sabato 24 settembre 2016

Pane vivo che dà vita / 3

Propongo ai miei lettori una raccolta di catechesi, divulgative e di primo approccio alla messa. Sperando di fare cosa gradita vi auguro una buona lettura. 


Pane vivo che dà vita. Vivere la Messa / Francesco Bonomo


7. La pace sia con voi 


Prima di accostarci al Corpo e Sangue del Signore il sacerdote compie un altro piccolo gesto. Allarga le sue braccia e rivolto verso i fedeli dice: La pace del Signore sia sempre con voi. Cerchiamo di capire questo invito. Innanzitutto ricordiamo che l’uomo è fatto per la pace e che la pace è un dono che deriva da Dio stesso. Ma ci illuderemmo se cercassimo nel dono che Dio fa della pace, una pace del tutto materiale che sia assenza di guerre, di sofferenze e che corrisponda a un mondo senza pericoli e senza problemi. Queste sono conseguenze di ciò che intendiamo per pace. Il sacerdote nel dire La pace sia con voi non sta dicendo: vi auguro una vita senza problemi, senza guerre e senza sofferenze. La pace del Signore sia sempre con voi significa qualcosa di più. La frase vuole esprimere la convinzione che, dove e quando l'uomo si lascia illuminare dallo splendore della verità, intraprende quasi naturalmente il cammino della pace. Quindi la pace come assenza di conflitti è un significato molto riduttivo. La pace viene dall’ordine stesso che Dio ha stabilito quando creava il mondo. E in quest’ordine esiste un principio di verità che si manifesta e che deve essere seguito dagli uomini se sono desiderosi di giustizia. Allora se riconosco un ordine nella creazione, riconosco che quest’ordine è vero, allora nel preservare per giustizia quest’ordine si trova la pace, che è anche una pace materiale. È vero anche il contrario ovvero se non seguo l’ordine della creazione, non riconosco il vero e scelgo la menzogna, la giustizia passa in secondo piano e la pace non ha più nessun valore. «La pace è un desiderio insopprimibile presente nel cuore di ogni persona, al di là delle specifiche identità culturali. Proprio per questo ciascuno deve sentirsi impegnato al servizio di un bene tanto prezioso, lavorando perché non si insinui nessuna forma di falsità a inquinare i rapporti» (cfr. Bendetto XVI, 1.1.2006).
Nelle parole del sacerdote La pace del Signore sia sempre con voi c’è anche un altro elemento. Quando il giorno di Pasqua gli apostoli erano chiusi nel Cenacolo per paura dei Giudei, il Signore, Gesù risorto appare agli apostoli, mostra loro le sue ferite, e dice Pace a voi. Gesù dice questo ai suoi discepoli, cioè a coloro che di fronte alla sua sofferenza lo hanno rinnegato, sono scappati e non sono stati in grado di essere con lui ai piedi della croce.
Ma Gesù non recrimina, non si presenta davanti a loro per rinfacciare a ognuno le proprie colpe e le proprie infedeltà. Lui si presenta ai suoi apostoli dicendo solamente “Pace”. Quasi a dire “tutto quello che avete fatto o che non avete fatto, ora per me non conta. Per me conta che tra di voi e con voi ci sia la pace”, quella pace che viene dal perdono, dalla sua misericordia e dalla presenza del Signore Gesù tra di noi, Lui che non si scandalizza delle nostre miserie delle nostre infedeltà, della nostra paura di fronte al dolore.
Ascoltare il sacerdote che dice La pace sia con voi è quindi ascoltare Gesù stesso che dopo la sua risurrezione assicura la sua pace e chiede che questa pace non sia vissuta solo per noi, ma sia qualcosa che possiamo comunicare e trasmettere agli altri che ci sono intorno. Ecco perché la Chiesa oggi ci invita a scambiarci un segno di pace, non una semplice stretta di mano ma il desiderio di voler vivere in noi la pace che Gesù ha lasciato per noi.

