova con particolare ricchezza e conformità stilistica nelle grandi Chiese dedicate a Maria in Roma?

Con le dovute cautele volendo parlar dell'iconografia mariana cui sono stati già dedicati numerosi studi di livello (ricordiamo di confrontare lo studio di M.G. Muzj,
«L'iconografia absidale mariana della chiesa indivisa quale locus theologicus», Theotokos 16 (2008) 21-62) riteniamo che la risposta sia in un testo di Ratzinger che citando i lavori del grande H. Rahner, afferma

Soprattutto Hugo Rahner ha mostrato in modo grandioso a partire dalle fonti, che tutta quanta la mariologia è stata pensata e impostata dai padri prima di tutto come ecclesiologia: la Chiesa è vergine e madre, essa è concepita senza peccato e porta il peso della storia, essa soffre e nondimeno è già ora assunta in cielo. Molto lentamente si rivela nel corso dello sviluppo successivo che la Chiesa è anticipata in Maria, in Maria è personificata e che viceversa Maria non sta come individuo isolato chiuso in se stesso, ma porta in sé tutto quanto il mistero della Chiesa. La persona non è chiusa individualisticamente e la comunità non è compresa collettivisticamente in modo impersonale; entrambe si sovrappongono l'una all'altra in modo inseparabile.[2]

Secondo lo studio di Rahner[3] la vita di Maria e la Chiesa sono accumunate dallo stesso percorso per cui Maria è ricolma di grazia, si trova sotto la croce ed è destinata alla gloria. Tutto passa attraverso il mistero della croce e anche la Chiesa si trova su questa linea quale dispensatrice della grazia che riceve dal Signore, come madre dei dolori in quanto presente sotto la croce dove si ha il suo inizio dal fianco squarciato del Cristo morente, ed è destinata, nel già e non ancora, alla gloria presso il Signore come regina eterna. Come Maria la chiesa è vergine e madre,[4] unita alla Sposo con un fede incorrotta che deve mantenere e custodire tale e madre di una moltitudine di credenti attraverso il lavacro di rigenerazione e la conformazione a Cristo morto e risorto (Rm 6). Ecco quindi dove ci riportano gli studi di H. Rahner, al centro della questione ecclesiologica che riconduce alla Mariologia ovvero alla Cristologia[5] secondo lo schema che egli propone


grazia  --->  croce ---> gloria


Una presentazione di Maria non individualista che sta al centro di un mistero di Redenzione e non di un culto personalistico o di una celebrazione del sé e delle “grandi opere” che Dio ha compiuto in Lei. Il cardinale va avanti sulla linea di H. Rahner e afferma:

Questo vale già per la donna dell'Apocalisse, così come appare nel capitolo 12: non è corretto limitare questa figura esclusivamente in modo individualistico a Maria, perché in lei è insieme contemplato tutto quanto il popolo di Dio, l'antico e il nuovo Israele, che soffre e nella sofferenza è fecondo; ma non è neppure corretto escludere da questa immagine Maria, la madre del Redentore. Così nella sovrapposizione fra persona e comunità, come la troviamo in questo testo, già è anticipato l'intreccio di Maria e Chiesa, che poi è stato lentamente sviluppato nella teologia dei Padri e finalmente ripreso dal Concilio. Che più tardi entrambe si siano separate, che Maria sia stata vista come un individuo ricolmato di privilegi e perciò da noi infinitamente lontano, la Chiesa a sua volta in modo impersonale e puramente istituzionale, ha danneggiato in eguale misura sia la mariologia che l'ecclesiologia. Operano qui le divisioni, che il pensiero occidentale ha particolarmente attuato e che per altro hanno i loro buoni motivi. Ma se vogliamo comprendere rettamente la Chiesa e Maria, dobbiamo saper ritornare a prima di queste divisioni, per comprendere la natura sovraindividuale della persona e sovraistituzionale della comunità proprio là, ove persona e comunità vengono ricondotte alle loro origini a partire dalla forza del Signore, del nuovo Adamo. La visione mariana della Chiesa e la visione ecclesiale, storico-salvifica di Maria ci riconducono ultimamente a Cristo e al Dio trinitario, perché qui si manifesta ciò che significa santità, cosa è la dimora di Dio nell'uomo e nel mondo, cosa dobbiamo intendere con tensione "escatologica" della Chiesa.


