mercoledì 24 giugno 2015

Le tradizioni del Laterano per la festa del Battista nell'Ordo Officiorum Ecclesiae Lateranensis del Priore Bernardo

Tra le feste del calendario cattolico ha una particolare importanza la solennità della nascita nel precursore e battista Giovanni. Unico dopo Gesù e Maria, Giovanni Battista oltre la festa del martirio, il suo dies natalis, liturgicamente possiede anche l'odierna festa della sua nascita al mondo preceduta da una vigilia. Alla stregua del Natale della Pasqua e delle altre solennità del Signore, nella Chiesa si è sempre celebrata la nascita del più grande tra i nati di donna. Liturgicamente la festa della nascita del Battista è equiparata alle altre grandi feste dell'anno con l'assegnazione, per decreti sinodali o di concili provinciali, di una serie di giorni di digiuno in preparazione alla festa corredata di una celebrazione vigilare, attualmente chiamata "messa vespertina della vigilia", dicitura particolare comune alle solennità dell'Assunzione di Maria dei santi Apostoli Pietro e Paolo, di Pentecoste, Pasqua e Natale.

Tra i libri liturgici della Chiesa latina occidentale, poniamo oggi l'attenzione sul famoso Ordo officiorum ecclesiae Lateranensis di Bernardo  Cardinale e priore del Laterano. Nell’edizione critica dell’Ordo (Bernhardi Cardinalis et Lateranensis Ecclesiae Prioris Ordo officiorum Ecclesiae Lateranensis, ed. L. Fischer (Historische Forschungen und Quellen 2-3), Datterer, München - Freising, 1916) il curatore ci educe sull’antichità dei riti della cattedrale che però rimasero suo patrimonio esclusivo visto che nel resto dell’Urbe non erano in uso, né nei titoli, con liturgia presbiterale propria, né nelle altre basiliche romane, che mantenevano ognuna la propria peculiarità unita alle diverse tradizioni; si pensi alle testimonianze manoscritte del capitolo vaticano, o religiose per via degli ordini che assicuravano lo svolgimento della preghiera oraria in Basilica.


Nel santorale dell’Ordo si trova una lunga sezione per il precursore intitolata semplicemente De sancto Johanne baptista 148 (273).

Bernardo vescovo di Porto, del titolo di san Clemente, dopo un iniziale riferimento all’importanza della festa da esprimersi etiam sollepnis apparatus tam in ornamentis quam in luminaribus ecclesiae possumus, sicut in solempnitatibus Domini reverenter eiusdem nativitati exhibeamus, l’Ordo rifirisce sulla pratica del digiuno, sulla reliquia della clamide di peli di cammello del Battista e poi passa a descrivere le caratteristiche liturgiche della festa.



Il testo sottolinea la presenza del papa, dei cardinali e della corte, ovviamente ancora residenti nel Patriarchio Lateranense, per i vespri della sera precedente, le vigilie, i mattutini e la messa, ovvero tutta l’ufficiatura e la celebrazione eucaristica impreziosite dalla presenza del pontefice romano con il conseguente atteggiamento consono di circospezione e attenzione (ut in conspectu tantae curiae et totius Populi Romani in omnibus nos caute circumspiecientes nihil omnino agamus) dovuto dagli astanti in un contesto così solenne.

Il papa con i cardinali, dopo una messa celebrata ad nonam, di sera lascia il palatium e si reca con i vescovi e i cardinali all’altar maggiore per la preghiera del vespro. I cardinali vescovi e diaconi sono rivestiti dei piviali, mentre i cardinali preti delle pianete. Il papa è assistito dai diaconi che gli stanno intorno e si dispone in capite chori, così come ancora si vede nei cori capitolari, presso il lato destro dell’altare, su un tappeto. I cardinali vescovi, in mitra e pastorale, si dispongono sul lato sinistro, mentre i cardinali preti stanno sul lato destro con i canonici. Nel testo il riferimento logistico è rispetto a un cancello di bronzo, quod in capite maioris chori est, forse citando i cancelli di bronzo un tempo intorno all’altare e direttamente legati al coro clericale.


