domenica 29 marzo 2015

domenica delle Palme - De passione Domini

Con l’ingresso a Gerusalemme, Gesù si consegna volontariamente alla morte, secondo un disegno che non è frutto del caso, ma risponde ad un progetto di salvezza di Dio. Dio permette il male, acconsente alla morte del Figlio per un giudizio che sfugge alla comprensione umana. Questo progetto di salvezza, che si compie con la condanna a morte del Servo, trova una sua anticipazione nella figura del Servo di YHWH, uomo dei dolori, reietto e disprezzato, condotto al macello per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità (Is 52, 13 - 53, 12). La passione di Gesù realizza la profezia dell’Antico Testamento.
 

DALLE "ESPOSIZIONI SUI SALMI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (En. in Ps. 61, 22)

Quanti beni ci ha recati la passione di Cristo!

Sí, fratelli, era necessario il sangue del giusto perché fosse cassata la sentenza che condannava i peccatori. Era a noi necessario un esempio di pazienza e di umiltà; era necessario il segno della croce per sconfiggere il diavolo e i suoi angeli (cf. Col 2, 14. 15). La passione del Signore nostro era a noi necessaria; infatti, attraverso la passione del Signore, è stato riscattato il mondo. Quanti beni ci ha arrecati la passione del Signore! Eppure la passione di questo giusto non si sarebbe compiuta se non ci fossero stati gli iniqui che uccisero il Sìgnore. E allora? Forse che il bene che a noi è derivato dalla passione del Signore lo si deve attribuire agli empi che uccisero il Cristo? Assolutamente no. Essi vollero uccidere, Dio lo permise. Essi sarebbero stati colpevoli anche se ne avessero avuto solo l'intenzione; quanto a Dio, però, egli non avrebbe permesso il delitto se non fosse stato giusto.
Che male fu per il Cristo l'essere messo a morte? Malvagi furono certo quelli che vollero compiere il male; ma niente di male capitò a colui che essi tormentavano. Venne uccisa una carne mortale, ma con la morte venne uccisa la morte, e a noi venne offerta una testimonianza di pazienza e presentata una prova anticipata, come un modello, della nostra resurrezione. Quanti e quali benefici derivarono al giusto attraverso il male compiuto dall'ingiusto! Questa è la grandezza di Dio: essere autore del bene che tu fai e saper ricavare il bene anche dal tuo male. Non stupirti, dunque, se Dio permette il male. Lo permette per un suo giudizio; lo permette entro una certa misura, numero e peso. Presso di lui non c'è ingiustizia. Quanto a te, vedi di appartenere soltanto a lui, riponi in lui la tua speranza; sia lui il tuo soccorso, la tua salvezza; in lui sia il tuo luogo sicuro, la torre della tua fortezza. Sia lui il tuo rifugio, e vedrai che non permetterà che tu venga tentato oltre le tue capacità (cf. 1 Cor 10, 13); anzi, con la tentazione ti darà il mezzo per uscire vittorioso dalla prova. È infatti segno della sua potenza il permettere che tu subisca la tentazione; come è segno della sua misericordia il non consentire che ti sopravvengano prove più grandi di quanto tu possa tollerare. Di Dio infatti è la potenza, e tua, Signore, è la misericordia; tu renderai a ciascuno secondo le sue opere.


 

sabato 28 marzo 2015

Buona Settimana Santa!

Fratelli carissimi,
questa assemblea liturgica è preludio alla Pasqua del Signore, alla quale ci stiamo preparando con la penitenza e con le opere di carità fin dall'inizio della Quaresima.
Gesù entra in Gerusalemme per dare compimento al mistero della sua morte e risurrezione.
Accompagniamo con fede e devozione il nostro Salvatore nel suo ingresso nella città santa, e chiediamo la grazia di seguirlo fino alla croce, per essere partecipi della sua risurrezione.

Monreale, dettaglio dei mosaici. Ingresso di Gesù a Gerusalemme

domenica 15 marzo 2015

Rallegrati Gerusalemme!

