sabato 3 gennaio 2015

Seconda Domenica dopo Natale

La liturgia di questa Domenica II dopo Natale, descrive Dio che è presente tra gli uomini perché ha assunto totalmente la nostra natura umana, ha condiviso la nostra stirpe e ci ha redenti proprio perché la sua divinità ha accolto e assunto interamente l'umanità, come insegnava san Basilio Magno in una sua omelia: 
 “Dio sulla terra, Dio in mezzo agli uomini: non un Dio che consegna la legge tra bagliori di fuoco e suoni di tromba su un monte fumante, o in densa nube fra lampi e tuoni, seminando il terrore tra coloro che lo ascoltano; ma un Dio incarnato, che con soavità e dolcezza parla a creature che hanno la sua stessa natura. Un Dio incarnato, che non agisce da lontano o per mezzo di profeti, ma attraverso l’umanità che ha assunto in proprio a rivestire la sua persona, per ricondurre a sé, nella nostra stessa carne fatta sua, tutto il genere umano.” (Om 2,6). 
Evocativa e piena di suggestioni è l'antifona di ingresso:

Nel quieto silenzio che avvolgeva ogni cosa,
mentre la notte giungeva a metà del suo corso,
il tuo Verbo onnipotente, o Signore,
è sceso dal cielo, dal trono regale.
(Sap 18,14-15).
Dum médium siléntium tenérent ómnia, et nox in suo cursu médium iter habéret, omnípotens sermo tuus, Dómine, de cælis a regálibus sédibus venit.
Nel silenzio della notte, il rorate dell'Avvento si compie in una discesa dal cielo, dal trono regale, del Verbo di Dio. Questa discesa ha fatto sì che noi potessimo sperimentare il Dio-con-noi come annunciato e cantato nell'antifona maggiore del 23 dicembre:


O Emmanuel,
nostro re e legislatore,
speranza delle genti,
e loro Salvatore:
vieni e salvaci,
Signore, nostro Dio.


 O Emmanuel,
Rex et legifer noster,
expectatio gentium,
et Salvator earum:
veni ad salvandum nos,
Domine, Deus noster
.

Ad essa si associa la concisa colletta che enuclea la maestosità della presenza avvenuta con l'incarnazione: 
Dio onnipotente ed eterno, luce dei credenti, riempi della tua gloria il mondo intero, e rivelati a tutti i popoli nello splendore della tua verità. Per il nostro Signore...

Omnípotens sempitérne Deus, fidélium splendor animárum, dignáre mundum glória tua implére benígnus, et cunctis pópulis appáre per tui lúminis claritátem. Per Dóminum.
Tutto il tempo di Natale parla della luce e della gloria che ne scaturisce, creando un tema sterminato per la teologia e la liturgia. In poche battute vorrei proporre due piste di analisi, semplici tracce, già sviluppate da diversi studiosi, da poter approfondire nuovamente. 

La prima
riguarda il sintagma gloria nella Scrittura. In un rapido percorso che analizza la gloria in generale (umana) procede verso l'analisi del valore della gloria riferito ad Adonai, nella sua presenza, nelle sue azioni in favore del popolo, nella sua essenza (teofanie).

L'utilizzo che ne fa la colletta della seconda domenica dopo Natale non intende una gloria umana, fatta di fasti, di riconoscimenti o di vanti personali o di fama grandissima di cui gloriarsi. Qui la gloria si collega al mondo ebraico, kabod, il valore di una realtà, stimato dal suo peso (kebed = essere pesante). Ricusando ogni riferimento materiale alla gloria umana, la gloria di Dio, è Dio stesso che si rivela nella sua maestà, nella sua potenza, nel suo splendore, nella sua santità, in definitiva nel suo essere.
In questa colletta con l'espressione dignare mundum gloria tua implere ci si riferisce a una epifania, a una manifestazione e rivelazione dell'essenza stessa di Dio al mondo. Ma se guardiamo all'Incarnazione, anche con gli occhi di san Francesco e del primo presepio del 1223 a Greccio, come conciliare tutto questo con l'umiltà della condizione umana assunta dal Verbo? Il Figlio di Dio è manifestazione della sua gloria come afferma la lettera agli Ebrei: 
"Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente. Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, sedette alla destra della maestà nell'alto dei cieli, divenuto tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato." (Eb 1, 3-4).
Questa gloria di Dio si è manifestata in Gesù, in tutta la sua vita, nelle sue azioni e nei suoi segni, quindi anche nel mistero della sua Incarnazione. Nella mangiatoia si manifesta la gloria di Dio, in Gesù. Gesù è il Verbo incarnato, nella sua carne abita e si rivela la gloria del Figlio di Dio. (Gv 1, 14.18)
Una gloria che non porta con sé il tremendum et fascinans ma che fa quasi tenerezza nelle membra di un bambino indifeso che è il desiderato delle genti, come si canta nell'antifona di ingresso alla messa del giorno di Natale: 
E' nato per noi un bambino,
un figlio ci è stato donato:
egli avrà sulle spalle il dominio,
consigliere ammirabile sarà il suo nome.

Puer natus est nobis, et fílius datus est nobis, cuius impérium super húmerum eius, et vocábitur nomen eius magni consílii Angelus.

La seconda pista che propongo si basa sull'armonia dei concetti espressi dalla colletta. La versione italiana, come sempre riduttiva, nasconde l'orginale latino (Sacramentario Gregoriano Adrianeo n. 94) che definisce Dio fidélium splendor animárum, splendore delle anime dei fedeli, possiamo dire "colui che splende nelle anime dei fedeli"; splendore che appartiene a Dio e ne costituisce una delle caratteristiche della sua rivelazione all'uomo, della sua epifania, così come sul monte dinnanzi a Mosè.