Ratzinger spostando poi l’attenzione al capitolo VIII della Lumen Gentium[6] continua:

Così solo il capitolo di Maria porta a compimento l'ecclesiologia conciliare e ci riporta al suo punto di partenza cristologico e trinitario. Per dare un assaggio della teologia dei Padri, vorrei a conclusione proporre un testo di sant'Ambrogio, scelto da Hugo Rahner: “Così dunque state saldi sul terreno del vostro cuore!... Che cosa significa stare, l'apostolo ce lo ha insegnato, Mosè lo ha scritto: ‘Il luogo, sul quale tu stai, è terra santa’. Nessuno sta, se non colui che sta saldo nella fede... ed ancora una parola sta scritta: ‘Tu però sta saldo con me’. Tu stai saldo con me, se tu stai nella Chiesa. La Chiesa è la terra santa, sulla quale noi dobbiamo stare... Sta dunque saldo, sta nella Chiesa. Sta saldo colà, ove io ti voglio apparire, là io resto presso di te. Ove è la Chiesa, là è il luogo saldo del tuo cuore. Sulla Chiesa si appoggiano i fondamenti della tua anima. Infatti nella Chiesa io ti sono apparso come una volta nel roveto ardente. Il roveto sei tu, io sono il fuoco. Fuoco nel roveto io sono nella tua carne. Fuoco io sono, per illuminarti; per bruciare le spine dei tuoi peccati, per donarti il favore della mia grazia”.

Alla luce di quanto riportato possiamo quindi contemplare la regalità di Maria, dopo il concilio festeggiata nell’ottava dell’Assunzione, il 22 agosto. Contempliamo Maria, Madre e Regina nei vari frammenti iconografici citati ma in essi possiamo e dobbiamo vedere rifulgere anche la Chiesa nella sua natura e nella sua particolare effigie regale.
Riflettendo su come sia rappresentata la postura della Madre di Dio, seduta sì in trono con Gesù in grembo ma in una posizione quasi innaturale che lo fa sembrare in piedi e per cui anche la posizione della Madonna - come si vede particolarmente nella tavola di santa Maria in Trastevere - risulta segnata dalla verticalità, M.G. Muzj annota: 



«[T]ale è il grande “luogo” simbolico - che è anche locus theologicus -, della Vergine Maria: la Madre non compie alcuna azione, se non quella implicita di presentare al mondo Gesù, il Figlio di Dio; è la verticalità stessa della sua figura che fa di lei la testimone e l’annunciatrice di quell’asse vivente di mediazione tra la terra e il cielo che è il Verbo incarnato» (G.M. Muzj, «L'iconografia absidale mariana», 50).


Le parole di M.G. Muzj ci aiutano a vedere la Theotokos nella sua tacita e imprescindibile presenza nella teologia e nel culto cattolico e permettono di leggere l'essenza della chiesa anch'essa impegnata a presentare lo Sposo quale madre del corpo mistico; anch'essa "inerme" perché la Chiesa, al di là di tante pastoralità, vere o presunte tali, non compie nessuna azione se non quella di "presentare al mondo Gesù" e lo fa in funzione della grazia e del passaggio attraverso il mistero di passione, morte e risurrezione del Cristo Signore. In questo la Chiesa è "l’annunciatrice di quell’asse vivente di mediazione tra la terra e il cielo che è il Verbo incarnato"

Una serie di suggestioni vengono per esempio dall’inno In Dedicatione Ecclesiae maggiormente noto con il suo incipit Urbs Ierusalem beata,[7] testo risalente al VII-VIII secolo circa. Riferendosi a Ef 2,20, 1Pt 2,5 e Ap 21 l'inno crea una visione quasi estatica della Chiesa nel momento in cui si sta celebrando o ricordando la consacrazione di una struttura terrena, immagine e simbolo di quella celeste cui tutti dobbiamo anelare. Ricorrono i temi delle vesti splendenti, delle pietre preziose e in generale dell’essere ammantata per andare incontro al proprio sposo, come nella seconda strofa
Nova véniens e cælo, nuptiáli thálamo præparáta, ut intácta copulétur Dómino. Platéæ et muri eius ex auro puríssimo.[8] Il testo nella sua interezza è sì un chiaro riferimento alla tipologia della Chiesa ma è un vero e proprio manuale di ecclesiologia e di Cristologia che fa della Chiesa nella sua dimensione regale ed eterna una manifattura preziosa nelle mani del costruttore.[9] Scrive H. Rahner che:

