lunedì 3 agosto 2015

La Pasqua nelle domeniche ordinarie - 3

La colletta della XV domenica del Tempo Ordinario, anticamente destinata per i suoi temi alla III domenica dopo Pasqua, è un concentrato di suggestioni estese e profonde.

Come sempre in questo spazio, presentiamo solo alcuni dettagli dell' immensa mole di significati e di piste di approfondimento.

La colletta ha la sua fonte nel Sacramentario Veronese n.75, collocata nel mese di aprile. Da qui è migrata nel Gelasianum Vetus n. 546, nel tempo pasquale, «dominica IIa post clausum Paschae» e poi nell’Hadrianeum 1117 fino alla riforma conciliare del Messale che l’ha assegnata anche al lunedì della III settimana di pasqua.
Il testo latino, originale o attuale, suscita nelle orecchie un piacere particolare dovuto alla stilistica del testo che, per ovvi motivi, in traduzione si perde. Ma la forza dei contenuti non diminuisce.
O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità, perché possano tornare sulla retta via, concedi a tutti coloro che si professano cristiani di respingere ciò che è contrario a questo nome e di seguire ciò che gli è conforme. Per il nostro Signore...

Deus, qui errántibus, ut in viam possint redíre, veritátis tuæ lumen osténdis, da cunctis qui christiána professióne censéntur, et illa respúere, quæ huic inimíca sunt nómini, et ea quæ sunt apta sectári. Per Dóminum.

Leggendo la preghiera viene in mente un passo della Sapienza:
«Allora il giusto starà con grande fiducia di fronte a coloro che lo hanno perseguitato e a quelli che hanno disprezzato le sue sofferenze. Alla sua vista saranno presi da terribile spavento, stupiti per la sua sorprendente salvezza. Pentiti, diranno tra loro, gemendo con animo angosciato: «Questi è colui che noi una volta abbiamo deriso e, stolti, abbiamo preso a bersaglio del nostro scherno; abbiamo considerato una pazzia la sua vita e la sua morte disonorevole. Come mai è stato annoverato tra i figli di Dio e la sua eredità è ora tra i santi? Abbiamo dunque abbandonato la via della verità, la luce della giustizia non ci ha illuminati e il sole non è sorto per noi. Ci siamo inoltrati per sentieri iniqui e rovinosi, abbiamo percorso deserti senza strade, ma non abbiamo conosciuto la via del Signore. Quale profitto ci ha dato la superbia? Quale vantaggio ci ha portato la ricchezza con la spavalderia? Tutto questo è passato come ombra e come notizia fugace. I giusti al contrario vivono per sempre, la loro ricompensa è presso il Signore e di essi ha cura l’Altissimo» (5, 1-9.15).

    Il capitolo appartiene a ciò che gli esegeti identificano con il tema della “prova del giusto”, del giusto perseguitato dagli empi, da ricollegare ovviamente ai “canti del Servo del Signore” di Isaia e che noi leggiamo nella domenica delle Palme, nei successivi primi tre giorni della settimana santa, per concludere con la lettura del carme più esteso come prima lettura della celebrazione della passione al Venerdì santo. In particolare il testo di Sap 5 ci riporta di fronte alla grande scena del giudizio escatologico in cui l’empietà si umanizza e si erge per condannare gli empi confusi a causa delle opere compiute (cfr. G. Bellia - A. Passaro, Il libro della Sapienza. Tradizione, redazione, teologia, Città Nuova, Roma 2004, 175-190). Nel brano colpisce il mea culpa: 
«Abbiamo dunque abbandonato la via della verità, la luce della giustizia non ci ha illuminati e il sole non è sorto per noi. Ci siamo inoltrati per sentieri iniqui e rovinosi, abbiamo percorso deserti senza strade, ma non abbiamo conosciuto la via del Signore»
Giotto, giudizio universale, 1306

Affresco, 1000 x 840 cm - Controfacciata della Cappella degli Scrovegni, Padova, Italia

E qui si trova una fonte biblica della prima parte della nostra colletta. In essa si parla di “abbandonare la via”, quindi dell’erranza, dell’essere lontani dal Signore per aver scelto sentieri che allontanano da lui. Il tema è prevalentemente scritturistico come possiamo vedere facilmente, sfogliando le voci di una concordanza biblica. Miriadi di versetti che si rincorrono uno con l’altro per affermare sempre che il peccato non è l’ultima parola! La nostra umanità di fronte al trascendente non resiste, non riesce a mantenere la rotta soprattutto quando si dà voce al mondo e alle sue frammentazioni, che hanno proprio la capacità di distogliere dall’Uno, come diceva Plotino. E l’umano cade nella frammentazione, non riesce a mantenere una sola via. Ma la Sacra Scrittura e la Liturgia in questo caso, in cui Dio è soggetto di un’azione nei confronti di coloro che vagano senza meta, ricordano che l’erranza corrisponde all’errore e che nel gioco di composizione del testo Dio mostra la luce della sua verità per diradare le tenebre dell’errore. Sembra allora un errare su vie tortuose e buie. Ricordiamo che l’Inferno dantesco è un luogo buio, perché senza Dio.
Risuona il Salmo 43 quando chiede: «Manda la tua luce e la tua verità: siano esse a guidarmi, mi conducano alla tua santa montagna, alla tua dimora».

