venerdì 22 maggio 2015

Pentecoste e la sua veglia


Per la solennità di Pentecoste la Chiesa che è in Italia ha scelto di indicare una struttura vigilare.

Nella sezione dedicata alle collette del Messale Romano 1983, in particolare per la Domenica di Pentecoste (p. 979) c’è il formulario «Messa vespertina nella vigilia».

Cerchiamo di approfondire il significato e la natura di questa veglia per poi tornare alla sua celebrazione nelle nostre realtà italiane.


Elementi originari della Pentecoste   


Da festa agricola a commemorazione del dono della Legge sul Sinai, la Pentecoste ebraica continua a essere celebrata, mentre dai primordi del Cristianesimo questa festa si è caratterizzata per l’esclusivo riferimento alla discesa dello Spirito Santo come descritto negli Atti degli Apostoli (2, 1-11).

Ai nostri occhi, per la sua natura e la sua origine, la Pentecoste non può essere dissociata dalla Pasqua che si prolunga su 49 giorni, fino al suo coronamento e festiva conclusione nel 50° giorno.

Tertulliano (De Baptismo 19; De idolis 14), le omelie di Melitone di Sardi, Ippolito romano e Origene (Contra Celsum VIII, 23) sono i primi a menzionarla inserita nell’unico giorno della festa di Pasqua. Inoltre nel formarsi delle feste dell’anni circulum la Pentecoste, dedicata all’evento della discesa ed effusione dello Spirito Santo, non può essere separata anche dalla solennità dell’Ascensione in riferimento al Vangelo di Giovanni 16, 7 «Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paraclito; se invece io me ne vado, lo manderò a voi».
In questo senso la storia liturgica ricorda il tentativo di celebrare i due eventi insieme fino a esaltare l’Ascensione a scapito della Pentecoste (cfr. in proposito il Concilio di Elvira del 306 e la condanna di quest’uso).

Giotto, Pentecoste, Cappella degli Scrovegni, Padova

Gradualmente la Pentecoste acquista la sua autonomia perché l’ultimo giorno della Pasqua, unico giorno di festa esteso nel tempo, non poteva, alla stregua del mondo ebraico, non essere caratterizzato anche in senso liturgico.

Basti ricordare ciò che racconta Egeria nel suo Itinerarium nel quale afferma che la Pentecoste si celebra di Domenica e richiede un faticoso impegno perché prevedeva, almeno durante la presenza di Egeria a Gerusalemme, la veglia all’Anastasis in cui si svolgono le cerimonie consuete con la lettura del Vangelo della risurrezione e gli uffici consueti della vigilia (salmi e letture); al mattino si svolgevano le normali funzioni domenicali con la celebrazione eucaristica e le predicazioni dei sacerdoti e del vescovo, più brevi, in modo da finire «prima dell’ora terza». Poi tutti si recavano processionalmente con il vescovo, cantando inni, verso Sion ma facendo in modo di essere sul luogo «esattamente all’ora terza» e dove poi si proclamava il brano di At 2, 1-11. Dopo la lettura e le «funzioni solite» si dava l’avviso che la celebrazione si spostava. L’eortologia aghiopolita prevedeva per Pentecoste la salita all’Eleona e all’Imbomon «dopo l’ora sesta». La prima tappa di questa seconda parte della Pentecoste si svolgeva alla piccola edicola dell’Ascensione dove si facevano letture (compresi il brano di Atti 1, 9-11 e il vangelo dell’Ascensione Mc 16 o Lc 24, 50-53), inni, antifone e preghiere «adatte al giorno e al luogo».
Dopo quest’ufficiatura si benedicevano i catecumeni e si discendeva alla basilica dell’Eleona quando già si avvicinava il tramonto. Si procedeva quindi con le funzioni della sera, primo fra tutti il lucernario, la preghiera, la benedizione dei catecumeni e dei fedeli per poi ridiscendere solennemente in città al canto degli inni. La processione lentamente si dirigeva, con il vescovo, nuovamente al Martyrium dove c’era la stessa struttura liturgica precedente di preghiera-benedizione dei catecumeni-benedizione dei fedeli e di nuovo una processione che conduceva fino all’Anastasis per poi ricondurre, sempre in canto, il vescovo fino a Sion. Qui di nuovo si facevano le letture, si cantavano inni e antifone, preghiere, benedizioni dei catecumeni e dei fedeli e, finalmente, il congedo (Itinerarium 43,1-9). Egeria giustamente sottolinea la fatica di una celebrazione che comincia la sera prima con la veglia e termina dopo mezzanotte della Pentecoste con il congedo del vescovo.

