domenica 12 luglio 2015

La Pasqua nelle domeniche ordinarie - 2

Nel nostro linguaggio comune il concetto espresso dalla parola “gioia” ha subito diverse accezioni e nel suo senso originale è poco usata o inflazionata. In certi contesti si ha quasi un timore reverenziale per la gioia che non si esprime e non si pronuncia. Regole non scritte in una società  particolare come la nostra. 
Su questo tema la mente richiama facilmente  san Francesco e la sua esultanza prorompente, dilagante, massiccia, un senso di felicità “terrena” come è stata definita da J. Le Goff, che ha però la sua origine e il suo fondamento in ciò che terreno non è. E una tale manifestazione,  era e sarebbe vista, inevitabilmente, come eccessiva, eccentrica e forse anche come segno di una patologia.

Soprattutto nel nostro mondo contemporaneo la gioia terrena, per rimanere sulla citazione precedente, è terrena perché oltre a manifestarsi nella concretezza del nostro mondo in cui è radicata, vincolata e spesso rinchiusa, ha un valore personalistico e profondo che spesso non viene esternato o  è ben celato. Almeno nel mondo degli adulti, perché in quello dei bambini l'esultanza è qualcosa da gridare, da far sapere a tutti, da mostrare a chiunque passa. Poi si diventa grandi e si capisce che la propria soddisfazione e contentezza forse non suscita gli stessi sentimenti nell’interlocutore, perché può dare adito a gelosie, invidie e divisioni. La felicità per un giocattolo nuovo può essere accolta positivamente o negativamente dai coetanei; l'appagamento per un avanzamento di carriera, di promozione o di conquista di una carica importante difficilmente suscitano un consenso festoso comune  in tutti i "non avanzati in carriera", i "non promossi" o in coloro che "non hanno ricevuto cariche", magari agognate.

Così la poesia, la musica e tutte le forme di espressione artistica hanno cercato di dare una definizione della gioia attraverso il filtro delle esperienze degli autori. Cito per esempio l’Ode alla gioia di F. Schiller, poi immortalata dalle note del famoso Inno alla gioia di Beethoven o, per rimanere nel moderno, la meno imponente canzonetta dei Modà, intitolata Gioia. Pochi concetti molto chiari che si riassumono semplicemente nel ritornello della composizione:
“Eppure gioia,
se penso che son vivo,
anche in mezzo al casino.
Eppure gioia,
se penso che da ieri,
io sono ancora in piedi”.

La felicità terrena realizzata con la chiara consapevolezza di essere vivi, ancora al mondo.

Alla gioia terrena di Le Goff o dei Modà vorrei affiancare alcune idee che possano ispirare e dirigere l’attenzione sulla gioia “celeste” e il punto di partenza è la colletta della XIV domenica del Tempo Ordinario.
O Dio, che nell'umiliazione del tuo Figlio hai risollevato l'umanità della sua caduta, donaci una rinnovata gioia pasquale, perché, liberi dall'oppressione della colpa, partecipiamo alla felicità eterna.

Deus, qui in Fílii tui humilitáte iacéntem mundum erexísti, fidélibus tuis sanctam concéde lætítiam, ut, quos eripuísti a servitúte peccáti, gáudiis fácias pérfrui sempitérnis.

Si tratta di un testo presente nelle fonti romane (Gelasianum Vetus 541 e Gregorianum Hadrianeum 1114) e assegnato alla domenica dopo l’ottava di Pasqua. La colletta è stata ritoccata e nel messale attuale si trova nel tempo ordinario e nel tempo di Pasqua (lunedì della IV settimana di Pasqua). In effetti, anche con gli interventi dei riformatori, la colletta è di natura pasquale e si comprende bene solo nel suo contesto pasquale. Infatti, dopo aver parlato della luce, concezione predominante dell’orazione precedente, qui si coglie quel riferimento continuo che quasi tutti i testi pasquali fanno all’espressione della gioia come per esempio il quapropter profusis paschalibus gaudiis, quasi un ritornello che conclude tutti i prefazi di Pasqua.
In che cosa consiste e da dove viene la gioia di cui parla la liturgia? Scaturisce e deriva dalla dalla Pasqua perché vivere la passione e morte del Signore significa vivere anche la sua risurrezione ed entrare a far parte del suo mistero di salvezza come ascoltiamo nella benedizione solenne del tempo pasquale che nella seconda invocazione dice:
«Voi che dopo i giorni della passione, celebrate con gioia la risurrezione del Signore, possiate giungere alla grande festa della Pasqua eterna».
Andrea da Firenze, Risurrezione, 1366-67
affrescoCappellone degli Spagnoli, Santa Maria Novella, Firenze

