giovedì 29 gennaio 2015

Come l'incenso salga a te la mia preghiera

Nella preghiera cristiana, l'ora più suggestiva è quella dei Vespri che come insegna la Chiesa: 


si celebrano quando si fa sera e il giorno ormai declina, «per rendere grazie di ciò che nel medesimo giorno ci è stato donato o con rettitudine abbiamo compiuto». Con l'orazione che innalziamo, «come incenso davanti al Signore», e nella quale «l'elevarsi delle nostre mani» diventa «sacrificio della sera» ricordiamo anche la nostra redenzione. E questo «si può anche intendere, con un significato più spirituale, dell'autentico sacrificio vespertino: sia di quello che il Signore e Salvatore affidò, nell'ora serale, agli apostoli durante la Cena, quando inaugurò i santi misteri della Chiesa, sia di quello stesso del giorno dopo, quando, con l'elevazione delle sue mani in croce, offrì al Padre per la salvezza del mondo intero se stesso, quale sacrificio della sera, cioè come sacrificio della fine dei secoli». Per orientare, infine, la nostra speranza alla luce che non conosce tramonto, «noi preghiamo e chiediamo che di nuovo venga su di noi la luce, e invochiamo la venuta di Cristo che ci porterà la grazia della luce eterna».

Finalmente in questa Ora, in armonia con le Chiese orientali, cantiamo: «O luce gioiosa della santa gloria dell'eterno Padre celeste, Gesù Cristo; giunti al tramonto del sole, vedendo il lume della sera, celebriamo il Padre, e il Figlio e lo Spirito Santo Dio...». (Principi e norme della Liturgia delle ore 39).
 Mi piace ricordare per il Vespro, la famosa "Preghiera dell'incenso" che nella preghiera della sera viene intonata nelle chiese di tradizione copta.
O Re della pace, dacci la tua pace e perdona i nostri peccati. 
Allontana i nemici della Chiesa e custodiscila, affinché non venga meno.
L'Emmanuele nostro Dio è in mezzo a noi nella gloria del Padre e dello Spirito Santo.
Ci benedica e purifichi il nostro cuore e risani le malattie dell'anima e del corpo.
Ti adoriamo, o Cristo, con il tuo Padre buono e lo Spirito Santo, perché sei venuto e ci hai salvati.


 San Giovanni Paolo II nell'anno mariano, il 14 agosto del 1988, a commento di questo testo disse: 


“Come incenso salga a te la mia preghiera,
le mie mani alzate come sacrificio della sera” (Sal 140, 1).

«Con queste parole il salmista rende esplicito il legame simbolico tra la preghiera vespertina e il salire dell’incenso. Il levarsi delle volute di incenso esprime con grande potenza evocativa l’anelito dello spirito umano a librarsi verso l’alto, a superare le angustie quotidiane, per riconoscere il senso della propria esistenza e ricongiungersi con Dio. Con l’incarnazione, il Verbo ha voluto assumere la natura umana ed è entrato in un nuovo rapporto anche con il cosmo, per presentarlo a Dio Padre quale offerta a lui gradita.

Nella visione sicura della fede, il bisogno di infinito, di perfezione, di comunione intima e profonda della creatura col Creatore non è semplice nostalgia o sogno dell’impossibile, ma è un pellegrinaggio ininterrotto, una tensione perenne, dell’uomo verso il suo fine che si esprime incessantemente in atteggiamenti di “condiscendenza”.

“Fecisti nos ad te, et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te”, ci ricorda il santo vescovo Agostino (S. Augustini “Confessiones”, 1,1).

Questo incenso che sale senza tregua al cielo porta con sé l’aspirazione profonda del nostro cuore, verso Dio che si esprime nell’anelito della preghiera. L’incenso accompagna dunque il levarsi delle nostre mani al cielo, per offrire a Dio la nostra sete di lui e, nello stesso tempo, per presentargli persone e cose, desideri e aspirazioni».

































sabato 24 gennaio 2015

Lasciarono le reti e lo seguirono

Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. (Mc 1,14-20)
 
Commento di sant'Agostino: 


