mercoledì 27 maggio 2015

Alcune considerazioni strettamente personali

Erri De Luca
E disse
Feltrinelli 2011
pp.89
€ 10

 

De Luca riesce a elaborare un testo particolare, una trasposizione delle Sacre Scritture. Questo aspetto può essere interessante ma ritengo che ci sia da affermare che il testo biblico lascia spazio al romanzato. Pensiamo per esempio ai tanti film e cartoni animati su Mosè ed altri personaggi biblici. Eppure la Bibbia rimane la fonte. Un testo che non vuole romanzare e che del personaggio, o dei personaggi, ci fa sapere solo quello che dobbiamo sapere. La fantasia è un dono di Dio all’uomo e non c’è niente di male a farla lavorare in modo creativo e originale. Ma su Mosè mi basta ciò che dice la Torah e questo racconto, ai miei occhi si riduce al nulla se considero per esempio la grande amicizia tra Dio e l’uomo Mosè, con cui Egli parlava. 

Le prime immagini ritraggono Mosè durante l'ascesa sul Monte Sinai ma mi sembra un’ascesa presentata come l’atto supremo di un eroe. La descrizione qui si fa verbosa, ridondante e personalmente amo di più rileggere il terzo capitolo dell’Esodo - privo di tanti fronzoli letterari - che immediatamente conduce al motivo di quella scalata, al tremendo e affascinante segno del roveto ardente che non si consuma. L'autore dipinge una natura difficile, viva, ostile in un certo senso, ma nelle sue descrizioni, o nel ricercare le parole nella mente del suo Mosè non si trova la dinamica fondamentale della fede d’Israele in un Dio Creatore, cui è soggetta tutta la creazione e la creatura, fatta a sua immagine e somiglianza. Poi non nominare Mosè, non nominarlo mai, quasi a voler dire che ognuno di noi può essere Mosè, quell’eroe scalatore, balbuziente che porta la Legge agli uomini mi convince veramente poco. Proprio la teologia del nome, il “salvato dalle acque”, una teologia espressa in poche battute viene meno e con essa il fatto stesso che Dio rivela il suo Nome (Es 3,14). E qui il nome sparisce. Curiosa dissonanza in un testo che dà tanta importanza ai nomi delle cose e in cui la lingua ebraica sembra essere il vero protagonista.
 

De Luca compone questo libretto interessante dal punto di vista linguistico, riportando diverse parole ebraiche non credo per il desiderio di manifestare la sua erudizione in judaica, certamente di ostacolo al lettore medio che già sa poco di cristianesimo figurarsi di ebraismo in un paese scristianizzato come il nostro in cui l'analfabetismo religioso è certamente una piaga imbarazzante, ma per sottolineare, forse, che la Bibbia è scritta in un linguaggio umano; il Signore del cielo e della terra si è reso comprensibile proprio parlando la nostra lingua (o la lingua degli agiografi) e questa lingua va conosciuta, bisogna sapere attraverso cosa la Rivelazione di Dio viene a noi, bisogna conoscere la grammatica di Dio così come amavano definirla i teologi medievali. E quindi la sollecitazione qui è formidabile. È utile ricordare allora il significato di Adonai, l’Uno mentre l’uomo nella sua solitudine cerca sempre di sostituirsi alla divinità, di crearne altre e di spodestare l’unico Signore. Dio che parla all’uomo proprio grazie alla struttura della frase, al soggetto, al complemento, alla sintassi. La parola ha quindi un sé una forza unica, soprattutto se intesa e creduta come la Parola. Allora ascoltare diventa una festa e si manifesta ciò che disse Romano Guardini in riferimento a ciò che possiamo ricordare come estetica del silenzio in cui all’eloquenza si alterna il silenzio, che si fa ascolto e non assenza di suoni:
«E’ proprio dell’essenza di ogni forma di linguaggio l’essere rapportata al silenzio. Solo dal confluire di queste due componenti risulta il fenomeno nella sua interezza. Esse si determinano reciprocamente, poiché solo chi sa tacere può veramente parlare nello stesso modo che l’autentico silenzio è possibile solamente a chi sa parlare. Il vero silenzio non significa una mera entità negativa, tale da rimanere inespressa, ma un comportamento attivo, una commozione fervida della vita interiore, commozione nella quale tale silenzio diviene padrone di sé stesso. Solo da questa commossa serenità proviene alla parola quella forza silenziosa che la rende compiuta» (da Linguaggio, Poesia, Interpretazione).