Da oriente, in Crisostomo per esempio, a occidente, in Ambrogio, Agostino, Leone, s. Massimo di Torino e tanti altri, si possono leggere le meravigliose omelie che i Padri hanno dedicato alla Pentecoste, senza dimenticare la prosa liturgica e la poesia dei padri Siriaci tra cui Efrem o il famosissimo inno acrostico della Pentecoste di Romano il Melode di cui riportiamo un frammento:
«Concedi a i tuoi servi, Gesù, una consolazione rapida e sicura nella tristezza che attanaglia i nostri spiriti. Non separarti dalle nostre anime nella tribolazione, non allontanati dalle nostre menti nella tentazione, ma tutto previene, sempre. Accostati a noi, accostati, tu che sei ovunque. Come sono fosti sempre tra gli Apostoli tuoi, così unisciti a chi anela verso di te, ho misericordioso. Uniti a te lo diremo, glorificheremo lo Spirito santissimo» (Romano il Melode, Inni, Edizioni Paoline 1981).

La Veglia


    La prima caratterizzazione della “veglia” di Pentecoste è legata al così detto “battesimo clinico” ovvero una notte di veglia per il Signore che ricalca la Veglia pasquale ed è riservata a coloro che per impedimenti di salute non avevano ricevuto il battesimo a Pasqua.
Si trattava di una celebrazione vigilare, senza la benedizione del fuoco e del cero, con circa quattro letture (cfr. Agostino e san Leone Magno, Sermo 76), poi diventate 6, canti e preghiere, la liturgia battesimale con la cresima e l’eucaristia finale di Pentecoste che secondo la tradizione era l’unica, con la conseguente assenza di celebrazioni durante il giorno secondo la dicitura dom. vacat.
Dopo la riforma della Veglia Pasquale, passata per alterne vicende, dalla congregazione Piana fino al Missale Romanum di Paolo VI, la natura di questa veglia rimane alquanto dubbia se si continua a vederla in funzione e sul calco di quella pasquale. Se invece si riacquistasse la visione antica della vigilia come celebrazione solita di preparazione alla festa allora la vigilia di Pentecoste potrebbe essere ancora e meglio valorizzata. Insistiamo sul concetto della consuetudine di vegliare prima delle grandi solennità dell’anno liturgico, o almeno in quelle che il messale prescrive con il titolo di “messa vigilare”, perché a nostro avviso questa caratteristica della liturgia cristiana è andata pian piano svanendo con il conseguente disperdersi di profondi valori spirituali e teologici della preghiera comunitaria, laica o religiosa che sia.

Beato Angelico, iniziale S dell'antifona
Spiritus Domini

Nel Messale, come indicato più sopra, si parla di messa vespertina. La rubrica dice che dove si vuole prolungare la celebrazione si possono unire i Vespri nella messa con una lettura più abbondante della Parola di Dio, come indicato sul Lezionario. Le letture (Gn 11, 1-9; Es 19, 3-8.16-20; Ez 37, 1-14; Gl 2,28-32) iniziano dopo la salmodia con salmi resposoriali e orazioni corrispondenti come nella veglia Pasquale. Dopo la lettura, il silenzio può sostituire la recita o il canto del salmo. Dopo l’ultima lettura con il suo salmo e l’orazione il celebrante intona il Gloria cui seguono come sempre «la lettura dell’apostolo e del Vangelo».
Questa veglia, così descritta, è molto scarna e non possiede particolari caratteristiche come la simbologia della luce e delle tenebre, ma in essa si trovano i salmi, le letture, il silenzio.


Nei Principi e norme della Liturgia delle Ore questi tre elementi vengono così descritti e spiegati. Per i salmi ricordiamo che: 
«Chi recita i salmi apre il suo cuore a quei sentimenti che i salmi ispirano secondo il loro genere letterario: di lamentazione, di fiducia, di rendimento di grazie. Questi generi letterari giustamente sono tenuti in grande considerazione dagli esegeti […] Chi recita i salmi, aderendo al significato delle parole, presta attenzione all’importanza del testo per la vita umana dei credenti […] Sebbene quei carmi siano stati composti molti secoli fa presso popoli orientali, essi esprimono assai bene i dolori e la speranza, la miseria e la fiducia degli uomini di ogni tempo e regione, e cantano specialmente la fede in Dio, la rivelazione e la redenzione […] Chi recita i salmi nella Liturgia delle Ore, li recita non tanto a nome proprio quanto a nome di tutto il Corpo di Cristo, anzi nella persona di Cristo stesso. Se ciascuno tiene presente questa dottrina, svaniscono le difficoltà, che chi salmeggia potrebbe avvertire per la differenza del suo stato d’animo da quello espresso nel salmo, come accade quando chi è triste e nell’angoscia incontra un salmo di giubilo, o, al contrario, è felice e si trova di fronte a un canto di lamentazione. Nella preghiera puramente privata si può evitare questa dissonanza, perché vi è modo di scegliere il salmo più adatto al proprio stato d’animo. Nell’Ufficio divino, invece, si ha un determinato ciclo di salmi valevole per tutta la comunità ed eseguito non a titolo personale, ma a nome di tutta la Chiesa, anche quando si tratta di un orante che celebra qualche Ora da solo. Chi salmeggia a nome della Chiesa può sempre trovare un motivo di gioia o tristezza, perché anche in questo fatto conserva il suo significato l’espressione dell’Apostolo: «Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto» (Rm 12, 15), e così la fragilità umana, ferita dall’amor proprio, viene risanata nella misura di quella carità per la quale la mente concorda con la voce che salmeggia» (PNLO 106-109).