Tra le prescrizioni liturgiche rientrano anche quelle circa i colori. Nei secoli le indicazioni normative sul colore sono divenute sempre più restrittive fino a ridurre, con il Concilio di Trento, la gamma dei colori liturgici a sei: bianco, rosso, verde, viola, rosa, nero.

La riforma del liturgia promossa cinquant’anni fa dal Concilio Vaticano II ha riprodotto, nell’Ordinamento generale del Messale Romano una gamma di quattro soli colori obbligatori, cui si aggiungono i facoltativi rosa e nero e il non ben definito "colore festivo". Innanzi tutto il messale avverte sul valore teologico dei colori:
La differenza dei colori nelle vesti sacre ha lo scopo di esprimere, anche con mezzi esterni, la caratteristica particolare dei misteri della fede che vengono celebrati e il senso della vita cristiana in cammino lungo il corso dell’anno liturgico (OGMR 345).

    Da questo testo emergono due direttive. Il primo rilievo stabilisce che i colori nella liturgia hanno il compito di distinguere. Ogni colore liturgico si carica di uno o più significati che diventano caratteristica adeguata al mistero che si celebra. Ma il testo non fornisce subito indicazioni in merito forse considerando che la simbologia dei colori cambia a seconda del contesto del loro utilizzo, tanto da poter essere un ostacolo culturale nell’adattamento della liturgia e per l’inculturazione dei riti (vedi OGMR 346 in riferimento agli adattamenti possibili da parte delle Conferenze episcopali). Un esempio potrebbe essere il nero, in occidente da sempre simbolo di morte, utilizzato nella Forma Straordinaria, e facoltativo nella forma Ordinaria, per le esequie, le messe dei defunti e la commemorazione dei fedeli defunti, ma che non ha los tesso valore simbolico in estremo oriente in cui i funerali, per le loro culture sono "espressi" con il bianco. 

Noi, nel nostro vestire quotidiano, parliamo con i colori, diciamo qualcosa con i colori che scegliamo di utilizzare, così come ha più volte evidenziato un esperto dei colori come
Michel Pastoureau. Ogni rito della Chiesa, o mistero della fede richiede allo stesso modo un adeguamento esteriore  tale da toccare tutti gli ambiti del luogo di celebrazione: arredi, vesti, ornamenti, fiori, musica, ecc… Nella prospettiva del Messale sembra di poter leggere un inciso secondo cui, ciò che si celebra richiede disposizioni interiori ma anche conseguenti disposizioni esteriori che facilitino la percezione stessa dei misteri della fede che vengono celebrati. Un rapido sguardo alle sensibilità estetiche delle nostre chiese, permette di vedere che il bianco, per la sua luminosità e per il retaggio culturale occidentale, è il colore della festa ed il suo opposto, il nero si addice invece a contesti cupi, silenziati dal dolore o dalla gravità degli eventi civili, religiosi, privati o sociali. L’esempio del bianco e del nero credo possano far capire in che modo il messale intenda che le vesti sacre devono avere la capacità di esprimere il mistero che si celebra. Un elemento esterno e visibile, anche in tale ambito, diviene riferimento alle realtà superiori significate nel rito.