Di alcuni concetti l’autore elabora una sua rilettura, a volte suggestiva e nient’altro; questo vale per la sua Eva e per i suoi “comandamenti” con sfumature a volte “pericolose” cioè tendenti a letture che se estremizzate portano “fuori” dal contenuto reale della fede e del Decalogo. Difficile ristabilire la direzione se ci si perde sul tu maschile e femminile, sul noi indistinto, sul futuro e sul presente. La filologia è sempre utile e interessante ma direi che debba essere in armonia e complementare alla teo-logia. Rimane comunque interessante, non so quanto utile in questo caso, confrontarsi con visioni differenti del codice morale biblico, sempre però avendo bene chiaro in mente cosa realmente la Sacra Scrittura, la tradizione ebraica e la dottrina cattolica dicono in merito.
Infine vorrei dire che il testo non si può leggere una volta sola. Non lo merita. Deve essere ripreso perché alcune espressioni, diversi temi non possono essere relegati nelle quattro ore circa di lettura di queste 89 paginette. Per alcune tematiche si trovano spunti veramente interessanti che non possono essere affrontati con superficialità. Penso al tema del ricordo e della memoria (p. 22) al rapporto radicale con la realtà (p. 39), alla dignità della persona in rapporto al denaro (p. 70), a quell’affermazione che stordisce per quanto è forte: «Ci sono domande in fondo alle quali si cancella il punto interrogativo e diventano involontarie affermazioni» (p. 73). E così via.

venerdì 22 maggio 2015

Pentecoste e la sua veglia


Per la solennità di Pentecoste la Chiesa che è in Italia ha scelto di indicare una struttura vigilare.

Nella sezione dedicata alle collette del Messale Romano 1983, in particolare per la Domenica di Pentecoste (p. 979) c’è il formulario «Messa vespertina nella vigilia».

Cerchiamo di approfondire il significato e la natura di questa veglia per poi tornare alla sua celebrazione nelle nostre realtà italiane.


Elementi originari della Pentecoste   


Da festa agricola a commemorazione del dono della Legge sul Sinai, la Pentecoste ebraica continua a essere celebrata, mentre dai primordi del Cristianesimo questa festa si è caratterizzata per l’esclusivo riferimento alla discesa dello Spirito Santo come descritto negli Atti degli Apostoli (2, 1-11).

Ai nostri occhi, per la sua natura e la sua origine, la Pentecoste non può essere dissociata dalla Pasqua che si prolunga su 49 giorni, fino al suo coronamento e festiva conclusione nel 50° giorno.

Tertulliano (De Baptismo 19; De idolis 14), le omelie di Melitone di Sardi, Ippolito romano e Origene (Contra Celsum VIII, 23) sono i primi a menzionarla inserita nell’unico giorno della festa di Pasqua. Inoltre nel formarsi delle feste dell’anni circulum la Pentecoste, dedicata all’evento della discesa ed effusione dello Spirito Santo, non può essere separata anche dalla solennità dell’Ascensione in riferimento al Vangelo di Giovanni 16, 7 «Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paraclito; se invece io me ne vado, lo manderò a voi».
In questo senso la storia liturgica ricorda il tentativo di celebrare i due eventi insieme fino a esaltare l’Ascensione a scapito della Pentecoste (cfr. in proposito il Concilio di Elvira del 306 e la condanna di quest’uso).

Giotto, Pentecoste, Cappella degli Scrovegni, Padova

Gradualmente la Pentecoste acquista la sua autonomia perché l’ultimo giorno della Pasqua, unico giorno di festa esteso nel tempo, non poteva, alla stregua del mondo ebraico, non essere caratterizzato anche in senso liturgico.

Basti ricordare ciò che racconta Egeria nel suo Itinerarium nel quale afferma che la Pentecoste si celebra di Domenica e richiede un faticoso impegno perché prevedeva, almeno durante la presenza di Egeria a Gerusalemme, la veglia all’Anastasis in cui si svolgono le cerimonie consuete con la lettura del Vangelo della risurrezione e gli uffici consueti della vigilia (salmi e letture); al mattino si svolgevano le normali funzioni domenicali con la celebrazione eucaristica e le predicazioni dei sacerdoti e del vescovo, più brevi, in modo da finire «prima dell’ora terza». Poi tutti si recavano processionalmente con il vescovo, cantando inni, verso Sion ma facendo in modo di essere sul luogo «esattamente all’ora terza» e dove poi si proclamava il brano di At 2, 1-11. Dopo la lettura e le «funzioni solite» si dava l’avviso che la celebrazione si spostava. L’eortologia aghiopolita prevedeva per Pentecoste la salita all’Eleona e all’Imbomon «dopo l’ora sesta». La prima tappa di questa seconda parte della Pentecoste si svolgeva alla piccola edicola dell’Ascensione dove si facevano letture (compresi il brano di Atti 1, 9-11 e il vangelo dell’Ascensione Mc 16 o Lc 24, 50-53), inni, antifone e preghiere «adatte al giorno e al luogo».
Dopo quest’ufficiatura si benedicevano i catecumeni e si discendeva alla basilica dell’Eleona quando già si avvicinava il tramonto. Si procedeva quindi con le funzioni della sera, primo fra tutti il lucernario, la preghiera, la benedizione dei catecumeni e dei fedeli per poi ridiscendere solennemente in città al canto degli inni. La processione lentamente si dirigeva, con il vescovo, nuovamente al Martyrium dove c’era la stessa struttura liturgica precedente di preghiera-benedizione dei catecumeni-benedizione dei fedeli e di nuovo una processione che conduceva fino all’Anastasis per poi ricondurre, sempre in canto, il vescovo fino a Sion. Qui di nuovo si facevano le letture, si cantavano inni e antifone, preghiere, benedizioni dei catecumeni e dei fedeli e, finalmente, il congedo (Itinerarium 43,1-9). Egeria giustamente sottolinea la fatica di una celebrazione che comincia la sera prima con la veglia e termina dopo mezzanotte della Pentecoste con il congedo del vescovo.

