domenica 8 febbraio 2015

L'itinerario spirituale del Cristiano. Recensione al libro di Don Damiano Fiume

«La Chiesa militante alcun figliuolo
non ha con più speranza, com' è scritto
nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:

però li è conceduto che d’Egitto
vegna in Ierusalemme per vedere,
anzi che ’l militar li sia prescritto.


Par XXV, 52-57

Da qui vorrei cominciare per poter parlare del libro di un amico, Don Damiano Fiume, Sulla strada per Gerusalemme. Percorsi dell’anima alla sequela di Gesù, per i tipi della Viver In.

Vorrei quindi scegliere due percorsi, strettamente legati, che da una visione breve della facciata siano in grado di rivelare la struttura interna del volume.
Per il primo percorso, dall’Egitto a Gerusalemme, prendiamo ispirazione da Dante. Nel viaggio in visione che egli compie nel Paradiso, San Pietro lo interroga sulla fede; qui, nei versi citati in esergo, il dialogo si svolge con san Giacomo sulla Speranza ed in seguito, con san Giovanni, Dante si confronterà sulla carità. Nella sua risposta il poeta presenta uno spiraglio che apre la vista sulla Gerusalemme del cielo. Dante esule ed umanamente sconfitto dichiara che la Chiesa non ha un figlio più speranzoso di lui. Nel momento in cui egli sta per penetrare in in una dimensione sovrannaturale il suo sguardo si volge indietro, per indagare la sua interiorità e poi nuovamente in avanti, alla vera patria che lo attende. Nel poetare di Dante questi due orizzonti sono biblicamente evocati con l’Egitto - luogo d’esilio per il popolo di Israele ma anche luogo di rivelazione da parte di Dio che vuole intervenire a favore del suo popolo - e Gerusalemme

«Guardai: non c'era nessuno capace di consigliare, nessuno da interrogare per avere una risposta» (Is 41,28). La voce del profeta Isaia ci mette di fronte al dato di fatto che oggi l’uomo è smarrito, non ha più un percorso fatto di segnaletica, perché le precedenti generazioni l’hanno divelta e non rimpiazzata (Cfr. K. Vonnegut). Tutto questo provoca lo smarrimento che non è nel vuoto ma in una massa di informazioni, di indicazioni di strade che la cultura contemporanea offre all’uomo in ricerca, anche grazie ad uno strumento come internet. Oggi nel parlare si dice navigare in internet ma questo navigare implica, come affermava il card. Ravasi, che l’uomo 

«È il moderno Ulisse che non ha alle spalle nessuna Itaca e, quindi, non sa dove volgere la prua della sua nave per trovare una meta. È l'uomo smarrito di oggi, che all'esterno ostenta sicurezza e certezza, mentre nell'anima è spaesato, stranito, senza bussola morale».

     La necessità è quindi quella di recuperare la meta, l’orientamento nell’abbondanza di itinerari possibili. La difficoltà quotidianamente riscontrabile, indicata dalla voce profetica, è anche quella di non trovare “nessuno da interrogare per avere una risposta”. Eppure la Chiesa, nei suoi pastori e nei fedeli che si mettono in ricerca, che camminano insieme a chi vuole veramente trovare una via nella fede, è la realtà che ci accoglie e ci guida. Si trova la guida nel pastore, il sacerdote della parrocchia, che si impegna in una vita donata a servizio della propria comunità, del popolo che gli è affidato che ci mostra la via. Siamo noi laici che nella fedeltà al Vangelo che abbiamo ricevuto ci mettiamo sulla strada per Gerusalemme, nella formazione e nella celebrazione del mistero della salvezza.

In questo è stato chiaro il santo padre Francesco che nella catechesi dell’Udienza generale del 19 novembre 2014 ha parlato della vocazione alla santità che accomuna tutti i cristiani, un dono offerto a tutti, nessuno escluso. Il papa ha elencato alcuni semplici e piccoli passi che ognuno di noi, in famiglia, sul posto di lavoro, a seconda della nostra condizione di vita, può compiere per realizzare questa vocazione. In qualsiasi momento e stato di vita, ha sottolineato, è stata aperta la strada verso la santità; l’unica cosa che chiede il Signore è essere in comunione con Lui e al servizio dei fratelli. Il cammino verso la santità, infatti, non si percorre da soli, ha sottolineato Papa Francesco, “ma si percorre insieme, in quell’unico corpo che è la Chiesa, amata e resa santa dal Signore Gesù Cristo”.
   