Il papa inizia il canto del vespro, dopo una preghiera, forse privata (facta prius oratione) verso l’altare e poi il si rigira verso il coro. Viene intonata l’antifona Ipse preibit cui segue il Salmo. Poi le antifone vengono pre-intonate da uno del coro per uno dei cardinali vescovi o diaconi, che rimangono al loro posto e hanno il compito di intonare il testo. Così avviene per entrambi i cori a secondo di come viene stabilito. L’Ordo ricorda che le antifone sono da cantare intere, tractim et spatiose
prima e dopo il Salmo (forse indicando la pratica di allungare l’esecuzione del testo come avveniva per i tropari e per la moderna polifonia).

Le antifone e i salmi della festa del Battista e Precursore sono secondo l’Ordo del XII secolo:

1. ant. Ipse praeibit [ante illum in spiritu et virtute Eliae parare Domino plebem perfectam]  e il salmo 109 Dixit Dominus

2. ant. Iohannes est nomen eius [vinum et siceram non bibet, et multi in nativitate eius gaudebunt] e il salmo 110 Confitebor Domino 

3. ant. Ex utero senctutis [et sterili Ioannes natus est praecursor Domini] e il salmo 111 Beatus vir
4. ant. Iste puer [magnus coram Domino: nam et manus eius cum ipso est] e il salmo 112 Laudate pueri

5. ant. Nazareus [vocabitur puer iste: vinum et siceram non bibet, et omne immundum non manducabit ex utero matris suae] e il salmo 116 Laudate Dominum, omnes gentes.

    La sequenza delle antifone e dei salmi corrisponde interamente a quella del Breviarium Romanum del 1568 e delle edizioni successive.

In poche battute cambiano i soggetti perché intervengono due ex fratribus, da non intendere come frati ma come esponenti della romana fraternitas, ovvero della potente congragazione di sacerdoti della Roma medievale, che cantano davanti l'altare il versetto V. Fuit homo missus a Deo [R. Cui nomen erat Ioannes]. 


Dopo il versetto interviene di nuovo il papa che intona la sua antifona, quella al Magnificat, il cui testo è «Ingresso Zacharia [templum Domini, apparuit ei Gabriel Angelus, stans a dextris altaris incensi]»; durante il cantico evangelico il papa incensa l’altare maggiore, dopo di che uno dei sette cardinali vescovi riceve il turibolo e incensa gli altri prelati presenti. Il vespro si conclude con l’orazione che il papa legge e canta da un libro [il collettario] che gli viene presentato da un vescovo ebdomadario, il diacono intona il Benedicamus  Domino e il papa procede alla benedizione.


Qui si inseriscono le caratteristiche proprie della cattedrale di Roma. Infatti data la benedizione si forma una processione diretta al fonte, ovvero al battistero lateranense, cantando il responsorio Precursor Domini. Giunti nell'aula del battistero si ripete tutto il vespro, con le stesse antifone e le incensazioni. 
Il Bernardo indica che cambia solo l’ant. al Magnificat: «Pro eo quod non credidisti [verbis meis eris tacens et non poteris loqui usque in diem nativitatis eius]».

Questo doppio ufficio si ripete per otto giorni ovvero per tutta l'ottava della festa di san Giovanni. Dopo il vespro al Battistero i cardinali presenti e che rimangono per le veglie si recano nel Chiostro lateranense per poi ritirarsi a consumare la cena.


particolare del Chiostro Lateranense
Molto interessante è la finale del 148 (274) Item de sancto Iohanne baptista in cui si parla del canto e si dice che per l’importanza della festa e per l’obbligo dei canonici di assolvere tutto l’ufficio vigilare e mattinale, si possono invitare cinque o sei cantori scelti e strenui, forti, vigorosi, diremmo tecnicamente preparati a sostenere il canto di ufficiature così lunghe. Di fronte alle necessità della festa, alla sua importanza e ai limiti oggettivi, si richiede quindi l’intervento dei professionisti perché il canto non venga meno o sia di una qualità non adatta alla festa.