Il secondo significato rimanda invece alla tradizionale scansione dell’anno liturgico, per cui ad ogni tempo dell’anno corrispondono dei colori. Un tempo e delle forme esterne capaci di orientare il cammino del credente, al di là della banalizzazione moderna del tempo che rende la vita un susseguirsi di giorni indistinti. L’alternarsi dei tempi liturgici in funzione dei due grandi misteri della fede, l’Incarnazione e la Risurrezione, sono segnati dal visibile cromatico e anche visivamente segnano la caratteristica cristiana della vita come pellegrinaggio verso la patria promessa.
Giovanni di Cosma
Tomba di Guglielmo Durando, vescovo di Mende
Il messale continua elencando i colori e disponendone la distinzione secondo l’uso tradizionale, riferendosi ovviamente alla precedente prassi tridentina che dal XVI secolo a oggi ha sancito una scelta dei colori, conforme in parte al catalogo cromatico stabilito da Innocenzo III nel De sacro Altaris mysterio, e poi da altri autori medievali come Giovanni Beleth e Guglielmo Durando, vescovo di Mende, per ricordare solo i più quotati e citati, anche nella loro epoca. Tra gli usi segnati come possibili, il Messale si riferisce al nero ed al rosaceo. Ci soffermiamo in particolare sul rosaceo. In due occasioni dell’anno, nella III domenica di Avvento, detta Gaudete dalla prima parola dell’antifona d’ingresso e nella IV di Quaresima, detta Laetare per lo stesso motivo della precedente, il Messale prevede ancora la possibilità di usare vesti liturgiche di colore differente dal viola. Intanto ricordiamo che prima della codificazione tridentina, così anche in Innocenzo III, il viola era associato al nero, di cui in alcuni casi era anche il sostituto (il nero, almeno fino al Concilio Vaticano II, non poteva essere usato dal Pontefice nelle celebrazioni pubbliche, non poteva essere utilizzato di Domenica, ecc…); Trento tolse con le sue disposizioni la principale distinzione tra colori chiari, festivi e quelli scuri, di vario utilizzo, stabilendo un’unica cromatura liturgica. Il viola passa quindi ad essere un colore distinto dal nero, e non più un suo surrogato. Dal nero si passa al viola e dal viola si giunge al rosaceo, in un gradiente di colori che indicano qualcosa di significativo nel loro "schiarirsi". Non si tratta di sfumature o di tonalità ma di valori simbolici adatti al contesto celebrativo.
Tenendo sempre a mente la dipendenza storica e liturgica dell’Avvento dalla Quaresima, di cui in parte è una riproposizione anche se gli sviluppi dei due tempi hanno seguito percorsi di profondità del tutto indipedenti, alla domenica quaresimale in rosaceo, corrisponde la domenica di Avvento con l’utilizzo del medesimo colore.

Nel contesto della quaresima, la domenica in rosaceo è più carica di significati e di simbologie aggiunte, avendo però sempre alla base il senso di un mitigare, anche esteriormente, il rigore del digiuno quaresimale nella domenica mediana in cui l’allentarsi della penitenza veniva espresso con il mutare del colore unitamente in seguito al ripristino del suono dell’organo e dell'utilizzo dei fiori e di altri accorgimenti liturgici di cui non rimane traccia nel Messale del Concilio Vaticano II. Il tutto avviene secondo il principio del Messale per cui i mezzi esterni sono corrispondenti ed adeguati al mistero della fede che si celebra. Nella domenica mediana di quaresima si lasciava il cupo viola per una sua gradazione più chiara, per consuetudine divenuto il rosa ma che per correttezza dovrebbe essere un carminio, un violetto chiaro, simile all’ambrosiano morello o al colore delle vesti episcopali e quindi non fucsia o magenta o il settecentesco rosa antica o il così detto "rosa confetto", ormai il più diffuso, ma rosso violaceo.
Semplice esempio di pianeta rosacea

abito prelatizio


    

mozzetta episcopale

Allo stemperarsi della penitenza quaresimale con il suo "Rallegrati" della profezia di Isaia per la celebrazione ormai prossima dei misteri della nostra salvezza, in Avvento corrisponde la gioia che caratterizza questa domenica, Gaudete in base al testo di san Paolo:
è tempo di gioire perché la Chiesa annuncia ormai vicina la festa del natale del Signore, tenendo presente che spesso la III domenica di Avvento è quella più direttamente legata all’inizio della tradizionale novena del Natale, liturgicamente disposta nella distinzione delle ferie privilegiate dal 17 al 24 dicembre.

Sulla scia di quanto detto credo si possa leggere il riferimento  nella colletta della IV domenica di Quaresima (di cui la versione italiana non è una fedele traduzione), ideale tappa che guarda indietro al cammino fatto e si proietta verso la pasqua del Signore:
O Padre, che per mezzo del tuo Figlio operi mirabilmente la nostra redenzione, concedi al popolo cristiano di affrettarsi con fede viva e generoso impegno verso la Pasqua ormai vicina.
Deus, qui per Verbum tuum humáni géneris reconciliatiónem mirabíliter operáris, praesta, quaesumus, ut pópulus christiánus prompta devotióne et álacri fide ad ventúra sollémnia váleat festináre. Per Dóminum.
La colletta si apre con l'invocazione di Dio e la funzione "strumentale" del Figlio per realizzare la riconciliazione;  il testo nella petizione presenta la richiesta di essere in grado di affrettarsi con fede viva e generoso impegnoverso la Pasqua ormai vicina.