Da oriente, in Crisostomo per esempio, a occidente, in Ambrogio, Agostino, Leone, s. Massimo di Torino e tanti altri, si possono leggere le meravigliose omelie che i Padri hanno dedicato alla Pentecoste, senza dimenticare la prosa liturgica e la poesia dei padri Siriaci tra cui Efrem o il famosissimo inno acrostico della Pentecoste di Romano il Melode di cui riportiamo un frammento:
«Concedi a i tuoi servi, Gesù, una consolazione rapida e sicura nella tristezza che attanaglia i nostri spiriti. Non separarti dalle nostre anime nella tribolazione, non allontanati dalle nostre menti nella tentazione, ma tutto previene, sempre. Accostati a noi, accostati, tu che sei ovunque. Come sono fosti sempre tra gli Apostoli tuoi, così unisciti a chi anela verso di te, ho misericordioso. Uniti a te lo diremo, glorificheremo lo Spirito santissimo» (Romano il Melode, Inni, Edizioni Paoline 1981).

La Veglia


    La prima caratterizzazione della “veglia” di Pentecoste è legata al così detto “battesimo clinico” ovvero una notte di veglia per il Signore che ricalca la Veglia pasquale ed è riservata a coloro che per impedimenti di salute non avevano ricevuto il battesimo a Pasqua.
Si trattava di una celebrazione vigilare, senza la benedizione del fuoco e del cero, con circa quattro letture (cfr. Agostino e san Leone Magno, Sermo 76), poi diventate 6, canti e preghiere, la liturgia battesimale con la cresima e l’eucaristia finale di Pentecoste che secondo la tradizione era l’unica, con la conseguente assenza di celebrazioni durante il giorno secondo la dicitura dom. vacat.
Dopo la riforma della Veglia Pasquale, passata per alterne vicende, dalla congregazione Piana fino al Missale Romanum di Paolo VI, la natura di questa veglia rimane alquanto dubbia se si continua a vederla in funzione e sul calco di quella pasquale. Se invece si riacquistasse la visione antica della vigilia come celebrazione solita di preparazione alla festa allora la vigilia di Pentecoste potrebbe essere ancora e meglio valorizzata. Insistiamo sul concetto della consuetudine di vegliare prima delle grandi solennità dell’anno liturgico, o almeno in quelle che il messale prescrive con il titolo di “messa vigilare”, perché a nostro avviso questa caratteristica della liturgia cristiana è andata pian piano svanendo con il conseguente disperdersi di profondi valori spirituali e teologici della preghiera comunitaria, laica o religiosa che sia.

Beato Angelico, iniziale S dell'antifona
Spiritus Domini

Nel Messale, come indicato più sopra, si parla di messa vespertina. La rubrica dice che dove si vuole prolungare la celebrazione si possono unire i Vespri nella messa con una lettura più abbondante della Parola di Dio, come indicato sul Lezionario. Le letture (Gn 11, 1-9; Es 19, 3-8.16-20; Ez 37, 1-14; Gl 2,28-32) iniziano dopo la salmodia con salmi resposoriali e orazioni corrispondenti come nella veglia Pasquale. Dopo la lettura, il silenzio può sostituire la recita o il canto del salmo. Dopo l’ultima lettura con il suo salmo e l’orazione il celebrante intona il Gloria cui seguono come sempre «la lettura dell’apostolo e del Vangelo».
Questa veglia, così descritta, è molto scarna e non possiede particolari caratteristiche come la simbologia della luce e delle tenebre, ma in essa si trovano i salmi, le letture, il silenzio.


Nei Principi e norme della Liturgia delle Ore questi tre elementi vengono così descritti e spiegati. Per i salmi ricordiamo che: 
«Chi recita i salmi apre il suo cuore a quei sentimenti che i salmi ispirano secondo il loro genere letterario: di lamentazione, di fiducia, di rendimento di grazie. Questi generi letterari giustamente sono tenuti in grande considerazione dagli esegeti […] Chi recita i salmi, aderendo al significato delle parole, presta attenzione all’importanza del testo per la vita umana dei credenti […] Sebbene quei carmi siano stati composti molti secoli fa presso popoli orientali, essi esprimono assai bene i dolori e la speranza, la miseria e la fiducia degli uomini di ogni tempo e regione, e cantano specialmente la fede in Dio, la rivelazione e la redenzione […] Chi recita i salmi nella Liturgia delle Ore, li recita non tanto a nome proprio quanto a nome di tutto il Corpo di Cristo, anzi nella persona di Cristo stesso. Se ciascuno tiene presente questa dottrina, svaniscono le difficoltà, che chi salmeggia potrebbe avvertire per la differenza del suo stato d’animo da quello espresso nel salmo, come accade quando chi è triste e nell’angoscia incontra un salmo di giubilo, o, al contrario, è felice e si trova di fronte a un canto di lamentazione. Nella preghiera puramente privata si può evitare questa dissonanza, perché vi è modo di scegliere il salmo più adatto al proprio stato d’animo. Nell’Ufficio divino, invece, si ha un determinato ciclo di salmi valevole per tutta la comunità ed eseguito non a titolo personale, ma a nome di tutta la Chiesa, anche quando si tratta di un orante che celebra qualche Ora da solo. Chi salmeggia a nome della Chiesa può sempre trovare un motivo di gioia o tristezza, perché anche in questo fatto conserva il suo significato l’espressione dell’Apostolo: «Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto» (Rm 12, 15), e così la fragilità umana, ferita dall’amor proprio, viene risanata nella misura di quella carità per la quale la mente concorda con la voce che salmeggia» (PNLO 106-109).