Il Bernardo stabilisce che le tre letture con i responsori del primo notturno spettano ai canonici; la prima spetta al canonico priore o a un presbitero da lui incaricato, la seconda a un diacono e la terza a un suddiacono, quindi cadenzate secondo la gerarchia ecclesiastica del coro. I responsori possono essere cantati dai canonici o dai cantori. Sorvolando brevemente sul resto, Bernardo dice che le altre letture e i responsori sono letti e cantati dai curiali della corte e dai cantori della schola.

Battistero Lateranense

Nel paragrafo successivo 149 (275) item de eodem, Bernardo riferisce la tradizione nella santa Chiesa Lateranense, Patriarchio e prima sede apostolica, capo e maestra di tutte le chiese, della lingua greca e del latino per la festività della nascita del precursore Giovanni.

Nel 149 (276) Item de eodem,  in un clima di preghiera si consuma il cibo prima della veglia, si canta la compieta nell’oratorio di san Pancrazio in Laterano, che l’Armellini dice edificato nei pressi della Basilica del Laterano dai monaci cassinesi, scappati dalla distruzione dell’arcicenobio nel 528 e che identifica sul sito  dell’antica sacrestia della Basilica.

Mentre i canonici fanno capitolo i sacrestani, mansionarii, si occupano di preparare gli altari, le candele, i libri per la celebrazione e la disposizione dei posti per i celebranti nel Battistero.


Prima della vigilia avviene la cena festiva e abbondante per i cardinali
, cui accennavamo sopra, e per i chierici greci e latini che devono cantare (si ricorda che alla festa del Battista erano comunque assegnati giorni di digiuno, non certamente sostenibili in occasioni di celebrazioni così lunghe).  Dopo questa cena festiva esclusiva per i cardinali e i cantori, i vescovi e cardinali si ricompongono in chiesa e indossano le vesti per la veglia. 
Battistero Lateranense, particolare dell'interno


La veglia si sdoppia e il doppio ufficio viene celebrato in latino presso il fonte verso cui tende una processione che parte dalla basilica, mentre i chierici greci rimangono in Basilica e cantano un altra ufficiatura nel coro dei canonici del Laterano, in nostro choro come dice il Priore Bernardo, ceduto per l'occasione a cantori esterni.

Al Battistero i celebranti si dispongono presso l’oratorio di san Giovanni Battista con i cardinali preti,  i canonici e i cantori latini a sinistra mentre i diaconi, i suddiaconi e i curiali stanno a destra. Dalle indicazioni di Bernardo si capisce che otto letture sono fatte in base all’ufficio del giorno, ad ipsum diem pertinentibus. La nona lettura è l’omelia di sant’Ambrogio sul vangelo di Luca (1, 57) Elisabeth impletum est tempus pariendi.

Per le antifone e i responsori l’Ordo indica solamente che sono proprie e che si ripetono intregralmente, come sopra.

Poi però si inserisce un’altro elemento particolare per cui ad ogni lettura è prevista l’incensazione dell’altare da parte dei vescovi e dei cardinali con i chierici che si occupano ogni volta di incensare il resto dei presenti.

All’interno della descrizione del rito, Bernardo si preoccupa di entrare in merito al pagamento dei cantori, questioni certamente decisiva per l'economia della Basilica, per poi ritornare a descrivere il rito che prevede il Te Deum dopo la nona lettura, l’orazione conclusiva e il Benedicamus con la benedizione episcopale.

Solennemente i chierici e i prelati latini tornano in Basilica al suono delle campane, per il canto del mattutino e delle  lodi. A questo punto i greci che avevano celebrato le veglie in Basilica si danno il cambio e lasciano il coro ai canonici latini e vanno al Battistero per cantare in greco, secondo le loro tradizioni, la preghiera del mattino.

L'altar maggiore della Cattedrale di Roma

Di seguito l’Ordo descrive il mattutino dei cardinali, 149 (277), che ritornano in coro ai loro posti come per il vespro. Viene intonato il versetto introduttivo all’ufficio Domine labia e di seguito due cantori dinnanzi all’altare intonano l’ant. Regem Praecursoris [Dominum,  Venite adoremus] e il salmo 94 Venite exultemus. Bernardo ricorda che le antifone sono da dirsi interamente prima e dopo il Salmo e viene dato l’elenco delle letture dei notturni, come quello delle vigilie con i versetti dialogici, tutto conservato nel breviario tridentino.