Ripropongo in merito quanto affermato dal monaco Goffredo Boselli, del Monastero di Bose: 

Questa colletta a prima vista si presenta molto semplice e lineare nel contenuto, quasi modesta, in realtà apre alla nostra preghiera un orizzonte vasto. A metà del cammino quaresimale, lo sguardo è rivolto al compimento pasquale, alla “Pasqua ormai vicina“. Nell’evocazione iniziale rivolta a Dio il verbo che descrive l’azione di Dio è al presente “operi”, e non può essere altrimenti: l’opera di ricreazione dell’uomo non è azione esaurita nel passato, ma è azione di Dio oggi. “Ecco il giorno della salvezza” esclama l’Apostolo. Nel testo latino troviamo il vocabolo “reconciliatio”, che dice il ristabilire, il rinnovare portando all’origine, e dunque anche il ricreare, il fare una realtà nuova. Questa reconciliatio, come scrive Massimo il Confessore è già compiuta in Dio, ma nella storia umana attende un compimento definitivo.
Nella seconda parte della preghiera, l’evocazione, noi chiediamo a Dio di far si che il popolo cristiano (parliamo in terza persona), con “alacri fide”, con una fede viva, fede pronta, solerte, e una “prompta devotione” ossia con generoso impegno, cammini anzi si affretti, con passo svelto verso la Pasqua.
La bellezza di questa orazione sta, io credo, nell’immagine del movimento che evoca, il nostro andare verso la Pasqua ormai vicina che non è da intendere unicamente la festa di festa, ma il Cristo, la Pasqua eterna, colui che noi più volte nella liturgia confessiamo come il Veniente verso di noi: nel Sanctus cantiamo “Benedetto colui che viene”, nell’anamnesi “nell’attesa della tua venuta”. È dunque un reciproco muoversi incontro dell’umanità e del Cristo. Questo nostro movimento verso Cristo, afferma la nostra colletta, ha anzitutto una modalità, è un “festinare” è un affrettarsi, un non indugiare. Inoltre, questo movimento è reso possibile solo da una fede viva, intensa e un amore sincero, così da poter dire che la qualità della nostra fede e della carità nostra sono il movimento stesso. Per noi credenti e, tutti insieme, noi popolo cristiano, la fede e la carità sono ciò che ci fanno andare avanti nel nostro cammino, che è sempre un andare verso la casa del Padre, spendo che il Padre ci attende, anzi nella Pasqua di Cristo suo Figlio, egli ci corre incontro. Allora il suo abbraccio benedicente sarà l’inizio della festa escatologica, la festa della comunione finalmente piena, la festa della Pasqua eterna.


Arezzo, Crocifisso del Cimabue










domenica 8 marzo 2015

La Deprecatio Gelasiana nella tradizione liturgica

Processione e invocazioni litaniche   


Il vocabolo greco
litanéia (preghiera, supplica), è stato reso in latino con letania assumendo dapprima il significato di processione accompagnata da una particolare preghiera di supplica e l'intercessione. Da qui il termine per estensione indica abitualmente una preghiera di invocazione che si ripete in forma dialogale. Intesa nel suo significato originale di processione ci sono le testimonianze delle riforme liturgiche di Papa Gregorio Magno (540-604) e di quelle di Sergio I (650-701) il quale in occasione di alcune feste mariane introduce delle litanie/processioni nella Roma dell’VIII secolo. 