Per le letture della Sacra Scrittura si ricorda:

«La lettura della Sacra Scrittura, che per antica tradizione si fa pubblicamente nella Liturgia, non soltanto nella celebrazione eucaristica, ma anche nell’Ufficio divino, dev’essere tenuta nella massima considerazione da tutti i cristiani, perché viene proposta dalla Chiesa stessa, non a scelta dei singoli o secondo la disposizione più favorevole del loro animo, ma in ordine al mistero che la Sposa di Cristo “svolge attraverso il ciclo annuale dall’Incarnazione e dalla Natività fino all’Ascensione, al giorno di Pentecoste e all’attesa della beata speranza e del ritorno del Signore”. Inoltre nella celebrazione liturgica la lettura della Sacra Scrittura è sempre accompagnata dalla preghiera, in modo che la lettura porti maggior frutto e a sua volta la preghiera, specialmente dei salmi, venga compresa più pienamente e fatta con più intensa pietà in forza della lettura» (PNLO 140)

Infine sul silenzio, giova ricordare:

«Poiché nelle azioni liturgiche generalmente si deve avere cura di “osservare a suo tempo anche il sacro silenzio”, sia offerta la possibilità del silenzio anche nella celebrazione della Liturgia delle Ore.

Per accogliere nei cuori la piena risonanza della voce dello Spirito Santo, e per unire più strettamente la preghiera personale con la parola di Dio e con la voce pubblica della Chiesa, si può dunque, secondo l’opportunità e la prudenza, interporre un intervallo di silenzio o dopo i singoli salmi, appena ripetuta l’antifona, secondo un’antica usanza e specialmente se, dopo il silenzio, si aggiunge l’orazione salmica (cfr. n. 112); oppure dopo le letture, sia brevi che lunghe, e precisamente prima o dopo il responsorio.
Si deve però evitare di introdurre momenti di silenzio che deformino la struttura dell'Ufficio, o rechino molestia o fastidio ai partecipanti». (PNLO 201-202).

Il nostro intento non è quello di suggerire forme pastoralmente vincenti di veglia Pasquale ma di puntualizzare almeno alcuni aspetti.

In primo luogo si evidenzia che il Messale si riferisce alla possibilità di inserire i Vespri:
 
«Se si ritiene opportuno fare una celebrazione prolungata si potranno inserire i Vespri nella celebrazione delle Messa con una lettura più abbondante della parola di Dio usando le letture a scelta indicate per questa celebrazione nel Lezionario festivo».

Attualmente le regole di inserimento del Vespro nella Messa (PNLO 93-99) prevedono nei giorni festivi il canto dell’introito con la processione d’ingresso e il saluto del celebrante, la salmodia che sostituisce l’atto penitenziale e il Magnificat posticipato dopo la comunione.

In un contensto come quello italiano, in cui solitamente il latino è stato soppresso quasi dovunque per ignoranza e indolenza, si perde il patrimonio espresso dall'antifona d'ingresso; inoltre, ben consapevoli della ricchezza degli inni, e soprattutto di quelli di Pentecoste, in alcuni contesti,
saggiamente l'unione della messa a un'ora dell'ufficio prevede, per scelta arbitraria anche se suggestiva, il canto dell'inno che accompagna la processione d'ingresso. In entrambi i casi, quello precettivo dell'antifona e quello arbitrario di cantare l'inno dell'ora, sono due sottolineature della celebrazione che per Pentecoste sono un castone che trattiene e sorregge l'intera pietra preziosa della conclusione della cinquantina pasquale.

Sempre in ossequio ai Principi e norme l’unione della Messa con l’ufficio delle letture si esclude tranne per la notte di Natale e per «qualche altra volta».
 

Ci si pone quindi la domanda su quale sia la fisionomia della Veglia di Pentecoste e come debba essere organizzata.

Per questa veglia, preme sottolineare che data la sua scarsa caratterizzazione simbolica si dovrebbe evitare di trasformarla in un contenitore di simboli estemporanei e banali che hanno portato a una eccentrica e vistosa interpretazione di creatività liturgica, in grado di suscitare solo l’imbarazzo di fronte a tentativi maldestri capaci di rendere le celebrazioni comuni, parrocchiali e non, bizzarre e, in alcuni casi, veramente poco liturgiche.