Per le lodi mattutine si cita solo la prima antifona, Elisabeth Zachariae [magnum virum genuit, Ioannem Baptistam praecursorem Domini] e si da per scontato il resto dell’ufficio.

Viene inoltre citata l’ant. al Benedictus, Apertum est [os Zachariae, et prophetavit, dicens: Benedictus Deus Israël] e come per il vespro non ci sono indicazioni sull’inno.


Al mattino la messa è cantata presso il fonte con i testi propri della festa. Il papa invece celebra la messa più importante all’altare maggiore della basilica con i vescovi, i cardinali, la schola e la curia, alla quale partecipano, stando in coro i canonici del Laterano che durante la messa recitano, honeste e privatim, Sesta e Nona.

Segue l’elenco dei testi e delle letture per l’ufficiatura, compresa quella del vespro, che riprende la struttura della sera precedente. Nuovamente si stabilisce che i vespri vengono celebrati in forma doppia, in Basilica e presso il fonte, che si fa l’ufficio di nove letture della festa per tutta l’ottava, tranne di domenica o nell’occorrenza con una altra festa di nove letture (per es. la festa di san Pietro il 29.06).

Si aggiunge anche che la messa si dice per tutti i giorni dell’ottava nel Battistero.

Bernardo conclude la descrizione delle celebrazioni proprie della Cattedrale di Roma stabilendo che le altre commemorazioni durante l’ottava si fanno nella messa ma non si rinucia a celebrare i vespri e le messe al fonte.


Brevemente vediamo che l’Ordo nella sua struttura predilige una celebrazione solenne del co-titolare della cattedrale e non rinuncia a valorizzare i diversi luoghi, come la basilica e l’attiguo Battistero.

1. La preghiera avviene in più lingue e in un modo per cui il moltiplicarsi degli uffici permette una contemporaneità e continuità liturgica, oggi semplicemente inconcepibile per la fobia della ripetizione, mentre nel XII secolo vediamo che addirittura ogni giorno il vespro si duplicava per la celebrazione in Basilica e per quella presso il fonte, così come avviene per la veglia notturna contemporaneamente in greco e latino, rispettivamente in cattedrale e nel Battistero e poi ancora, invertite, per il mattutino e le lodi. Sembra ovvio sottolineare che questo tipo di celebrazioni essendo proprie dell'Arcibasilica Lateranense sono anche esclusive e quindi uniche perché legate alle tradizioni e ai luoghi del Laterano.

2. Essendo un testo di cattedrale e per i chierici della stessa, si denota già la presenza degli elementi della clericalizzazione della liturgia, dato che il testo cita i fedeli una volta sola, con l’altisonante e onorifico titolo del Popolo Romano, si preoccupa di ricordare i posti che ognuno dei chierici occupa in coro, della distinzione gerarchica (priore, canonici, diaconi, suddiaconi, cardinali, cardinali vescovi e preti, la curia, la schola) e di recitare  privatamente le ore canoniche mentre il papa celebra la messa solenne.

3. Infine, nel caso particolare della celebrazione in onore di san Giovanni Battista, si nota la precisa corrispondenza dei testi eucologici e scritturistici con il successivo Breviarium Romanum ad eccezione dell’assenza dell’inno, testimonianza nel XII secolo di un uso romano rimasto ancora legato alla primigenia struttura della preghiera oraria senza inno ma in cui vediamo già assegnata l’orazione, originariamente assente come testimoniato dalla Regula Benedicti e da altre fonti contemporanee.


sabato 20 giugno 2015

"Videro le opere del Signore e le sue meraviglie nel mare profondo" (Sal 106)