Nella tradizione liturgica della Chiesa di Roma, sopravvive a stento, nonostante gli sforzi di molti, l'antica prassi delle Stazioni quaresimali, che per tutta la durata della Quaresima e nella settimana dell'ottava di Pasqua, tracciano un itinerario spirituale nella topografia della Roma cristiana. Le liturgie stazionali sono caratterizzate proprio da un’iniziale processione dal carattere penitenziale: si tratta di percorso esterno o interno alla Chiesa (per esempio a San Pietro in Vaticano) che da un luogo di riunione, anticamente una chiesa, tende alla chiesa luogo della celebrazione con il canto delle litanie dei Santi. La più famosa, per via dei media, è la stazione a santa Sabina il mercoledì delle ceneri, celebrata dal Romano Pontefice, in ossequio all'originale prassi in cui il Vescovo di Roma era il celebrante principale delle Stazioni. Le stazioni quaresimali che coprono tutto il tempo della Quaresima, coincidono per il Calendarium romanum  attuale anche con feste solenni come quella dell’Annunciazione. La prassi in tal caso prevede di mantenere comunque l’indole penitenziale (vesti liturgiche viola) della processione iniziale. In queste tradizionali processioni romane, poi estese anche altrove ed in tempi liturgici differenti, la letania riassume insieme la processione e il canto di invocazioni dialogali.

Processione penitenziale delle confraternite romane su via del Corso
  Si può ritenere che queste formule di preghiera avessero un carattere popolare e venissero usate nelle processioni e in occasioni liturgiche differenti come il miglior modo di pregare rendendo partecipe il popolo di Dio, in tempi remoti e lontani da qualsiasi ideologica funzione strumentale della “partecipazione attiva” dei credenti alla preghiera della Chiesa.
    Alle fonti della preghiera litanica liturgica si trovano le Sacre Scritture, tanto da poter considerare l'invocazione litanica una preghiera precipuamente biblica. Gli studiosi sottolineano in particolare i Salmi dai ritornelli litanici, appartenenti alla categoria dell’Hallel, si pensi al Salmo 117 (118), in particolare al Salmo 135 (136) ed al cantico dei tre giovani nella fornace di Dn 3,52-90.Già nei Vangeli, l’incontro con il Signore spesso suscita nei suoi interlocutori invocazioni e suppliche, divenute poi patrimonio di preghiera, come la famosa preghiera del cuore della spiritualità bizantina. Inoltre l’insegnamento dell’apostolo Paolo delinea un vero e proprio modo di ordinare la preghiera:
«Ti raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità. Questa è una cosa bella e gradita al cospetto di Dio» (lTm 2,1-2).

Il cristiano è chiamato alla preghiera, individuale e comunitaria, nel quale compie l’offerta al Padre per mezzo del Figlio nello Spirito di tutte le realtà dell’esistenza. Vale la pena ricordare l’insegnamento che da secoli anima lo spirito di orazione della Chiesa:
«La preghiera cristiana è anzitutto implorazione di tutta la famiglia umana, che Cristo associa a se stesso, nel senso che ognuno partecipa a questa preghiera, che è propria dell'intero corpo. Questa perciò esprime la voce della diletta Sposa di Cristo, i desideri e i voti di tutto il popolo cristiano, le suppliche e le implorazioni per le necessità di tutti gli uomini». (Laudis Canticum 8)

Lo sviluppo della Liturgia e la sua comprensione come luogo vitale di preghiera e di fede, grazie anche alla dottrina dei Padri della Chiesa e degli Scrittori ecclesiastici che proprio nel culto cristiano hanno trovato le fonti del loro luminoso magistero di predicazione e formazione del popolo, ha il suo culmine nella celebrazione dell’eucaristia. In essa l’invocazione del Signore e il dialogo con il popolo hanno trovato la loro definitiva collocazione.