Orcagna e Jacopo di Cione, Pentecoste, Galleria dell'accademia,
Firenze 1362-1365


Considerando la solenntià di Pentecoste ritengo che sia poco opportuno unire il Vespro alla Messa, perché il numero delle letture e la loro bellezza metterebbe in ombra la celebrazione dell’ora serale e la ricchezza della sua prosa liturgica che raggiunge le sue vette più alte dopo quelle della Pasqua; di due pietre preziose si rischierebbe di spostare l’attenzione su una delle due a scapito dell’altra, soprattutto tenendo in considerazione la totale assenza della prassi vigilare nelle nostre realtà diocesane e parrocchiali. 

In questo senso, una solenne messa vigilare caratterizzata da una buona preparazione di ciò che ricorda le antiche missae (sequenza lettura-salmo-orazione) potrebbe di suo già essere un segno evidente  e uno strumento adatto per prepararsi alla celebrazione.

Ricordiamo però che questa messa vigilare nel suo formulario, come le altre presenti nel Messale Romano, è distinta da quella del giorno successivo e ciò a livello pastorale credo debba essere sempre tenuto in considerazione, perché mediamente chi partecipa a una messa di veglia, difficilmente sente il bisogno di partecipare anche alla messa del giorno delle festa, con formulari e letture differenti.

Senza scadere in un sincretismo liturgico, sempre suggestivo ma sintomo di una cattiva comprensione della propria identità celebrativa, trattandosi di una celebrazione serale si potrebbe proporre di riappropriarci dell'antico lucernario rimasto in uso nelle liturgie bizantina e ambrosiana.
Senza creare troppi paralleli con la Veglia pasquale e tornando idealmente alla prassi aghiopolita descritta da Egeria, la messa potrebbe aprirsi con il rito dell’accensione dei lumi dell’altare e delle luci della chiesa evitando il buio completo della Veglia pasquale che, come è noto, ha un valore differente in funzione dell'unica luce data dal cero pasquale appena benedetto, preparato e acceso al fuoco nuovo. Una buona monizione iniziale che introduca le letture e il rispetto dei silenzi proposti possono come sempre facilitare l’accesso alla «lettura più abbondante della parola di Dio».

In alternativa alla celebrazione della messa suggerisco invece una solenne celebrazione vigilare, dopo I Vespri, composta del solo Ufficio delle letture ampliato secondo le rubriche in appendice ad ogni volume della Liturgia delle Ore:
«Coloro che, secondo la tradizione hanno il lodevole desiderio di prolungare la liturgia vigiliare delle domeniche, delle solennità e delle feste, prima celebrino l'Ufficio delle letture; dopo le due letture e prima del Te Deum aggiungano i cantici e il Vangelo».

In una tale celebrazione festiva, con i ministri rivestiti delle vesti liturgiche rosse (piviale per il celebrante e dalmatica per il diacono) e che potrebbe sempre iniziare con il lucernario, si proporrebbe la diffusione dell’Ufficio delle letture al di là delle porte dei conventi, dei monasteri o delle canoniche. I salmi dell’ufficio, eventualmente accompagnati dalle collette salmiche, come in PNLO 112, la proclamazione solenne del Vangelo, seguita secondo l’opportunità da una terza lettura patristica al posto dell’omelia, come nell’uso monastico, il canto del Te Deum, l’orazione e il congedo finale costituirebbero una celebrazione ricchissima che di suo

a. Evita il moltiplicarsi delle messe


b. Abitua alla preghiera salmica

c. Permette di familiarizzare con lo stile di preghiera ufficiale della Chiesa

d. Rimane un valido mezzo di preparazione alla solennità anche grazie agli insegnamenti autorevoli dei Padri.

Inoltre un corretto principio di adeguamento, sempre nel rispetto della struttura e degli elementi dell’Ufficio, faciliterebbero la partecipazione dei fedeli.

[Ricordiamo inoltre che l’occasione della Veglia è stata utilizzata dalla Conferenza episcopale italiana per “invitare tutte le comunità cristiane che sono in Italia, e anche tutte le comunità del mondo che vorranno aderire, a unirsi in preghiera, durante la prossima Veglia di Pentecoste (23 maggio 2015), per ricordare i martiri nostri contemporanei, esprimendo così vicinanza e partecipazione alla tragedia di tanti cristiani e di tante persone i cui diritti fondamentali alla vita e alla libertà religiosa vengono sistematicamente violati”. L’ufficio liturgico nazionale ha strutturato per l’occasione una veglia completa, con la sola celebrazione eucaristica, disponibile sia in file doc che in file pdf sul sito della CEI].

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