La chiesa è regina eterna non solo nel senso che essa un giorno, dopo il compimento delle faccende terrene entra in quella unione definitiva con il Re Cristo, per la quale unione essa costruisce quale genitrice il corpo del Signore, e verso la quale anela nel pianto e nella sofferenza. La teologia dei padri del primo Medioevo va più a fondo, in quanto l’escatologia della chiesa inizia già ai primordi.[10]


Questo vuol dire che contemplare l’icona di Maria regina ci rimanda alla chiesa regina eterna, ma permette di vedere sovrapposte la cristologia con l’ecclesiologia (mariologia) sull’orizzonte dell’escaton, di quelle realtà ultime che nella speranza la Chiesa celebra e attende nel dispiegarsi dell’anno liturgico, in continua tensione verso quella Gerusalemme del cielo, che discende da Dio come una sposa adorna per il suo Sposo. 
Pensiamo in conclusione che nell'alveo delle lotte iconoclaste, che videro la Chiesa di Roma e il suo Patriarcato staccarsi definitivamente da un Oriente politicamente e teologicamente nemico (eretico) la presenza a Roma di icone mariane di effigie regale e la loro sovrapposizione con l'idea patristica della Chiesa Regine eterna, come la definisce Rahner, siano due movimenti di un unico processo di nuova autocomprensione che la Chiesa, e in particolare la Chiesa di Roma, ha fatto su di sè (cfr. Rahner, Mater ecclesia, 37-38). Sulla stregua di Gregorio Magno che scrivendo a Sereno di Marsiglia spiegava il valore didattico delle immagini più che la loro precisa pertinenza al culto, i fedeli di Roma che potevano venerare queste immagini della Madre di Dio in trono e in vesti regali potevano vedere/immaginare anche una Chiesa Madre del corpo mistico e Regina in funzione dell'unico Re che è il Capo, Sposa impegnata a mantenere intatto il depositum, la retta dottrina di verità, che è il Cristo.






[1] Medioevo letto, scavato, rivalutato. Studi in onore di Paolo Peduto, edd. R. Fiorillo-C. Lambert (Schola Salernitana, Medioevo scavato 7), All'insegna del giglio, Borgo S. Lorenzo [Firenze], 2012, 241; La pittura medievale a Roma 4. Riforma e tradizione 1050-1198, S. Romano-M. Andaloro, Jaca Book 2006, 290-292; Arte e iconografia a Roma. Da Costantino a Cola di Rienzo, S. Romano-M. Andaloro, Jaca Book 2000, 182.


[2] J. Ratzinger, Intervento del Cardinale J. Ratzinger sull’ecclesiologia della costituzione “lumen Gentium” al convegno internazionale sull’attuazione del Concilio ecumenico vaticano II promosso dal comitato del Grande Giubileo dell’anno 2000, Domenica 27 febbraio 2000, cfr. http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20000227_ratzinger-lumen-gentium_it.html [ultimo accesso 31-07-17].

[3] Possiamo leggerne una sintesi in H. Rahner, Mater ecclesia. Inni di lode alla Chiesa tratti dal primo millennio della letteratura cristiana, Jaca Book, Milano 2011, 13-46.

[4] LG 64: «Orbene, la Chiesa contemplando la santità misteriosa della Vergine, imitandone la carità e adempiendo fedelmente la volontà del Padre, per mezzo della parola di Dio accolta con fedeltà diventa essa pure madre, poiché con la predicazione e il battesimo genera a una vita nuova e immortale i figli, concepiti ad opera dello Spirito Santo e nati da Dio. Essa pure è vergine, che custodisce integra e pura la fede data allo sposo; imitando la madre del suo Signore, con la virtù dello Spirito Santo conserva verginalmente integra la fede, salda la speranza, sincera la carità».

