sabato 5 dicembre 2015

II domenica di Avvento - Anno C

Il Battista

       Il precursore del nostro Redentore viene presentato attraverso l’indicazione delle autorità che governavano Roma e la Giudea al tempo della sua predicazione, con le parole: "Nel quindicesimo anno dell’impero di Tiberio Cesare, essendo procuratore della Giudea Pilato, tetrarca della Galilea Erode, Filippo suo fratello tetrarca dell’Iturea e della Traconitide e Lisania tetrarca dell’Abilene, mentr’erano principi dei sacerdoti Anna e Caifa, la Parola di Dio si manifestò a Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto" (Lc 3,1s). Poiché, infatti, Giovanni veniva ad annunziare colui che doveva redimere alcuni Giudei e molti Gentili, i tempi vengono indicati menzionando il re dei Gentili e i principi dei Giudei. Poiché poi i Gentili dovevano venir raccolti e i Giudei stavano per essere dispersi a causa della loro perfidia, nella descrizione dei principati, la repubblica romana è tutta assegnata a un solo capo e nel regno della Giudea viene sottolineata la divisione in quattro parti. Il nostro Redentore infatti dice: "Ogni regno diviso in se stesso, andrà in rovina" (Lc 11,17). È chiaro allora che la Giudea, divisa tra tanti re, era giunta alla fine del regno. E proprio opportunamente vien notato non solo chi fossero a quel tempo i re, ma anche chi fossero i sacerdoti, perché Giovanni Battista avrebbe annunziato colui che sarebbe stato allo stesso tempo e re e sacerdote.
Battesimo di Cristo, Basilica di san Giovanni Battista dei Fiorentini, Roma

       "E si recò per tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di penitenza per il perdono dei peccati" (Lc 3,3). Chi legge comprende che Giovanni non solo predicò ma diede anche ad alcuni il battesimo di penitenza, ma tuttavia non poté dare il suo battesimo in remissione dei peccati. La remissione dei peccati, infatti, avviene solo nel Battesimo di Cristo. Bisogna osservare che vien detto: "Predicando un battesimo di penitenza per il perdono dei peccati", predicava cioè un battesimo che perdonasse i peccati, perché non lo poteva dare. Come annunziava con la parola il Verbo del Padre che si era incarnato, così nel suo battesimo che non poteva perdonare i peccati, anticipava il Battesimo di penitenza, che avrebbe liberato dai peccati. La sua predicazione anticipava la presenza del Redentore, il suo battesimo era ombra del vero Battesimo di Cristo.

       "Com’è scritto nel libro d’Isaia: Voce di colui che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri" (Is 40,3). Lo stesso Battista, interrogato chi egli fosse, rispose: "Io sono la voce di colui che grida nel deserto" (Jn 1,23). È detto voce, perché annunzia il Verbo. Quello poi che diceva sta nelle parole: "Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri". Chiunque annunzia la fede vera e predica le opere buone che altro fa se non preparare i cuori di chi lo ascolta al Signore che viene? Perché la forza della grazia penetri, la luce della verità illumini, raddrizzi le vie innanzi al Signore, mentre il sermone della buona predicazione forma buoni pensieri nell’animo.

       "Ogni valle sarà riempita e ogni colle e monte sarà abbassato". Che cosa s’intende qui per valli se non gli umili, che cosa per monti e colli se non i superbi? Alla venuta del Salvatore le valli saranno riempite, i colli e i monti saranno abbassati, perché com’egli stesso dice: "Chiunque si esalta sarà umiliato e chiunque si umilia sarà esaltato" (Lc 14,11). Infatti, la valle riempita s’alza, il monte e il colle umiliato, s’abbassa, perché nella fede del Mediatore tra Dio e gli uomini Cristo Gesù, la gentilità ricevette la pienezza della grazia e la Giudea per la sua perfidia perdette ciò di cui s’inorgogliva. Ogni valle sarà riempita, perché i cuori degli umili saranno riempiti dalla grazia delle virtù...

