mercoledì 15 aprile 2015

Liturgia e santificazione del tempo

Parlare della Liturgia delle Ore dopo il Vaticano II vuol dire fare riferimento, per certi versi in modo obbligato, a una categoria principale di significato con cui la Chiesa si esprime e interpreta il canto di lode per il suo Signore. La categoria teologica, liturgica e spirituale è quella della santificazione. Il concetto potrebbe essere semplicemente riassunto indicando che il tempo in cui siamo inseriti, la routine degli impegni settimanali, per il cattolico inserito seriamente nella preghiera è caratterizzato da una modifica del senso del tempo, che radicato nell'esperienza della lode al Signore, diviene un altro tempo, non parallelo e meta-fisico, ma santificato dal rapporto di intimo dialogo tra Dio e l’uomo.

In sede di riforma del Breviario si è tenuto conto di quanto indicato dal Concilio: «Il divino ufficio, secondo la tradizione cristiana, è strutturato in modo da santificare tutto il corso del giorno e della notte per mezzo della lode divina» (SC 84). A cinquant'anni di distanza questo dettato conciliare lascia radicalmente perplessi nell'attuazione che ne è seguita, per vari motivi, soprattutto in riferimento alle veglie, ovvero la santificazione della notte, che raramente si vedono applicate nella forma prevista dalla Liturgia Horarum, con la conseguente dipsersione di un'ennesima ricchezza.

Quando si è provveduto a corredare la nuova Liturgia delle Ore di un’Institutio Generalis (IGLH) come per il Messale, l’indicazione conciliare è stata formulata in questo modo:
«Ma poiché la Liturgia delle Ore è santificazione della giornata, l'ordinamento dell'orazione è stato riveduto in modo che le Ore canoniche possano più facilmente corrispondere alle varie ore del giorno, tenuto conto delle condizioni in cui si svolge la vita degli uomini del nostro tempo» (IGLH 2).

Qui la Chiesa ha affermato il principio che da secoli ha animato la sua preghiera quotidiana, ovvero che dedicarsi all’orazione, liturgica e canonica, individuale o comunitaria, è santificare il tempo in cui viviamo. Cogliendo il senso di ciò che la Sacrosanctum Concilium ha dichiarato, l’IGLH ha ribadito che:
«Cristo ha comandato: “Bisogna pregare sempre senza stancarsi” (IGLH 18, 1). Perciò la Chiesa, obbedendo fedelmente a questo comando, non cessa mai d'innalzare preghiere e ci esorta con queste parole: “Per mezzo di lui (Gesù) offriamo continuamente un sacrificio di lode a Dio” (Eb 13, 15). A questo precetto la Chiesa ottempera non soltanto celebrando l'Eucaristia, ma anche in altri modi, e specialmente con la Liturgia delle Ore, la quale, tra le altre azioni liturgiche, ha come sua caratteristica per antica tradizione cristiana di santificare tutto il corso del giorno e della notte. Poiché, dunque, la santificazione del giorno e di tutta l'attività umana rientra nelle finalità della Liturgia delle Ore, il suo ordinamento è stato rinnovato in modo da far corrispondere, per quanto era possibile, la celebrazione delle Ore al loro vero tempo, sempre tenendo conto, però, delle condizioni della vita odierna. Perciò «sia per santificare veramente il giorno sia per recitare con frutto spirituale le stesse Ore, conviene che nella recita delle Ore si osservi il tempo, che corrisponde più da vicino al tempo vero di ciascuna Ora canonica» (IGLH 10-11)

In riferimento alla Sacrosanctum Concilium  la Chiesa ricorda ai fedeli che la santificazione non è solo del tempo, elemento materiale trasformato dalla recita delle Lodi o dei Vespri, ma è un evento che avvolge interamente l’uomo nella sua esperienza di preghiera. Tenendo presente che la preghiera liturgica, o in generale la preghiera della Chiesa non è una cantilenata recita di formule sterili e insignificanti ma un entrare in comunione con Dio, in dialogo con lui per partecipare al suo disegno di salvezza e percepire la forza del suo amore donativo, manifestato nel sacrificio del Figlio, sotto la guida dello Spirito che suggerisce il “come” ed il contenuto della preghiera, la Liturgia delle Ore inerisce alla santificazione dell’uomo secondo le dinamiche descritte dal testo conciliare sulla Liturgia:

