domenica 15 marzo 2015

Rallegrati Gerusalemme!

Tra le prescrizioni liturgiche rientrano anche quelle circa i colori. Nei secoli le indicazioni normative sul colore sono divenute sempre più restrittive fino a ridurre, con il Concilio di Trento, la gamma dei colori liturgici a sei: bianco, rosso, verde, viola, rosa, nero.

La riforma del liturgia promossa cinquant’anni fa dal Concilio Vaticano II ha riprodotto, nell’Ordinamento generale del Messale Romano una gamma di quattro soli colori obbligatori, cui si aggiungono i facoltativi rosa e nero e il non ben definito "colore festivo". Innanzi tutto il messale avverte sul valore teologico dei colori:
La differenza dei colori nelle vesti sacre ha lo scopo di esprimere, anche con mezzi esterni, la caratteristica particolare dei misteri della fede che vengono celebrati e il senso della vita cristiana in cammino lungo il corso dell’anno liturgico (OGMR 345).

    Da questo testo emergono due direttive. Il primo rilievo stabilisce che i colori nella liturgia hanno il compito di distinguere. Ogni colore liturgico si carica di uno o più significati che diventano caratteristica adeguata al mistero che si celebra. Ma il testo non fornisce subito indicazioni in merito forse considerando che la simbologia dei colori cambia a seconda del contesto del loro utilizzo, tanto da poter essere un ostacolo culturale nell’adattamento della liturgia e per l’inculturazione dei riti (vedi OGMR 346 in riferimento agli adattamenti possibili da parte delle Conferenze episcopali). Un esempio potrebbe essere il nero, in occidente da sempre simbolo di morte, utilizzato nella Forma Straordinaria, e facoltativo nella forma Ordinaria, per le esequie, le messe dei defunti e la commemorazione dei fedeli defunti, ma che non ha los tesso valore simbolico in estremo oriente in cui i funerali, per le loro culture sono "espressi" con il bianco. 

Noi, nel nostro vestire quotidiano, parliamo con i colori, diciamo qualcosa con i colori che scegliamo di utilizzare, così come ha più volte evidenziato un esperto dei colori come
Michel Pastoureau. Ogni rito della Chiesa, o mistero della fede richiede allo stesso modo un adeguamento esteriore  tale da toccare tutti gli ambiti del luogo di celebrazione: arredi, vesti, ornamenti, fiori, musica, ecc… Nella prospettiva del Messale sembra di poter leggere un inciso secondo cui, ciò che si celebra richiede disposizioni interiori ma anche conseguenti disposizioni esteriori che facilitino la percezione stessa dei misteri della fede che vengono celebrati. Un rapido sguardo alle sensibilità estetiche delle nostre chiese, permette di vedere che il bianco, per la sua luminosità e per il retaggio culturale occidentale, è il colore della festa ed il suo opposto, il nero si addice invece a contesti cupi, silenziati dal dolore o dalla gravità degli eventi civili, religiosi, privati o sociali. L’esempio del bianco e del nero credo possano far capire in che modo il messale intenda che le vesti sacre devono avere la capacità di esprimere il mistero che si celebra. Un elemento esterno e visibile, anche in tale ambito, diviene riferimento alle realtà superiori significate nel rito.

Il secondo significato rimanda invece alla tradizionale scansione dell’anno liturgico, per cui ad ogni tempo dell’anno corrispondono dei colori. Un tempo e delle forme esterne capaci di orientare il cammino del credente, al di là della banalizzazione moderna del tempo che rende la vita un susseguirsi di giorni indistinti. L’alternarsi dei tempi liturgici in funzione dei due grandi misteri della fede, l’Incarnazione e la Risurrezione, sono segnati dal visibile cromatico e anche visivamente segnano la caratteristica cristiana della vita come pellegrinaggio verso la patria promessa.
Giovanni di Cosma
Tomba di Guglielmo Durando, vescovo di Mende
Il messale continua elencando i colori e disponendone la distinzione secondo l’uso tradizionale, riferendosi ovviamente alla precedente prassi tridentina che dal XVI secolo a oggi ha sancito una scelta dei colori, conforme in parte al catalogo cromatico stabilito da Innocenzo III nel De sacro Altaris mysterio, e poi da altri autori medievali come Giovanni Beleth e Guglielmo Durando, vescovo di Mende, per ricordare solo i più quotati e citati, anche nella loro epoca. Tra gli usi segnati come possibili, il Messale si riferisce al nero ed al rosaceo. Ci soffermiamo in particolare sul rosaceo. In due occasioni dell’anno, nella III domenica di Avvento, detta Gaudete dalla prima parola dell’antifona d’ingresso e nella IV di Quaresima, detta Laetare per lo stesso motivo della precedente, il Messale prevede ancora la possibilità di usare vesti liturgiche di colore differente dal viola. Intanto ricordiamo che prima della codificazione tridentina, così anche in Innocenzo III, il viola era associato al nero, di cui in alcuni casi era anche il sostituto (il nero, almeno fino al Concilio Vaticano II, non poteva essere usato dal Pontefice nelle celebrazioni pubbliche, non poteva essere utilizzato di Domenica, ecc…); Trento tolse con le sue disposizioni la principale distinzione tra colori chiari, festivi e quelli scuri, di vario utilizzo, stabilendo un’unica cromatura liturgica. Il viola passa quindi ad essere un colore distinto dal nero, e non più un suo surrogato. Dal nero si passa al viola e dal viola si giunge al rosaceo, in un gradiente di colori che indicano qualcosa di significativo nel loro "schiarirsi". Non si tratta di sfumature o di tonalità ma di valori simbolici adatti al contesto celebrativo.
Tenendo sempre a mente la dipendenza storica e liturgica dell’Avvento dalla Quaresima, di cui in parte è una riproposizione anche se gli sviluppi dei due tempi hanno seguito percorsi di profondità del tutto indipedenti, alla domenica quaresimale in rosaceo, corrisponde la domenica di Avvento con l’utilizzo del medesimo colore.

