domenica 18 gennaio 2015

«Tutta la terra ti adori, o Dio, e inneggi a te: inneggi al tuo nome, o Altissimo!»

I testi biblici associano un frammento del racconto della vocazione di Samuele (1 Sam 3, 3b-10. 19), il salmo 39, un frammento della lettera ai Corinzi e la pericope di Gv 1,35-42. Il brano veterotestamentario è tutto in tensione verso un punto apicale stabilito dalla risposta che Samuele da alla chiamata di Dio: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”; il Salmo 39 amplifica il racconto di vocazione con il versetto "Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà"; la seconda lettura, che come stabilito nella riforma del lezionario è cursiva e non collegata con in temi espressi dalla prima lettura/Salmo-Vangelo, in realtà credo possa fare da connettore con la densa pagina evangelica di questa domenica.
Osservando, nel complesso, il formulario biblico di oggi, non credo si possa continuare a leggerlo in taglio esclusivamente vocazionale, come se la prima lettura ed il salmo fossero le uniche fonti tematiche della domenica II del tempo ordinario.

Credo si possa azzardare una lettura armonica dei testi biblici di questa domenica in base a tre diversi punti:
1. Nel racconto di vocazione, Samuele percepisce materialmente il Signore, che lo chiama per nome, e la sua risposta è fondata sull’ascolto, tale che “Samuele crebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole”.
La custodia della Parola del Signore informa tutto il resto della vita di Samuele. Per contiguità di significati il salmo 39 diventa quasi un inno in cui il salmista loda il Signore per l’esaudimento della sua preghiera, in cui egli è reso uomo dell’ascolto di ciò che Dio dice, proprio perché lui, per primo ha ascoltato (ha dato ascolto al mio grido/gli orecchi mi hai aperto). Da questo reciproco ascolto ne sgorga il fermo proposito di seguire e compiere la volontà del Padre.
 
2. La percezione di Dio, non avviene solo nei meandri delle interconnessioni sinaptiche del cervello, in una continua “meditazione” solo intellettuale di ciò che Dio è nella sua essenza e nel suo agire. L’esperienza di vocazione di Samuele e i frammenti di  1 Cor 6, 13c-15, 17-20 della seconda lettura riportano con forza a valutare la corporeità e la realtà di una fede che si gestisce nel corpo e non lontano da esso come ricorda nella sua definizione san Giovanni Damasceno: “A sua volta l’anima è legata tutta intera al corpo tutto intero e non parte per parte, e non è contenuta da esso ma lo contiene come il fuoco il ferro, ed essendo in esso opera le sue proprie azioni” (La fede ortodossa, II, 3 ed. Vittorio Fazzo, Città Nuova, Roma 1998, 92).
 
Monreale, Duomo.

3. Di fronte a questo, l’episodio del Vangelo è evidentemente differente dall’esperienza di Samuele perché qui sono i discepoli a chiamare Gesù ed è lui a rispondere ad una chiamata. Per un attimo, nella liturgia ordierna, l'immensa figura dell'Amico dello Sposo, di san Giovani, passa in un secondo piano, quasi a voler essere, in questa domenica, solo uno strumento, colui che addita e mostra l'Agnello di Dio. Inoltre mentre Samuele è nel Tempio, Gesù dice ai discepoli curiosi di andare con lui e di vedere il luogo della sua dimora. Forse leggendo ci si potrebbe aspettare Che Andrea, uno di quelli che lo segue, riferendo di ciò che ha visto poteva dire, oltre il che cosa, anche il dove della dimora. Invece professa la sua fede e dice “Abbiamo trovato il Messia”. Nel Vangelo il tradizionale processo di vocazione si ribalta: la scena raccontata da Giovanni presenta i discepoli che chiedono al Signore di rendere nota la sua dimora. Sono loro a chiamare il Signore Gesù ed è lui che risponde loro dicendo “Venite e vedrete”. Non mi soffermo su questi due verbi per le sterminate sfaccettature di significato che possono avere nel Vangelo e in questo particolare contesto in cui sono sulle labbra di Gesù stesso ma cerco solo di evocarne il valore richiamando l’epiteto con cui l’Apocalisse si riferisce a Gesù, o Erkomenos (Ap 1,8) e tutta la semantica e simbologia insita nel vedere unito al desiderio di contemplare il volto del Signore (vultum tuum, Domine, requiram) così come ricorre nell’esperienza di Andrea, che va dietro a Gesù, vede dove dimora e poi afferma “Abbiamo trovato il Messia” che mi ricorda “Abbiamo visto il Signore” in una duplice forma della stessa professione di fede in Cristo. Infine in poche battute, si afferma il primato petrino, saldezza di fede che suggella la fede stessa della Chiesa.