«Nondimeno la liturgia è il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia. Il lavoro apostolico, infatti, è ordinato a che tutti, diventati figli di Dio mediante la fede e il battesimo, si riuniscano in assemblea, lodino Dio nella Chiesa, prendano parte al sacrificio e alla mensa del Signore. A sua volta, la liturgia spinge i fedeli, nutriti dei “sacramenti pasquali”, a vivere “in perfetta unione”; prega affinché “esprimano nella vita quanto hanno ricevuto mediante la fede”; la rinnovazione poi dell'alleanza di Dio con gli uomini nell'eucaristia introduce i fedeli nella pressante carità di Cristo e li infiamma con essa. Dalla liturgia, dunque, e particolarmente dall'eucaristia, deriva in noi, come da sorgente, la grazia, e si ottiene con la massima efficacia quella santificazione degli uomini nel Cristo e quella glorificazione di Dio, alla quale tendono, come a loro fine, tutte le altre attività della Chiesa». (SC 10).

La santificazione dell’uomo si realizza nella Liturgia, luogo privilegiato in cui si può comunicare alla grazia. Non si tratta di una santificazione frutto di impegno esclusivamente umano se non come risposta libera e volontaria alla comunicazione di grazia che Dio compie nella celebrazione della Chiesa. La celebrazione dei misteri della vita di Cristo è comunione con la sua persona e quindi adesione alla suo desiderio di salvezza per l’umanità. In particolare i Principi e Norme della Liturgia delle Ore specificano che

«Nella Liturgia delle Ore si compie la santificazione dell'uomo e si esercita il culto divino in modo da realizzare in essa quasi quello scambio o dialogo fra Dio e gli uomini nel quale “Dio parla al suo popolo... il popolo a sua volta risponde a Dio con il canto e con la preghiera”. Senza dubbio i partecipanti possono ottenere dalla Liturgia delle Ore una santificazione larghissima per mezzo della parola salvifica di Dio che ha grande importanza in essa. Dalla Sacra Scrittura si scelgono, infatti, le letture. Da essa viene la Parola divina dei Salmi che si cantano davanti a Dio. Di afflato e ispirazione biblica sono permeate le altre preci, orazioni e canti. Non solo dunque quando si legge tutto ciò che è “stato scritto per nostra istruzione” (Rm 15, 4), ma anche quando la Chiesa prega o canta, si alimenta la fede dei partecipanti, le menti sono sollevate verso Dio per rendergli un ossequio ragionevole e ricevere con più abbondanza la sua grazia» (IGLH 14).

Nel solco del significato esposto, la Liturgia delle Ore è il tempo in cui si compie la santificazione e il suo strumento “primo” si riconosce nella Sacra Scrittura, letta e meditata nelle Ore, presente diffusamente nelle antifone, nei responsori negli inni e nelle orazioni di tutta l’ufficiatura. Inoltre la Sacra Scrittura e - in modo particolare i Salmi - e tutti i testi che ad essa si ispirano e sulla quale sono composti e conformati, immettono l’orante in quel dinamismo proprio della preghiera cristiana per cui essa è un atto di fede rivelativo perché, quando l’uomo prega, se non fugge dal presente per un mondo distopico, se non si rifugia nel sentimento di una religione intimistica, egli si riconosce  creatura fragile e caduca dinnanzi al Creatore, riconosce nell'atto di fede che è il pregare la sua stessa identità di essere redento, rinnovato, rigenerato dalle acque del Battesimo.

