domenica 22 novembre 2015

Cristo regna! Gloria! Alleluia!


Cristo regna! Gloria! Alleluia!

«E perché più abbondanti siano i desiderati frutti e durino più stabilmente nella società umana, è necessario che venga divulgata la cognizione della regale dignità di nostro Signore quanto più è possibile. Al quale scopo Ci sembra che nessun'altra cosa possa maggiormente giovare quanto l'istituzione di una festa particolare e propria di Cristo Re. Infatti, più che i solenni documenti del Magistero ecclesiastico, hanno efficacia nell'informare il popolo nelle cose della fede e nel sollevarlo alle gioie interne della vita le annuali festività dei sacri misteri, poiché i documenti, il più delle volte, sono presi in considerazione da pochi ed eruditi uomini, le feste invece commuovono e ammaestrano tutti i fedeli; quelli una volta sola parlano, queste invece, per così dire, ogni anno e in perpetuo; quelli soprattutto toccano salutarmente la mente, queste invece non solo la mente ma anche il cuore, tutto l'uomo insomma. Invero, essendo l'uomo composto di anima e di corpo, ha bisogno di essere eccitato dalle esteriori solennità in modo che, attraverso la varietà e la bellezza dei sacri riti, accolga nell'animo i divini insegnamenti e, convertendoli in sostanza e sangue, faccia si che essi servano al progresso della sua vita spirituale».

Abbiamo voluto iniziare questo nostro contributo citando le parole di Pio XI che con l’Enciclica Quas primas del 1925 puntava sulla concezione di Cristo Re di tutte le cose e in base a questa riflessione teologica istituiva la festa di nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo, prima del Concilio assegnata all’ultima domenica di ottobre e ora posta alla fine del tempo ordinario come spartiacque e confine ultimo dell’anno liturgico.Il formulario della messa odierna si intesse particolarmente bene con le letture dell’anno B che oggi si chiude. Gli elementi fissi del formulario infatti si arricchiscono della luce che in particolare il Vangelo (Gv 18,33b-37) e le altre due letture offrono ai fedeli. Per analizzare ciò che la liturgia della Chiesa mette dinnanzi a noi fedeli propongo una lettura a partire dall’architettura stupenda del prefazio proprio della messa di Cristo Re. In esso troviamo una sorta di indice tale da poter orientare l’intera riflessione per la festa della regalità del Signore. Riportiamo innanzitutto il testo eucologico:

È veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie sempre e in ogni luogo
a te, Signore, Padre santo,
Dio onnipotente ed eterno.

Tu con olio di esultanza
hai consacrato Sacerdote eterno
e Re dell’universo il tuo unico Figlio,
Gesù Cristo nostro Signore.

Egli, sacrificando se stesso
immacolata vittima di pace sull’altare della Croce,
operò il mistero dell’umana redenzione;
assoggettate al suo potere tutte le creature,
offrì alla tua maestà infinita
il regno eterno e universale:
regno di verità e di vita,
regno di santità e di grazia,
regno di giustizia, di amore e di pace.

Il prefazio pone inizialmente l’accento sull’origine della regalità di Cristo riferendosi propriamente all’olio dell’unzione come più volte descritto nei libri dell’Antico Testamento e poi, più e più, volte ripetuto nella compilazione e applicazione dei rituali medievali di consacrazione regale. Nel riferimento all’olio dell’unzione riconosciamo facilmente il concetto di “unto del Signore” di consacrato e quindi di Messia, ovvero di Cristo.1 La seconda parte riveste per noi un'importanza decisiva. Infatti in essa si parte dal cantare il sacrificio che Cristo ha fatto di se stesso in quanto “immacolata vittima di pace sull’altare della Croce”. L'offerta che Cristo fa di sé sulla croce consiste, nella visione di questo prefazio, nel presentare a Dio un regno di cui si descrivono le caratteristiche. L'elenco del prefazio ci permette di riflettere sulle letture del lezionario festivo secondo una scansione ordinata. 

