sabato 20 giugno 2015

"Videro le opere del Signore e le sue meraviglie nel mare profondo" (Sal 106)

Di tanti musei che possiamo visitare, molti contengono raffigurazioni di arti e mestieri del mondo antico e medievale. In essi un elemento costante è la nave, il principale mezzo di trasporto dell’antichità. Affascinante nelle sue forme, dalle più semplici alla più elaborate, la nave è stato l’oggetto della fantasia di tanti. Ricordiamo quanta parte ha nell’Iliade e nell’Odissea, nell’Eneide, nella storia e nella mitologia dei popoli del nord, legati vitalmente al mare e alla navigazione, e ancora le navi dei Romani, degli Egizi, dei Fenici e così via. E la storia, ci riporta al Mediterraneo, al Mare nostrum, sul quale si affacciano le culture centro europee e che ancora oggi, tristemente, è solcato di nuovi viaggiatori disperati o senza meta.
Nella simbologia cristiana la nave ha un grande rilievo. Una simbologia non unica, visto che ad essa si associano l’ancora, il porto e il faro. Essendo uno strumento quasi unico per il viaggio, altro elemento ricco di simbologia, la nave, per gli antichi è stata il simbolo, dell’ultimo viaggio. Da ricordare la simbologia delle navi all’interno della Commedia di Dante e quanto la loro presenza sia decisiva almeno nelle prime due cantiche.

A nostro parere, proprio dal Vangelo della dodicesima Domenica del Tempo ordinario B, Mc 4,35-41, la nave (barca) è diventato un simbolo cristiano eloquente: la nave è simbolo della Chiesa e Cristo ne è al comando.

Un esempio di questo si può osservare in un frammento di sarcofago del Museo Pio Cristiano dei Musei Vaticani (IV sec.) in cui si vedono gli evangelisti ai remi (Giovanni, Luca e Marco) e Gesù con loro. Questa nave procede grazie alla presenza di Gesù e va avanti grazie ai rematori (evangelisti) ovvero in base ai quattro Vangeli. Questa è la nostra consolazione! La barca della Chiesa, come spesso diciamo, nonostante tutto, tiene la rotta e non affonda perché c’è il Signore che la governa dal di dentro.
Perché come dice sant’Agostino: 

«Siamo tutti imbarcati sulla nave: alcuni sono addetti alle manovre, altri sono trasportati, ma tutti, comunque, sono in pericolo quando c'è tempesta e tutti si salvano quando giungono in porto […] Che cosa infatti è più profondo del cuore degli uomini? È da qui che il più delle volte si scatenano i venti, e le tempeste delle ribellioni e dei contrasti sconvolgono la nave» (Esp. Salmo 106, 12).

Su questo tenore, intimo, che vede le tempeste nel "cuore" dell'uomo, è anche la Colletta dell’anno B, a scelta. In essa si dice:

Rendi salda, o Signore, la fede del popolo cristiano,
perché non ci esaltiamo nel successo,
non ci abbattiamo nelle tempeste,
ma in ogni evento riconosciamo che tu sei presente
e ci accompagni nel cammino della storia
.




In tutta la storia dell’arte, la nave come simbolo, è stata oggetto di grandiose raffigurazioni, dal mosaico della Navicella su disegno di Giotto fino al simbolo dell’Anno della fede e questo a indicare la grande sensibilità e la profondità con cui tale simbolo è stato visto e interpretato alla luce dei Vangeli.
Un’altro riferimento forte che emerge dal Vangelo di oggi è quello delle acque, in questo caso in tempesta. Le acque e la nave convergono in una composizione tipicamente biblica che rimanda in principio a Noè, all’arca che porta la salvezza degli esseri viventi e alle acque che sovrastano la terra e che gradualmente si ritirano, soggette al volere del Signore che governa sulle acque e segno della sua continua benevolenza con la quale vuol dare vita a questa terra proprio grazie a quel piccolo resto contenuto nell’arca (Gn 6,5-9,17). 
Da qui si vede l’ambiguità della simbologia dell’acqua, vitale e mortale.

In conclusione di questo breve indice sulla simbologia della nave proponiamo un brano di sant’Agostino che credo sia illuminante sul Vangelo proposto dalla liturgia di oggi. Commentando il brano di Lazzaro (Gv 11) Agostino afferma.

«Ti sei esaminato, ti sei riconosciuto colpevole, ti sei detto: ho fatto quel peccato e Dio mi ha perdonato; ho commesso quell'altro e Dio ha differito il castigo; ho ascoltato il Vangelo e l'ho disprezzato; sono stato battezzato e sono ricaduto nelle medesime colpe; che faccio? dove vado? come posso uscirne? Quando parli così, già il Cristo freme perché in te freme la fede. Negli accenti di chi freme si annuncia la speranza di chi risorge. Se dentro di te c'è la fede, dentro di te c'è Cristo che freme: se in noi c'è fede, in noi c'è Cristo. Lo dice l'Apostolo: Per mezzo della fede, Cristo abita nei vostri cuori (Ef 3, 17). La presenza di Cristo nel tuo cuore è legata alla fede che tu hai in lui. Questo è il significato del fatto che egli dormiva nella barca: essendo i discepoli in pericolo, ormai sul punto di naufragare, gli si avvicinarono e lo svegliarono. Cristo si levò, comandò ai venti e ai flutti, e si fece gran bonaccia (cf. Mt 8, 24-26). E' quello che avviene dentro di te: mentre navighi, mentre attraversi il mare tempestoso e pericoloso di questa vita, i venti penetrano dentro di te; soffiano i venti, si levano i flutti e agitano la barca. Quali venti? Hai ricevuto un insulto e ti sei adirato; l'insulto è il vento, l'ira è il flutto; sei in pericolo perché stai per reagire, stai per rendere ingiuria per ingiuria e la barca sta per naufragare. Sveglia Cristo che dorme. E' per questo che sei agitato e stai per ricambiare male per male, perché Cristo nella barca dorme. Il sonno di Cristo nel tuo cuore vuol dire il torpore della fede. Se svegli Cristo, se cioè la tua fede si riscuote, che ti dice Cristo che si è svegliato nel tuo cuore? Ti dice: Io mi son sentito dire indemoniato (Gv 7, 20), e ho pregato per loro. Il Signore ascolta e tace; il servo ascolta e si indigna? Ma, tu vuoi farti giustizia. E che, mi son forse fatto giustizia io? Quando la fede ti parla così, è come se si impartissero comandi ai venti e ai flutti: e viene la calma. Risvegliare Cristo che dorme nella barca è, dunque, scuotere la fede; allo stesso modo Cristo frema nel cuore dell'uomo oppresso da una grande mole e abitudine di peccato, nel cuore dell'uomo che trasgredisce anche il santo Vangelo; Cristo frema, cioè l'uomo rimproveri se stesso. Ascolta ancora: Cristo ha pianto, l'uomo pianga se stesso. Per qual motivo infatti Cristo ha pianto se non perché l'uomo impari a piangere? Per qual motivo fremette e da se medesimo si turbò se non perché la fede dell'uomo, giustamente scontento di se stesso, impari a fremere condannando le proprie cattive azioni, affinché la forza della penitenza vinca l'abitudine al peccato?» (Omelia 49, 19).

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