"Se non ci avessero preceduto quei pescatori, chi sarebbe venuto a pescarci?" Il Signore Gesù ha scelto le cose deboli del mondo per confondere le forti, così che, volendo adunare la sua Chiesa da ogni parte del mondo, non cominciò con degli imperatori o senatori ma con dei pescatori. Se infatti fossero stati scelti in principio personaggi altolocati, essi avrebbero attribuito la loro scelta a se stessi e non alla grazia di Dio. Questo modo di procedere di Dio, a noi occulto, questa disposizione del nostro Salvatore ce la espone l'Apostolo quando dice: "Osservate, fratelli, chi tra voi sia stato chiamato". Sono parole dell'Apostolo. "Osservate, fratelli, chi tra voi sia stato chiamato. Poiché non molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili; ma Dio ha scelto le cose deboli del mondo per confondere le forti, e le cose ignobili e spregevoli del mondo ha scelto Dio, e le cose che non hanno consistenza - come se la avessero - per annichilire le cose dotate di consistenza; affinché nessun uomo possa vantarsi dinanzi a lui". [...] Veramente, oggi partecipano della grazia del Signore senza distinzione nobili e plebei, dotti e ignoranti, poveri e ricchi. Quando si tratta di ricevere questa grazia non avanza diritti di precedenza la superbia rispetto all'umiltà di chi nulla sa e nulla possiede e nulla può. Ma cosa disse loro? "Venite dietro a me e io vi farò pescatori di uomini". Se non ci avessero preceduto quei pescatori, chi sarebbe venuto a pescarci?

Discorso 250,1

Pieter van Aelst, Arazzi decorativi della Cappella Sistina,
La pesca miracolosa eseguita su disegno di Raffaello,
Bruxelles - Roma 1519

martedì 20 gennaio 2015

Ricevi dentro di te quella luce che illumina ogni uomo!

Videro il Bambino e sua Madre.
di Gianfranco Ravasi

pp.164
€ 12




Al termine del tempo di Natale 2014-2015 ho scelto di proporre alcune considerazioni su un piccolo libro uscito per i tipi dell’editrice Ancora di Milano, in una prima edizione del 1984 poi ristampata nel 2000. Si tratta di una raccolta di scritti dell’allora mons. Gianfranco Ravasi, prefetto della Biblioteca Ambrosiana, intitolato Videro il Bambino e sua Madre. Meditazioni sui Vangeli dell’infanzia.
La celebrazione del mistero dell’incarnazione è tra le più dense dell’anno. Il calendario liturgico presenta infatti il tempo di Avvento in quattro settimane, per la chiesa romana, che negli anni A B e C offre un nutrito gruppo di letture in vista del Natale. Il giorno di Natale consegna al credente quattro formulari di messe  (vespertina della vigilia, in nocte, aurora, die), segue poi l’ottava di Natale con le feste dei santi e i giorni che immediatamente seguono la solennità della Madre di Dio in un susseguirsi e rincorrersi di celebrazioni fino al culmine raggiunto nell’Epifania e nella conclusione del Tempo con la festa del Battesimo del Signore.
Una liturgia in cui il tema della luce e dello splendore della nascita del Cristo conferiscono un tono particolarmente gioioso a tutte le celebrazioni natalizie.
Il ciclico ritornare del Natale negli anni può creare nei credenti una stanchezza spirituale forse dovuta proprio alla densità delle singole liturgie che si affiancano, in alcuni casi, in un ritmo serrato. Il rischio è quindi quello di non riuscire ad avere il tempo di gustare la Parola di Dio e l’insegnamento che la Chiesa trasmette nel breve periodo del Tempo natalizio. Diviene allora utile avere uno strumento ed un “maestro” capaci di accompagnare passo dopo passo il lettore nella meditazione dei testi evangelici del Natale.
Nella frenesia assurda del natale consumistico e tradizionale in cui tutte le ricchezze delle celebrazioni natalizie si disperdono in un vortice di acquisto e mangiate, il libro del Card. Ravasi permette di ritagliarsi una nicchia per potersi raccogliere e seguire ciò che i Vangeli dicono della nascita del Salvatore.