Candelabro pasquale, Basilica papale di san Paolo fuori le mura

 

  1. Regno eterno e universale

A partire dalla prima lettura di Dn 7,13-14 e dal Salmo responsoriale (92) siamo dinnanzi alla descrizione alla “maestà infinita” di Dio nel suo regno. “A uno simile a un figlio dell'uomo” sono presentati la gloria e l'onore in una totale liturgia di adorazione in cui tutti i popoli della terra si dispongono a servizio di colui che ha «un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto». Il Salmo riprende questa universale glorificazione del re affermando con decisione la sua regalità: «Il Signore regna!», riaffermando, in continuità con l'apocalittica di Daniele, eternità del regno e la stabilità del trono. Di fronte ai re della terra che bramano poteri assoluti e spargono sangue per il consolidamento del trono e del regno, nella storia antica come in quella moderna e contemporanea, la Sacra Scrittura eleva i nostri occhi ad una regalità superiore, non intaccata dalla fragilità e dall'instabilità umana, ma saldamente fissata sulla natura stessa di Colui che regna. Una entusiastica definizione di regalità è suggellata dal Salmo 92: «La santità si addice alla tua casa per la durata dei giorni, Signore». Messaggio che anche l'Apocalisse riprende: «Dice il Signore Dio: Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!» a ribadire che la regalità di Cristo, il Principio e la Fine, è una regalità che non solo si sperimenta nel tempo ma in ogni tempo dell'umano, nel nostro ieri, nel nostro domani e nel nostro oggi. Un regno eterno che abbraccia tutto il tempo. Ma come il prefazio ha indicato questa regalità sontuosa, maestosa e splendente passa attraverso un sacrificio cruento, aspetto che i rituali di incoronazione non colgono. In essi si trova la gloria del re e del suo regno ma non ci sono dichiarazioni di afflizioni o di dolori perché si augura soltanto il “Vivataccompagnato dall'auspicio che siano allontanati i nemici.



  1. Regno di verità e di vita

Tutti gli anni leggiamo il Vangelo di questo ciclo B. La lettura del frammento di oggi è disposta per intero il venerdì santo perché il colloquio con Pilato è una delle parti del Passio secondo Giovanni che la Chiesa ha riservato per la grande celebrazione della passione del Signore. L'Apocalisse definisce il Signore, il testimone e il credente2 ed è quello che si riscontra nel dialogo con Pilato. Alla domanda del procuratore Gesù, già umiliato e offeso dai soldati che si fanno beffa di un re come lui, incoronato di spine e ricoperto di panno rosso, Egli definisce se stesso: «Io sono re». Un re che è «la via, la verità e la vita» che è venuto nel mondo per dare testimonianza alla verità, non un re comparso da qualche nobile famiglia e asceso al potere per spadroneggiare, imporre e sottomettere tutti al suo dispotismo ma un re che non separa la sua esistenza dalla testimonianza, martyr per la verità. L'incontro con Pilato è preludio al sacrificio della vita. Ecco perché il prefazio parla di regno di verità e di vita. In Cristo il dono della vita apre alla dimensione della vita donata fino alla fine, di una vita spesa per la nostra salvezza; la croce è quindi il segno rivelatore della vita di Cristo donata in obbedienza al Padre e per amore degli uomini (1Gv 1,2). Una vita donata che produce nei credenti degli effetti tali (1Gv 5) da renderli un “regno di sacerdoti” (Ap 5,8-10) perché partecipi della sua passione, morte e risurrezione (Rm 6).


  1. Regno di santità e di grazia

«La santità si addice alla sua casa», così canta il Salmo responsoriale. Il Sal 92, un piccolo testo prezioso, apre la serie di salmi sul Regno del Signore che celebrano la sua regalità sul cosmo. Il Salmo è liturgico (sabbatico) destinato a celebrare Dio all'ingresso del giorno santo, il venerdì sera. Il Salmo in ambito cristiano è da subito servito per celebrare nella liturgia, per approfondire nella teologia e rappresentare nell'arte la sovranità di Cristo sull'universo. La grandezza di questa regalità non ci esclude. Noi come popolo di Dio siamo di fronte al Re e ne possiamo gustare la grandezza e dolcezza. Infatti quando il Salmo chiude il suo inno enfatico afferma nell'acclamazione la verità della Torah, degni di fede sono i tuoi insegnamenti, proclama la santità della “tua casa”, quindi del Tempio. Ma come ricordiamo da san Paolo, con il Battesimo noi cristiani siamo Tempio (1Cor 6,19) e la Chiesa è il Tempio di Dio, come spiega Origene nella sua omelia:

«Se noi, secondo l'Apostolo, siamo tempio e casa di Dio, allora la santità della nostra condotta deve essere l'ornamento e lo splendore della Chiesa; se invece si trovano in noi vizi peccati siamo il disonore dell'immondezza, non la bellezza della casa del Signore. La santità si dice la tua casa, Signore. La casa del Signore è la Chiesa. Ma la Chiesa, secondo varie interpretazioni spirituali, è simboleggiata nel diluvio per mezzo dell'arca nella quale, per comando di Dio si moltiplicarono soprattutto gli animali puri. E sebbene vi abbiano abitato bestie diverse, animali impuri accanto a quelli puri, tuttavia gli animali puri si addicevano alla casa del Signore […]»3

Nulla giova di più alla Chiesa della santità dei suoi membri che deriva proprio dall'accoglienza della verità degli insegnamenti (Torah), dalla fedele osservanza della Legge del Signore. Una santità che assicura la stabilità. Il santo, il fedele, è colui che affida tutta la sua vita al Signore, una vita di totale adesione a lui, una conformazione totale sulla quale la Chiesa ha trovato la sua stabilità. Il nugulo di testimoni della fede accertano cha la Chiesa ha le sua fondamenta solide perché basata su Cristo, “pietra angolare” che custodisce la sua Chiesa “per la durata dei giorni”. Da qui comprendiamo perché il regno è di santità e perché il prefazio si riferisce alla grazia senza la quale non ci sarebbe possibilità di conformare a Cristo la propria volontà, il proprio intelletto, la vita stessa.

  1. Regno di giustizia, di amore e di pace.

Il prefazio nella sua ultima parte si comprende meglio alla luce dell'antifona alla comunione «Re in eterno siede il Signore: benedirà il suo popolo nella pace». (Sal 29,10-11). Il tema della pace riempie tutta la liturgia e se ne trova la fonte in Cristo, soprattuto se se ne coglie questo aspetto nei meravigliosi testi eucologici del tempo di Natale. Il regno eterno del Signore è la sua benedizione nella pace, quella pace che il mondo non può dare e che ogni giorno chiediamo nella messa: «Signore Gesù Cristo, che hai detto ai tuoi apostoli: "Vi lascio la pace, vi do la mia pace",  non guardare ai nostri peccati,  ma alla fede della tua Chiesa,  e donale unita e pace secondo la tua volontà». Una promessa e l'assicurazione che Dio compirà la sua protezione sul suo popolo, in quanto Rex pacificus (antifona del Vespro di Natale). Ritorna alla mente san Paolo quando definisce Gesù, pax nostra,4 vero segno della benedizione di Dio sull'uomo.

Candelabro pasquale, Basilica papale di san Paolo fuori le mura
particolare, Cristo deriso dai soldati

  1. Regnavit a ligno Deus

L'antico inno del Vexilla regis, nella forma originale che dopo il Concilio non si canta più a causa di infausti rimaneggiamenti, aveva una strofa che dà il titolo a questo paragrafetto e permette di ricollegare in pochi versi il grande mistero della regalità di Cristo a partire dal suo sacrificio redentivo.5 Alla luce di un regno di Cristo che deriva e si propaga dalla croce, tutto ciò che abbiamo detto fin ora racchiude come in un castone una ideale pietra preziosa ovvero l'antifona d'ingresso, la seconda lettura dell'Apocalisse 1,5-8 e la pericope evangelica, cui abbiamo accennato sopra. L'antifona di ingresso ricompone due brani dell'Apocalisse 5,12 e 1,6 creando questo testo:

Dignus est Agnus, qui occísus est, accípere virtútem et divinitátem et sapiéntiam et fortitúdinem et honórem. Ipsi glória et impérium in sæcula sæculórum.

L'Agnello immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza e sapienza e forza e onore: a lui gloria e potenza nei secoli, in eterno.
Con il riferimento all'Agnello immolato che con il suo sangue salva i credenti ritorniamo al nodo centrale della festa e al dialogo evangelico. La regalità di Cristo si compie nell'immolazione e noi che non siamo abituati a vedere re che si sacrificano per il popolo ne abbiamo uno che regna su di noi proprio perché ha portato fino alla fine il suo ministero di obbedienza al Padre e di totale kenosi di sé, perché «se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). Credo sia suggestivo vedere queste realtà di fede con gli occhi della liturgia. Pensiamo per esempio alla tradizione liturgica bizantina che nella sera delle Palme prescrive che l'icona di Cristo sia intronizzata. In particolare l'icona è quella di Cristo ricoperto del manto rosso, incoronato di spine e con in mano come scettro un'assicella di canna.

