venerdì 24 aprile 2015

L'italiano della messa

Nella rubrica «Il tema del mese», l'Accademia della Crusca ha dedicato un post sull'uso della lingua madre italiana per la celebrazione dell'Eucaristia, in occasione dei cinquant'anni dell'introduzione dell'idioma italico per la liturgia cattolica. La rubrica coincide con la ricorrenza del  7 marzo 1965 - prima domenica di Quaresima - quando papa Paolo VI celebrò per la prima volta la santa Messa in italiano a Roma, nella parrocchia di Ognissanti in via Appia, compiendo le aspettative del Concilio e sancendo quel definitivo e radicale cambiamento della vita liturgica che avrebbe coinvolto la Diocesi di Roma, la Chiesa in Italia e quindi tutto il resto della Chiesa universale. Giova ricordare le parole che il beato Paolo VI pronunciò nell'omelia per capire la portata di questo anniversario:


Straordinaria è l’odierna nuova maniera di pregare, di celebrare la Santa Messa. Si inaugura, oggi, la nuova forma della Liturgia in tutte le parrocchie e chiese del mondo, per tutte le Messe seguite dal popolo. È un grande avvenimento, che si dovrà ricordare come principio di rigogliosa vita spirituale, come un impegno nuovo nel corrispondere al grande dialogo tra Dio e l’uomo. […] Norma fondamentale è, d’ora in avanti, quella di pregare comprendendo le singole frasi e parole, di completarle con i nostri sentimenti personali, e di uniformare questi all’anima della comunità, che fa coro con noi.

Prima messa in italiano celebrata da sua santità Paolo VI nella parrocchia di Ognissanti.
Vittorio Coletti, accademico della Crusca scrive: 

«Cinquant’anni fa, esattamente il 7 marzo, papa Paolo VI celebrava a Roma, nella chiesa di Ognissanti, la prima messa in italiano. Dopo essere stata la prima istituzione pubblica a ufficializzare la pratica delle lingue locali nella predicazione (Concilio di Tours dell’813), la Chiesa dì Roma è stata l’ultima ad adottarle nei suoi riti, dopo essere stata a lungo restia ad usarle anche per la conoscenza delle Sacre Scritture. Come si sa, quello delle lingue fu uno dei punti di contrasto tra protestanti (che immediatamente adottarono le lingue materne) e cattolici (che rimasero fedeli al latino) e uno degli argomenti di più appassionata discussione al Concilio di Trento. La questione era eminentemente dottrinale, teologica e pastorale, tanto nel XVI secolo, quando la Chiesa romana si schierò con i vescovi spagnoli contro quelli tedeschi e disse di no alla messa nelle lingue locali, quanto nel 1963, quando, al Concilio Vaticano II, ne permise l’adozione. Da allora anche l’italiano è diventato lingua del rito centrale del cristianesimo, non senza rammarico, nostalgia e polemiche dei vari tradizionalisti, che ora, grazie a  un decreto di Benedetto XVI, possono, se le circostanze lo consentono, celebrare di nuovo la messa anche in latino. Ma si tratta di casi limitati, anche se potenzialmente destinati a crescere, specie se dovesse diffondersi un’interpretazione distintiva, grintosamente difensiva del cattolicesimo, magari sotto l’incalzare di altri estremismi religiosi.

Ma a noi qui interessa la lingua. E la domanda allora è: che tipo di italiano è quello che tutte le domeniche i cattolici usano in chiesa durante la messa? Bisogna dire subito che non coincide precisamente con la lingua comune, e non c’è da stupirsene, vista (è il caso di dirlo) la funzione. Intanto, ci sono costrutti preposizionali o inusuali o letterari tipo “per Cristo” col valore di mezzo, tramite, che la lingua ordinaria non prevede se non con nomi comuni (“per posta”) e che con nomi propri ha valore diverso (“per Marco” vale “a giudizio di Marco”). Allo stesso modo “in Gesù Cristo… canteremo la tua gloria” è ai limiti della grammatica (si canta qualcosa non in ma con). Il “sacrificio.. preparato nel tuo santo nome” potrebbe significare “per conto tuo” e invece ritengo (ma chiedo soccorso ai teologi) voglia dire altra cosa, tant’è vero che Antonio Rosmini aveva suggerito di tradurre “preparato al tuo santo nome”. La reggenza “nell’unità dello Spirito santo” è, per la norma, incongrua, perché l’italiano accetta solo “in unità con”, tanto che il card. Tamburini aveva saggiamente suggerito, già nel ‘700, “in unità di essenza collo Spirito santo”, chiarendo il senso e rispettando la grammatica. Nel Credo si dice “credo la Chiesa una, santa, cattolica” e già Manzoni aveva qualche dubbio al proposito, che però Rosmini gli chiarì ricordandogli che qui credo vale professo e attesto, con un valore perciò diverso dal precedente (nella stessa preghiera) “credo in un solo Dio”. Anche “comunicando al santo mistero del corpo e sangue…” prevede una reggenza anomala del verbo comunicare, che in italiano corrente vuole con. Certe espressioni poi sono molto particolari. Ad esempio, la risposta all’augurio del sacerdote, “Il Signore sia con voi”, “e con il tuo spirito” non è affatto perspicua e sarebbe più chiara se fosse “”e (anche) con te”, come suggeriva Franco Fochi, se non addirittura “abiti egli ancora nel tuo spirito”, come proponeva  Ludovico A. Muratori. Certe invocazioni sono circondate da una serie di apposizioni, ma non si distingue più tra il vocativo (Gesù Cristo) e i suoi titoli in “tu solo il Santo, tu solo il Signore, tu solo l’Altissimo, Gesù Cristo”, tanto che ancora Muratori aveva pensato di metterci davanti un oh: “Oh Signore, Figlio unigenito, Gesù cristo. Oh Signore Iddio, Agnello di dio, Figlio del Padre”, per distinguere i vocativi dai loro attributi teologici. 