Di tanti musei che possiamo visitare, molti contengono raffigurazioni di arti e mestieri del mondo antico e medievale. In essi un elemento costante è la nave, il principale mezzo di trasporto dell’antichità. Affascinante nelle sue forme, dalle più semplici alla più elaborate, la nave è stato l’oggetto della fantasia di tanti. Ricordiamo quanta parte ha nell’Iliade e nell’Odissea, nell’Eneide, nella storia e nella mitologia dei popoli del nord, legati vitalmente al mare e alla navigazione, e ancora le navi dei Romani, degli Egizi, dei Fenici e così via. E la storia, ci riporta al Mediterraneo, al Mare nostrum, sul quale si affacciano le culture centro europee e che ancora oggi, tristemente, è solcato di nuovi viaggiatori disperati o senza meta.
Nella simbologia cristiana la nave ha un grande rilievo. Una simbologia non unica, visto che ad essa si associano l’ancora, il porto e il faro. Essendo uno strumento quasi unico per il viaggio, altro elemento ricco di simbologia, la nave, per gli antichi è stata il simbolo, dell’ultimo viaggio. Da ricordare la simbologia delle navi all’interno della Commedia di Dante e quanto la loro presenza sia decisiva almeno nelle prime due cantiche.

A nostro parere, proprio dal Vangelo della dodicesima Domenica del Tempo ordinario B, Mc 4,35-41, la nave (barca) è diventato un simbolo cristiano eloquente: la nave è simbolo della Chiesa e Cristo ne è al comando.

Un esempio di questo si può osservare in un frammento di sarcofago del Museo Pio Cristiano dei Musei Vaticani (IV sec.) in cui si vedono gli evangelisti ai remi (Giovanni, Luca e Marco) e Gesù con loro. Questa nave procede grazie alla presenza di Gesù e va avanti grazie ai rematori (evangelisti) ovvero in base ai quattro Vangeli. Questa è la nostra consolazione! La barca della Chiesa, come spesso diciamo, nonostante tutto, tiene la rotta e non affonda perché c’è il Signore che la governa dal di dentro.
Perché come dice sant’Agostino: 

«Siamo tutti imbarcati sulla nave: alcuni sono addetti alle manovre, altri sono trasportati, ma tutti, comunque, sono in pericolo quando c'è tempesta e tutti si salvano quando giungono in porto […] Che cosa infatti è più profondo del cuore degli uomini? È da qui che il più delle volte si scatenano i venti, e le tempeste delle ribellioni e dei contrasti sconvolgono la nave» (Esp. Salmo 106, 12).

Su questo tenore, intimo, che vede le tempeste nel "cuore" dell'uomo, è anche la Colletta dell’anno B, a scelta. In essa si dice:

Rendi salda, o Signore, la fede del popolo cristiano,
perché non ci esaltiamo nel successo,
non ci abbattiamo nelle tempeste,
ma in ogni evento riconosciamo che tu sei presente
e ci accompagni nel cammino della storia
.




In tutta la storia dell’arte, la nave come simbolo, è stata oggetto di grandiose raffigurazioni, dal mosaico della Navicella su disegno di Giotto fino al simbolo dell’Anno della fede e questo a indicare la grande sensibilità e la profondità con cui tale simbolo è stato visto e interpretato alla luce dei Vangeli.
Un’altro riferimento forte che emerge dal Vangelo di oggi è quello delle acque, in questo caso in tempesta. Le acque e la nave convergono in una composizione tipicamente biblica che rimanda in principio a Noè, all’arca che porta la salvezza degli esseri viventi e alle acque che sovrastano la terra e che gradualmente si ritirano, soggette al volere del Signore che governa sulle acque e segno della sua continua benevolenza con la quale vuol dare vita a questa terra proprio grazie a quel piccolo resto contenuto nell’arca (Gn 6,5-9,17). 
Da qui si vede l’ambiguità della simbologia dell’acqua, vitale e mortale.

In conclusione di questo breve indice sulla simbologia della nave proponiamo un brano di sant’Agostino che credo sia illuminante sul Vangelo proposto dalla liturgia di oggi. Commentando il brano di Lazzaro (Gv 11) Agostino afferma.

