domenica 8 novembre 2015

"Ecco il mio servo che io sostengo" - Riflessioni sul servizio a partire dalla colletta della XXXII domenica del Tempo Ordinario


La XXXII domenica del Tempo ordinario offre alla nostra riflessione una colletta interessante.1 Essa si pone nel mezzo tra l'orazione della domenica precedente e quella della prossima domenica. I tre testi sono incentrati sul servizio.



XXXI
XXXII
XXXIII
Omnipotens et misericors Deus, de cuius munere venit, ut tibi a fidelibus tuis digne et laudabiliter serviatur, tribue quaesumus, nobis, ut ad promissiones tuas sine offensione curramus.
Omnipotens et misericors Deus,
universa nobis adversantia propitiatus exclude, ut, mente et corpore pariter expediti, quae tua sunt liberis mentibus exsequamur

Da nobis, quaesumus, Domine Deus noster, in tua semper devotione gaudere, quia perpetua est et plena felicitas, si bonorum omnium iugiter serviamus auctori.
Dio onnipotente e misericordioso, tu solo puoi dare ai tuoi fedeli il dono di servirti in modo lodevole e degno; fa' che camminiamo senza ostacoli verso i beni da te promessi.
Dio grande e misericordioso, allontana ogni ostacolo nel nostro cammino verso di te, perché, nella serenità del corpo e dello spirito, possiamo dedicarci liberamente al tuo servizio.
Il tuo aiuto, Signore, ci renda sempre lieti nel tuo servizio, perché solo nella dedizione a te, fonte di ogni bene, possiamo avere la felicità piena e duratura.



Come si evince facilmente dallo schema proposto, i testi italiani delle collette costituiscono un gruppo eucologico totalmente differente rispetto all'originale latino, con scelte linguistiche e di traduzione che difficilmente trasmettono il senso degli originali.2

Dalla tabella deriva che le tre collette si compenetrano e offrono una visione generale di quello che è il concetto cristiano del servire. Innanzitutto il servizio, ci dice la colletta della XXXI settimana, viene direttamente da Dio, «tu solo puoi dare ai tuoi fedeli il dono di servirti in modo lodevole e degno»; a lui si chiede quindi di eliminare tutti gli ostacoli, adversantia, che possono impedire di essere pronti per servirlo, expediti; infine la liturgia ci ricorda che di tutte le servitù che possiamo sperimentare solo nell'essere al servizio del Signore «perpetua est et plena felicitas».

Per la colletta dell'odierna domenica, a una prima lettura, sorge il pensiero di un testo inadeguato a suggellare il corrispondente formulario biblico. Eppure credo si possa fruttuosamente ragionare su questa colletta e sul tema del servizio per riuscire a comprendere bene anche le letture dell'anno B di questo giorno festivo.

Nel nostro contributo riteniamo utile seguire la voce servire di un famoso dizionario biblico.3 La prima distinzione utile riguarda le due dimensioni del servizio a) sottomissione a Dio e b) l'asservimento all'uomo, la schiavitù.


La schiavitù

Nell'asservimento all'uomo la distinzione è duplice, a) riguarda lo schiavo che, nel mondo pagano ma anche nella storia successiva fino ai giorni nostri, è l'essere umano degradato ad un livello di totale spogliazione della propria dignità e reso simile ad animali e cose su cui l'uomo, potente, ricco e libero esercita il suo dominio;4 b) l'altra categoria è il servo, espressione che nella Sacra Scrittura è piena di onore: «servo del Signore» ovvero colui che collabora con Dio per la realizzazione del suo disegno di salvezza.5 

A servizio di Dio

I testi biblici presentano quindi un genere di servizio onorifico, per esempio quello di dedizione al re o, tra tutti, il servizio cultuale nel tempio (
leithourghèin). Nell'AT il servizio cultuale si distingue quindi per onore, perché dedicato a Dio stesso in funzione dell'alleanza sancita con il suo popolo e per gli oneri di obbedienza che tale responsabilità porta con sé. Infatti il culto che ha Dio come oggetto è un culto esclusivo. Un riferimento importante è al Deuteronomio ed in particolare al cap. 6. In esso si trova il monito a non cedere alla schiavitù e di dedicarsi solo al servizio di Dio: «Guardati dal dimenticare il Signore, che ti ha fatto uscire dalla terra d'Egitto, dalla condizione servile. Temerai il Signore, Tuo Dio, lo servirai e giurerai per lui» (6,12-13) e in particolare alla citazione che ne fa Gesù stesso nel Vangelo, contro Satana: «Vattene Satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai, a lui solo renderai culto”» (Mt 4,10). Così si delinea la responsabilità di un culto unico e di un onore che non può essere limitato all'estrinsecazione di un servizio liturgico ma che deve poi tradursi in una coerente condotta di vita, quindi non solo per gli addetti al culto, nel contesto i sacerdoti dell'antica alleanza, ma anche per tutti i fedeli, singolarmente e comunitariamente legati al Signore dalla formula dell'alleanza (Es 24,7).6

