domenica 27 settembre 2015

Inno alla Misericordia - 1

Sembra brutto partire dalle nostre fragilità per parlare di misericordia eppure non esiste misericordia se non c’è perdono dei peccati, almeno nell’accezione comune del concetto. Siamo esseri fragili e caduchi e la nostra capacità spirituale, anche se in grado di raggiungere le più eccelse vette della santità, non può essere separata dalla povertà oggettiva che ci contraddistingue. Il nostro spirito è debole e questo è un discorso che difficilmente oltrepassa il muro del nostro orgoglio. Per questo avremmo dovuto cantare con gioia la strofa del salmo responsoriale della domenica XXVI del Tempo Ordianrio: «Anche dall’orgoglio salva il tuo servo perché su di me non abbia potere; allora sarò irreprensibile, sarò puro da grave peccato» (Sal 18,14). Giorno per giorno si fa esperienza di questa realtà, ma sembra che il vortice della vita quotidiana, l’assoluta mancanza di silenzio in cui siamo immersi e la tracotante fiducia nell’umanità siano i più astuti distrattori per evitarci la fatica e la delusione nel guardaci dentro con verità.
In prossimità dell’anno giubilare dedicato alla misericordia di Dio, credo sia piacevole sfruttare le potenzialità delle collette domenicali della 26° e 27° domenica del tempo Per annum, che a nostro avviso costituiscono il vero inno alla misericordia per questo anno giubilare. A partire dalla nostra premessa, scegliamo di concentrarci su ciò che troviamo in 1 Gv 1, 8-10:
«Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. Se diciamo di non avere peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi».

Si tratta in questo senso di fare verità in se stessi, di mettersi dinnanzi a Dio con il nostro vero stato di vita. Riconoscere i propri peccati è essere nella verità, e qui ricordo il continuo alter ego che la Scrittura e la liturgia applicano alla verità, così come esposto anche nei post precedenti, l’idea di continua identità tra la verità e la luce. Troviamo in sant’Agostino questo parallelo quando, commentando la prima lettera di Giovanni, afferma:
«Se dunque ti confesserai peccatore, la verità è in te, poiché la verità è luce. Non ancora pienamente splende la tua vita, perché vi sono dei peccati; ma ecco, cominci ormai ad illuminarti, poiché riconosci i tuoi peccati. Considera le parole che seguono: “Se confesseremo i nostri delitti, egli è fedele e giusto per condonarceli e purificarci da ogni iniquità” (1 Gv 1, 8-9) […] Si faccia anzitutto la confessione dei peccati: perché nessuno si reputi giusto, e l'uomo che prima non era ed ora è, innalzi la cresta davanti a quel Dio che vede ciò che è. Prima di tutto ci sia dunque la confessione, poi l'amore: che cosa fu detto della carità? La carità copre la moltitudine dei peccati (1 Pt 4, 8). Vediamo se appunto Giovanni non esorti proprio alla carità, in considerazione dei delitti che stanno nascosti dentro le anime. Soltanto la carità elimina i delitti. La superbia invece distrugge la carità, mentre questa toglie i delitti. L'umiltà è collegata alla confessione, per mezzo della quale ci dichiariamo peccatori; ma l'umiltà non è quella per cui ci dichiariamo peccatori soltanto con la lingua; come se, dichiarandoci giusti, non dispiacessimo agli uomini, a causa della nostra arroganza. Questo lo fanno gli empi e i dissennati. Dicono: io so di essere giusto, ma mi conviene dichiararlo davanti agli uomini? Se mi dichiarerò giusto, chi sopporterà questo, chi lo tollererà? Sia nota davanti a Dio la mia giustizia, io tuttavia mi dichiarerò peccatore; non già perché lo sono, ma perché l'arroganza non mi renda odioso. Di' agli uomini ciò che tu sei e dillo a Dio» (Commento alla lettera di Giovanni, omelia 1,6).