 

8. Comunione con Lui


Arriva il momento più importante. Si è di fronte al Signore nel suo corpo e nel suo Sangue. Un momento intimo che non può essere rovinato da distrazioni. Prima di fare la comunione, si riconosce la nostra miseria e povertà di fronte al Signore che conosce l’animo dell’uomo e lo accoglie nella verità. Una serie di gesti semplici. Una processione. Il fedele che accede alla comunione si alza dal suo posto e si dirige dal sacerdote. In quei pochi passi è contenuto un mondo. È la realtà di ogni singolo. Quando una persona si alza, per dirigersi verso una meta porta con sé tutto il proprio mondo, la propria esistenza. Si lascia momentaneamente un posto; la direzione, la mèta in questo caso è il Signore. A lui tende la vita del credente, lui è il desiderio del cuore del cristiano. E se non è lui al centro del desiderio che anima e spinge a fare la comunione allora tutto si riduce a un semplice alzarsi, andare e tornare. Niente lo distingue più.
I cristiani non possono permettersi questo. Nel muoversi per raggiungere il sacerdote c’è un vero e proprio atto di fede. Quando il sacerdote mi presenta l’ostia consacrata, il Corpo del Signore, dice Il Corpo di Cristo. E rispondiamo Amen. Non vuol dire “grazie”! Quell’amen corrisponde al Credo! Perché questa parola ebraica ha in sé il significato di affidarsi e di potersi sorreggere su qualcosa di sicuro come la roccia. 

Stefano di Giovanni di Consolo da Cortona, Ultima Cena
Quando il sacerdote mostra l’ostia consacrata e dice Il Corpo di Cristo la mia risposta con l’amen è il voler dire e affermare con fede che sto credendo nel Corpo del Signore, che dico sì a quel cibo che mi nutre e mi dà vita. Si dice: “Sì credo fermamente!” alla presenza viva di Gesù e al suo sacrificio di passione, morte e risurrezione che illumina tutta la mia vita.
Come cristiani diamo il nostro assenso a una vita che si ispira e che vuole seguire il Signore crocifisso e risorto. Tornando a posto si riprende la propria posizione, si ritorna a contatto con la propria realtà personale, se così si può dire, si prende coscienza che ora, dopo aver mangiato e partecipato al sacrificio che Cristo ha fatto di se stesso per la salvezza, quel gesto supremo di amore è anche nella mia vita e si deve chiedere la grazia che non rimanga senza frutto. Così la Prima Comunione è l’inizio di un cammino nuovo con Gesù, l’inizio di «un'amicizia per tutta la vita con Gesù. Inizio di un cammino insieme, perché andando con Gesù andiamo bene e la vita diventa buona» (Benedetto XVI, 15.10.2005).
Vogliamo ricordare che tra i santi, il nome di Giovanni Bosco è quello più legato alla comunione. Nella sua opera di educazione e formazione cristiana dei giovani, insisteva proprio sull’importanza della partecipazione alla messa e alla confessione. Questo perché? Perché egli riteneva che i ragazzi non solo devono sapere di essere amati ma devono anche sentirsi amati e questi due sacramenti assicuravano il mezzo adeguato per trasmettere alle nuove generazione la coscienza dell’amore di Dio per il suo popolo. Diceva infatti:


«Tutti hanno bisogno di fare la s. Comunione: i buoni per mantenersi buoni, ed i cattivi per diventare buoni. Ma prima di accostarvi a ricevere l'adorabile Corpo di Gesù, dovete riflettere se nel cuore siete pronti. Chi ha peccato e non vuol staccarsi dal suo peccato, anche se si è confessato, non è degno di ricevere il Corpo di Gesù; invece di arricchirsi di grazie, si rende più colpevole […] Se invece ci si è confessati con il chiaro proposito di cambiare, accostiamoci pure al pane degli Angeli. Si badi però che la frequenza ai Sacramenti non è, da sola, sicuro indizio di bontà. C'è gente che, pur senza fare sacrilegi, va però con molta tiepidezza e per abitudine a ricevere la Santa Comunione; è la loro stessa superficialità che non permette loro di capire tutta l'importanza di quello che fanno. Per questo non ottengono i frutti della Santa Comunione. Se non potete comunicarvi sacramentalmente, fate almeno la Comunione Spirituale. Di che si tratta? Essa consiste in un ardente desiderio di ricevere Gesù nel vostro cuore» (cfr. P. Zago–A. Villa, Cuore a cuore. Per l'adorazione eucaristica personale e comunitaria, Città Nuova, Roma 2008, 102).