Il testo è diviso in due parti. Dopo l’introduzione l’autore ha disposto sei meditazioni sui primi due capitoli di Matteo e una seconda parte con otto meditazioni sul testo lucano. Secondo il metodo della lectio divina, in brevi capitoli che hanno la funzione di focalizzare l’attenzione sugli elementi principali del testo considerato, Ravasi ha disposto un commento scorrevole, dettagliato nelle spiegazioni, ricco di citazioni bibliche e non solo. Ogni singola meditazione, dopo aver proposto i legami biblici principali ed i contenuti teologici, propone in conclusione dei consigli pratici per indirizzare il lettore a calarsi nella bellezza, profondità e altezza dei brani spiegati. L’autore non divaga in lunghe considerazione bensì propone consigli diretti, parole chiave che riassumono il percorso della meditazione, esercizi meditativi facilmente realizzabili e con il merito di centrare, in ogni capitolo, un singolo particolare teologico per intessere una strutturata visione di tutto quanto il percorso che dalle profezie di Israele, nell’impegno dell’attesa, conduce per mano fino alla contemplazione del Verbo fatto carne.In tutto il testo la bellezza della teologia Cristologica è continuamente rammentata, perché nel Natale non si celebrano presepi e addobbi ma l'Umanità e la Divinità del Signore, l'umiltà e la grandezza della Madre di Dio così come i Vangeli l'hanno trasmessa. Una lettura che apre ad un cammino di ritorno alla fedeltà al testo per ritornare così alla fede nel Verbo incarnato!

Sempre molto interesse suscitano le numerose citazioni di autori, Padri, scrittori, poeti, cantautori, artisti, ecc… Le parole delle persone che si sono confrontate con la ricerca costante della verità non sono qui ostentazione di erudizione ma sono evidente espressione di conoscenza dell’umanità e se in altri testi sono così abbondanti quasi da far perdere il filo del discorso, per la densità che l'autore costruisce nelle sue pagine, qui le parole che si accostano alla Parola, sono altrettante perle con cui misurarsi, pietre miliari in un cammino verso la mèta, la nascita di Cristo stesso in noi.

I capitoli, tanto brevi quanto densi, sono sia per Matteo che per Luca una vera mappatura che dal generale al particolare consentono di cogliere le sfaccettature di ciò che la liturgia propone ai fedeli nella mensa imbandita sull’ambone.
Un vero percorso che seguendo l’ordine della narrazione evangelica fornisce un commento alle liturgie del Tempo di Natale e consente ai lettori di capire e gustare la consolante verità di Dio non più nascosto e lontano, alla maniera dei filosofi, ma incarnato e vicino, debole e forte, fasciato e deposto in una mangiatoia, avvolto di splendore come di un manto, secondo l’insegnamento di san Leone Magno:


«Lascia pure che la luce del corpo celeste agisca sui sensi del tuo corpo ma con tutto l’amore infiammato dell’anima tua ricevi dentro di te quella luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo». (Sermo 27 de Nativitate Domini, cit. p. 35)

NAtività con san Lorenzo e sant'Andrea
Antoniazzo Romano 1480-85
Tempera su tavola, 142 x 176 cm
Galleria Nazionale d'Arte Antica, Roma

domenica 18 gennaio 2015

«Tutta la terra ti adori, o Dio, e inneggi a te: inneggi al tuo nome, o Altissimo!»

I testi biblici associano un frammento del racconto della vocazione di Samuele (1 Sam 3, 3b-10. 19), il salmo 39, un frammento della lettera ai Corinzi e la pericope di Gv 1,35-42. Il brano veterotestamentario è tutto in tensione verso un punto apicale stabilito dalla risposta che Samuele da alla chiamata di Dio: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”; il Salmo 39 amplifica il racconto di vocazione con il versetto "Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà"; la seconda lettura, che come stabilito nella riforma del lezionario è cursiva e non collegata con in temi espressi dalla prima lettura/Salmo-Vangelo, in realtà credo possa fare da connettore con la densa pagina evangelica di questa domenica.
Osservando, nel complesso, il formulario biblico di oggi, non credo si possa continuare a leggerlo in taglio esclusivamente vocazionale, come se la prima lettura ed il salmo fossero le uniche fonti tematiche della domenica II del tempo ordinario.

Credo si possa azzardare una lettura armonica dei testi biblici di questa domenica in base a tre diversi punti:
1. Nel racconto di vocazione, Samuele percepisce materialmente il Signore, che lo chiama per nome, e la sua risposta è fondata sull’ascolto, tale che “Samuele crebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole”.
La custodia della Parola del Signore informa tutto il resto della vita di Samuele. Per contiguità di significati il salmo 39 diventa quasi un inno in cui il salmista loda il Signore per l’esaudimento della sua preghiera, in cui egli è reso uomo dell’ascolto di ciò che Dio dice, proprio perché lui, per primo ha ascoltato (ha dato ascolto al mio grido/gli orecchi mi hai aperto). Da questo reciproco ascolto ne sgorga il fermo proposito di seguire e compiere la volontà del Padre.
 
