sabato 16 maggio 2015

Serena fiducia nella solennità dell'Ascensione

Ascensione, Monreale, particolare
Narrano le “Memorie storiche dell’ambrosiana Real Basilica di san Lorenzo di Firenze” (1804) che i fedeli della Chiesa erano tenuti a contribuire in vario modo alle spese parrocchiali ed in particolare che fossero tenuti a pagare l’olio delle lampade da far ardere per tutta la durata della Veglia dell’Ascensione. In nota, il testo afferma che Beda il Venerabile riconosce l’inizio di questa pratica sul Monte Oliveto dove i cristiani accendevano un così gran numero di lumi che il monte sembrava ardesse. Il tutto si svolgeva in memoria della salita al cielo del Signore ed era la manifestazione della gratitudine a Dio per il grande dono di questa festa. (cfr. p. 101).
Il Moroni nel suo Dizionario aggiunge la notizia che da questa pratica derivasse in privato quella di far ardere nelle case un lume che rimanesse acceso tutta la notte. Il simbolo della lucerna accesa, la luce artificiale che combatte con le tenebre della notte, è stato fino ad oggi oggetto di diversi, eruditissimi e interessantissimi studi.
Le lampade, da quelle scolpite sulle lapidi a quelle materialmente accese nel lucernario del Vespro e nell’intimità delle case, sono state a più riprese simbolo del lumen fidei nonché di Gesù Cristo, il sole che sorge dall’alto e il sole di Giustizia (Ml 3,20) che con la sua luce disperde le tenebre del peccato e del vizio, così come risuona nella notte di Pasqua quando il celebrante accende il cero al fuoco nuovo, «La luce del Cristo che risorge glorioso disperda le tenebre del cuore e dello spirito» (MR1983, 164).
Ancora oggi, a Gerusalemme sul monte degli Ulivi, all’edicola ottagona dell’Imbomon di proprietà musulmana, la festa dell’Ascensione si apre con i primi vespri e la compieta celebrati dai francescani e dai fedeli che vi convengono. Fuori dall’edicola vengono allestite tende per ospitare i pellegrini che intendono seguire la notte di veglia. L’edicola custodisce le “impronte” di Gesù, lasciate prima dell’Ascensione e che vengono circondate di candele, mentre le spoglie mura interne vengono ricoperte di drappi rossi per adornare il luogo della preghiera notturna, tra i canti e le preghiere si alternano le messe, dette su due altari posizionati ai lati dell’ingresso dell’edicola. Le ore di veglia per l’ascensione si concludono con la messa solenne dei francescani nel quarantesimo giorno dopo la Pasqua.
Tra i testi importati di questa solennità del Signore ricordiamo il prefazio:
«È veramente cosa buona e giusta,
che tutte le creature in cielo e sulla terra
si uniscano nella tua lode, Dio onnipotente ed eterno:

Il Signore Gesù, re della gloria,
vincitore del peccato e della morte,
oggi è salito al cielo
tra il coro festoso degli angeli.

Mediatore tra Dio e gli uomini,
giudice del mondo e Signore dell’universo,
non si è separato dalla nostra condizione umana,
ma ci ha preceduti nella dimora eterna,
per darci la serena fiducia
che dove è lui, capo e primogenito,
saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria.

Per questo mistero, nella pienezza della gioia pasquale,
l’umanità esulta su tutta la terra,
e con l’assemblea degli angeli e dei santi
canta l’inno della tua gloria».


Il testo si apre con il riferimento al cielo e alla terra, le due dimensioni che oggi Cristo unisce con la sua ascensione e che per secoli le nostre chiese hanno riprodotto, soprattutto quando l’architettura prevedeva l’elemento geometrico del cubo, simbolo della terra, della nostra caducità e dell’orizzontalità del quotidiano che non si dà senza la presenza della cupola, della semisfera, di quella porzione di cielo verso cui l’uomo tende, senso e capacità della creatura di rivolgersi verso il creatore, o dell’uomo di essere in grado di ricercare chi lo sovrasta. Il cielo/cupola è ciò che le leggi e le ideologie antireligiose hanno cercato e cercano ancora di eliminare, lasciando l’uomo alla sola realtà orizzontale, senza contare che la dimensione “altra” o “superiore” dell’uomo ed il suo desiderio di trascendente non può essere mai definitivamente eliminato. Tipica di questa armonia delle forme è l’architettura delle chiese bizantine che illustra il simbolismo della terra (quadrato) e del cielo (semisfera) e la loro successiva elaborazione.
Nella seconda parte del prefazio il Signore Gesù è definito il “Re della gloria” evoca la meravigliosa antifona al cantico evangelico dei secondi vespri