[5] LG 60: «Uno solo è il nostro mediatore, secondo le parole dell'Apostolo: “Poiché non vi è che un solo Dio, uno solo è anche il mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, che per tutti ha dato se stesso in riscatto” (1 Tm 2,5-6). La funzione materna di Maria verso gli uomini in nessun modo oscura o diminuisce questa unica mediazione di Cristo, ma ne mostra l'efficacia. Ogni salutare influsso della beata Vergine verso gli uomini non nasce da una necessità oggettiva, ma da una disposizione puramente gratuita di Dio, e sgorga dalla sovrabbondanza dei meriti di Cristo; pertanto si fonda sulla mediazione di questi, da essa assolutamente dipende e attinge tutta la sua efficacia, e non impedisce minimamente l'unione immediata dei credenti con Cristo, anzi la facilita».


[6] LG 53: «Infatti Maria vergine, la quale all'annunzio dell'angelo accolse nel cuore e nel corpo il Verbo di Dio e portò la vita al mondo, è riconosciuta e onorata come vera madre di Dio e Redentore. Redenta in modo eminente in vista dei meriti del Figlio suo e a lui unita da uno stretto e indissolubile vincolo, è insignita del sommo ufficio e dignità di madre del Figlio di Dio, ed è perciò figlia prediletta del Padre e tempio dello Spirito Santo; per il quale dono di grazia eccezionale precede di gran lunga tutte le altre creature, celesti e terrestri. Insieme però, quale discendente di Adamo, è congiunta con tutti gli uomini bisognosi di salvezza; anzi, è “veramente madre delle membra (di Cristo)... perché cooperò con la carità alla nascita dei fedeli della Chiesa, i quali di quel capo sono le membra”. Per questo è anche riconosciuta quale sovreminente e del tutto singolare membro della Chiesa, figura ed eccellentissimo modello per essa nella fede e nella carità; e la Chiesa cattolica, istruita dallo Spirito Santo, con affetto di pietà filiale la venera come madre amatissima».


[7] Liber Hymnarius cum invitatoriis et aliquibus responsoriis, Abbaye Saint-Pierre de Solesmes-Desclée, Solesmes-Tournai-Paris 1983, 247-248.

[8] «Viene nuova dal cielo, preparata per il talamo nuziale, perché pura si unisca al Signore. Le sue piazze e le mura sono d’oro purissimo».

[9] Quarta strofa: «Tunsiónibus, pressúris expolíti lápides suis coaptántur locis per manum artíficis; disponúntur permansúri sacris ædifíciis - Le pietre levigate da colpi e da tribolazioni sono inserite nei loro posti per mano del costruttore; sono collocate per rimanere in eterno nei sacri edifici».


[10] Rahner, Mater ecclesia, 40.

giovedì 10 agosto 2017

San Lorenzo nel Palazzo Apostolico

"Oggi la chiesa di Roma celebra il giorno del trionfo di Lorenzo, giorno in cui egli rigettò il mondo del male. Lo calpestò quando incrudeliva rabbiosamente contro di lui e lo disprezzò quando lo allettava con le sue lusinghe. In un caso e nell’altro sconfisse satana che gli suscitava contro la persecuzione. San Lorenzo era diacono della chiesa di Roma. Ivi era ministro del sangue di Cristo e là, per il nome di Cristo, versò il suo sangue. Il beato apostolo Giovanni espose chiaramente il mistero della Cena del Signore, dicendo: «Come Cristo ha dato la sua vita per noi, così anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1Gv 3,16). Lorenzo, fratelli, ha compreso tutto questo. L’ha compreso e messo in pratica. E davvero contraccambiò quanto aveva ricevuto in tale mensa. Amò Cristo nella sua vita, lo imitò nella sua morte. Anche noi, fratelli, se davvero amiamo, imitiamo."

Sant'Agostino.



Tra le cerimonie private del Romano Pontefice durante l'anno liturgico, si ricorda che il 10 agosto, finché risiedeva nel palazzo apostolico del Vaticano, il papa scendeva nella Cappella Niccolina del Palazzo, ora all'interno dei Musei Vaticani. La visita era privata e si venerava la reliquia ritenuta la testa di san Lorenzo martire romano. La reliquia si esponeva quindi nella cappellina voluta da Niccolo V e affrescata dal Beato Angelico e dai suoi allievi (come Benozzo Gozzoli).