2. La percezione di Dio, non avviene solo nei meandri delle interconnessioni sinaptiche del cervello, in una continua “meditazione” solo intellettuale di ciò che Dio è nella sua essenza e nel suo agire. L’esperienza di vocazione di Samuele e i frammenti di  1 Cor 6, 13c-15, 17-20 della seconda lettura riportano con forza a valutare la corporeità e la realtà di una fede che si gestisce nel corpo e non lontano da esso come ricorda nella sua definizione san Giovanni Damasceno: “A sua volta l’anima è legata tutta intera al corpo tutto intero e non parte per parte, e non è contenuta da esso ma lo contiene come il fuoco il ferro, ed essendo in esso opera le sue proprie azioni” (La fede ortodossa, II, 3 ed. Vittorio Fazzo, Città Nuova, Roma 1998, 92).
 
Monreale, Duomo.

3. Di fronte a questo, l’episodio del Vangelo è evidentemente differente dall’esperienza di Samuele perché qui sono i discepoli a chiamare Gesù ed è lui a rispondere ad una chiamata. Per un attimo, nella liturgia ordierna, l'immensa figura dell'Amico dello Sposo, di san Giovani, passa in un secondo piano, quasi a voler essere, in questa domenica, solo uno strumento, colui che addita e mostra l'Agnello di Dio. Inoltre mentre Samuele è nel Tempio, Gesù dice ai discepoli curiosi di andare con lui e di vedere il luogo della sua dimora. Forse leggendo ci si potrebbe aspettare Che Andrea, uno di quelli che lo segue, riferendo di ciò che ha visto poteva dire, oltre il che cosa, anche il dove della dimora. Invece professa la sua fede e dice “Abbiamo trovato il Messia”. Nel Vangelo il tradizionale processo di vocazione si ribalta: la scena raccontata da Giovanni presenta i discepoli che chiedono al Signore di rendere nota la sua dimora. Sono loro a chiamare il Signore Gesù ed è lui che risponde loro dicendo “Venite e vedrete”. Non mi soffermo su questi due verbi per le sterminate sfaccettature di significato che possono avere nel Vangelo e in questo particolare contesto in cui sono sulle labbra di Gesù stesso ma cerco solo di evocarne il valore richiamando l’epiteto con cui l’Apocalisse si riferisce a Gesù, o Erkomenos (Ap 1,8) e tutta la semantica e simbologia insita nel vedere unito al desiderio di contemplare il volto del Signore (vultum tuum, Domine, requiram) così come ricorre nell’esperienza di Andrea, che va dietro a Gesù, vede dove dimora e poi afferma “Abbiamo trovato il Messia” che mi ricorda “Abbiamo visto il Signore” in una duplice forma della stessa professione di fede in Cristo. Infine in poche battute, si afferma il primato petrino, saldezza di fede che suggella la fede stessa della Chiesa.

Un testo credo illumini ulteriormente la densità del formulario della seconda domenica del tempo "Per annum" B.  Si tratta del commento al Salmo 118 di sant’Ambrogio vescovo di Milano. 



