sabato 28 febbraio 2015

Seconda Domenica di quaresima

    Il più antico documento letterario della religione cristiana che possa essere datato, immediatamente posteriore al tempo degli apostoli, è la lettera di Clemente Romano ai Corinzi scritta nell’ultima decade del primo secolo. E’ interessante osservare il mutamento avvenuto nel modo di pensare dei Cristiani ad appena trent’anni dalla morte di Paolo. Quest’ultimo aveva scritto alla comunità dei Corinzi nell’intenzione di appianarne le controversie ; Clemente, vescovo di Roma, si rivolge alla medesima comunità perché essa rifiutava di riconoscere l’autorità del proprio vescovo : nelle forme della antica arte retorica, adducendo molti esempi, dimostra loro gli effetti tragici della sedizione e della disobbedienza. Quando poi arriva al punto in cui è necessario introdurre il topos più terrificante, che, cioè, le discordie intestine travolsero grandi regni, Clemente si astiene dal dare esempi per timore di addentrarsi eccessivamente nella storia pagana e profana, ma applica senza esitare le regole dell’eloquenza politica : il tema da lui suggerito, ad esempio, è sempre stato propagandato dai poeti, dai sofisti e da moltissimi uomini di governo della polis greca classica. Da Origene, Eusebio e Girolamo, l'autore di questa lettera è identificato con il "collaboratore" di S.Paolo, nominato nell'epistola ai Filippesi (4, 3). Secondo Ireneo, Clemente sarebbe stato il terzo successore di Pietro sulla cattedra di Roma: Pietro, Lino, Cleto e Clemente. La prima lettera di Clemente venne già utilizzata e citata nella lettera di s. Policarpo. La lettera scritta da Clemente Romano alla comunità di Corinto in Grecia verso il 96-98 d.C., la si assume generalmente come il documento patristico più antico. Si tratta di un intervento autorevole della chiesa di Roma negli affari interni della chiesa di Corinto.
 
Per questa seconda domenica di Quaresima ho scelto un brano della Lettera (16,12) in cui il riferimento al Cristo umile, descritto a partire da un parafrasi dei Canti del Servo del Signore del profeta Isaia, e in cui il Signore stesso è colui che mostra la luce. In questa domenica, illuminata dallo sfolgorio della Trasfigurazione, il testo mi sembra incisivo perché mette insieme la luminosità di Cristo in previsione del suo cammino sofferente fino alle sorgenti della luce nella Pasqua.

Icona del Nymphios, opera di Maria Galie
«Cristo è degli umili, non di chi si eleva sul suo gregge. Lo scettro della maestà di Dio, il Signore Gesù Cristo, non venne nel fragore della spavalderia e dell'orgoglio - e l'avrebbe potuto - ma nell'umiltà di cuore, come lo Spirito Santo ebbe a dire di lui: "Signore, chi credette alla nostra voce? e il braccio del Signore a chi fu rivelato? Noi l'annunciammo alla sua presenza: egli è come un fanciullo, come una radice nella terra assetata; non ha apparenza nè gloria. Noi lo vedemmo, non aveva una bella apparenza, ma l'aspetto suo era spregevole, lontano dall'aspetto degli uomini. Come l'uomo che è nel dolore e nel travaglio e che sa sopportare l'afflizione perché nasconde il suo volto, non fu onorato e tenuto in considerazione. Egli porta i nostri peccati e soffre per noi, e noi l'abbiamo considerato punito, castigato da Dio e umiliato. Egli fu ferito per i nostri peccati e tribolato per le nostre malvagità. Il castigo che ci dà salvezza è su di lui; fummo risanati per le sue lividure. Tutti come pecore eravamo sbandati; l'uomo si era sviato dal suo cammino. E il Signore diede lui per i nostri peccati, e lui per essere stato maltrattato, non apre bocca. Come pecora fu condotto al macello e come l'agnello muto davanti a chi lo tosa, così egli non apre la sua bocca. Nell'umiliazione fu tolta la sua condanna.
Chi spiegherà la sua generazione? La sua vita è presa dalla terra. Per le malvagità del mio popolo è giunto alla morte. E darò i malvagi in cambio della sua sepoltura e i ricchi in cambio della sua morte. Se fate sacrifici per il peccato, la vostra anima vedrà una lunga posterità. E il Signore vuole liberarlo dall'afflizione della sua anima, mostrargli la luce e plasmarlo con l'intelligenza e giustificare il giusto che si fa servo di molti; ed egli porterà i loro peccati. Per questo egli erediterà molti e dividerà le spoglie dei forti come ricompensa, poiché fu consegnata alla morte la sua anima, e fu considerato tra i malvagi. Egli portò i peccati di molti e fu tradito per i loro peccati". E di nuovo egli dice: "Io sono un verme e non un uomo, obbrobrio degli uomini e disprezzo del popolo. Tutti quelli che mi vedono mi scherniscono, parlano tra le labbra e scuotono il capo: ha sperato nel Signore, Lui lo liberi, lo salvi se lo vuole". Vedete, carissimi, quale modello ci è dato! Se il Signore si è umiliato a tal punto, che cosa faremo noi che, per mezzo suo, siamo giunti sotto il giogo della sua grazia?»
 
Prima lettera ai Corinzi di san Clemente Romano 16,12.


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