Un testo credo illumini ulteriormente la densità del formulario della seconda domenica del tempo "Per annum" B.  Si tratta del commento al Salmo 118 di sant’Ambrogio vescovo di Milano. 



La Sapienza dice: «Il beffardo ricerca la sapienza, ma invano» (Prov 14,6); non perché il Signore non voglia farsi trovare dagli uomini, lui che si offre a tutti, anche a quelli che non lo cercano; ma perché dal beffardo è cercato con tali azioni che lo rendono indegno di trovarlo. Del resto, Simeone che lo attendeva con animo retto, lo trovò. Andrea lo trovò e disse a Simone: «Abbiamo trovato il Messia» (Gv 1,45). Anche Filippo dice a Natanaele: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mose nella legge e i profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret» (Gv 1,45). E per mostrargli che aveva trovato veramente il Cristo, aggiunse: «Vieni e vedi» (Gv 1,46). Quindi chi cerca il Cristo venga, non con passi terreni, ma con la disposizione dell'anima: cerchi di vederlo non con gli occhi, ma con lo sguardo interiore. L'Eterno infatti non si può vedere con gli occhi del corpo, poiché «le cose visibili sono d'un momento, quelle invisibili sono eterne» (2 Cor 4,18). Il Cristo dunque non è nel tempo, ma è generato dal Padre prima del tempo; in quanto Dio, vero Figlio di Dio, e in quanto perfezione eterna, è fuori del tempo, e nessun limite di tempo lo circoscrive; in quanto è vita, è al di sopra del tempo e come tale non sarà mai raggiunto dal giorno della morte. «Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio» (Rm 6,10). Comprendi ciò che ha detto l'Apostolo? «Egli morì al peccato una volta per tutte». Cristo è morto una sola volta per te peccatore: tu dunque, dopo aver ricevuto il battesimo, non peccare più. E morto una sola volta per tutti, e muore una sola volta, non più volte, per i singoli. Tu, uomo, sei peccato: per questo il Padre onnipotente rese peccato il suo Cristo: lo fece uomo perché portasse i nostri peccati.
Per me, dunque, il Signore Gesù è morto al peccato «perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio» (2 Cor 5,21). Per me è morto, per poter risorgere per me. È morto una sola volta,e una sola volta è risorto. E tu che sei morto, sepolto e risuscitato con lui per il battesimo, guardati bene, dopo esser morto una volta, dal tornare a morire.
Non sciupare questo dono, o uomo! Per te Cristo si è sottomesso al potere della morte, per liberare te dal suo giogo. Ha accettato la schiavitù della morte per donare a te la libertà della vita eterna. Perciò chi cerca Cristo cerca anche i suoi patimenti e non rifugge dalla sofferenza. «Nell'angoscia ho gridato al Signore, mi ha risposto e mi ha tratto in salvo» (Sal 117,5).
Buona è quindi la sofferenza che ci rende degni di essere ampiamente esauditi dal Signore. Essere da lui esauditi è infatti una grazia. Perciò chi cerca Cristo non sfugge la tribolazione chi non la sfugge vien trovato dal Signore. Non sfugge chi accoglie i comandamenti di Dio nel cuore e con le opere. (Disc. 18, 41-43).



Maestro dei Crocifissi Azzurri, croce processionale, XIII sec.
Walraf Richartz Museum, Colonia, Germania

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