Da questi brevi cenni alla storia liturgica emerge la presenza costante della preghiera litanica nella tradizione liturgica cristiana.
Testimonianza fotografica della processione penitenziale, cara alla devozione romana,
con il crocifisso di san Marcello al Corso

La preghiera litanica nelle diverse tradizioni liturgiche


L’osservazione delle celebrazioni delle varie famiglie liturgiche ci porta ad osservare le tradizioni orientali. Nell’Oriente cristiano, la Divina Liturgia si apre con il canto dialogale delle preghiere litaniche. In questo dialogo un ruolo particolare spetta al diacono che funge da intermediario, ponendosi davanti alla porta “bella” o “regale”, tra il santuario e l'assemblea, rivolto ad oriente per dirigere la preghiera dei fedeli in unione a quella del sacerdote che presiede. La preghiera diaconale prende anche il nome di ectenia perché "estesa" a tutte le necessità della comunità cristiana e a tutto il popolo di Dio. L’invocazione è il Kyrie eleison, Signore pietà! e la litania prosegue formulando intenzioni di supplica capaci di cogliere in generale e particolare tutti gli aspetti della vita dell’uomo, ricondotti, rivalutati e risignificati dinnanzi all’altare di Dio. Nella liturgia Ambrosiana si possono riscontrare elementi tipici di questa litania nella serie d'invocazioni in uso durante la preghiera dei fedeli Divinae Pacis per le domeniche di Quarsima, intercalate dalla risposta Domine miserere, originariamente cantate all'inizio della messa ambrosiana ed ora disposte all'interno del nuovo rito come preghiere dei fedeli.

Via Crucis al monastero di san Miniato al Monte, Firenze

Ma nella messa Romana quale Kyrie si cantava e quando?


Nella chiesa Romana la oratio universalis ha conosciuto sviluppi e formulari diversi e famosi, differenziandosi dall'Oriente per consuetudini e per il ruolo stesso del diacono, a cui non è vincolata. L'introduzione del Kyrie nella messa romana è conosciuto in modo indiretto grazie a
san Cesario d’Arles (470-543) che ne stabilì l’introduzione dell’uso di Roma di cantare il Kyrie nella messa, nella sua diocesi e in quelle vicine (Concilio di Vaison del 529, canone 3). Un esempio classico ed imponente per la storia liturgica è la singolare forma della preghiera del Venerdì santo, su cui tanto è stato scritto.
Alla base dell’introduzione del Kyrie eleison troviamo storicamente le consuetudini liturgiche di Gerusalemme e di Antiochia nel IV secolo. A Roma il Kyrie sembra essere stato introdotto nel V secolo. In merito rimangono fondamentali gli studi di E. Bishop, Liturgica historica, Oxford 1919, di B. Capelle, Le Kyrie de la messe et le Pape Gelase pubblicato in Revue Bénédectine 46 (1934)126-144 e di C. Callewaert, Les étapes de l'histoire du Kyrie: S. Gélase, S. Benoît, S. Grégoire  pubblicato in Revue d'histoire ecclésiastique 38 (1942) p. 20-45.
  
Padre Capelle, citando una lettera di san Gregorio Magno a Giovani di Siracusa (Epistulae IX,25) in cui, alle accuse di aver introdotto novità liturgiche non rispondenti alla sensibilità romana, il Pontefice, per giustificare il suo operato, fa riferimento all’invocazione del Kyrie, come preghiera già in uso nella Chiesa di Roma; Gregorio la cita in una forma estesa identificabile con la Deprecatio quam papa Gelasius pro universali Ecclesia constiuit canendam (PL 101, 560).