    Da credenti che in Cristo troviamo la nostra sorgente viva e il modello cui conformarci, la gioia aumenta e si estende alla vita quotidiana proprio perché sappiamo e crediamo di essere 

«Stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce; voi, che un tempo eravate non-popolo, ora invece siete il popolo di Dio; voi, un tempo esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia» (1Pt 2, 9-10).

Ecco la gioia di san Francesco e di tutti i santi che in vario modo hanno manifestato o testimoniato la realtà di essere persone colme di gioia perché hanno incontrato Cristo, crocifisso e risorto per la nostra salvezza.

Alessandro Manzoni nel suo inno Risurrezione ha descritto con un climax ascendente proprio questa dimensione gioiosa impiegando tre termini differenti per poi giungere alla proclamazione della gioia:
«Lunge il grido e la tempesta
De’ tripudi inverecondi:
l’allegrezza non è questa
di che i giusti son giocondi;
ma pacata in suo contegno,
ma celeste, come segno
della gioia che verrà».

Una felicità non più infantile, non solo paventata o basata su ciò che non dura ma la profonda consapevolezza di essere partecipi di un disegno di salvezza, di un destino di eternità non solo raccontato ma vissuto e realizzato da generazioni di credenti che ci hanno preceduto “nel segno della fede”.
    La colletta esprime questo tipo di schema. Nell’amplificazione dell’invocazione Dio è definito come colui che ha risollevato il mondo nell’abbassamento del suo Figlio. Con una  perfetta scelta stilistica e teologica nel parlare del risollevamento del genere umano per mezzo dell’umiliazione/abbassamento/kenosi del Figlio di Dio, la composizione conduce al centro del mistero di Cristo, alla sua passione subita pro nostra omniumque salute come indicato nel Qui pridie proprio del Giovedì santo.
    Si chiede poi a Dio di concedere ai fedeli la santa gioia - sanctam laetitiam e che “liberi dall'oppressione della colpa, partecipiamo alla felicità eterna”. La santa gioia sta nel contemplare il volto sfigurato e trasfigurato di Cristo, la scena del mattino di Pasqua in cui la Maddalena non riconosce de visu il Signore ma solo dopo aver sentito pronunciare il suo nome la gioia e lo stupore prorompono nel Rabbuni, dei discepoli di Emmaus che lo riconobbero nello spezzare il pane e di coloro che lo hanno visto e ascoltato mentre mangiava con loro sulle rive del lago dopo la risurrezione. Esultanza per la presenza del risorto e nello Spirito, dopo l’Ascensione. Giubilo che in Cristo abbraccia tutte le dimensioni del tempo. Il passato in cui si contempla il proprio essere risollevati dal peso opprimente delle colpe portate sulla croce. L'entusiasmo del presente, nell'oggi/hodie che sempre la liturgia proclama, perché oggi il Signore è risorto, nella serena e fiduciosa certezza di un Dio che non abbandona il suo popoli; infine la gioia futura, avendo coscienza di una vita che è orientata come impariamo gradualmente nelle celebrazioni domenicali e come è suggerito nell’itinerario tracciato dal prefazio delle domeniche ordinarie n. 10:

«Oggi la tua famiglia,
riunita nell’ascolto della parola
e nella comunione dell’unico pane spezzato,
fa memoria del Signore risorto
nell’attesa della domenica senza tramonto,
quando l’umanità intera
entrerà nel tuo riposo.
Allora noi vedremo il tuo volto
e loderemo senza fine
la tua misericordia».

Giotto di Bondone, Scene della vita di Cristo: Risurrezione
1304-06, affresco, 200 x 185 cm
Cappella Scrovegni, Padova

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