Il servizio si articola nel culto del Tempio, come offerta di doni e sacrifici da parte dei sacerdoti e nello stesso tempo deve far ricordare che i sacerdoti offrono sacrifici perché li ricevono dal fedele che compie un atto di culto e offrendo si sottomette a Dio assicurando, nella fede di quell'atto, la sua adorazione del Creatore e Signore dell'universo.

Culto e obbedienza. Una questione morale

Per quanto concerne la condotta il vero servizio da assicurare a Dio è il culto a lui dovuto in quanto unico Dio, un'adorazione in “spirito e verità” che si manifesta nella corretta adesione e nell'adempimento dei comandamenti. Questo aspetto del servizio al Signore forse non si percepisce con immediatezza ma ne è l'elemento principale. Come più volte ricorda la Scrittura, l'obbedienza non è una sottomissione passiva quindi servile nella sua accezione dispregiativa ma è libera e volontaria adesione alla volontà di Dio e al suo disegno universale di salvezza. Unire il servizio all'obbedienza significa anche dover accennare alla disobbedienza che l'uomo per fragilità spesso pone in essere. Una disobbedienza che separa da Dio, così come la frattura causata dal peccato ed esclude dal suo servizio ma che allo stesso tempo è diventata la chiave di accesso alla misericordia (Rm 11, 32).7
Per il cristiano che agisce “come” Cristo, egli è il modello dell'obbedienza e del servizio al Padre (Fil 2,11). Per mezzo suo e dell'obbedienza alla sua Parola e alla Chiesa, l'uomo raggiunge la fede.8 Cristo diviene quindi l'unica legge per il cristiano, l'unico
despota/kyrios cui prestare il proprio ossequioso e riverente servizio (At 4,19). In quest'ottica di fede possiamo leggere la seconda lettura di oggi, Eb 9,24-28. Il servizio del culto, quella forma di sottomissione a Dio, è assunta da Cristo che supera i sommi sacerdoti offrendo se stesso una sola volta, lui altare, sacerdote e vittima.

Gesù nel Vangelo parlando del servizio non ha usato categorie differenti da quelle dell'AT ma le ha assunte tutte ricordando che il servizio a Dio è esclusivo, generato, sostenuto e motivato da un amore integrale, che non scende a compromessi. In particolare per il formulario dell'anno B è l'indicazione di Lc 16 quando si parla dell'amministratore infedele e del buon uso del denaro, con il famoso asserto «Nessun servitore può servire due padroni». Il vangelo dell'anno B, Mc 12,41-44, presenta l'episodio dell'obolo della vedova che crediamo si possa interpretare in accordo con la colletta. Alla luce di quanto detto il nostro servizio al Signore si manifesta nell'offerta del culto e nell'obbedienza all'alleanza/comandamenti. L'obbedienza sull'esempio di Gesù, porta ad amare e servire un solo Dio e a rifiutare il padrone dispotico e mentitore, chiamato ricchezza, che promette sempre ciò che non può mantenere. La vedova, elogiata perché non getta nel tesoro quanto ha di superfluo ma quanto ha per vivere sembra quindi un'attuazione della colletta, una sua chiara esemplificazione, perché ella gettando nella cassetta il denaro ha compiuto un gesto di liberazione e di dedizione, «quae tua sunt liberis mentibus exsequamur».9 Ha offerto al Signore quanto ha per vivere e quindi la sua stessa vita, il culmine dell'offerta al Signore, manifestata nella liberalità dei due spiccioli gettati e concretizzabili in una vita di donazione, “come Cristo” che non ha dato del superfluo ma ha elargito la sua stessa vita, in riscatto per molti!10