9. Eucaristia e missione 

 

Di solito alla fine della Messa il sacerdote o un diacono possono dire La messa è finita. Andate in pace. Nell'antichità ciò che noi chiamiamo messa, dal latino missa, significava semplicemente «dimissione». Nel mondo cristiano questa parola ha preso un altro significato e quindi non più quello solamente di dimissione ma quello ancor più impegnativo di «missione». Infatti la formula con cui si conclude la Messa sta a indicare che ciò cui si partecipa in chiesa non è qualcosa che rimane chiuso lì. La fede che i cristiani professano nel Dio trinitario non è un qualcosa che si possa vivere solo in una forma privata. Se infatti si vince una partita, una gara importante, un premio desiderato la felicità per il risultato ottenuto spinge in modo irrefrenabile a comunicare a tutti la propria soddisfazione per ciò che si è conseguito. Allo stesso modo se Cristo ha conquistato il cuore del credente, la sua vita non può non essere una vita di annuncio di ciò che per primi si è sperimentato. Quindi quando la Messa è finita per il cristiano inizia il momento difficile della missione di modo che tutto quello che si è sperimentato e vissuto durante la celebrazione si possa poi vivere concretamente nell’esistenza quotidiana.
Dopo la Messa si avverte subito il distacco tra quello che si vive in durante la liturgia e ciò che aspetta ogni credente fuori della porta della chiesa. L’impegno e la speranza è che grazie alla forza ricevuta dalla Parola di Dio e dalla comunione con il Signore, la vita di fede sia una testimonianza viva che si incarna nel quotidiano e non solo un credo professato con le labbra una volta a settimana. Se la fede è anche una scelta personale di adesione al Signore che si rivela questa scelta non si consuma nell’impegno della messa domenicale ma continua e si estende in tutte le pieghe del vissuto settimanale.

Conclusione

 

Nella vita della Chiesa cattolica, l’eucaristia costituisce un tesoro. Si può fare a meno di tante cose ma non si può rinunciare alla Messa e alla sua celebrazione per tutto quello che abbiamo cercato di trasmettere e spiegare in questo piccolo contributo. Siamo convinti della necessità dell’eucaristia a partire dalla testimonianza che i santi, credenti prima di noi, hanno dato su questo. In particolare ricordiamo l’estrema testimonianza di un gruppo di credenti dell’antichità, di un tempo ormai lontano da noi quando ancora gli antichi romani dominavano il mondo. Sotto la loro dominazione c’era anche un piccolo villaggio chiamato Abitene, nell’attuale Tunisia. Lì vivevano un gruppo di cristiani perseguitati per la loro fede da parte dell’imperatore Diocleziano. 


Per suo volere dovevano essere distrutte le sacre Scritture e distruggere i luoghi di riunione dei cristiani. Ma i cristiani di Abitene nonostante il pericolo dovuto alle decisioni imperiali ritenevano necessario celebrare il Signore. E dunque:

 
Arrestati, vennero processati a Cartagine. Non erano accusati per la fede che professavano, ma per l’aver continuato a radunarsi per le sacre celebrazioni. Perché avevano voluto sfidare l’imperatore? Uno di loro rispose con una formula di rara bellezza e profondità: «Non possiamo vivere senza la celebrazione domenicale». Ne nacque un dibattito a più voci, tra il proconsole e quel gruppo di cristiani, tra i quali c’erano anche donne, ragazzi e bambini. Tutti insistevano che la celebrazione della domenica era loro necessaria non soltanto perché li legava a Gesù crocifisso e risorto, ma anche per l’unità delle famiglie e dell’intera comunità. «Sono cristiano e, di mia volontà, ho partecipato all’assemblea domenicale con mio padre e i miei fratelli», disse uno dei bambini. E il sacerdote spiegò al persecutore: «Non lo sai, che è la domenica a fare il cristiano e che è il cristiano a fare la domenica, sicché l’una non può sussistere senza l’altro, e viceversa? Quando senti il nome 'cristiano', sappi che vi è una 'comunità riunita' che celebra il Signore; e quando senti dire 'comunità riunita', sappi che lì c’è il “cristiano”» (A. M. Sicari, Il santo del giorno, in Avvenire 12.2.2012). 

Francesco Bonomo

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