La Sapienza dice: «Il beffardo ricerca la sapienza, ma invano» (Prov 14,6); non perché il Signore non voglia farsi trovare dagli uomini, lui che si offre a tutti, anche a quelli che non lo cercano; ma perché dal beffardo è cercato con tali azioni che lo rendono indegno di trovarlo. Del resto, Simeone che lo attendeva con animo retto, lo trovò. Andrea lo trovò e disse a Simone: «Abbiamo trovato il Messia» (Gv 1,45). Anche Filippo dice a Natanaele: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mose nella legge e i profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret» (Gv 1,45). E per mostrargli che aveva trovato veramente il Cristo, aggiunse: «Vieni e vedi» (Gv 1,46). Quindi chi cerca il Cristo venga, non con passi terreni, ma con la disposizione dell'anima: cerchi di vederlo non con gli occhi, ma con lo sguardo interiore. L'Eterno infatti non si può vedere con gli occhi del corpo, poiché «le cose visibili sono d'un momento, quelle invisibili sono eterne» (2 Cor 4,18). Il Cristo dunque non è nel tempo, ma è generato dal Padre prima del tempo; in quanto Dio, vero Figlio di Dio, e in quanto perfezione eterna, è fuori del tempo, e nessun limite di tempo lo circoscrive; in quanto è vita, è al di sopra del tempo e come tale non sarà mai raggiunto dal giorno della morte. «Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio» (Rm 6,10). Comprendi ciò che ha detto l'Apostolo? «Egli morì al peccato una volta per tutte». Cristo è morto una sola volta per te peccatore: tu dunque, dopo aver ricevuto il battesimo, non peccare più. E morto una sola volta per tutti, e muore una sola volta, non più volte, per i singoli. Tu, uomo, sei peccato: per questo il Padre onnipotente rese peccato il suo Cristo: lo fece uomo perché portasse i nostri peccati.
Per me, dunque, il Signore Gesù è morto al peccato «perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio» (2 Cor 5,21). Per me è morto, per poter risorgere per me. È morto una sola volta,e una sola volta è risorto. E tu che sei morto, sepolto e risuscitato con lui per il battesimo, guardati bene, dopo esser morto una volta, dal tornare a morire.
Non sciupare questo dono, o uomo! Per te Cristo si è sottomesso al potere della morte, per liberare te dal suo giogo. Ha accettato la schiavitù della morte per donare a te la libertà della vita eterna. Perciò chi cerca Cristo cerca anche i suoi patimenti e non rifugge dalla sofferenza. «Nell'angoscia ho gridato al Signore, mi ha risposto e mi ha tratto in salvo» (Sal 117,5).
Buona è quindi la sofferenza che ci rende degni di essere ampiamente esauditi dal Signore. Essere da lui esauditi è infatti una grazia. Perciò chi cerca Cristo non sfugge la tribolazione chi non la sfugge vien trovato dal Signore. Non sfugge chi accoglie i comandamenti di Dio nel cuore e con le opere. (Disc. 18, 41-43).



Maestro dei Crocifissi Azzurri, croce processionale, XIII sec.
Walraf Richartz Museum, Colonia, Germania

domenica 11 gennaio 2015

Il Battesimo di Gesù


Dai «Discorsi» di san Gregorio Nazianzeno, vescovo.  

(Disc. 39 per il Battesimo del Signore, 14-16. 20; PG 36, 350-351. 354. 358-359).



Cristo nel Battesimo si fa luce, entriamo anche noi nel suo splendore; Cristo riceve il battesimo, inabissiamoci con lui per poter con lui salire alla gloria. Giovanni dà il battesimo, Gesù si accosta a lui, forse per santificare colui dal quale viene battezzato nell'acqua, ma anche di certo per seppellire totalmente nelle acque il vecchio uomo. Santifica il Giordano prima di santificare noi e lo santifica per noi. E poiché era spirito e carne santifica nello Spirito e nell'acqua. Il Battista non accetta la richiesta, ma Gesù insiste. Sono io che devo ricevere da te il battesimo (cfr. Mt 3, 14), così dice la lucerna al sole, la voce alla Parola, l'amico allo Sposo, colui che è il più grande tra i nati di donna a colui che è il primogenito di ogni creatura, colui che nel ventre della madre sussultò di gioia a colui che, ancora nascosto nel grembo materno, ricevette la sua adorazione, colui che precorreva e che avrebbe ancora precorso, a colui che era già apparso e sarebbe nuovamente apparso a suo tempo. «Io devo ricevere il battesimo da te» e, aggiungi pure, «in nome tuo».
Sapeva infatti che avrebbe ricevuto il battesimo del martirio o che, come Pietro, sarebbe stato lavato non solo ai piedi. Gesù sale dalle acque e porta con sé in alto tutto intero il cosmo.

Vede scindersi e aprirsi i cieli, quei cieli che Adamo aveva chiuso per sé e per tutta la sua discendenza, quei cieli preclusi e sbarrati come il paradiso lo era per la spada fiammeggiante.
E lo Spirito testimonia la divinità del Cristo: si presenta simbolicamente sopra Colui che gli è del tutto uguale. Una voce proviene dalle profondità dei cieli, da quelle stesse profondità dalle quali proveniva Chi in quel momento riceveva la testimonianza. Lo Spirito appare visibilmente come colomba e, in questo modo, onora anche il corpo divinizzato e quindi Dio. Non va dimenticato che molto tempo prima era stata pure una colomba quella che aveva annunziato la fine del diluvio. Onoriamo dunque in questo giorno il battesimo di Cristo, e celebriamo come è giusto questa festa. Purificatevi totalmente e progredite in questa purezza. Dio di nessuna cosa tanto si rallegra, come della conversione e della salvezza dell'uomo. Per l'uomo, infatti, sono state pronunziate tutte le parole divine e per lui sono stati compiuti i misteri della rivelazione. Tutto è stato fatto perché voi diveniate come altrettanti soli cioè forza vitale per gli altri uomini. Siate luci perfette dinanzi a quella luce immensa. Sarete inondati del suo splendore soprannaturale. Giungerà a voi, limpidissima e diretta, la luce della Trinità, della quale finora non avete ricevuto che un solo raggio, proveniente dal Dio unico, attraverso Cristo Gesù nostro Signore, al quale vadano gloria e potenza nei secoli dei secoli. Amen.
 