       Il popolo, poiché vedeva Giovanni Battista fornito di meravigliosa santità, lo riteneva un monte singolarmente alto e solido... Ma se lo stesso Giovanni non si fosse ritenuto una valle, non sarebbe stato riempito dello spirito della grazia. Egli infatti disse di sé: "Viene uno più forte di me; non son degno di sciogliere i legacci dei suoi calzari" (Mc 1,7). Ed anche: "Chi ha la sposa è lo sposo, l’amico dello sposo sta lì a sentirlo e gode a sentir la voce dello sposo. Questa mia gioia è piena. Lui deve crescere, io devo essere diminuito" (Jn 3,29-30). Infatti, essendo stato ritenuto, a motivo della sua eccezionale virtù, d’essere il Cristo, non solo disse di non esserlo, ma disse addirittura ch’egli non era degno di sciogliere i lacci dei suoi calzari, di frugare, cioè, nel mistero della sua incarnazione. Credevano che la Chiesa fosse sua sposa; ma egli li corresse: "Chi ha la sposa è lo sposo". Io non sono lo sposo, ma l’amico dello sposo. E diceva di godere non della propria voce, ma di quella dello sposo, perché si rallegrava non di essere umilmente ascoltato dal popolo, quanto perché sentiva dentro di sé la voce della verità, ch’egli annunziava. Dice che la sua gioia era piena, perché colui che gode della sua propria voce, non ha gioia piena, e aggiunge: "Lui deve crescere, io devo essere diminuito".

       Bisogna ora chiedersi in che cosa è cresciuto il Cristo e in che cosa è stato diminuito Giovanni, ed è che il popolo vedendo l’astinenza e la solitudine di Giovanni, lo credeva il Cristo, vedendo invece il Cristo che mangiava coi pubblicani e peccatori, credeva che non fosse il Cristo, ma un profeta. Ma con l’andar del tempo, quando il Cristo, ch’era ritenuto un profeta fu riconosciuto come il Cristo e Giovanni, che era ritenuto di essere il Cristo, fu riconosciuto come un profeta, allora si avverò ciò che il precursore aveva detto del Cristo: "Lui deve crescere, io devo essere diminuito... E le vie storte saranno raddrizzate e le aspre appianate". Le vie storte si raddrizzano, quando i cuori dei malvagi, storpiati dall’ingiustizia, vengono allineati con la giustizia (Is 40,4). E le vie aspre vengono appianate, quando le menti iraconde tornano, per opera della grazia, alla serenità della mansuetudine. Quando, infatti, la mente iraconda respinge la parola di verità, è come se l’asprezza del cammino impedisse il passo del viandante. Ma quando l’anima iraconda, attraverso la grazia ricevuta, accoglie la parola della correzione, allora il predicatore trova la via piana, laddove non osava muovere il piede.

       "E ogni uomo vedrà la salvezza di Dio". Ma non tutti gli uomini hanno potuto vedere Cristo, salvezza di Dio, in questa vita. Dove allora appunta lo sguardo il profeta, se non all’ultimo giorno del giudizio? Quando, aperti i cieli, tra gli angeli e gli apostoli, in un trono di maestà, apparirà il Cristo e tutti, eletti e dannati, lo vedranno, perché i giusti abbiano un premio senza fine e i dannati gemano nell’eternità del supplizio.

       Gregorio Magno, Hom., 20, 1-7




domenica 22 novembre 2015

Cristo regna! Gloria! Alleluia!


Cristo regna! Gloria! Alleluia!

«E perché più abbondanti siano i desiderati frutti e durino più stabilmente nella società umana, è necessario che venga divulgata la cognizione della regale dignità di nostro Signore quanto più è possibile. Al quale scopo Ci sembra che nessun'altra cosa possa maggiormente giovare quanto l'istituzione di una festa particolare e propria di Cristo Re. Infatti, più che i solenni documenti del Magistero ecclesiastico, hanno efficacia nell'informare il popolo nelle cose della fede e nel sollevarlo alle gioie interne della vita le annuali festività dei sacri misteri, poiché i documenti, il più delle volte, sono presi in considerazione da pochi ed eruditi uomini, le feste invece commuovono e ammaestrano tutti i fedeli; quelli una volta sola parlano, queste invece, per così dire, ogni anno e in perpetuo; quelli soprattutto toccano salutarmente la mente, queste invece non solo la mente ma anche il cuore, tutto l'uomo insomma. Invero, essendo l'uomo composto di anima e di corpo, ha bisogno di essere eccitato dalle esteriori solennità in modo che, attraverso la varietà e la bellezza dei sacri riti, accolga nell'animo i divini insegnamenti e, convertendoli in sostanza e sangue, faccia si che essi servano al progresso della sua vita spirituale».