La reliquia, insieme all'ampolla con il sangue, all'epoca conservata a Viterbo, anticamente appartenevano alle reliquie insigni del Sancta Sanctorum del Patriarchio Lateranense. Il Sancta Sanctorum venne dedicato da san Silvestro a san Lorenzo dopo che Costantino gli aveva dedicato la basilica tiburtina presso il luogo del martirio nel campo Verano. Dal 1523, in occasione del terribile sacco di Roma, Clemente VII Medici fece trasportare le reliquie da san Giovanni alla sacrestia pontificia del Vaticano.

Nel 1860 per volere di Pio IX la testa del santo venne esposta, forse per l'ultima volta, nell'altra grande chiesa di Roma dedicata al martire, san Lorenzo in Damaso. Il ciclo di affreschi della Cappella Niccolina è spettacolare e rappresenta alcuni eventi particolari della "Legenda" del martire Lorenzo. 






cfr. G. MORONI, Dizionario di erudizione storico ecclesiastica
e
G. MARANGONI, Istoria dell'Oratorio di san Lorenzo
cfr. anche: 

1. Il Quattrocento a Roma e la grande rinascita culturale nella città dei papi
2. Il sogno di Niccolò. Alle origini della Biblioteca Apostolica Vaticana, di Antonio Paolucci
3. Le Stanze di Raffaello (Musei Vaticani), di Andrea Lonardo

venerdì 4 agosto 2017

Le vesti dei concelebranti


Dall'ultimo libro edito sulla concelebrazione, Tymister M., La concelebrazione eucaristica. Storia. Questioni teologiche. Rito (BEL.S 182. Liturgica opera prima 13), CLV-Edizioni Liturgiche, Roma 2017, ringraziando il prof. Markus Tymister per le sue spiegazioni, traggo questo frammento teologico ed "estetico".

Si stabilisce che i concelebranti debbano indossare i paramenti sacerdotali del colore della messa. Se ciò non è possibile, ai concelebranti – tranne nelle messe esequiali – si dà il permesso di utilizzare sempre paramenti bianchi, mentre il celebrante principale prende i paramenti del colore della messa (n° 12). In questo punto si avverte uno sviluppo: la seconda istruzione per l’applicazione della costituzione liturgica Tres abhinc annos nel 1967 concedeva ai concelebranti di rinunciare all’uso della casula per ragioni di un certo peso, p. es. quando mancano i paramenti per un numero elevato di concelebranti.[1] Nel 2004 la Congregazione del culto divino restringe nuovamente la concessione ed esorta, nelle situazioni in cui un grande afflusso di concelebranti è prevedibile, di provvedere in merito ai paramenti.[2]

Dal 1967 ad oggi sono mutate le condizioni di produzione dei paramenti. Ad oggi con una spesa ragionevole si possono acquistare vesti dignitose e di numero sufficiente per evitare messe "colorate" in cui tutti vestono il bianco e il celebrante principale mantiene il colore del giorno, quasi che il bianco fosse, e non lo è, un colore neutro che va bene per tutto. Interessante notare che per i funerali (a questo punto anche per le messe funebri di anniversario) non è consentito usare vesti liturgiche di colori differenti. In questo senso la Redemptionis sacramentum del 2004 segna un passaggio importante sulla strada di una maggiore dignità delle nostre celebrazioni.

Nel testo l'Autore prosegue dicendo:


Aggiungiamo che in funzione dell’espressività del linguaggio visivo, vesti liturgiche uguali per tutti i concelebranti sottolineano il concetto di unità. Dall’altra parte non bisogna dimenticare che solo uno è il celebrante principale che rappresenta per la chiesa riunita Cristo come capo del suo corpo mistico. Ciò suggerisce la necessità di una distinzione tra celebrante principale, che non è semplicemente uno tra uguali, e concelebranti. Questa distinzione dovrebbe riflettersi anche nell’uso delle vesti liturgiche. Se tutti portano tutti i paramenti sacerdotali, al celebrante principale spettano dei paramenti più solenni o in altro modo distinti. Il desiderio che tutti i concelebranti indossino tutti i paramenti quas sumere tenentur, cum Missam soli celebrant è probabilmente dovuto all’idea che ciascuno dei concelebranti celebri la messa.