Il secondo percorso, riprendendo idealmente il mosaico dell’arco trionfale di santa Maria Maggiore, primo tempio mariano della nostra Città, va da Betlemme a Gerusalemme. In questa via si innesta il libro di don Damiano, che vede la crescita del credente proprio nel procedere dalla nascita (Betlemme) fino alla formazione completa che tende al Signore (Gerusalemme). Sant’Agostino nel formare i catecumeni che si accostavano al battesimo (Sermones 212-215) più volte ritornava al tema paolino sulla diversità dei cibi necessari ai diversi livelli di vita cristiana e di comprensione della fede. Nel suo testo don Damiano ripercorre la via della formazione umana e cristiana, offerta nelle parrocchie, volendo focalizzare l’attenzione su ciò che è essenziale, in metafora sui cibi adatti al cammino verso la meta.  

E qui Gerusalemme mi rimanda a due visioni. Nella storia la città medievale prima e la chiesa edificio (monastero) poi, sono state immagine ideale della Gerusalemme del cielo, attraverso particolari segni capaci di instaurare significativi riferimenti simbolici.

La prima visione
mi deriva dal quadruplice senso con cui i medievali interpretavano la sacra Scrittura e che è stato applicato a Gerusalemme che nel senso letterale è la città che molti di noi hanno visitato, capitale di un regno, città santa alle tre grandi religioni monoteistiche; nel senso allegorico si tratta della Chiesa in cui noi siamo pietre vive e scelte; in senso etico è “l’itinerario spirituale del cristiano” ed in fine nel senso anagogico la Città di Dio cui noi tutti tendiamo. 
Ecco una tappa sensazionale in cui quel “sulla strada di Gerusalemme” ci accomuna tutti. Viviamo nella concretezza della nostra città, siamo parte di una Chiesa viva, dobbiamo tendere nel nostro quotidiano credere a conformarci sempre più al Cristo di modo che dalla fede ne sgorghi, per mezzo dello Spirito, una fede “operosa mediante la carità” (Gal 5,6) così da poter vivere ed agire come Cristo. Ma tutto questo perché? Perché vediamo, percepiamo, dalla frequentazione della Parola di Dio e dei sacramenti, la luce di quella nuova Gerusalemme che nel simbolismo “biblico e cristiano giunge a tracciare un asse ideale dell’universo che, partendo dalle profondità cosmiche, tende alla perfezione escatologica, passando dal centro del tempo e dello spazio: il luogo della morte e della risurrezione di Cristo”. 

La seconda visione
è quella della ricomposizione dell’infranto. Le sofferenze e le debolezze che ci portiamo addosso non sono qualcosa dal quale fuggire. Cristo accoglie i malati e li guarisce, non li teme e non li giudica, perché il medico viene per i malati. Di fronte a tutte le nostre fragilità, siamo dinnanzi ad equilibri che si infrangono e la soluzione non è fuggire nel sogno, nella favola, nel virtuale di un mondo fatto a nostro piacimento. Solo ciò che è infranto può essere ricomposto e solo ciò che è ferito può essere guarito. Cristo con la sua morte non ricompone, ma sana, rigenera e risana facendo nuove tutte le cose. Dove incontro questo Cristo se non nell’ascolto della Parola di Dio e nella celebrazione dell’eucaristia? In essa la memoria, il ricordo che si sostituisce al presente, lascia lo spazio al memoriale, all’evento della morte e risurrezione di Cristo che non è solo ricordato ma vissuto intimamente, non un ologramma indefinito ma una presenza viva e vivificante. Questo il percorso che delinea don Damiano, in un tentativo di ricondurre alla valore della celebrazione eucaristica come fonte di vita nuova nella fede, come scriveva Alda Merini:

«Questa è la fede, e questo è lui,
che ti cerca per ogni dove
anche quando tu ti nascondi
per non farti vedere».

In conclusione mi permetto di sottolineare che in un contesto come il nostro in cui siamo sommersi di parole il libro di don Damiano deve essere inquadrato in un’esperienza cristiana differente che potremmo ricondurre alle parole di una grande mistica e Dottore della Chiesa, santa Teresa d’Avila, che affermava: «Altro ottimo mezzo per raccogliervi e pregar bene vocalmente è di aiutarvi con un buon libro in lingua parlata» (Cam. 26, 10; cfr. Vit. 4, 8-9) e anche «Il mio metodo di orazione era nel far di tutto per tener presente dentro di me Gesù Cristo, nostro Bene e Signore. Se meditavo una scena della sua vita, cercavo di rappresentarmela nell'anima. Però mi piaceva di più leggere buoni libri, nei quali era tutto il mio sollievo». (Vita, 4, 7). 

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