Il verbo implere, il riempire il mondo della gloria di Dio, mi rimanda all'idea di vuoto perché ciò che è vuoto si possa riempire. In merito a questo dettaglio mi piace ricordare e citare un frammento comparso su Avvenire del Card. Ravasi il quale citando G. Bernanos, chiarifica la distinzione tra il vuoto associato al concetto di nulla e l'assenza. 


La tentazione ci allena, il dubbio è un tormento. Lui, però, non era tormentato dalla tentazione. Tra le prove e il suo grido: Non credo più! c'era la differenza che distingue l'assenza dal nulla. Il suo posto non è vuoto; non vi è nulla.

In questi mi è capitata tra le mani la prima versione italiana del romanzo, L'impostura, che lo scrittore cattolico francese Georges Bernanos aveva pubblicato nel 1927. Lo sto rileggendo e mi impressiona la figura di questo sacerdote, l'abbé Cénabre, che precipita nel gorgo dell'incredulità divenendo in pratica un prete ateo, un ministro di Cristo che non crede in Cristo. Ho scelto poche righe che invito a scandire lentamente, soprattutto nella sottile ma acuta distinzione tra «assenza» e «nulla»: sì, l'assenza non è identica al nulla. E questo sacerdote è ormai andato oltre la tentazione: essa è per certi versi preziosa, perché ci allena (Cristo stesso vi si sottopone). È andato oltre il dubbio lacerante che tormenta e quindi tiene vigile la coscienza. Egli è andato oltre anche l'assenza di Dio, ossia il suo silenzio. Il posto vuoto in casa è pur sempre il segno che manca qualcuno che si rimpiange o si attende di nuovo. No, nell'anima dell'abbé Cénabre non c'è più uno spazio vuoto da colmare, c'è semplicemente il nulla. Perciò, non si può neppure dire che sia ateo nel senso nobile del termine, cioè che viva con un'assenza con la quale si confronta. Per lui ormai è il nulla il grembo che lo sta risucchiando, un atteggiamento che non permette nemmeno di sentire la mancanza della fede e dell'amore, della realtà e della ricerca. Per questo, egli già da giovane seminarista «non sapeva voler bene… neppure a sé stesso». Può essere in agguato per tutti questo rischio, questo vuoto che non è un'assenza, ma il nulla.
Leggere in quest'ottica la colletta della II Domenica di Natale spinge a ritenere quanto il Natale, la nascita di Gesù nella sua vera carne, il credere nell'Uomo-Dio, nell'Emmanuele, oggi si cali in un contesto in cui a Dio è associato solo al concetto di vuoto, di non essenza che è inesistenza. Eppure ancora dobbiamo distinguere se veramente si tratti di vuoto o di pura assenza, di nostalgia di un Dio che nella moderna quotidianità lascia il segno della sua presenza, che riempie il mondo della sua gloria, cioè di Cristo, ed al quale dobbiamo fare spazio perché si compiano ancora le parole dell'eucologia.
Per questo preghiamo con la Chiesa dicendo e cantando che
Dio, luce dei credenti, continui a riempire della sua gloria (Cristo) il mondo, e che a questa sua rivelazione, dalla mangiatoia di Betlemme, ne consegua per tutti i popoli la disponibilità a farsi irraggiare dallo splendore della Verità che è Cristo stesso!

Un ultimo rilievo viene da due assonanze con altri testi eucologici. Il primo deriva dal Rotolo di Ravenna n. 1350. Farlo risuonare con le parole della colletta permette, a mio parere, di completare la visione della totale presenza di Dio nella vita del credente:


Oriatur, quaesumus, omnipotens Deus, in cordibus nostris splendor gloriae, dominus noster Iesus Christus; ut omnem noctis obscuritate sublata, filios nos esse diei uere lucis manifestet aduentus

In un tentativo di traduzione si potrebbe leggere: 

Sorga, ti preghiamo, Dio onnipotente, nei nostri cuori lo splendore della gloria, il nostro Signore Gesù Cristo perché, sollevata ogni oscurità della notte, la venuta della vera luce renda manifesto che siamo figli del giorno.

Il secondo e ultimo testo che propongo è l'inno ambrosiano Splendor paternae gloriaeper le lodi del tempo estivo, in cui questi temi ritornano poeticamente espressi con riferimenti alla luce ed al suo significato in rapporto a Cristo:

Splendor paternae gloriae,
de luce lucem proferens,
lux lucis et fons luminis,
diem dies illuminans.


O splendore della gloria del Padre
che trai Luce dalla Luce,
Luce della Luce e sorgente della luminosità,
giorno che illumini il giorno,

Verusque sol, illabere
micans nitore perpeti,
iubarque Sancti Spiritus
infunde nostris sensibus. 


Tu vero sole,
che risplendi di eterno fulgore,
vieni e infondi nei nostri cuori
la luce radiosa dello Spirito Santo!


[...]

Aurora cursus provehit:
Aurora totus prodeat,
in Patre totus Filius
et totus in Verbo Pater. 


L’aurora procede nella sua corsa:
si mostri tutto aurora,
tutto il Figlio nel Padre
e tutto il Padre nel Verbo.

Pietro Cavallini, mosaici dell'abside di santa Maria in Trastevere, natività


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