Nel contesto della quaresima, la domenica in rosaceo è più carica di significati e di simbologie aggiunte, avendo però sempre alla base il senso di un mitigare, anche esteriormente, il rigore del digiuno quaresimale nella domenica mediana in cui l’allentarsi della penitenza veniva espresso con il mutare del colore unitamente in seguito al ripristino del suono dell’organo e dell'utilizzo dei fiori e di altri accorgimenti liturgici di cui non rimane traccia nel Messale del Concilio Vaticano II. Il tutto avviene secondo il principio del Messale per cui i mezzi esterni sono corrispondenti ed adeguati al mistero della fede che si celebra. Nella domenica mediana di quaresima si lasciava il cupo viola per una sua gradazione più chiara, per consuetudine divenuto il rosa ma che per correttezza dovrebbe essere un carminio, un violetto chiaro, simile all’ambrosiano morello o al colore delle vesti episcopali e quindi non fucsia o magenta o il settecentesco rosa antica o il così detto "rosa confetto", ormai il più diffuso, ma rosso violaceo.
Semplice esempio di pianeta rosacea

abito prelatizio


    

mozzetta episcopale

Allo stemperarsi della penitenza quaresimale con il suo "Rallegrati" della profezia di Isaia per la celebrazione ormai prossima dei misteri della nostra salvezza, in Avvento corrisponde la gioia che caratterizza questa domenica, Gaudete in base al testo di san Paolo:
è tempo di gioire perché la Chiesa annuncia ormai vicina la festa del natale del Signore, tenendo presente che spesso la III domenica di Avvento è quella più direttamente legata all’inizio della tradizionale novena del Natale, liturgicamente disposta nella distinzione delle ferie privilegiate dal 17 al 24 dicembre.

Sulla scia di quanto detto credo si possa leggere il riferimento  nella colletta della IV domenica di Quaresima (di cui la versione italiana non è una fedele traduzione), ideale tappa che guarda indietro al cammino fatto e si proietta verso la pasqua del Signore:
O Padre, che per mezzo del tuo Figlio operi mirabilmente la nostra redenzione, concedi al popolo cristiano di affrettarsi con fede viva e generoso impegno verso la Pasqua ormai vicina.
Deus, qui per Verbum tuum humáni géneris reconciliatiónem mirabíliter operáris, praesta, quaesumus, ut pópulus christiánus prompta devotióne et álacri fide ad ventúra sollémnia váleat festináre. Per Dóminum.
La colletta si apre con l'invocazione di Dio e la funzione "strumentale" del Figlio per realizzare la riconciliazione;  il testo nella petizione presenta la richiesta di essere in grado di affrettarsi con fede viva e generoso impegnoverso la Pasqua ormai vicina.

Ripropongo in merito quanto affermato dal monaco Goffredo Boselli, del Monastero di Bose: 

Questa colletta a prima vista si presenta molto semplice e lineare nel contenuto, quasi modesta, in realtà apre alla nostra preghiera un orizzonte vasto. A metà del cammino quaresimale, lo sguardo è rivolto al compimento pasquale, alla “Pasqua ormai vicina“. Nell’evocazione iniziale rivolta a Dio il verbo che descrive l’azione di Dio è al presente “operi”, e non può essere altrimenti: l’opera di ricreazione dell’uomo non è azione esaurita nel passato, ma è azione di Dio oggi. “Ecco il giorno della salvezza” esclama l’Apostolo. Nel testo latino troviamo il vocabolo “reconciliatio”, che dice il ristabilire, il rinnovare portando all’origine, e dunque anche il ricreare, il fare una realtà nuova. Questa reconciliatio, come scrive Massimo il Confessore è già compiuta in Dio, ma nella storia umana attende un compimento definitivo.
Nella seconda parte della preghiera, l’evocazione, noi chiediamo a Dio di far si che il popolo cristiano (parliamo in terza persona), con “alacri fide”, con una fede viva, fede pronta, solerte, e una “prompta devotione” ossia con generoso impegno, cammini anzi si affretti, con passo svelto verso la Pasqua.
La bellezza di questa orazione sta, io credo, nell’immagine del movimento che evoca, il nostro andare verso la Pasqua ormai vicina che non è da intendere unicamente la festa di festa, ma il Cristo, la Pasqua eterna, colui che noi più volte nella liturgia confessiamo come il Veniente verso di noi: nel Sanctus cantiamo “Benedetto colui che viene”, nell’anamnesi “nell’attesa della tua venuta”. È dunque un reciproco muoversi incontro dell’umanità e del Cristo. Questo nostro movimento verso Cristo, afferma la nostra colletta, ha anzitutto una modalità, è un “festinare” è un affrettarsi, un non indugiare. Inoltre, questo movimento è reso possibile solo da una fede viva, intensa e un amore sincero, così da poter dire che la qualità della nostra fede e della carità nostra sono il movimento stesso. Per noi credenti e, tutti insieme, noi popolo cristiano, la fede e la carità sono ciò che ci fanno andare avanti nel nostro cammino, che è sempre un andare verso la casa del Padre, spendo che il Padre ci attende, anzi nella Pasqua di Cristo suo Figlio, egli ci corre incontro. Allora il suo abbraccio benedicente sarà l’inizio della festa escatologica, la festa della comunione finalmente piena, la festa della Pasqua eterna.


Arezzo, Crocifisso del Cimabue










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