L’importante è anche qui – a parte il ruolo distinto del celebrante principale – l’unità del presbiterio concelebrante. Una distinzione tra concelebranti di ‘prima classe’, cioè rivistiti interamente delle vesti sacerdotali per la messa e di ‘seconda classe’, senza casula o pianeta ma solo con il camice e la stola, non manifesta per niente questa unità. Distinzioni meramente umane tra clero appartenente alla gerarchia della diocesi (canonici, curiali, consultori, ecc.) e presbiteri semplici non dovrebbero trovare posto nella liturgia.
Qui mi sembra opportuno ricordare l'importanza del celebrante principale e la distinzione che ne deriva. Come più volte ho avuto modo di ricordare la distinzione nelle vesti liturgiche del celebrante, come ben illustrato qui dal prof. Tymister, non è erga presbyterum vel episcopum sed propter Christum! Non si riveste il celebrante principale in funzione di una sua importanza nella Chiesa, o meglio non lo si distingue per ragioni del tutto umane, di privilegio o di semplice dignità nella chiesa universale o particolare, il celebrante principale merita onore e distinzione, anche per la preziosità e l'ornato di tutte le vesti liturgiche perché «il celebrante principale […] rappresenta per la chiesa riunita Cristo come capo del suo corpo mistico». Si tratta quindi non di estetismo ma di atto di fede nella persona di Colui che è presente tramite i suoi ministri. E dove la distinzione non c'è o le vesti non sono curate e dignitose per la loro corrispondenza al mistero altissimo che si celebra, non c'è solo sciatteria, menefreghismo e pressapochismo ma anche una defezione nell'atto di fede.

In funzione di questo: 

Il celebrante principale compie tutti i gesti e recita tutte le preghiere se non è stabilito diversamente nel rito. I concelebranti fanno e dicono soltanto ciò che è indicato espressamente nelle rubriche (n° 13 e 14). Il Messale Romano del 1970 poi preciserà che i concelebranti recitino sottovoce le parti comuni delle preghiere affinché si senta chiaramente la voce del celebrante principale. In questo modo il popolo intenderà più facilmente il testo.[3]
Secondo quanto accennato in precedenza, il senso teologico della concelebrazione, come si esprime in un solo presbiterio che concelebra con il suo vescovo, in un’assemblea che partecipa attivamente e con ordine alla sinassi e quando possibile con un solo calice, così anche le vesti liturgiche richiedono una riflessione e una scelta di metodo dalle quali traspaia questo senso. Oltre alle vesti del celebrante principale, di cui abbiamo già detto, i camici, le casule, le stole, e nel caso dei concelebranti vescovi anche le mitre, devono essere confezionate in numero sufficiente in base alle necessità e secondo la stessa foggia (modello, stoffa, tonalità di colore e decorazione) proprio per ribadire a livello visivo e non verbale ciò che la celebrazione eucaristica manifesta e la chiesa chiede che sia visibile. Superficialità stilistiche o estetiche su questo punto manifestano non superiorità ma negligenza.
Non si tratta quindi solo di andare in una bottega di vesti liturgiche, significa inserirsi nel solco grande dell'estetica liturgica, del senso stesso della sartoria liturgica che segue tradizioni, principi guida e idee teologiche ben precise. La scelta per le vesti deve essere, soprattutto oggi in questa società così attenta al visibil parlare, attenta, rigorosa, ponderata ed esteticamente rilevante perché da ciò che si vede si possa capire, come in tutto il culto, ciò che si crede. Lo ricordava anche papa Francesco, nella messa crismale del 28 marzo 2013 dicendo tra le altre cose: 