L'icona è quella
dello Sposo, un Gesù sereno al colmo della sua umiliazione è colui che presiederà i riti della Grande e Santa settimana. La solennità di quest'atto di intronizzazione ci riporta a tutti i significati della festa della regalità che non fa altro che metterci dinnanzi al Pantocrator, al Cristo che tutto regge, l'onnipotente e che è tale proprio perché i segni della passione non svaniscono nel nulla. L'arte ha rappresentato questa regalità in modi sublimi. Per facilità ci riferiamo solo a due esempi, meravigliosamente espressi nella Basilica papale di san Paolo fuori le mura. Il primo è l'abside in cui sullo sfondo oro si erge la maestosa figura del Cristo Signore seduto in trono. Ma sotto la grandezza del Pantocrator trova posto un altro trono con la croce gloriosi, i segni della passione e un libro, riccamente rilegato e chiuso (Etimasia).
Nella basilica l'altro elemento artistico che richiama la nostra riflessione è la colonna porta cero pasquale. Su di essa in una delle fasce è rappresentata la scena dell'umiliazione di Cristo. La compostezza della scena e la serenità del Signore sono in dissolvenza con il retrostante trionfo dell'abside. Un connubio di arte che riconduce alla medesima verità celebrata sull'altare.
Etimasia dell'abside della Basilica Papale di san Paolo fuori le mura.


1Cristo viene dalla traduzione greca del termine ebraico « Messia » che significa « unto ». Non diventa il nome proprio di Gesù se non perché egli compie perfettamente la missione divina da esso significata. Infatti in Israele erano unti nel nome di Dio coloro che erano a lui consacrati per una missione che egli aveva loro affidato. Era il caso dei re, dei sacerdoti e, raramente, dei profeti.Tale doveva essere per eccellenza il caso del Messia che Dio avrebbe mandato per instaurare definitivamente il suo Regno. Il Messia doveva essere unto dallo Spirito del Signore, ad un tempo come re e sacerdotema anche come profeta. Gesù ha realizzato la speranza messianica di Israele nella sua triplice funzione di sacerdote, profeta e re. L'angelo ha annunziato ai pastori la nascita di Gesù come quella del Messia promesso a Israele: « Oggi vi è nato nella città di Davide un Salvatore che è il Cristo Signore » (Lc 2,11). Fin da principio egli è « colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo » (Gv 10,36), concepito come « santo » nel grembo verginale di Maria. Giuseppe è stato chiamato da Dio a prendere con sé Maria sua sposa, incinta di « quel che è generato in lei [...] dallo Spirito Santo » (Mt 1,20), affinché Gesù, « chiamato Cristo » (Mt 1,16), nasca dalla sposa di Giuseppe nella discendenza messianica di Davide.La consacrazione messianica di Gesù rivela la sua missione divina. « È, d'altronde, ciò che indica il suo stesso nome, perché nel nome di Cristo è sottinteso colui che ha unto, colui che è stato unto e l'unzione stessa di cui è stato unto: colui che ha unto è il Padre, colui che è stato unto è il Figlio, ed è stato unto nello Spirito che è l'unzione ». La sua consacrazione messianica eterna si è rivelata nel tempo della sua vita terrena nel momento in cui fu battezzato da Giovanni, quando Dio lo « consacrò in Spirito Santo e potenza » (At 10,38) « perché egli fosse fatto conoscere a Israele » (Gv 1,31) come suo Messia. Le sue opere e le sue parole lo riveleranno come « il Santo di Dio», CCC 436-438.
2ὁ μάρτυς ὁ πιστός, Ap 1,5
3Origene-Gerolamo, Settantaquattro omelie sul Libro dei Salmi, ed. G. Coppa (Letture cristiane del primo millennio 15. Testi), Edizioni Paoline, Milano 1993, 670.
4«Egli infatti è la nostra pace» (Ef 2,14).

5Inpleta sunt quae concinit David fideli carmine, dicendo nationibus: regnavit a ligno deus.

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