Nell’Institutio si ricorda che le Ore sono destinate e ordinate a santificare il tempo, ovvero ogni volta che il fedele entra nel tempo di preghiera, lasciandosi alle spalle il tempo lineare in cui vive, entra nel kairos o tempo di grazia, perché quei minuti di dialogo, di comunicazione tra il credente e il mistero di Cristo, per la comunione con lui è un’esperienza che allarga e diffonde tale mistero a tutta la vita. Per la preghiera del Mattino e il suo significato di santificazione del tempo, l’Institutio cita san Basilio Magno:

«Il Mattutino è fatto per consacrare a Dio i primi moti della nostra mente e del nostro spirito in modo da non intraprendere nulla prima di esserci rinfrancati col pensiero di Dio, come sta scritto: "Mi sono ricordato di Dio e ne ho avuto letizia" (Sal 76, 4); né il corpo si applichi al lavoro prima di aver fatto ciò che è stato detto: "Ti prego, Signore. Al mattino ascolta la mia voce; fin dal mattino t'invoco e sto in attesa" (Sal 5, 4-5)» (IGLH 38).

Santificare il tempo non può essere un'azione che abbia la persona come unico soggetto agente. In questa azione il nostro riferimento è solo il Figlio di Dio che nell'incarnazione ha permesso all’Eterno entrare nel tempo, all’Infinito nel finito, all’Onnipotente nelle pieghe dell’umano. In Cristo noi riconosciamo i primordi della santificazione del tempo, di quel desiderio e aspirazione di compiere tutto secondo la volontà del Padre, di quel tempo materiale che si riempie della pienezza del Dio rivelato storicamente.
Nella Chiesa la santità è in riferimento a Cristo e non all’uomo in funzione del grado di partecipazione al mistero di salvezza operato da Cristo nella sua Passione, Morte e Risurrezione. Ma la santità non si ferma e non si chiude nell’ambito morale di una perfetta adesione e irreprensibile esecuzione della Legge.
La santificazione di cui parla La Chiesa nei testi citati permea la vita del credente, per cui l’intera esistenza si riveste di sacralità, dovuta al dono e alla sua non manipolabilità, perché posta nelle mani di Dio e non nelle nostre; la santità si estende ai tempi liturgici, al giorno liturgico che si distingue dalle 24 ore del calendario civile perché apre, immette e chiude per il credente la partecipazione alla storia della salvezza.  Dopo aver comunicato alla fonte della Vita, la fede e l’atto di preghiera che la esprime, esigono un’operosità “per la fede”, uno stile di vita che segue e attua ciò che si è creduto e pregato, una correttezza morale che è conformazione e “imitazione” del modello riconosciuto nel Signore Gesù.

Tutto il percorso, che abbiamo cercato di delineare per sommi capi, non si esaurisce nell’esperienza del singolo ma si esprime pienamente e visibilmente nel popolo dei redenti che prega e che è oggetto di salvezza. La plebs  Dei  è il popolo “santo” perché oggetto della volontà di salvezza e di santificazione e perché popolo di cristiani, cioè di uomini e donne che in Cristo e nella sua missione riconoscono la propria identità.
    Nella Liturgia delle Ore il tutto avviene in un “ingrediente” semplice che è il succedersi delle 24 ore, nella simbologia dell’esistenza che si alterna nel giorno e nella notte. Nell'elemento povero della quotidianità, la preghiera oraria della Chiesa crea una modificazione del tempo perché in essa si ricorda (passato) e si vivono (presente) i mirabilia Dei, con lo sguardo al tempo in cui Dio ancora si rende manifesto, all’hapax  degli eventi della vita di Cristo presenti qui e ora,  indicando la meta cui il popolo di Dio tende, che accomuna i credenti, viatores, con il desiderio per la Gerusalemme del cielo (futuro escatologico).
    Forse siamo ancora lontani da capire che La Liturgia delle Ore si caratterizza come santificazione dell’uomo proprio perché si fa carico della sua grandezza e infermità e si costituisce come il quadrante di un nuovo “orologio” non più solo condannato a rincorrere il susseguirsi dei secondi ma teso verso la sua stessa realizzazione e pienezza nella redenzione di Cristo; un tempo non chiuso nel recinto del fugit
irreparabile (Georgiche, III, 284) o dell’intimo ma che nel quotidiano dell’esistenza rende partecipe tutto dell’opus Dei (Regola di Benedetto 8-11).

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