Per le letture della Sacra Scrittura si ricorda:

«La lettura della Sacra Scrittura, che per antica tradizione si fa pubblicamente nella Liturgia, non soltanto nella celebrazione eucaristica, ma anche nell’Ufficio divino, dev’essere tenuta nella massima considerazione da tutti i cristiani, perché viene proposta dalla Chiesa stessa, non a scelta dei singoli o secondo la disposizione più favorevole del loro animo, ma in ordine al mistero che la Sposa di Cristo “svolge attraverso il ciclo annuale dall’Incarnazione e dalla Natività fino all’Ascensione, al giorno di Pentecoste e all’attesa della beata speranza e del ritorno del Signore”. Inoltre nella celebrazione liturgica la lettura della Sacra Scrittura è sempre accompagnata dalla preghiera, in modo che la lettura porti maggior frutto e a sua volta la preghiera, specialmente dei salmi, venga compresa più pienamente e fatta con più intensa pietà in forza della lettura» (PNLO 140)

Infine sul silenzio, giova ricordare:

«Poiché nelle azioni liturgiche generalmente si deve avere cura di “osservare a suo tempo anche il sacro silenzio”, sia offerta la possibilità del silenzio anche nella celebrazione della Liturgia delle Ore.

Per accogliere nei cuori la piena risonanza della voce dello Spirito Santo, e per unire più strettamente la preghiera personale con la parola di Dio e con la voce pubblica della Chiesa, si può dunque, secondo l’opportunità e la prudenza, interporre un intervallo di silenzio o dopo i singoli salmi, appena ripetuta l’antifona, secondo un’antica usanza e specialmente se, dopo il silenzio, si aggiunge l’orazione salmica (cfr. n. 112); oppure dopo le letture, sia brevi che lunghe, e precisamente prima o dopo il responsorio.
Si deve però evitare di introdurre momenti di silenzio che deformino la struttura dell'Ufficio, o rechino molestia o fastidio ai partecipanti». (PNLO 201-202).

Il nostro intento non è quello di suggerire forme pastoralmente vincenti di veglia Pasquale ma di puntualizzare almeno alcuni aspetti.

In primo luogo si evidenzia che il Messale si riferisce alla possibilità di inserire i Vespri:
 
«Se si ritiene opportuno fare una celebrazione prolungata si potranno inserire i Vespri nella celebrazione delle Messa con una lettura più abbondante della parola di Dio usando le letture a scelta indicate per questa celebrazione nel Lezionario festivo».

Attualmente le regole di inserimento del Vespro nella Messa (PNLO 93-99) prevedono nei giorni festivi il canto dell’introito con la processione d’ingresso e il saluto del celebrante, la salmodia che sostituisce l’atto penitenziale e il Magnificat posticipato dopo la comunione.

In un contensto come quello italiano, in cui solitamente il latino è stato soppresso quasi dovunque per ignoranza e indolenza, si perde il patrimonio espresso dall'antifona d'ingresso; inoltre, ben consapevoli della ricchezza degli inni, e soprattutto di quelli di Pentecoste, in alcuni contesti,
saggiamente l'unione della messa a un'ora dell'ufficio prevede, per scelta arbitraria anche se suggestiva, il canto dell'inno che accompagna la processione d'ingresso. In entrambi i casi, quello precettivo dell'antifona e quello arbitrario di cantare l'inno dell'ora, sono due sottolineature della celebrazione che per Pentecoste sono un castone che trattiene e sorregge l'intera pietra preziosa della conclusione della cinquantina pasquale.

Sempre in ossequio ai Principi e norme l’unione della Messa con l’ufficio delle letture si esclude tranne per la notte di Natale e per «qualche altra volta».
 

Ci si pone quindi la domanda su quale sia la fisionomia della Veglia di Pentecoste e come debba essere organizzata.

Per questa veglia, preme sottolineare che data la sua scarsa caratterizzazione simbolica si dovrebbe evitare di trasformarla in un contenitore di simboli estemporanei e banali che hanno portato a una eccentrica e vistosa interpretazione di creatività liturgica, in grado di suscitare solo l’imbarazzo di fronte a tentativi maldestri capaci di rendere le celebrazioni comuni, parrocchiali e non, bizzarre e, in alcuni casi, veramente poco liturgiche.