Siena, Battistero di san Giovanni





sabato 3 gennaio 2015

Seconda Domenica dopo Natale

La liturgia di questa Domenica II dopo Natale, descrive Dio che è presente tra gli uomini perché ha assunto totalmente la nostra natura umana, ha condiviso la nostra stirpe e ci ha redenti proprio perché la sua divinità ha accolto e assunto interamente l'umanità, come insegnava san Basilio Magno in una sua omelia: 
 “Dio sulla terra, Dio in mezzo agli uomini: non un Dio che consegna la legge tra bagliori di fuoco e suoni di tromba su un monte fumante, o in densa nube fra lampi e tuoni, seminando il terrore tra coloro che lo ascoltano; ma un Dio incarnato, che con soavità e dolcezza parla a creature che hanno la sua stessa natura. Un Dio incarnato, che non agisce da lontano o per mezzo di profeti, ma attraverso l’umanità che ha assunto in proprio a rivestire la sua persona, per ricondurre a sé, nella nostra stessa carne fatta sua, tutto il genere umano.” (Om 2,6). 
Evocativa e piena di suggestioni è l'antifona di ingresso:

Nel quieto silenzio che avvolgeva ogni cosa,
mentre la notte giungeva a metà del suo corso,
il tuo Verbo onnipotente, o Signore,
è sceso dal cielo, dal trono regale.
(Sap 18,14-15).
Dum médium siléntium tenérent ómnia, et nox in suo cursu médium iter habéret, omnípotens sermo tuus, Dómine, de cælis a regálibus sédibus venit.
Nel silenzio della notte, il rorate dell'Avvento si compie in una discesa dal cielo, dal trono regale, del Verbo di Dio. Questa discesa ha fatto sì che noi potessimo sperimentare il Dio-con-noi come annunciato e cantato nell'antifona maggiore del 23 dicembre:


O Emmanuel,
nostro re e legislatore,
speranza delle genti,
e loro Salvatore:
vieni e salvaci,
Signore, nostro Dio.


 O Emmanuel,
Rex et legifer noster,
expectatio gentium,
et Salvator earum:
veni ad salvandum nos,
Domine, Deus noster
.

Ad essa si associa la concisa colletta che enuclea la maestosità della presenza avvenuta con l'incarnazione: 
Dio onnipotente ed eterno, luce dei credenti, riempi della tua gloria il mondo intero, e rivelati a tutti i popoli nello splendore della tua verità. Per il nostro Signore...

Omnípotens sempitérne Deus, fidélium splendor animárum, dignáre mundum glória tua implére benígnus, et cunctis pópulis appáre per tui lúminis claritátem. Per Dóminum.
Tutto il tempo di Natale parla della luce e della gloria che ne scaturisce, creando un tema sterminato per la teologia e la liturgia. In poche battute vorrei proporre due piste di analisi, semplici tracce, già sviluppate da diversi studiosi, da poter approfondire nuovamente. 

La prima
riguarda il sintagma gloria nella Scrittura. In un rapido percorso che analizza la gloria in generale (umana) procede verso l'analisi del valore della gloria riferito ad Adonai, nella sua presenza, nelle sue azioni in favore del popolo, nella sua essenza (teofanie).

