sabato 4 luglio 2015

La Pasqua nelle domeniche ordinarie - 1

Nella XIII settimana del tempo ordinario la Chiesa ci pone tra le labbra una colletta raffinata nella sua elaborazione, ricca di rimandi suggestivi e particolarmente delicata nel modo in cui è stata composta almeno nell’originale latino che non ha corrispondenze soddisfacenti nella traduzione italiana.
Deus, qui, per adoptiónem grátiæ,
lucis nos esse fílios voluísti,
præsta, quæsumus,
ut errórum non involvámur ténebris,
sed in splendóre veritátis semper maneámus conspícui.
Per Dóminum.

O Dio, che ci hai reso figli della luce
con il tuo Spirito di adozione,
fa’ che non ricadiamo nelle tenebre dell’errore,
ma restiamo sempre luminosi
nello splendore della verità.

Vorremmo offrire al lettore alcune piste di riflessione su diversi elementi che a nostro avviso sono decisivi per fermarsi a gustare questo testo.

Il primo concerne il concetto di figliolanza adottiva espresso variamente nel Nuovo Testamento e dalla teologia paolina. Per questo tema, e per i successivi, la colletta possiede e rimarca argomenti di natura pasquale tanto da poterla ascrivere, come quelle delle successive domeniche fino alla XVI del Tempo “per annum”, allo stesso tempo di Pasqua.
Santa Maria in Cosmedin, porta cero pasquale


Sull’espressione adoptionis gratiae possiamo ricordare primariamente che il Cristo è l'“unto” dallo Spirito, il Consolatore che ha inviato ai credenti. Ricordando che siamo filii in Filio, riconosciamo che la missione dello Spirito è propriamente quella di unirci a Cristo e di poter conformare tutta la nostra esistenza di figli adottivi al modello dell’unico Figlio. Come afferma Paolo dobbiamo invocare e gridare “Abba, padre” e possiamo fare questo solo nello Spirito, che l’Apostolo stesso definisce «Spirito da figli adottivi» (Rm 8,15; Gal 4,6). 
Il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega in merito:
«È per questa potenza dello Spirito che i figli di Dio possono portare frutto. Colui che ci ha innestati sulla vera Vite, farà sì che portiamo il frutto dello Spirito che «è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22-23). Lo Spirito è la nostra vita; quanto più rinunciamo a noi stessi, tanto più lo Spirito fa che anche operiamo. “Con lo Spirito Santo, che rende spirituali, c'è la riammissione al paradiso, il ritorno alla condizione di figlio, il coraggio di chiamare Dio Padre, il diventare partecipe della grazia di Cristo, l'essere chiamato figlio della luce, il condividere la gloria eterna”(San Basilio Magno, Liber de Spiritu Sancto, 15, 36: SC 17bis, 370 (PG 32, 132)». (CCC 763).

L’adozione è una grazia, dono gratuito, realtà non raggiungibile con le forze umane e per mezzo della volontà. Tutto sta quindi nel voler accogliere il dono di grazia che promana dal Battesimo, non come un rito confinato nei ricordi ma nella reviviscenza sacramentale di un rito con cui la Chiesa ha sancito la nostra figliolanza. Un rito in un tempo determinato ma che necessita di rendersi attivo e presente in un tempo continuato, che rende la persona consapevole della propria chiamata e mediante lo Spirito vivifica il rapporto con il Signore, nel dialogo con Lui realizzato nella preghiera, privata e pubblica, che la Chiesa offre.
 
Momento della Veglia Pasqule, Lucernario.

Al centro della vita di fede e della liturgia che la celebra si staglia la veglia Pasquale e in essa ritorna il sintagma della grazia dell’adozione

1.  nella colletta che si dice dopo la seconda lettura (Gen 22, 1-18 e Salmo 15):

Deus, Pater summe fidélium, qui promissiónis tuæ fílios diffúsa adoptiónis grátia in toto terrárum orbe multíplicas, et per paschále sacraméntum Abraham púerum tuum universárum, sicut iurásti, géntium éfficis patrem, da pópulis tuis digne ad grátiam tuæ vocatiónis intráre.

O Dio, Padre dei credenti, che estendendo a tutti gli uomini il dono dell'adozione filiale, moltiplichi in tutta la terra i tuoi figli, e nel sacramento pasquale del Battesimo adempi la promessa fatta ad Abramo di renderlo padre di tutte le nazioni, concedi al tuo popolo di rispondere degnamente alla grazia della tua chiamata.


2. Nella colletta dopo l’inno del Gloria:

 Deus, qui hanc sacratíssimam noctem glória domínicæ resurrectiónis illústras, éxcita in Ecclésia tua adoptiónis spíritum, ut, córpore et mente renováti, puram tibi exhibeámus servitútem.

O Dio, che illumini questa santissima notte con la gloria della risurrezione del Signore, 
ravviva nella tua famiglia lo spirito di adozione, perché tutti i tuoi figli, rinnovati nel corpo e nell'anima,  siano sempre fedeli al tuo servizio. 


3. Nell’orazione che conclude le litanie dei santi quando ci sono battezzati:

Omnípotens sempitérne Deus, adésto magnæ pietátis tuæ sacraméntis, et ad recreándos novos pópulos, quos tibi fons baptísmatis párturit, spíritum adoptiónis emítte, ut, quod nostræ humilitátis gérendum est mystério, virtútis tuæ impleátur efféctu.