Orcagna e Jacopo di Cione, Pentecoste, Galleria dell'accademia,
Firenze 1362-1365


Considerando la solenntià di Pentecoste ritengo che sia poco opportuno unire il Vespro alla Messa, perché il numero delle letture e la loro bellezza metterebbe in ombra la celebrazione dell’ora serale e la ricchezza della sua prosa liturgica che raggiunge le sue vette più alte dopo quelle della Pasqua; di due pietre preziose si rischierebbe di spostare l’attenzione su una delle due a scapito dell’altra, soprattutto tenendo in considerazione la totale assenza della prassi vigilare nelle nostre realtà diocesane e parrocchiali. 

In questo senso, una solenne messa vigilare caratterizzata da una buona preparazione di ciò che ricorda le antiche missae (sequenza lettura-salmo-orazione) potrebbe di suo già essere un segno evidente  e uno strumento adatto per prepararsi alla celebrazione.

Ricordiamo però che questa messa vigilare nel suo formulario, come le altre presenti nel Messale Romano, è distinta da quella del giorno successivo e ciò a livello pastorale credo debba essere sempre tenuto in considerazione, perché mediamente chi partecipa a una messa di veglia, difficilmente sente il bisogno di partecipare anche alla messa del giorno delle festa, con formulari e letture differenti.

Senza scadere in un sincretismo liturgico, sempre suggestivo ma sintomo di una cattiva comprensione della propria identità celebrativa, trattandosi di una celebrazione serale si potrebbe proporre di riappropriarci dell'antico lucernario rimasto in uso nelle liturgie bizantina e ambrosiana.
Senza creare troppi paralleli con la Veglia pasquale e tornando idealmente alla prassi aghiopolita descritta da Egeria, la messa potrebbe aprirsi con il rito dell’accensione dei lumi dell’altare e delle luci della chiesa evitando il buio completo della Veglia pasquale che, come è noto, ha un valore differente in funzione dell'unica luce data dal cero pasquale appena benedetto, preparato e acceso al fuoco nuovo. Una buona monizione iniziale che introduca le letture e il rispetto dei silenzi proposti possono come sempre facilitare l’accesso alla «lettura più abbondante della parola di Dio».

In alternativa alla celebrazione della messa suggerisco invece una solenne celebrazione vigilare, dopo I Vespri, composta del solo Ufficio delle letture ampliato secondo le rubriche in appendice ad ogni volume della Liturgia delle Ore:
«Coloro che, secondo la tradizione hanno il lodevole desiderio di prolungare la liturgia vigiliare delle domeniche, delle solennità e delle feste, prima celebrino l'Ufficio delle letture; dopo le due letture e prima del Te Deum aggiungano i cantici e il Vangelo».

In una tale celebrazione festiva, con i ministri rivestiti delle vesti liturgiche rosse (piviale per il celebrante e dalmatica per il diacono) e che potrebbe sempre iniziare con il lucernario, si proporrebbe la diffusione dell’Ufficio delle letture al di là delle porte dei conventi, dei monasteri o delle canoniche. I salmi dell’ufficio, eventualmente accompagnati dalle collette salmiche, come in PNLO 112, la proclamazione solenne del Vangelo, seguita secondo l’opportunità da una terza lettura patristica al posto dell’omelia, come nell’uso monastico, il canto del Te Deum, l’orazione e il congedo finale costituirebbero una celebrazione ricchissima che di suo

a. Evita il moltiplicarsi delle messe


b. Abitua alla preghiera salmica

c. Permette di familiarizzare con lo stile di preghiera ufficiale della Chiesa

d. Rimane un valido mezzo di preparazione alla solennità anche grazie agli insegnamenti autorevoli dei Padri.

Inoltre un corretto principio di adeguamento, sempre nel rispetto della struttura e degli elementi dell’Ufficio, faciliterebbero la partecipazione dei fedeli.

[Ricordiamo inoltre che l’occasione della Veglia è stata utilizzata dalla Conferenza episcopale italiana per “invitare tutte le comunità cristiane che sono in Italia, e anche tutte le comunità del mondo che vorranno aderire, a unirsi in preghiera, durante la prossima Veglia di Pentecoste (23 maggio 2015), per ricordare i martiri nostri contemporanei, esprimendo così vicinanza e partecipazione alla tragedia di tanti cristiani e di tante persone i cui diritti fondamentali alla vita e alla libertà religiosa vengono sistematicamente violati”. L’ufficio liturgico nazionale ha strutturato per l’occasione una veglia completa, con la sola celebrazione eucaristica, disponibile sia in file doc che in file pdf sul sito della CEI].