Edizioni di Solesmes delle preghiere litaniche per l'Ufficiatura
La Deprecatio è una lunga preghiera diaconale di intercessione da recitarsi, come in Oriente, all’inizio della Messa, probabilmente composta per la Chiesa di Roma in un tempo compreso tra 466 ed il 540 e che per scelta stilistica e il lessico sembra appartenere al corpus degli scritti dello stesso Gelasio. Secondo gli studi citati, la preghiera litanica, oggi denominata oratio fidelium esisteva già ma venne sostituita per concorrenza con la litania all'inizio della messa e sostituita da questa nuova composizione, rigorosa, diretta e che riprendeva il fraseggio e le formulazioni dell’ectenia greca. Questo patrimonio di preghiera, con la riforme liturgiche di Trento e del Concilio Vaticano II, è andato totalmente perduto.
L’invocazione e la supplica non sono un elemento esclusivo della messa. Data l’intima unione che la celebrazione eucaristica ha con la preghiera oraria della Chiesa (PNLO 12), le intenzioni di preghiera hanno una collocazione nella celebrazione del Signore nel corso della giornata(PNLO 17). La Liturgia delle Ore prevede quindi al suo interno le preci distinte in invocazioni «per consacrare al Signore il giorno e il lavoro» e intercessioni per il Vespro (PNLO 179-193).
Tenendo presente che la tanto citata "creatività liturgica" non trova spazio all'interno della Liturgia delle Ore, sembra comunque significativa la scelta dei monaci di Solesmes di introdurre la Deprecatio Gelasiana all'interno dell'ufficio orario del monastero, grazie anche ad una preziosa edizione notata che ripropone non solo il testo gelasiano, ma anche le litaniae ambrosiane, di cui sopra e testi delle altre tradizioni latine non romane, non escluso il significativo testo del Messale di Stowe. Questa scelta corrisponde precisamente al dettato stesso dei Principi e Norme della Liturgia delle Ore quando stabiliscono che:

«Poiché la Liturgia delle Ore è principalmente preghiera di tutta la Chiesa per tutta la Chiesa, anzi per la salvezza di tutto il mondo è necessario che nelle preci le intenzioni universali abbiano senz'altro il primo posto: si preghi cioè per la Chiesa con la sua gerarchia, per le autorità civili, per coloro che sono afflitti da povertà, malattia, dolore, per le necessità del mondo intero, cioè per la pace e per altre circostanze simili» (n. 187).

Alla nostra sensibilità liturgica sembra quasi incredibile che, a 50 anni dalla Sacrosanctum Concilium, con tante illustri produzioni nella scientia liturgica, non si sia provveduto a rivalutare una composizione veneranda come la Deprecatio che ancora oggi riesce a esprimere con forza i sentimenti di supplica e di preghiera. La struttura delle deprecationes, così come raccolte e adattate dai monaci solesmensi, prevedono un’introduzione del celebrante, la dichiarazione del ritornello e le singole invocazioni di preghiera. Questa forma è adatta alla celebrazione comunitaria e richiederebbe, in conformità alla sensibilità attuale, la traduzione nelle lingue parlate. Tutti questi elementi costituiscono il patrimonio occidentale della preghiera liturgica al quale ci si dovrebbe nuovamente conformare nelle nostre celebrazioni.
D'altra parte abbiamo sotto gli occhi le tante composizioni moderne che stilisticamente e per contenuti oggettivamente lasciano il tempo che trovano. Ne sono un esempio le intercessioni della Liturgia delle Ore in Italiano che sovente lasciano interdetto il lettore per la loro banalità o non aderenza al sentire comune della Chiesa. Eppure testi come quelli della Deprecatio o delle altre tradizioni liturgiche occidentali non romane dovrebbero essere ricercati ardentemente da chi vuole la semplicità e la dignità nelle celebrazioni riformate, perché sono colmi di  sapienza biblica e umana,  e perché trasmettono un senso profondo di umiltà della creatura che rimette la propria esistenza nelle mani  del Creatore.

Si auspica quindi che l’uso di Solesmes, la saggezza di inserire nelle nostre odierne ufficiature testi densi di significato e autorevoli per antichità, nei prossimi adeguamenti dei libri liturgici, nelle scelte dei singoli Uffici liturgici diocesani, da parte dei responsabili delle liturgie cattedrali, monastiche, conventuali e parrocchiali, lungi da ricalcare le sensibilità dell’archeologico, sia presa seriamente in considerazione l’opportunità di inserire questi formulari o che essi diventino il modello per una formulazione orazionale più aderente ai dettami della riforma liturgica.


Sembra lodevole, a tal proposito la scelta del clero della Cattedrale metropolitana di Bologna, di adattare la pubblicazione solesmense alla celebrazione pubblica della Liturgia delle ore quaresimale, come testimoniato da questi due contenuti multimediali.


San Lorenzo nel Palazzo Apostolico

"Oggi la chiesa di Roma celebra il giorno del trionfo di Lorenzo, giorno in cui egli rigettò il mondo del male. Lo calpestò quando...