E che dire poi del valore che a messa assumono parole come sacrificio o vittima, usate con una valenza positiva che certo non hanno nella lingua comune, o passione usato non come attrazione ma come sofferenza: si pensi come, nell’italiano corrente, la frase “Egli, offrendosi liberamente alla sua passione” potrebbe avere un senso completamente diverso da quello che assume nella messa. Per non dire dell’uso della parola “memoriale”, che evoca diari, retroscena, e che invece è stato a volte introdotto, come opzione dotta, per tradurre un ben più semplice “memores” latino (cioè: ricordando, memori). E così “ministri”, scelta colta per servi e/o sacerdoti. Ci sono in effetti nobilitazioni varie del linguaggio, come in “rendere grazie” per “ringraziare” o sottili ritocchi per non abbassarlo, come quando “dopo la cena, allo stesso modo” (che sostituisce un precedente “dopo aver cenato”) isola con l’articolo quella cena speciale, evitando la banalizzazione del  “dopo cena”. Ma la traduzione in italiano del latino della vecchia messa è stata ovviamente anche un’occasione per aggiustamenti teologici, come quando il Deus Sabaoth, cioè “degli eserciti”, è diventato “Dio dell’universo” o il sangue, che in latino era versato “pro multis”, in italiano è stato offerto “per tutti”. Ma questa ovviamente non è più questione di lingua».

Premesso che nel virgolettato, verso la fine del terzo paragrafo, Dio andrebbe con la maiuscola e che la messa in latino non è solo quella del Missale Romanum 1962 dato che anche il papa, sempre più raramente, celebra il rito romano "ordinario" in latino, mi permetto solo di indicare alcuni concetti legati a questo interessante articolo.
Papa Francesco nella parrocchia di Ognissanti celebra l'eucaristia
nel 50° della messa di Paolo VI in italiano

Molti altri sono i problemi di lingua e riguardano soprattutto il Lezionario, con la nuova traduzione della Bibbia in Italiano del 2008 e che penso siano un buon campo di lavoro per gli accademici della Crusca, visti i rilevanti problemi di sintassi, di grammatica e di vocabolario, spesso incoerenti e decisamente fuori luogo per una lingua come l'italiano e per l'uso non "comune" cui è destinato (ricordo solo a titolo di esempio che Gesù da "Maestro", è diventato, nella nuova traduzione "Guida"). Senza contare l'eccessivo numero di traduzioni pedestri e imbarazzanti che creano un'altra lingua, certamente non l'italiano, più simile nei concetti alla lingua creata da Camilleri per Montalbano che a quella studiata obbligatoriamente nelle scuole italiane.
Interessante è anche il confronto che si può fare con il Messale della Chiesa Ambrosiana con un italiano decisamente non "comune", di grande effetto ma che alle volte non rende quando i testi sono proclamati, ed un esempio può essere la stupenda preghiera eucaristica V per la notte di Pasqua. 

Il primo approccio a questo articolo spinge a riferirmi a un concetto particolare. Nel considerare la lingua parlata e scritta i credenti ebrei e cristiani sono convinti del valore strumentale delle lettere dell'alfabeto e della grammatica che per condiscendenza permettono all'uomo di percepire ciò che Dio dice e vuole, egli che con la parola ha creato tutto ciò che esiste, passa attraverso la fragilità della voce umana e le regole di una lingua per poter parlare all'uomo ed essere compreso. L'esperienza cattolica del dialogo finale delle letture della messa, Parola di Dio - Rendiamo grazie a Dio, introducono il credente nella dinamica della grammatica di Dio, cioè di come la Rivelazione arriva fino a noi attraverso la concordanza verbale tra soggetto e verbo, con i complementi, le figure retoriche e tanto altro alla base della critica del testo perché, come afferma M.-D. Chenu in La teologia nel XII secolo, «Discernere i 'generi letterari' della Bibbia è fare buona teologia» (p. 115)! Senza dimenticare quindi che la critica grammaticale è stata, per un certo periodo, lo stumento adatto della speculazione teologica (Ibidem; cfr in particolare tutto il capitolo Grammatica e teologia, pp. 103-123). In un tale solco non esiste quindi solo la lingua ma anche l'ampio panorama matematico-simbolico con cui la Bibbia ha numericamente espresso il suo concetto di Infinito.
Nell'articolo giustamente si faceva richiesta di intervento dei teologi, perché ciò che la teologia può dire su Dio passa proprio attraverso la comprensione della grammatica che gli agiografi hanno utilizzato.
Se la gramamtica biblica lascia perplessi credo sia perché in essa passano concetti che superano le stesse regole formali della lingua.

Faccio un breve riferimento allo strumento per eccellenza nello studio della Bibbia, il Grande Lessico dell'Antico e del Nuovo Testamento; in esso per il verbo greco pisteuo si può vedere come nella sacra Scrittura esso venga impiegato secondo tutte le regole della grammatica greca e poi nel Vangelo di Giovanni sia utilizzato anche in una forma che il greco classico non contempla. Lo stesso avviene nell'italiano della messa. Le incogruenze si spiegano soltanto alla luce della Teologia che i testi stessi trasmettono, si comprende un diverso uso delle preposizioni, delle apposizioni e dei complementi solo attraverso la comprensione teologica che dai testi emerge, come hanno continuamente spiegato i Padri e gli scrittori ecclesiastici nei loro commenti e trattati che proprio a partire dalle pieghe del testo sono stati in grado di arricchire le conoscenze spirituali dei credenti con il loro ministero di predicazione e insegnamento della Verità.

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