«Ti sei esaminato, ti sei riconosciuto colpevole, ti sei detto: ho fatto quel peccato e Dio mi ha perdonato; ho commesso quell'altro e Dio ha differito il castigo; ho ascoltato il Vangelo e l'ho disprezzato; sono stato battezzato e sono ricaduto nelle medesime colpe; che faccio? dove vado? come posso uscirne? Quando parli così, già il Cristo freme perché in te freme la fede. Negli accenti di chi freme si annuncia la speranza di chi risorge. Se dentro di te c'è la fede, dentro di te c'è Cristo che freme: se in noi c'è fede, in noi c'è Cristo. Lo dice l'Apostolo: Per mezzo della fede, Cristo abita nei vostri cuori (Ef 3, 17). La presenza di Cristo nel tuo cuore è legata alla fede che tu hai in lui. Questo è il significato del fatto che egli dormiva nella barca: essendo i discepoli in pericolo, ormai sul punto di naufragare, gli si avvicinarono e lo svegliarono. Cristo si levò, comandò ai venti e ai flutti, e si fece gran bonaccia (cf. Mt 8, 24-26). E' quello che avviene dentro di te: mentre navighi, mentre attraversi il mare tempestoso e pericoloso di questa vita, i venti penetrano dentro di te; soffiano i venti, si levano i flutti e agitano la barca. Quali venti? Hai ricevuto un insulto e ti sei adirato; l'insulto è il vento, l'ira è il flutto; sei in pericolo perché stai per reagire, stai per rendere ingiuria per ingiuria e la barca sta per naufragare. Sveglia Cristo che dorme. E' per questo che sei agitato e stai per ricambiare male per male, perché Cristo nella barca dorme. Il sonno di Cristo nel tuo cuore vuol dire il torpore della fede. Se svegli Cristo, se cioè la tua fede si riscuote, che ti dice Cristo che si è svegliato nel tuo cuore? Ti dice: Io mi son sentito dire indemoniato (Gv 7, 20), e ho pregato per loro. Il Signore ascolta e tace; il servo ascolta e si indigna? Ma, tu vuoi farti giustizia. E che, mi son forse fatto giustizia io? Quando la fede ti parla così, è come se si impartissero comandi ai venti e ai flutti: e viene la calma. Risvegliare Cristo che dorme nella barca è, dunque, scuotere la fede; allo stesso modo Cristo frema nel cuore dell'uomo oppresso da una grande mole e abitudine di peccato, nel cuore dell'uomo che trasgredisce anche il santo Vangelo; Cristo frema, cioè l'uomo rimproveri se stesso. Ascolta ancora: Cristo ha pianto, l'uomo pianga se stesso. Per qual motivo infatti Cristo ha pianto se non perché l'uomo impari a piangere? Per qual motivo fremette e da se medesimo si turbò se non perché la fede dell'uomo, giustamente scontento di se stesso, impari a fremere condannando le proprie cattive azioni, affinché la forza della penitenza vinca l'abitudine al peccato?» (Omelia 49, 19).

domenica 7 giugno 2015

La processione del Corpus Domini

Perché andare in processione con il santissimo Sacramento nel giorno del Corpus Domini?
Perché si tratta di una tradizione? Può essere una risposta. 
Perché vogliamo manifestare pubblicamente la nostra fede nel Signore? Per alcuni potrebbe essere la migliore risposta. 
Per esaltare il nostro cattolicesimo eucaristico nei confronti di un mondo protestante? Alcuni, a seconda dei contesti, possono ritenere urgente questa motivazione. 

Io preferisco leggere l'atto di culto che si impone oggi alla fine della messa del ss. Corpo e Sangue del Signore, secondo questa prospettiva

La processione del Corpus Domini ci insegna che l’Eucaristia ci vuole liberare da ogni abbattimento e sconforto, ci vuole far rialzare, perché possiamo riprendere il cammino con la forza che Dio ci dà mediante Gesù Cristo. E’ l’esperienza del popolo d’Israele nell’esodo dall’Egitto, la lunga peregrinazione attraverso il deserto, di cui ci ha parlato la prima Lettura. Un’esperienza che per Israele è costitutiva, ma risulta esemplare per tutta l’umanità. Infatti l’espressione “l’uomo non vive soltanto di pane, ma … di quanto esce dalla bocca del Signore” (Dt 8,3) è un’affermazione universale, che si riferisce ad ogni uomo in quanto uomo. Ognuno può trovare la propria strada, se incontra Colui che è Parola e Pane di vita e si lascia guidare dalla sua amichevole presenza. Senza il Dio-con-noi, il Dio vicino, come possiamo sostenere il pellegrinaggio dell’esistenza, sia singolarmente che in quanto società e famiglia dei popoli? L’Eucaristia è il Sacramento del Dio che non ci lascia soli nel cammino, ma si pone al nostro fianco e ci indica la direzione. In effetti, non basta andare avanti, bisogna vedere verso dove si va! Non basta il “progresso”, se non ci sono dei criteri di riferimento. Anzi, se si corre fuori strada, si rischia di finire in un precipizio, o comunque di allontanarsi più rapidamente dalla meta. Dio ci ha creati liberi, ma non ci ha lasciati soli: si è fatto Lui stesso “via” ed è venuto a camminare insieme con noi, perché la nostra libertà abbia anche il criterio per discernere la strada giusta e percorrerla.