L'utilizzo che ne fa la colletta della seconda domenica dopo Natale non intende una gloria umana, fatta di fasti, di riconoscimenti o di vanti personali o di fama grandissima di cui gloriarsi. Qui la gloria si collega al mondo ebraico, kabod, il valore di una realtà, stimato dal suo peso (kebed = essere pesante). Ricusando ogni riferimento materiale alla gloria umana, la gloria di Dio, è Dio stesso che si rivela nella sua maestà, nella sua potenza, nel suo splendore, nella sua santità, in definitiva nel suo essere.
In questa colletta con l'espressione dignare mundum gloria tua implere ci si riferisce a una epifania, a una manifestazione e rivelazione dell'essenza stessa di Dio al mondo. Ma se guardiamo all'Incarnazione, anche con gli occhi di san Francesco e del primo presepio del 1223 a Greccio, come conciliare tutto questo con l'umiltà della condizione umana assunta dal Verbo? Il Figlio di Dio è manifestazione della sua gloria come afferma la lettera agli Ebrei: 
"Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente. Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, sedette alla destra della maestà nell'alto dei cieli, divenuto tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato." (Eb 1, 3-4).
Questa gloria di Dio si è manifestata in Gesù, in tutta la sua vita, nelle sue azioni e nei suoi segni, quindi anche nel mistero della sua Incarnazione. Nella mangiatoia si manifesta la gloria di Dio, in Gesù. Gesù è il Verbo incarnato, nella sua carne abita e si rivela la gloria del Figlio di Dio. (Gv 1, 14.18)
Una gloria che non porta con sé il tremendum et fascinans ma che fa quasi tenerezza nelle membra di un bambino indifeso che è il desiderato delle genti, come si canta nell'antifona di ingresso alla messa del giorno di Natale: 
E' nato per noi un bambino,
un figlio ci è stato donato:
egli avrà sulle spalle il dominio,
consigliere ammirabile sarà il suo nome.

Puer natus est nobis, et fílius datus est nobis, cuius impérium super húmerum eius, et vocábitur nomen eius magni consílii Angelus.

La seconda pista che propongo si basa sull'armonia dei concetti espressi dalla colletta. La versione italiana, come sempre riduttiva, nasconde l'orginale latino (Sacramentario Gregoriano Adrianeo n. 94) che definisce Dio fidélium splendor animárum, splendore delle anime dei fedeli, possiamo dire "colui che splende nelle anime dei fedeli"; splendore che appartiene a Dio e ne costituisce una delle caratteristiche della sua rivelazione all'uomo, della sua epifania, così come sul monte dinnanzi a Mosè.

Il verbo implere, il riempire il mondo della gloria di Dio, mi rimanda all'idea di vuoto perché ciò che è vuoto si possa riempire. In merito a questo dettaglio mi piace ricordare e citare un frammento comparso su Avvenire del Card. Ravasi il quale citando G. Bernanos, chiarifica la distinzione tra il vuoto associato al concetto di nulla e l'assenza. 


La tentazione ci allena, il dubbio è un tormento. Lui, però, non era tormentato dalla tentazione. Tra le prove e il suo grido: Non credo più! c'era la differenza che distingue l'assenza dal nulla. Il suo posto non è vuoto; non vi è nulla.

In questi mi è capitata tra le mani la prima versione italiana del romanzo, L'impostura, che lo scrittore cattolico francese Georges Bernanos aveva pubblicato nel 1927. Lo sto rileggendo e mi impressiona la figura di questo sacerdote, l'abbé Cénabre, che precipita nel gorgo dell'incredulità divenendo in pratica un prete ateo, un ministro di Cristo che non crede in Cristo. Ho scelto poche righe che invito a scandire lentamente, soprattutto nella sottile ma acuta distinzione tra «assenza» e «nulla»: sì, l'assenza non è identica al nulla. E questo sacerdote è ormai andato oltre la tentazione: essa è per certi versi preziosa, perché ci allena (Cristo stesso vi si sottopone). È andato oltre il dubbio lacerante che tormenta e quindi tiene vigile la coscienza. Egli è andato oltre anche l'assenza di Dio, ossia il suo silenzio. Il posto vuoto in casa è pur sempre il segno che manca qualcuno che si rimpiange o si attende di nuovo. No, nell'anima dell'abbé Cénabre non c'è più uno spazio vuoto da colmare, c'è semplicemente il nulla. Perciò, non si può neppure dire che sia ateo nel senso nobile del termine, cioè che viva con un'assenza con la quale si confronta. Per lui ormai è il nulla il grembo che lo sta risucchiando, un atteggiamento che non permette nemmeno di sentire la mancanza della fede e dell'amore, della realtà e della ricerca. Per questo, egli già da giovane seminarista «non sapeva voler bene… neppure a sé stesso». Può essere in agguato per tutti questo rischio, questo vuoto che non è un'assenza, ma il nulla.
Leggere in quest'ottica la colletta della II Domenica di Natale spinge a ritenere quanto il Natale, la nascita di Gesù nella sua vera carne, il credere nell'Uomo-Dio, nell'Emmanuele, oggi si cali in un contesto in cui a Dio è associato solo al concetto di vuoto, di non essenza che è inesistenza. Eppure ancora dobbiamo distinguere se veramente si tratti di vuoto o di pura assenza, di nostalgia di un Dio che nella moderna quotidianità lascia il segno della sua presenza, che riempie il mondo della sua gloria, cioè di Cristo, ed al quale dobbiamo fare spazio perché si compiano ancora le parole dell'eucologia.
Per questo preghiamo con la Chiesa dicendo e cantando che
Dio, luce dei credenti, continui a riempire della sua gloria (Cristo) il mondo, e che a questa sua rivelazione, dalla mangiatoia di Betlemme, ne consegua per tutti i popoli la disponibilità a farsi irraggiare dallo splendore della Verità che è Cristo stesso!