    Dopo aver fatto verità su noi stessi e non aver reso Dio un bugiardo, credo si possa accettare di buon cuore il testo della colletta della XXVI domenica del Tempo per annum.
    Il testo della preghiera iniziale si trova nel Sacramentarium Gelasianum vetus n. 1198 nel libro terzo, nella sezione orationes et preces cum canone per dominicis diebus. Nel Gregoriano Paduense si trova nel formulario della V domenica dopo l’Ottava degli Apostoli (XI dom. post Pent.), passa nel Sacramentario Gregoriano Adrianeo Supplemento 1159 (Missae dominicales, XI post Pent.) e si trova assegnato alla X domenica dopo Pentecoste nel Messale di Trento.
    L’amplificazione dell’invocazione introdotta dalla relativa ci dice che Dio manifesta la sua onnipotenza perdonando e soprattutto avendo misericordia. Qui si declinano due aspetti legati all’onnipotenza di Dio e al suo manifestarsi.
Le Scritture ci vengono in aiuto per capire l’onnipotenza di Dio e in particolare ci riferiamo ad un brano della Sapienza che può essere considerato la fonte remota della prima proposizione della colletta: «Sed misereris omnium, quia omnia potes; et dissimulas peccata hominum propter paenitentiam - Hai compassione di tutti, perché tutto puoi, chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento» (Sap 11,23).
Poiché Dio può tutto, in quanto tale, ciò che fa è avere compassione di tutti e di sorvolare sui nostri peccati non per incoraggiarci a continuare nel peccato ma perché il fatto stesso che Egli chiuda gli occhi sul peccato è un’azione finalizzata al nostro pentimento. Non mi pento di ciò che compio solo per la gravità delle mie azioni o per un insulso senso di colpa, ma perché Dio sta sorvolando, sta chiudendo gli occhi sulle mie iniquità; dall’iniziativa di Dio e nella speranza della sua prima azione sanante l’individuo prende forza per rifiutare e respingere il male che ha scelto.
La colletta tiene conto anche di un dato particolare ovvero il riconoscimento della misericordia di Dio e le modalità della sua realizzazione sono chieste come segno di una manifestazione di Dio stesso. Tutta la sacra Scrittura è piena di teofanie e di richieste di “vedere il Signore”. Qui nel testo liturgico possiamo riferirci al Nuovo Testamento e alla sequenza più volte riportata per cui quando Gesù compie miracoli/segni nasce la fede nei discepoli ed il susseguente desiderio e volontà di seguire il Signore.Applicare il dinamismo miracolo/segno-fede-adesione/sequela alla colletta significa prendere coscienza di ciò che la Chiesa crede e di ciò che essa esprime nel suo culto. Lex orandi e lex credendi sono nuovamente evidenti. Dio rimane fedele alla sua alleanza, alla sua essenza, alla sua onnipotenza che si manifesta nella misericordia e nel perdono. Credere in lui e seguire la sua volontà sono la meta di un cammino sostenuto, di una corsa che spinge il fedele, come nello stadio ricordato da Paolo: «Non sapete che, nelle corse allo stadio, tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Però ogni atleta è disciplinato in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona che appassisce, noi invece una che dura per sempre» (1Cor 9,24-25). Alla luce della spiegazione paolina si può intendere il cammino proposto dalla colletta. La traduzione italiana perde il verbo latino currentes perché si parla di “camminare”
«O Dio, che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono, continua a effondere su di noi la tua grazia, perché, camminando verso i beni da te promessi, diventiamo partecipi della felicità eterna».

Deus, qui omnipoténtiam tuam parcéndo máxime et miserándo maniféstas, multíplica super nos grátiam tuam, ut, ad tua promíssa curréntes, cæléstium bonórum fácias esse consórtes. Per Dominum.