sabato 16 maggio 2015

Serena fiducia nella solennità dell'Ascensione

Ascensione, Monreale, particolare
Narrano le “Memorie storiche dell’ambrosiana Real Basilica di san Lorenzo di Firenze” (1804) che i fedeli della Chiesa erano tenuti a contribuire in vario modo alle spese parrocchiali ed in particolare che fossero tenuti a pagare l’olio delle lampade da far ardere per tutta la durata della Veglia dell’Ascensione. In nota, il testo afferma che Beda il Venerabile riconosce l’inizio di questa pratica sul Monte Oliveto dove i cristiani accendevano un così gran numero di lumi che il monte sembrava ardesse. Il tutto si svolgeva in memoria della salita al cielo del Signore ed era la manifestazione della gratitudine a Dio per il grande dono di questa festa. (cfr. p. 101).
Il Moroni nel suo Dizionario aggiunge la notizia che da questa pratica derivasse in privato quella di far ardere nelle case un lume che rimanesse acceso tutta la notte. Il simbolo della lucerna accesa, la luce artificiale che combatte con le tenebre della notte, è stato fino ad oggi oggetto di diversi, eruditissimi e interessantissimi studi.
Le lampade, da quelle scolpite sulle lapidi a quelle materialmente accese nel lucernario del Vespro e nell’intimità delle case, sono state a più riprese simbolo del lumen fidei nonché di Gesù Cristo, il sole che sorge dall’alto e il sole di Giustizia (Ml 3,20) che con la sua luce disperde le tenebre del peccato e del vizio, così come risuona nella notte di Pasqua quando il celebrante accende il cero al fuoco nuovo, «La luce del Cristo che risorge glorioso disperda le tenebre del cuore e dello spirito» (MR1983, 164).
Ancora oggi, a Gerusalemme sul monte degli Ulivi, all’edicola ottagona dell’Imbomon di proprietà musulmana, la festa dell’Ascensione si apre con i primi vespri e la compieta celebrati dai francescani e dai fedeli che vi convengono. Fuori dall’edicola vengono allestite tende per ospitare i pellegrini che intendono seguire la notte di veglia. L’edicola custodisce le “impronte” di Gesù, lasciate prima dell’Ascensione e che vengono circondate di candele, mentre le spoglie mura interne vengono ricoperte di drappi rossi per adornare il luogo della preghiera notturna, tra i canti e le preghiere si alternano le messe, dette su due altari posizionati ai lati dell’ingresso dell’edicola. Le ore di veglia per l’ascensione si concludono con la messa solenne dei francescani nel quarantesimo giorno dopo la Pasqua.
Tra i testi importati di questa solennità del Signore ricordiamo il prefazio:
«È veramente cosa buona e giusta,
che tutte le creature in cielo e sulla terra
si uniscano nella tua lode, Dio onnipotente ed eterno:

Il Signore Gesù, re della gloria,
vincitore del peccato e della morte,
oggi è salito al cielo
tra il coro festoso degli angeli.

Mediatore tra Dio e gli uomini,
giudice del mondo e Signore dell’universo,
non si è separato dalla nostra condizione umana,
ma ci ha preceduti nella dimora eterna,
per darci la serena fiducia
che dove è lui, capo e primogenito,
saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria.

Per questo mistero, nella pienezza della gioia pasquale,
l’umanità esulta su tutta la terra,
e con l’assemblea degli angeli e dei santi
canta l’inno della tua gloria».


Il testo si apre con il riferimento al cielo e alla terra, le due dimensioni che oggi Cristo unisce con la sua ascensione e che per secoli le nostre chiese hanno riprodotto, soprattutto quando l’architettura prevedeva l’elemento geometrico del cubo, simbolo della terra, della nostra caducità e dell’orizzontalità del quotidiano che non si dà senza la presenza della cupola, della semisfera, di quella porzione di cielo verso cui l’uomo tende, senso e capacità della creatura di rivolgersi verso il creatore, o dell’uomo di essere in grado di ricercare chi lo sovrasta. Il cielo/cupola è ciò che le leggi e le ideologie antireligiose hanno cercato e cercano ancora di eliminare, lasciando l’uomo alla sola realtà orizzontale, senza contare che la dimensione “altra” o “superiore” dell’uomo ed il suo desiderio di trascendente non può essere mai definitivamente eliminato. Tipica di questa armonia delle forme è l’architettura delle chiese bizantine che illustra il simbolismo della terra (quadrato) e del cielo (semisfera) e la loro successiva elaborazione.
Nella seconda parte del prefazio il Signore Gesù è definito il “Re della gloria” evoca la meravigliosa antifona al cantico evangelico dei secondi vespri