La colletta quindi non parla di un servizio privilegiato, per i pochi che seguono il Signore nella vita sacerdotale, religiosa e consacrata, ma si riferisce ad ogni cristiano che con il sacramento del Battesimo ha ricevuto un dono di grazia, una nuova veste, un'illuminazione che fa splendere la luce di Dio nelle menti dei credenti, che ha seppellito il peccato nelle acque delle rigenerazione e con essi la schiavitù che ne deriva (cfr. CCC 1216).11 Con il Battesimo siamo al servizio di Dio in Cristo, non con uno spirito da schiavi ma con quello di figli adottivi, chiamati a servire Dio (Gal 4, 3-9).12

Il nostro servizio dunque è un servizio dedicato esclusivamente a Dio e non ad altri, un servizio per Lui che si deve esprimere concretamente, in anima e corpo, nell'osservanza dei comandamenti e nel servizio al prossimo come dono di sé sul modello di Cristo nella consapevolezza che tra le tante onlus e associazioni che assicurano assistenza ai più deboli, il servizio che il cristiano offre al prossimo deriva da Dio (colletta della XXXI domenica TO) risiede nella continua richiesta affinché Egli allontani «ogni ostacolo nel nostro cammino» verso di Lui e perché, in anima e corpo, speditamente, quasi senza affanni «possiamo dedicarci liberamente al Suo servizio».

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1Testo precedentemente assegnato alla diciannovesima domenica dopo Pentecoste, affonda le sue radici nel III libro del Sacramentario Gelasiano, 1234.

2Si veda per esempio l'espressione “serenità del corpo e dello spirito” per cui se facilmente si intende la serenità dello spirito più difficilmente si capisce quale possa essere in un contesto cristiano la “serenità del corpo”. Interessante comunque notare che il servizio di Dio comprende sia la dimensione fisica che quella spirituale così come è stato affermato nel documento della Commissione Teologica internazionale Comunione e servizio, 26-31.

3C. Augrain – M.F. Lacan, «Servire», in X. Leon-Dufour, Dizionario di Teologia biblica, Marietti, Genova-Milano 2012, 1188-1190.

4C. Augrain, «Schiavo», in X. Leon-Dufour, Dizionario di Teologia biblica, Marietti, Genova-Milano 2012, 1165-1167.

5C. Augrain – M.F. Lacan, «Servo di Dio», in X. Leon-Dufour, Dizionario di Teologia biblica, Marietti, Genova-Milano 2012, 1191-1194.

6«Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto».

7«Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti!»

8CCC 143: «Con la fede l'uomo sottomette pienamente a Dio la propria intelligenza e la propria volontà. Con tutto il suo essere l'uomo dà il proprio assenso a Dio rivelatore. La Sacra Scrittura chiama “obbedienza della fede” questa risposta dell'uomo a Dio che rivela».

9Si rammentino le parole di Gesù in Lc 2,49: «Nesciebatis quia his, quae Patris mei sunt, opertet me esse».

10C. Augrain – M.F. Lacan, «Servire», in X. Leon-Dufour, Dizionario di Teologia biblica, Marietti, Genova-Milano 2012,1190.

11«Questo lavacro è chiamato illuminazione, perché coloro che ricevono questo insegnamento [catechistico] vengono illuminati nella mente ». Poiché nel Battesimo ha ricevuto il Verbo, « la luce vera che illumina ogni uomo » (Gv 1,9), il battezzato, dopo essere stato « illuminato », è divenuto « figlio della luce » e « luce » egli stesso (Ef 5,8). II Battesimo « è il più bello e magnifico dei doni di Dio. [...] Lo chiamiamo dono, grazia, unzione, illuminazione, veste d'immortalità, lavacro di rigenerazione, sigillo, e tutto ciò che vi è di più prezioso. Dono, poiché è dato a coloro che non portano nulla; grazia, perché viene elargito anche ai colpevoli; Battesimo, perché il peccato viene seppellito nell'acqua; unzione, perché è sacro e regale (tali sono coloro che vengono unti); illuminazione, perché è luce sfolgorante; veste, perché copre la nostra vergogna; lavacro, perché ci lava; sigillo, perché ci custodisce ed è il segno della signoria di Dio ».


12«Così anche noi, quando eravamo fanciulli, eravamo schiavi degli elementi del mondo. Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l'adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: "Abbà! Padre!". Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio. Ma un tempo, per la vostra ignoranza di Dio, voi eravate sottomessi a divinità che in realtà non lo sono. Ora invece che avete conosciuto Dio, anzi da lui siete stati conosciuti, come potete rivolgervi di nuovo a quei deboli e miserabili elementi, ai quali di nuovo come un tempo volete servire?».

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