Si tratta secondo san Paolo e secondo la Liturgia, di correre verso i beni promessi, verso ciò che Dio ha manifestato nella storia della salvezza. Il fine di questa corsa è, nella dimensione escatologica, il raggiungimento dei beni celesti nella consapevolezza serena e gioiosa di essere consortes, cioè di non essere in corsa da soli e di non tendere verso una meta unica e raggiunta da uno solo. Qui c’è la Chiesa, il suo essere ecclesia, la comunione tra la chiesa dei credenti e quella dei beati, nostra speranza perché ci hanno preceduto. Potremmo dire che solo aver usato quel consortes vuol dire manifestare l’onnipotenza di Dio, perché coloro che già pregustano le realtà del cielo sono coloro che prima di noi, e con noi, hanno fatto verità nelle proprie esistenze, hanno riconosciuto l’azione misericordiosa e gratificante di Dio che perdona e sono coloro che accolgono e accompagnano nella dimensione altra in Dio.
    Brevemente ci soffermiamo su un inciso basilare del testo eucologico. Nel Missale Romanum del 1970 si è ritornati alla versione del GeV 1198 per cui troviamo la formula: multíplica super nos grátiam tuam. Il testo italiano ha preferito la locuzione “continua ad effondere” ma qui il latino ricorre alla matematica e impiega multiplica, certo con il senso di “in continuazione”. L’oggetto di questa azione divina è la grazia. Non possiamo qui riprendere il trattato de gratia, ma seguendo il Catechismo della Chiesa cattolica, nel contesto della colletta possiamo ricordare due aspetti.
1. «La grazia dello Spirito Santo ha il potere di giustificarci, cioè di mondarci dai nostri peccati e di comunicarci la giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo e mediante il Battesimo» (CCC 1987);

Inoltre la grazia effusa su di noi ottiene dei risultati concreti tra cui:
2. «La prima opera della grazia dello Spirito Santo è la conversione, che opera la giustificazione, secondo l'annuncio di Gesù all'inizio del Vangelo: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino” (Mt 4,17). Sotto la mozione della grazia, l'uomo si volge verso Dio e si allontana dal peccato, accogliendo così il perdono e la giustizia dall'alto. “La giustificazione [...] non è una semplice remissione dei peccati, ma anche santificazione e rinnovamento dell'uomo interiore”. (CCC 1989)

Chiudo ricordando le parole di papa Benedetto XVI nell’Udienza generale del mercoledì delle ceneri della Quaresima del 2010. Parlando della Quaresima che stava per iniziare egli spiegò la conversione e nelle sue parole ritroviamo molto di ciò che in queste righe abbiamo cercato di spiegare:
«Il primo richiamo è alla conversione, parola da prendersi nella sua straordinaria serietà, cogliendo la sorprendente novità che essa sprigiona. L’appello alla conversione, infatti, mette a nudo e denuncia la facile superficialità che caratterizza molto spesso il nostro vivere. Convertirsi significa cambiare direzione nel cammino della vita: non, però, con un piccolo aggiustamento, ma con una vera e propria inversione di marcia. Conversione è andare controcorrente, dove la “corrente” è lo stile di vita superficiale, incoerente ed illusorio, che spesso ci trascina, ci domina e ci rende schiavi del male o comunque prigionieri della mediocrità morale. Con la conversione, invece, si punta alla misura alta della vita cristiana, ci si affida al Vangelo vivente e personale, che è Cristo Gesù. E’ la sua persona la meta finale e il senso profondo della conversione, è lui la via sulla quale tutti sono chiamati a camminare nella vita, lasciandosi illuminare dalla sua luce e sostenere dalla sua forza che muove i nostri passi. In tal modo la conversione manifesta il suo volto più splendido e affascinante: non è una semplice decisione morale, che rettifica la nostra condotta di vita, ma è una scelta di fede, che ci coinvolge interamente nella comunione intima con la persona viva e concreta di Gesù. Convertirsi e credere al Vangelo non sono due cose diverse o in qualche modo soltanto accostate tra loro, ma esprimono la medesima realtà. La conversione è il “sì” totale di chi consegna la propria esistenza al Vangelo, rispondendo liberamente a Cristo che per primo si offre all’uomo come via, verità e vita, come colui che solo lo libera e lo salva. Proprio questo è il senso delle prime parole con cui, secondo l’evangelista Marco, Gesù apre la predicazione del “Vangelo di Dio”: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15)»

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