O re della gloria, Signore dell’universo, oggi tu ascendi vittorioso nei cieli: non lasciarci soli, manda lo Spirito promesso dal Padre, alleuia.
O rex gloriae, Domine virtutum, qui triumphator hodie super omnes caelos ascendisti, ne derelinquas nos orphanos sed mitte promissum Patris in nos Spiritum veritatis, alleluia
La parte centrale del prefazio indica i titoli del Signore risorto. Esso parla in primo luogo del  “mediatore tra Dio e gli uomini” (Eb 12, 18-19.21-24) e del “giudice del mondo” così come la liturgia del Natale e dell’Avvento ci invita a riconoscere il Cristo, per esempio nell’inno Conditor alme Siderum che nella strofa finale invoca il Signore venture iudex saèculi; l’altro titolo, Signore dell’universo, presente nell’antifona al Magnificat dei secondi Vespri citata sopra, è l’oggetto di tutta la festa che chiude l’anno liturgico e che significativamente stabilisce liturgicamente la signoria di Gesù dal legno della croce e dalla sua passione così come testimoniato dalla Sacra Scrittura.
Il resto della parte centrale del prefazio amplifica i sensi espressi nella colletta e sottolinea la serena fiducia per cui l’ascensione non è solo il distacco di Gesù da noi ma è il segno del nostro destino perché “dove è lui, capo e primogenito, saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria”. La serenità è un valore agognato dalla modernità, spesso rincorso con tanta frenesia che ne adombra la sua vera essenza. Ma la liturgia fonda altrove questa dolce parola che Dante più volte fa sua come all’inizio del Purgatorio (I, 13-18: «Dolce color d’oriental zaffiro, che s’accoglieva nel sereno aspetto del mezzo, puro infino al primo giro, a li occhi miei ricominciò diletto, tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta che m’avea contristati li occhi e ‘l petto»).
La serena fiducia di cui parla la liturgia italiana è fondata sull’evento della vita di Cristo che  san Leone Magno così spiegava:
«Oggi infatti ricordiamo e celebriamo il giorno in cui la nostra povera natura è stata elevata in Cristo fino al trono di Dio Padre, al di sopra di tutte le milizie celesti, sopra tutte le gerarchie angeliche, sopra l'altezza di tutte le potestà. L'intera esistenza cristiana si fonda e si eleva su una arcana serie di azioni divine per le quali l'amore di Dio rivela maggiormente tutti i suoi prodigi. Pur trattandosi di misteri che trascendono la percezione umana e che ispirano un profondo timore reverenziale, non per questo vien meno la fede, vacilla la speranza e si raffredda la carità. Credere senza esitare a ciò che sfugge alla vista materiale e fissare il desiderio là dove non si può arrivare con lo sguardo, è forza di cuori veramente grandi e luce di anime salde. Del resto, come potrebbe nascere nei nostri cuori la carità, come potrebbe l'uomo essere giustificato per mezzo della fede, se il mondo della salvezza dovesse consistere solo in quelle cose che cadono sotto i nostri sensi? Perciò quello che era visibile del nostro Redentore è passato nei riti sacramentali. Perché poi la fede risultasse più autentica e ferma, alla osservazione diretta è succeduto il magistero, la cui autorità avrebbero ormai seguito i cuori dei fedeli, rischiarati dalla luce suprema. Questa fede si accrebbe con l'ascensione del Signore e fu resa ancor più salda dal dono dello Spirito Santo. Non riuscirono ad eliminarla con il loro spavento né le catene, né il carcere, né l'esilio, né la fame o il fuoco, né i morsi delle fiere, né i supplizi più raffinati, escogitati dalla crudeltà dei persecutori. Per questa fede in ogni parte del mondo hanno combattuto fino a versare il sangue, non solo uomini, ma anche donne; non solo fanciulli, ma anche tenere fanciulle. Questa fede ha messo in fuga i demoni, ha vinto le malattie, ha risuscitato i morti» (In Asc. 74, 2-5).

Tra le tradizioni legate all’Ascensione ricordiamo la meravigliosa festa della Sensa a Venezia, che riconduce nuovamente alla terra, anzi al mare e alla vita di commercio, alla protezione e alla convivenza con esso:
«Al giorno dell’Ascensione, che in dialetto veneziano si chiama  “Festa della Sensa”, è legato anche un antichissimo rito che si celebra a Venezia da secoli. Si tratta dello  “Sposalizio del mare”, una bella cerimonia durante la  quale il Doge a bordo del “Bucintoro”, gettava nelle acque della laguna un anello d’oro, per  ribadire il dominio della Serenissima sul mare. La manifestazione commemorava un evento molto  importante per la Repubblica veneziana, e cioè  quando il 9 maggio dell’anno Mille, una data che segnò l’inizio dell’espansione veneta nell’Adriatico,  il doge Pietro II Orseolo partì con la sua spedizione, proprio il giorno dell’Ascensione, per soccorrere e conquistare le popolazioni della Dalmazia minacciate dagli Slavi. La cerimonia, che  in origine aveva carattere propiziatorio con il mare, si svolgeva con la solenne processione di decine d’imbarcazioni guidate dalla nave del doge, detta  appunto il “Bucintoro”, che usciva dalla laguna attraverso la bocca del Lido. Qui, nelle acque antistanti la chiesa di San Nicolò, patrono dei naviganti, ogni anno il doge lasciava cadere un anello consacrato nel mare, e con le parole in latino “Desponsamus te, mare. In signum veri perpetuique dominii”, ossia “Ti sposiamo, mare”. In segno di vero e perpetuo dominio”,  dichiarava Venezia e il mare indissolubilmente uniti. Modernamente, fin dal 1965 e  grazie al impegno del “Comitato Festa della Sensa”, Venezia è tornata a celebrare l’evento, presieduto dal sindaco della città».


Francesco Guardi, 1766
Il Doge sul Bucintoro si dirige verso San Nicolò di Lido, Louvre, Parigi

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