Un ultimo rilievo viene da due assonanze con altri testi eucologici. Il primo deriva dal Rotolo di Ravenna n. 1350. Farlo risuonare con le parole della colletta permette, a mio parere, di completare la visione della totale presenza di Dio nella vita del credente:


Oriatur, quaesumus, omnipotens Deus, in cordibus nostris splendor gloriae, dominus noster Iesus Christus; ut omnem noctis obscuritate sublata, filios nos esse diei uere lucis manifestet aduentus

In un tentativo di traduzione si potrebbe leggere: 

Sorga, ti preghiamo, Dio onnipotente, nei nostri cuori lo splendore della gloria, il nostro Signore Gesù Cristo perché, sollevata ogni oscurità della notte, la venuta della vera luce renda manifesto che siamo figli del giorno.

Il secondo e ultimo testo che propongo è l'inno ambrosiano Splendor paternae gloriaeper le lodi del tempo estivo, in cui questi temi ritornano poeticamente espressi con riferimenti alla luce ed al suo significato in rapporto a Cristo:

Splendor paternae gloriae,
de luce lucem proferens,
lux lucis et fons luminis,
diem dies illuminans.


O splendore della gloria del Padre
che trai Luce dalla Luce,
Luce della Luce e sorgente della luminosità,
giorno che illumini il giorno,

Verusque sol, illabere
micans nitore perpeti,
iubarque Sancti Spiritus
infunde nostris sensibus. 


Tu vero sole,
che risplendi di eterno fulgore,
vieni e infondi nei nostri cuori
la luce radiosa dello Spirito Santo!


[...]

Aurora cursus provehit:
Aurora totus prodeat,
in Patre totus Filius
et totus in Verbo Pater. 


L’aurora procede nella sua corsa:
si mostri tutto aurora,
tutto il Figlio nel Padre
e tutto il Padre nel Verbo.

Pietro Cavallini, mosaici dell'abside di santa Maria in Trastevere, natività


venerdì 2 gennaio 2015

Buon 2015!

Condivido dalla pagina Facebook dell'Abbazia di Praglia un frammento dagli scritti del teologo luterano D. Bonhoeffer

Circondato fedelmente e tacitamente da benigne potenze,
meravigliosamente protetto e consolato,
voglio questo giorno vivere con voi,
e con voi entrare in un nuovo anno;

il vecchio ancora vuole tormentare i nostri cuori
ancora ci opprime il grave peso di brutti giorni.
Oh, Signore, dona alle nostre anime impaurite
la salvezza per la quale ci hai creato.

E tu ci porgi il duro calice, l’amaro calice
della sofferenza, ripieno fino all’orlo,
e così lo prendiamo, senza tremare,
dalla tua buona, amata mano.

E tuttavia ancora ci vuoi donare gioia,
per questo mondo e per lo splendore del suo sole,
e noi vogliamo allora ricordare il passato
e così appartiene a te la nostra intera vita.

Fa’ ardere oggi le calde e chiare candele,
che hai portato nella nostra oscurità;
riconducici, se è possibile, ancora insieme.
Noi lo sappiamo: la tua luce risplende nella notte.

Quando il silenzio profondo scende intorno a noi,
facci udire quel suono pieno
del mondo, che invisibile s’estende intorno a noi,
l’alto canto di lode di tutti i tuoi figli.

Da potenze benigne prodigiosamente protetti,
attendiamo consolati quello che accadrà.
Dio ci è al fianco alla sera e al mattino,
e certissimamente, in ogni giorno che verrà.

(Dietrich Bonhoeffer - dal carcere sotterraneo della Gestapo, Capodanno 1945)



San Lorenzo nel Palazzo Apostolico

"Oggi la chiesa di Roma celebra il giorno del trionfo di Lorenzo, giorno in cui egli rigettò il mondo del male. Lo calpestò quando...