O re della gloria, Signore dell’universo, oggi tu ascendi vittorioso nei cieli: non lasciarci soli, manda lo Spirito promesso dal Padre, alleuia.
O rex gloriae, Domine virtutum, qui triumphator hodie super omnes caelos ascendisti, ne derelinquas nos orphanos sed mitte promissum Patris in nos Spiritum veritatis, alleluia
La parte centrale del prefazio indica i titoli del Signore risorto. Esso parla in primo luogo del  “mediatore tra Dio e gli uomini” (Eb 12, 18-19.21-24) e del “giudice del mondo” così come la liturgia del Natale e dell’Avvento ci invita a riconoscere il Cristo, per esempio nell’inno Conditor alme Siderum che nella strofa finale invoca il Signore venture iudex saèculi; l’altro titolo, Signore dell’universo, presente nell’antifona al Magnificat dei secondi Vespri citata sopra, è l’oggetto di tutta la festa che chiude l’anno liturgico e che significativamente stabilisce liturgicamente la signoria di Gesù dal legno della croce e dalla sua passione così come testimoniato dalla Sacra Scrittura.
Il resto della parte centrale del prefazio amplifica i sensi espressi nella colletta e sottolinea la serena fiducia per cui l’ascensione non è solo il distacco di Gesù da noi ma è il segno del nostro destino perché “dove è lui, capo e primogenito, saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria”. La serenità è un valore agognato dalla modernità, spesso rincorso con tanta frenesia che ne adombra la sua vera essenza. Ma la liturgia fonda altrove questa dolce parola che Dante più volte fa sua come all’inizio del Purgatorio (I, 13-18: «Dolce color d’oriental zaffiro, che s’accoglieva nel sereno aspetto del mezzo, puro infino al primo giro, a li occhi miei ricominciò diletto, tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta che m’avea contristati li occhi e ‘l petto»).
La serena fiducia di cui parla la liturgia italiana è fondata sull’evento della vita di Cristo che  san Leone Magno così spiegava:
«Oggi infatti ricordiamo e celebriamo il giorno in cui la nostra povera natura è stata elevata in Cristo fino al trono di Dio Padre, al di sopra di tutte le milizie celesti, sopra tutte le gerarchie angeliche, sopra l'altezza di tutte le potestà. L'intera esistenza cristiana si fonda e si eleva su una arcana serie di azioni divine per le quali l'amore di Dio rivela maggiormente tutti i suoi prodigi. Pur trattandosi di misteri che trascendono la percezione umana e che ispirano un profondo timore reverenziale, non per questo vien meno la fede, vacilla la speranza e si raffredda la carità. Credere senza esitare a ciò che sfugge alla vista materiale e fissare il desiderio là dove non si può arrivare con lo sguardo, è forza di cuori veramente grandi e luce di anime salde. Del resto, come potrebbe nascere nei nostri cuori la carità, come potrebbe l'uomo essere giustificato per mezzo della fede, se il mondo della salvezza dovesse consistere solo in quelle cose che cadono sotto i nostri sensi? Perciò quello che era visibile del nostro Redentore è passato nei riti sacramentali. Perché poi la fede risultasse più autentica e ferma, alla osservazione diretta è succeduto il magistero, la cui autorità avrebbero ormai seguito i cuori dei fedeli, rischiarati dalla luce suprema. Questa fede si accrebbe con l'ascensione del Signore e fu resa ancor più salda dal dono dello Spirito Santo. Non riuscirono ad eliminarla con il loro spavento né le catene, né il carcere, né l'esilio, né la fame o il fuoco, né i morsi delle fiere, né i supplizi più raffinati, escogitati dalla crudeltà dei persecutori. Per questa fede in ogni parte del mondo hanno combattuto fino a versare il sangue, non solo uomini, ma anche donne; non solo fanciulli, ma anche tenere fanciulle. Questa fede ha messo in fuga i demoni, ha vinto le malattie, ha risuscitato i morti» (In Asc. 74, 2-5).

Tra le tradizioni legate all’Ascensione ricordiamo la meravigliosa festa della Sensa a Venezia, che riconduce nuovamente alla terra, anzi al mare e alla vita di commercio, alla protezione e alla convivenza con esso:
«Al giorno dell’Ascensione, che in dialetto veneziano si chiama  “Festa della Sensa”, è legato anche un antichissimo rito che si celebra a Venezia da secoli. Si tratta dello  “Sposalizio del mare”, una bella cerimonia durante la  quale il Doge a bordo del “Bucintoro”, gettava nelle acque della laguna un anello d’oro, per  ribadire il dominio della Serenissima sul mare. La manifestazione commemorava un evento molto  importante per la Repubblica veneziana, e cioè  quando il 9 maggio dell’anno Mille, una data che segnò l’inizio dell’espansione veneta nell’Adriatico,  il doge Pietro II Orseolo partì con la sua spedizione, proprio il giorno dell’Ascensione, per soccorrere e conquistare le popolazioni della Dalmazia minacciate dagli Slavi. La cerimonia, che  in origine aveva carattere propiziatorio con il mare, si svolgeva con la solenne processione di decine d’imbarcazioni guidate dalla nave del doge, detta  appunto il “Bucintoro”, che usciva dalla laguna attraverso la bocca del Lido. Qui, nelle acque antistanti la chiesa di San Nicolò, patrono dei naviganti, ogni anno il doge lasciava cadere un anello consacrato nel mare, e con le parole in latino “Desponsamus te, mare. In signum veri perpetuique dominii”, ossia “Ti sposiamo, mare”. In segno di vero e perpetuo dominio”,  dichiarava Venezia e il mare indissolubilmente uniti. Modernamente, fin dal 1965 e  grazie al impegno del “Comitato Festa della Sensa”, Venezia è tornata a celebrare l’evento, presieduto dal sindaco della città».


Francesco Guardi, 1766
Il Doge sul Bucintoro si dirige verso San Nicolò di Lido, Louvre, Parigi

Maria Mater Ecclesiae - Ecclesia Christiana

abside di santa Maria in Trastevere
Osservato in questa prospettiva, il mosaico di santa Maria in Trastevere (1140-1143 ca.) può apparire a prima vista più tradizionale di quello di San Clemente, soprattutto per la composizione a figure allineate del catino. Ma è proprio qui, tuttavia - precisamente nella zona centrale - che si cela una sofisticata invenzione iconografica.

A distanza di secoli dall’abside paleocristiana di Santa Maria Maggiore e da quella carolingia di Santa Maria in Domnica, viene riproposto un tema mariano.