Le vesti sacre del Sommo Sacerdote sono ricche di simbolismi; uno di essi è quello dei nomi dei figli di Israele impressi sopra le pietre di onice che adornavano le spalle dell’efod dal quale proviene la nostra attuale casula: sei sopra la pietra della spalla destra e sei sopra quella della spalla sinistra (cfr Es 28, 6-14). Anche nel pettorale erano incisi i nomi delle dodici tribù d’Israele (cfr Es 28,21). Ciò significa che il sacerdote celebra caricandosi sulle spalle il popolo a lui affidato e portando i suoi nomi incisi nel cuore. Quando ci rivestiamo con la nostra umile casula può farci bene sentire sopra le spalle e nel cuore il peso e il volto del nostro popolo fedele, dei nostri santi e dei nostri martiri, che in questo tempo sono tanti!.
Dalla bellezza di quanto è liturgico, che non è semplice ornamento e gusto per i drappi, bensì presenza della gloria del nostro Dio che risplende nel suo popolo vivo e confortato

Dalle parole citate ci si rende subito conto che la tanto lodata concelebrazione, nella prassi annuale di una parrocchia o di una diocesi - escluse ovviamente le concelebrazioni papali che sono una questione a parte già affrontata da molti compreso il nostro Autore -  risultano di solito scadenti dal punto di vista del gusto liturgico, cioè del sapere, del sapore che le nostre liturgie trasmettono, e anche dal punto di vista teologico. Paramenti scadenti, sporchi, diversi, di taglio non adatto all'azione sacra che si sta svolgendo sono tutti elementi che fanno della concelebrazione un spettacolo spesso non consono. Inoltre, come si nota nelle celebrazioni che raccolgono un gran numero di sacerdoti e vescovi, vedere distinzioni di casule per "autorità" o esponenti della gerarchia ecclesiastica sottolinea una diminutio per i principi di unità che stanno dietro la concelebrazione (OGMR 199)

Alle parole chiarissime dell'Autore aggiungiamo, in ordine pratico, che nelle concelebrazioni di rito romano, i vescovi hanno quasi del tutto perso l'uso della mitra bianca o simplex (CE n. 60), relegata dal senso comune alla celebrazione dei funerali, mentre è l'elemento delle vesti liturgiche, tra l'altro il più semplice e nobile, che se indossato da tutti i vescovi denota immediatamente un senso di unità e serve da solo a distinguere senza necessità di altro.

Prima del Concilio e poi nuovamente con Giovanni Paolo II, il modello di uniformità era dato dai cardinali, tutti dotati della tradizionale mitra detta della "pigna" per il caratteristico ed esclusivo ornato del damasco di confezione. 


La foggia alta della mitra bianca cardinalizia, da indossare in tutte le celebrazioni papali e nei tempi e riti che la prevedevano (Quaresima e funerali...) ha ceduto il passo alla foggia più bassa, di ispirazione medievale riportata in auge durante il pontificato di Giovanni Paolo II.
Dal pontificato di Benedetto XVI ad oggi invece le mitre cardinalizie hanno seguito,nella confezione, un'altra evoluzione e diversi cambiamenti tanto da creare visivamente una frammentazione nelle concelebrazioni cardinalizie per cui molti esponenti del Collegio Cardinalizio indossano le mitre nuove, qualcuno le mitre più basse del pontificato di Giovanni Paolo e alcuni ancora le mitre più alte in uso prima del Concilio.


Può sembrare una disquisizione banale, ma proprio in questi dettagli si riscontra un deficit di ciò che il Concilio stesso ha determinato e che si ritrova nell'OGMR. 




[1] Sacra Congregatio Rituum, «Instructio altera ad exsecutionem Constitutionis de sacra Liturgia recte ordinandam Tres abhinc annos (4 maii 1967)» 27, AAS 59 (1967) 448: “Accedente tamen gravi causa, v. gr. frequentiore concelebrantium numero et deficientia sacrorum paramentorum, concelebrantes, excepto semper celebrante principali, omittere possunt casulam, numquam vero albam cum stola”.
[2] Congregatio pro Cultu Divino, «Redemptionis sacramentum» 124, 584.
[3] Missale Romanum ex decreto Sacrosancto Oecumenici Concilii Vaticani II instauratum auctoritate Pauli PP. VI promulgatum, Institutio generalis 170, ed. typica, Città del Vaticano 1970, 59-60. La disposizione è di carattere pratico, la problematica, invece, ha una connotazione piuttosto teologica. Per la discussione del problema sottostante rimandiamo al commento al rito della concelebrazione inserito nel messale, vedi sotto cap. 5.2.1.6.3 a p. 173.

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