Benedetto XVI, Arcibasilica Cattedrale di san Giovanni in Laterano, 22 maggio 2008, omelia per la Solennità del Corpo e Sangue del Signore.

© Libreria Editrice Vaticana

martedì 2 giugno 2015

Festa della Repubblica

I nostri programmi di storia, infarciti di ideologia risorgimentale, come buon risultato potrebbero far nascere nei nostri sentimenti quello forte e lodevole del patriottismo. Ma senza una visita ad un sacrario della bandiera italiana, questo valore non trova un vero sostegno. Dico questo perché la bandiera e la sua simbologia, dovrebbero far parte del patrimonio umano e culturale di un popolo. Nel nostro mondo italiano, al massimo, se ne riscontra qualche briciolo solo quando l'atteggimento tribale del tifoso medio esulta ed espone la bandiera della Nazionale, di calcio. Un popolo unito dalla bandiera solo quando il calcio è in azione. Questo è un segno della nostra miseria. Eppure visitare un sacrario, per esempio quello romano del Vittoriano, deve far riflettere. Deve condurci alla riflessione vedere il nostro tricolore ancora intriso di sangue, del sangue di quei giovani soldati che per ordine o per ideale hanno combattuto fino alla fine per la realizzazione di un obiettivo, quello dell'unità nazionale, della realizzazione di una Nazione grande chiamata Italia!

Tra gli italiani che hanno fatto l'Italia preferisco riferirmi al divo poeta Dante, nel 750 anniversario della sua nascita, classe 1265.
In lui mi piace trovare il valore ed il simbolo della nostra bandiera. Molti ne hanno scritto, definendola in vari modi e trovando in essa diverse origini e simbologie. Ma per me sono dei punti di riferimento quei due passi della Commedia in cui Dante utilizza i colori della bandiera italiana, allora ovviamente non esistente, ma comunque altamente evocativi.

Il primo brano è tratto dal canto XXX del Purgatorio, centro ideale del poema, quando Virgilio affida Dante nel suo pellegrinaggio verso il cielo alle mani dell'amata Beatrice che consente il distacco dal mondo umano dell'Inferno e del Purgatorio per accedere al transumanar del I canto del Paradiso. Si realizza per il poeta fiorentino il tanto atteso incontro con il volto dell'amata. E lei nella sua totale e trasfigurata bellezza è avvolta da un mantello verde sopra una veste rosso acceso e con il capo avvolto in un velo bianco. In questo punto della Cantica, come poi nell'incontro con Cacciaguida, emerge la storia personale di Dante, risignificata in storia esemplare per ogni uomo, e dell'incontro con Beatrice: la veste rossa rimanda al primo incontro, al primo sguardo posato sulla bellezza della fanciulla vestita di rosso tra le strade di Firenze nella primavera del 1274.
Così, tra le lacrime di Dante per la perdita di Virgilio, scena di forte impatto e di spesso valore letterario per i significati cui rimanda, tra angeli festanti che spargono fiori compare lei, Beatrice

« così dentro una nuvola di fiori che da le mani angeliche saliva e ricadeva in giù dentro e di fori,
sovra candido vel cinta d'uliva donna m'apparve, sotto verde manto vestita di color di fiamma viva». (Pg XXX, 28-30).
 