Il nucleo del programma è costituito da un’immagine doppia: il Cristo in trono abbraccia la Vergine Regina seduta alla sua destra. Maria è incoronata, già assunta in cielo, ed è raffigurata mentre sostiene un lungo cartiglio, nel gesto tipico dell’Advocata, con le mani sollevate di lato verso il Cristo in atto di intercessione per l'umanità.

Il gruppo costituisce la versione romana di un tema assai diffuso nell'Europa del XII secolo:
l'incoronazione della Vergine, presente per la prima volta già nelle vetrate volute dall’abate Suger a saint-Denis, e poi diffuso soprattutto nei programmi scultorei delle cattedrali. Questa scelta dimostra che gli intellettuali e i teologi pontifici erano ben aggiornati sulle tendenze della contemporanea spiritualità transalpina: soprattutto sul pensiero di San Bernardodi Clairvaux, che nel suo Commento al Cantico dei cantici interpreta Maria come sposa di Cristo e come Ecclesia, riconoscendo nella festa dell'Assunzione il giorno delle nozze di Cristo con la Chiesa.

Le iscrizioni che si leggono nei cartigli delle due figure divine dimostrano tuttavia che concetti e riferimenti sottesi alle immagini sono tipicamente romani ed implicano uno stretto rapporto tra arte e liturgia della città papale. I testi sono citazioni del Cantico dei Cantici, precisamente dei brani usati per le antifone della festa dell'Assunzione, che venivano recitati nel corso della celebre processione che si teneva la notte tra il 14 e il 15 agosto: «Veni electa mea et ponam in te thronum meum» (Cristo); «Leva eius sub capite meo et dextera illius amplexabitur me» (Maria).

È questo richiamo ad una dimensione rituale ben nota ai fedeli a far scattare nel mosaico - pur nel rispetto di una gestualità iconica - una sorta di colloquio sulla scena tra Madre e Figlio, che spezza il ritmo monotono impresso alla composizione delle figure astanti. Come ha felicemente intuito Kitzingen, l'abbraccio tra i personaggi in trono adombra un preciso momento della liturgia di Ferragosto, facendo riferimento con ogni probabilità alla prima e più importante tappa del percorso notturno: quella in cui l’Acheropita - l'icona di Cristo proveniente dal Sancta Sanctorum - veniva deposta sui gradini del portico di Santa Maria Nova e gli veniva collocata accanto un'icona di Maria (forse l’Hodighitria del VI secolo conservata nella stessa chiesa). In coincidenza con l’“incontro” tra le due venerate immagini, i fedeli intonavano l’inno Maria, quid est?, tratto dal Cantico dei Cantici, mediante il quale si attribuivano alle figure divine protagoniste della “sacra rappresentazione” le battute di un vero e proprio dialogo. Questa sosta così spettacolare, che doveva costituire, durante la processione, uno dei momenti di massima visibilità delle due icone, materialmente “sedute” l'una accanto all'altra sui gradini della chiesa, è il segmento liturgico che possiamo considerare trasposto nella scena centrale del mosaico: forse il più importante riflesso in campo figurativo di una consuetudine del rito romano. Al pari del testo del Cantico, che gli fa da sottofondo, anche il mosaico si presta ad una lettura multipla. Esso non implica sono il riferimento alla processione di ferragosto, Al tema dell'assunzione di Maria e alle icone romane. Maria regina, proprio sulla scorta delle interpretazioni correnti del Cantico, rappresenta -lo si è visto- anche la chiesa, e la festa dell'assunzione allude alle sue nozze mistiche con Cristo. Come nel mosaico di San Clemente […] ci troviamo anche qui di fronte ad una solenne rappresentazione dell’Ecclesia Christiana, resa dal punto di vista maiestatico della sua aucotritas.

A. Cadei - P. Piva, L’arte Medievale nel contesto 300 - 1300. Funzioni, iconografia, tecniche (Di fronte attraverso 635; Storia dell’arte 27) Jaca Book, Milano 2006, 470

venerdì 1 maggio 2015

Tempo...perso

Jacques Le Goff
Il tempo sacro dell'uomo
Editori Laterza
pp. 208
€ 16,00


Poche parole in merito. 

Il solito libro inutile di Le Goff. In un territorio spinoso, quello della liturgia, che l'autore manifesta apertamente di non conoscere grazie ad affermazioni assurde, errori grossalani e posizioni che prese da parte di uno storico sono veramente imbarazzanti. A questo si aggiungono la vaghezza di certi giudizi e asserzioni sulla dottrina cristiana, evidentemente conosiuta in modo superficiale e un bizzarro tentativo di spiegare le scelte e i contenuti di Jacopo da Varazze nella sua Legenda Aurea a prescindere dallo scopo dell'opera, didattica e liturgica.
Inoltre un ringraziamento alla Laterza per il titolo che per l'ennesima volta non rispecchia il contenuto del libro e in particolare il titolo originale.

San Lorenzo nel Palazzo Apostolico

"Oggi la chiesa di Roma celebra il giorno del trionfo di Lorenzo, giorno in cui egli rigettò il mondo del male. Lo calpestò quando...