Dio onnipotente ed eterno, manifesta la tua presenza nei sacramenti del tuo amore, manda lo spirito di adozione a suscitare un popolo nuovo dal fonte battesimale, perché l'azione del nostro umile ministero sia resa efficace dalla tua potenza.


L’altra tonalità pasquale è data dal sintagma “figli della luce” - lucis non esse filios voluisti -  citazione da 1Ts 5,5. Questa espressione si articola a nostro giudizio su due dimensioni, quella teologica e quella morale.

Nella dimensione teologica la riflessione si ferma sul valore della luce nell’antico e nel nuovo Testamento. In particolare la colletta rimanda alla realtà di Dio stesso che è luce (Is 40, 19-20; Sap. 7,26). Seguire Dio vuol dire essere nella luce e essere figli della luce, è la conseguenza del Battesimo, photisma o illuminazione, dell’unzione (chrisma) e dell’esserci rivestiti di immortalità (veste bianca). Siamo figli della luce, nuove creature e figli di Dio, perché l’annuncio del Vangelo ha fatto breccia nelle nostre esistenze e abbiamo accolto la chiamata a seguire il Signore Gesù che di ce di sè: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12).

In queste due espressioni bibliche che la liturgia ha fatto sue e incastonato in questi testi eucologici si ribadisce la condizione del cristiano, del battezzato, che è figlio di Dio e in quanto tale è figlio della luce.

Ne deriva la seconda dimensione, quella morale, per cui la luce, segno del giorno e assenza delle tenebre è il simbolo della vita di grazia opposta al cammino e alla vita nelle tenebre, simbolo della lontananza da Dio, dalla sua grazia e dalla Verità. La polarità luce/tenebre costituisce l'orizzonte di senso etico articolato tra bene/male, giusto/sbagliato (errore) vero/falso. Infatti la colletta usa questo ambito per continuare il suo messaggio. Dopo aver chiarito l’essenza del cristiano nella petizione dice: «fa’ che non ricadiamo nelle tenebre dell’errore, ma restiamo sempre luminosi nello splendore della verità». Vivere nella luce, essere figli della luce comporta un continuo confrontarsi con ciò che luce non è. Per questo all’inizio della celebrazione eucaristica chiediamo di non ricadere nelle tenebre dell’errore, della separazione dalla verità, dall’offuscamento di idee, pensieri e stili di vita che non sono “luce” ma “tenebra”, perché il cammino che abbiamo intrapreso con il battesimo non sia un brancolare nel buio più profondo della lontananza dal Signore che dà senso alla nostra esistenza di redenti, ma possiamo rimanere luminosi nello splendore che deriva dalla Verità che non è soggetta a interpretazione ma che è tale per se stessa, nella sua evidenza assoluta. San Paolo e la liturgia ricordano la necessità di vivere da figli della luce, il dovere di avere una coerenza di vita con la fede professata, una vita luminosa come indicato dalle beatitudini: 

«Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5, 14-16).

Nella dimensione teologica, sopra descritta brevemente, rientra anche quella escatologica derivata dall’ultima parte della petizione. I figli di Dio, intesi come figli della luce, destinati allo splendore della verità sono inseriti in una prospettiva escatologica di cui la luce stessa è simbolo. San Paolo parla di “Figli del giorno” che non appartengono «alla notte, né alle tenebre». Come la formula “figli della luce” indica l’essenza e la natura del cristiano, la qualità del suo vivere senza appartenere alle tenebre (figli/Padre), così rimanda alla gloria futura che si dovrà manifestare e in cui i figli per adozione sono inseriti, immagini del resto sancite dagli ultimi capitoli dell’Apocalisse di Giovanni.
Si pensi inoltre ai numerosi tentativi cristiani di descrivere il mondo futuro ultraterreno e alla classica distinzione del Paradiso come regno di luce e, secondo la tradizione classica e ebraica, al regno ctonio caratterizzato dalle tenebre più dense. In questo rimane paradigmatico esempio della Commedia dantesca in cui Dante è chiamato a togliersi dal volto l’oscurità che attecchisce al corpo, al passaggio nel Purgatorio in cui il sole e la luce riprendono il loro posto fino al trionfo di luce nella rosa celeste.

Nelle parole di Agostino si trova tutto il percorso delineato dalla colletta, cui sembrerebbe attingere data la coincidenza di adoptionis gratiae, concetto teologico che l’Ipponate collega intimamente  all’atto di fede in Cristo. Nel discorso 143 sul vangelo di Giovanni (16,7-11) introduce la sua esposizione dicendo:
«La fede in Cristo è la medicina di tutte le ferite dell'anima, e l'unica propiziazione per i peccati degli uomini […] Diventano davvero figli di Dio coloro che credono in lui, in quanto nascono da Dio per la grazia dell'adozione, che è nella fede del Signore nostro Gesù Cristo (In eum quippe credentes, filii Dei fiunt; quia ex Deo nascuntur per adoptionis gratiam, quae est in fide Iesu Christi Domini nostri). Pertanto, carissimi, il medesimo Signore e Salvatore nostro giustamente dice che questo è il solo peccato del quale lo Spirito Santo convince il mondo: non credere in lui. Io - dice - vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada. Se infatti io non me ne sarò andato, non verrà a voi il consolatore; ma se me ne sarò andato, ve lo manderò. E quando sarà venuto egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia, al giudizio. E proprio quanto al peccato, perché non hanno creduto in me, quanto alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato già giudicato» (Serm. 143, 1).

Lumen Christi glorióse resurgéntis díssipet ténebras cordis et mentis.

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