I tre colori indossati da Beatrice e che si ritrovano nei tre gruppi della processione solenne di Purgatorio XXIX, 84, 93, 148 simboleggiano le tre virtù teologali, come tutti sappiamo dagli studi scolastici: il verde-speranza, il rosso-carità ed il bianco-fede. Ovviamente qui Dante non sta descrivendo la bandiera italiana, ma la suggestione rimane forte. Dal tricolore francese a quello italiano, forse inconsciamente, forse volutamente i patrioti hanno stabilito di riferirsi alle virtù cristiane teologali che ancora oggi intessono non solo il tricolore nella sua forma visibile ma il sentire di un popolo, che anche se scristianizzato viene da un Italia che della fede e della religione ha fatto il suo vanto e che comunque ne permea la cultura letteraria, artistica, poetica, popolare. Beatrice quindi è vestita delle virtù che il catechismo e la tradizione ci ricordano essere teologali, non ottenibili con lo sforzo umano. E mentre nell'Apocalisse la donna è vestita di sole nel paradiso dantesco Beatrice è vestita di Dio, del suo essere trinitario, del Padre, del Figlio e dello Spirito santo!
In Beatrice possiamo vedere tutta la tensione dell'umano cristiano, di una vita gestita e orientata nella santa Triade, nella fede che opera nella carità (Gal 5,6) e della speranza eleva gli occhi al cielo, a quel trascendente cui l'uomo di per sé è sempre orientato,
per la quale noi desideriamo e aspettiamo da Dio, con ferma fiducia, la vita eterna e le grazie per meritarla (CCC 1. Inoltre ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica:
Le virtù umane si radicano nelle virtù teologali, le quali rendono le facoltà dell'uomo idonee alla partecipazione alla natura divina. Le virtù teologali, infatti, si riferiscono direttamente a Dio. Esse dispongono i cristiani a vivere in relazione con la Santissima Trinità. Hanno come origine, causa ed oggetto Dio Uno e Trino. Le virtù teologali fondano, animano e caratterizzano l'agire morale del cristiano. Esse informano e vivificano tutte le virtù morali. Sono infuse da Dio nell'anima dei fedeli per renderli capaci di agire quali suoi figli e meritare la vita eterna. Sono il pegno della presenza e dell'azione dello Spirito Santo nelle facoltà dell'essere umano. Tre sono le virtù teologali: la fede, la speranza e la carità. (CCC 1812-1813).
Mi viene spontaneo pensare che come Beatrice con i suoi colori è rappresentata rivestita di Dio, così ogni cristiano, italiano, dovrebbe guardare alla propria bandiere a quel nobile tricolore, facendo un esame di coscienza e cercando sempre di conformarsi a quel "pensiero di Dio" in noi, tanto da conformare la vita a Lui. Anche se siamo fragili cercare non soltanto di custodire la fede e vivere di essa, ma anche professarla, darne testimonianza con franchezza e diffonderla (CCC 1816); di fare in modo che lo slancio della speranza preservi dall'egoismo dilagante, vera piaga della nostra società (CCC 1818); infine considerare che 

«la pratica della vita morale animata dalla carità dà al cristiano la libertà spirituale dei figli di Dio. Egli non sta davanti a Dio come uno schiavo, nel timore servile, né come il mercenario in cerca del salario, ma come un figlio che corrisponde all'amore di colui che "ci ha amati per primo" (1 Gv 4,19)» (CCC 1828).

Il cuore di noi italiani si rianimi, lo spirito di noi credenti prenda forza per migliorare la nostra Nazione di giorno in giorno avendo nel cuore ciò che la preghiera della Chiesa mette sulle nostre labba: 

O Dio, che guidi l'universo con sapienza e amore, ascolta la preghiera che ti rivolgiamo per la nostra patria: fa' che fiorisca la giustizia e la concordia, e per l'onestà dei cittadini e la saggezza dei governanti, si attui un vero progresso nella pace. (MR C804).


Philipp Veit, ciclo di affreschi nella Dante-Saal dell'Accademia Tedesca Roma Villa Massimo








San Lorenzo nel Palazzo Apostolico

"Oggi la chiesa di Roma celebra il giorno del trionfo di Lorenzo, giorno in cui egli rigettò il mondo del male. Lo calpestò quando...