Il tema pasquale della luce che abbiamo affrontato più sopra,  si articola e declina qui con la verità.
Si denotano le caratteristiche morali dell’opposizione tra verità/luce e i lemmi contrari di tenebra/errore come nel quarto Vangelo: «Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio» (Gv 3,21)  e si scorge la speranza che l’orazione infonde.



La preparazione del cero durante il lucernario della Veglia pasquale. Londra, The Brompton Oratory 2015
Da quando è stata composta questa colletta, la Chiesa chiede con continuità che Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità, perché possano tornare sulla retta via. Lo zelo missionario, l’impegno ascetico, la vita cristiana integrale, la spiritualità cristiana, oserei dire, si fonda e si basa sui concetti espressi dal testo liturgico, in un continuo chiedere che Dio ci illumini con la sua verità, che è Cristo, «io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6), con la sua Parola perché «Ho scelto la via della fedeltà, mi sono proposto i tuoi giudizi» e ancora perché «Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino» (Sal 119, 30; 105). Il tutto per ricordare che chi è nell’errore, chi vaga sui sentieri lontani dal Signore, non è condannato a questa lontananza bensì sempre viene offerta la nuova possibilità di riprendere luce, di seguire la verità e di riconquistare la retta via.

Suggestivo in merito è il salmo 113 A dell’Hallel «Esodico e pasquale, usato appunto nella liturgia sinagogale (e cristiana) dell’ottava di pasqua. Un carme musicale, ritmico, armonico e quasi processionale» (G. Ravasi, Il libro dei Salmi. Commento e attualizzazione, III, Edizioni Dehoniane, Bologna 2008, 348), variamente impiegato dalla liturgia pasquale, che troviamo citato nel Purgatorio dantesco (II, 46; cfr. Epistola XIII a Cangrande della Scala), con il suo senso di pellegrinaggio, di dispersione nel deserto per poi essere ricondotti alla terra promessa.

Il testo eucologico si ferma poi sulla conseguenza pratica della petizione. Chiedere a Dio di mostrarci la luce della sua verità per poter riconquistare la retta via cosa significa? La liturgia spiega cosa praticamente si deve fare per seguire la luce della verità che è Cristo stesso. In un testo così breve per genere letterario, senza mezzi termini, si afferma ciò che 1Tm 6,11 dichiarava:
«Ma tu, uomo di Dio, fuggi queste cose; tendi alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni».

Insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica (185) che
«chi dice: « Io credo », dice: « Io aderisco a ciò che noi crediamo» e inoltre «La prima “professione di fede” si fa al momento del Battesimo. Il “Simbolo della fede” è innanzi tutto il Simbolo battesimale. Poiché il Battesimo viene dato “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,19), le verità di fede professate al momento del Battesimo sono articolate in base al loro riferimento alle tre Persone della Santa Trinità».  
Ecco perché il testo ha una natura pasquale, perché in esso si riscontra lo stesso centro della professare la fede che viene dal Battesimo stesso.
    La comunione nella fede richiede un linguaggio comune della fede, normativo per tutti e che unisca nella medesima confessione di fede». Fare la propria “bella professione di fede” rimanda a coloro che christiána professióne censéntur  in due ordini di azioni.
    Il primo modo di essere cristiani di rendere ovvero reale la propria professione di fede davanti a molti testimoni è dato dal verbo respúere. Respingere è un atto di forza, e ha come oggetto tutto il male possibile: il cristiano è quindi chiamato a rigettare, rifiutare, ostacolare, buttar via, porre resistenza a tutto ciò che è un compromesso con il male. Si parla di nemici, di respingere quae huic  inimica sunto nomini e i nemici non si respingono nella rilassatezza delle proprie convinzioni morali o nella quiescenza di un senso religioso annacquato o conformista. Leggere il testo nel suo contesto storico vorrebbe dire ricondurlo alla strenua resistenza messa in atto dai cristiani alla seduzioni del paganesimo e in un tempo di conversioni dal paganesimo alla fede cristiana, la tentazione di mischiare le due esperienze religiose o di tendere nella vita più alle pratiche pagane che a quelle cristiane, può dar ragione dei termini decisi impiegati (in particolare si veda B. Capelle, Messes du pape s. Gélase dans le sacramentaire léonien Revue Bénédectine 56 (1945/46) p. 12-41; Gélase Ier, Lettre contre les Lupercales et dix-huit messes du Sacramentaire léonien, a cura di G. Pomarès (Sources chrétiennes 65), Éditions du Cerf, Paris 1959, 82 in particolare).   

Se nella nostra christiana professione questo non c’è, viene meno automaticamente anche il verbo  censeor, ne viene meno quindi l’essenza stessa della professione e dell’essere cristiano. Non a caso nella veglia pasquale, nella liturgia battesimale il vescovo chiedere ai catecumeni di rinunciare  e come ovvio non si tratta solo di rispondere a delle domandina ben formulate che il celebrante propone ma si tratta di esprimere con la parola quello che quotidianamente poniamo in essere. 

In positivo, quale conseguenza, chi si professa cristiano deve essere soggetto del verbo seguire. Ma cosa seguire? Quae sunt apta! Tutto ciò che è adatto, conforme alla scelta che si è fatta pronunciando il Credo.
Ancora san Paolo amplifica il senso di questo verbo quando elenca cosa bisogna ricercare in Fil 4, 8:
«In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri. Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, è quello che dovete fare. E il Dio della pace sarà con voi!»

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