mercoledì 27 maggio 2015

Alcune considerazioni strettamente personali

Erri De Luca
E disse
Feltrinelli 2011
pp.89
€ 10

 

De Luca riesce a elaborare un testo particolare, una trasposizione delle Sacre Scritture. Questo aspetto può essere interessante ma ritengo che ci sia da affermare che il testo biblico lascia spazio al romanzato. Pensiamo per esempio ai tanti film e cartoni animati su Mosè ed altri personaggi biblici. Eppure la Bibbia rimane la fonte. Un testo che non vuole romanzare e che del personaggio, o dei personaggi, ci fa sapere solo quello che dobbiamo sapere. La fantasia è un dono di Dio all’uomo e non c’è niente di male a farla lavorare in modo creativo e originale. Ma su Mosè mi basta ciò che dice la Torah e questo racconto, ai miei occhi si riduce al nulla se considero per esempio la grande amicizia tra Dio e l’uomo Mosè, con cui Egli parlava. 

Le prime immagini ritraggono Mosè durante l'ascesa sul Monte Sinai ma mi sembra un’ascesa presentata come l’atto supremo di un eroe. La descrizione qui si fa verbosa, ridondante e personalmente amo di più rileggere il terzo capitolo dell’Esodo - privo di tanti fronzoli letterari - che immediatamente conduce al motivo di quella scalata, al tremendo e affascinante segno del roveto ardente che non si consuma. L'autore dipinge una natura difficile, viva, ostile in un certo senso, ma nelle sue descrizioni, o nel ricercare le parole nella mente del suo Mosè non si trova la dinamica fondamentale della fede d’Israele in un Dio Creatore, cui è soggetta tutta la creazione e la creatura, fatta a sua immagine e somiglianza. Poi non nominare Mosè, non nominarlo mai, quasi a voler dire che ognuno di noi può essere Mosè, quell’eroe scalatore, balbuziente che porta la Legge agli uomini mi convince veramente poco. Proprio la teologia del nome, il “salvato dalle acque”, una teologia espressa in poche battute viene meno e con essa il fatto stesso che Dio rivela il suo Nome (Es 3,14). E qui il nome sparisce. Curiosa dissonanza in un testo che dà tanta importanza ai nomi delle cose e in cui la lingua ebraica sembra essere il vero protagonista.
 

De Luca compone questo libretto interessante dal punto di vista linguistico, riportando diverse parole ebraiche non credo per il desiderio di manifestare la sua erudizione in judaica, certamente di ostacolo al lettore medio che già sa poco di cristianesimo figurarsi di ebraismo in un paese scristianizzato come il nostro in cui l'analfabetismo religioso è certamente una piaga imbarazzante, ma per sottolineare, forse, che la Bibbia è scritta in un linguaggio umano; il Signore del cielo e della terra si è reso comprensibile proprio parlando la nostra lingua (o la lingua degli agiografi) e questa lingua va conosciuta, bisogna sapere attraverso cosa la Rivelazione di Dio viene a noi, bisogna conoscere la grammatica di Dio così come amavano definirla i teologi medievali. E quindi la sollecitazione qui è formidabile. È utile ricordare allora il significato di Adonai, l’Uno mentre l’uomo nella sua solitudine cerca sempre di sostituirsi alla divinità, di crearne altre e di spodestare l’unico Signore. Dio che parla all’uomo proprio grazie alla struttura della frase, al soggetto, al complemento, alla sintassi. La parola ha quindi un sé una forza unica, soprattutto se intesa e creduta come la Parola. Allora ascoltare diventa una festa e si manifesta ciò che disse Romano Guardini in riferimento a ciò che possiamo ricordare come estetica del silenzio in cui all’eloquenza si alterna il silenzio, che si fa ascolto e non assenza di suoni:
«E’ proprio dell’essenza di ogni forma di linguaggio l’essere rapportata al silenzio. Solo dal confluire di queste due componenti risulta il fenomeno nella sua interezza. Esse si determinano reciprocamente, poiché solo chi sa tacere può veramente parlare nello stesso modo che l’autentico silenzio è possibile solamente a chi sa parlare. Il vero silenzio non significa una mera entità negativa, tale da rimanere inespressa, ma un comportamento attivo, una commozione fervida della vita interiore, commozione nella quale tale silenzio diviene padrone di sé stesso. Solo da questa commossa serenità proviene alla parola quella forza silenziosa che la rende compiuta» (da Linguaggio, Poesia, Interpretazione).

Di alcuni concetti l’autore elabora una sua rilettura, a volte suggestiva e nient’altro; questo vale per la sua Eva e per i suoi “comandamenti” con sfumature a volte “pericolose” cioè tendenti a letture che se estremizzate portano “fuori” dal contenuto reale della fede e del Decalogo. Difficile ristabilire la direzione se ci si perde sul tu maschile e femminile, sul noi indistinto, sul futuro e sul presente. La filologia è sempre utile e interessante ma direi che debba essere in armonia e complementare alla teo-logia. Rimane comunque interessante, non so quanto utile in questo caso, confrontarsi con visioni differenti del codice morale biblico, sempre però avendo bene chiaro in mente cosa realmente la Sacra Scrittura, la tradizione ebraica e la dottrina cattolica dicono in merito.
Infine vorrei dire che il testo non si può leggere una volta sola. Non lo merita. Deve essere ripreso perché alcune espressioni, diversi temi non possono essere relegati nelle quattro ore circa di lettura di queste 89 paginette. Per alcune tematiche si trovano spunti veramente interessanti che non possono essere affrontati con superficialità. Penso al tema del ricordo e della memoria (p. 22) al rapporto radicale con la realtà (p. 39), alla dignità della persona in rapporto al denaro (p. 70), a quell’affermazione che stordisce per quanto è forte: «Ci sono domande in fondo alle quali si cancella il punto interrogativo e diventano involontarie affermazioni» (p. 73). E così via.

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