Abbiamo voluto iniziare questo nostro contributo citando le parole di Pio XI che con l’Enciclica Quas primas del 1925 puntava sulla concezione di Cristo Re di tutte le cose e in base a questa riflessione teologica istituiva la festa di nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo, prima del Concilio assegnata all’ultima domenica di ottobre e ora posta alla fine del tempo ordinario come spartiacque e confine ultimo dell’anno liturgico.Il formulario della messa odierna si intesse particolarmente bene con le letture dell’anno B che oggi si chiude. Gli elementi fissi del formulario infatti si arricchiscono della luce che in particolare il Vangelo (Gv 18,33b-37) e le altre due letture offrono ai fedeli. Per analizzare ciò che la liturgia della Chiesa mette dinnanzi a noi fedeli propongo una lettura a partire dall’architettura stupenda del prefazio proprio della messa di Cristo Re. In esso troviamo una sorta di indice tale da poter orientare l’intera riflessione per la festa della regalità del Signore. Riportiamo innanzitutto il testo eucologico:

È veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie sempre e in ogni luogo
a te, Signore, Padre santo,
Dio onnipotente ed eterno.

Tu con olio di esultanza
hai consacrato Sacerdote eterno
e Re dell’universo il tuo unico Figlio,
Gesù Cristo nostro Signore.

Egli, sacrificando se stesso
immacolata vittima di pace sull’altare della Croce,
operò il mistero dell’umana redenzione;
assoggettate al suo potere tutte le creature,
offrì alla tua maestà infinita
il regno eterno e universale:
regno di verità e di vita,
regno di santità e di grazia,
regno di giustizia, di amore e di pace.

Il prefazio pone inizialmente l’accento sull’origine della regalità di Cristo riferendosi propriamente all’olio dell’unzione come più volte descritto nei libri dell’Antico Testamento e poi, più e più, volte ripetuto nella compilazione e applicazione dei rituali medievali di consacrazione regale. Nel riferimento all’olio dell’unzione riconosciamo facilmente il concetto di “unto del Signore” di consacrato e quindi di Messia, ovvero di Cristo.1 La seconda parte riveste per noi un'importanza decisiva. Infatti in essa si parte dal cantare il sacrificio che Cristo ha fatto di se stesso in quanto “immacolata vittima di pace sull’altare della Croce”. L'offerta che Cristo fa di sé sulla croce consiste, nella visione di questo prefazio, nel presentare a Dio un regno di cui si descrivono le caratteristiche. L'elenco del prefazio ci permette di riflettere sulle letture del lezionario festivo secondo una scansione ordinata. 

Candelabro pasquale, Basilica papale di san Paolo fuori le mura

 

  1. Regno eterno e universale

A partire dalla prima lettura di Dn 7,13-14 e dal Salmo responsoriale (92) siamo dinnanzi alla descrizione alla “maestà infinita” di Dio nel suo regno. “A uno simile a un figlio dell'uomo” sono presentati la gloria e l'onore in una totale liturgia di adorazione in cui tutti i popoli della terra si dispongono a servizio di colui che ha «un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto». Il Salmo riprende questa universale glorificazione del re affermando con decisione la sua regalità: «Il Signore regna!», riaffermando, in continuità con l'apocalittica di Daniele, eternità del regno e la stabilità del trono. Di fronte ai re della terra che bramano poteri assoluti e spargono sangue per il consolidamento del trono e del regno, nella storia antica come in quella moderna e contemporanea, la Sacra Scrittura eleva i nostri occhi ad una regalità superiore, non intaccata dalla fragilità e dall'instabilità umana, ma saldamente fissata sulla natura stessa di Colui che regna. Una entusiastica definizione di regalità è suggellata dal Salmo 92: «La santità si addice alla tua casa per la durata dei giorni, Signore». Messaggio che anche l'Apocalisse riprende: «Dice il Signore Dio: Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!» a ribadire che la regalità di Cristo, il Principio e la Fine, è una regalità che non solo si sperimenta nel tempo ma in ogni tempo dell'umano, nel nostro ieri, nel nostro domani e nel nostro oggi. Un regno eterno che abbraccia tutto il tempo. Ma come il prefazio ha indicato questa regalità sontuosa, maestosa e splendente passa attraverso un sacrificio cruento, aspetto che i rituali di incoronazione non colgono. In essi si trova la gloria del re e del suo regno ma non ci sono dichiarazioni di afflizioni o di dolori perché si augura soltanto il “Vivataccompagnato dall'auspicio che siano allontanati i nemici.



  1. Regno di verità e di vita

Tutti gli anni leggiamo il Vangelo di questo ciclo B. La lettura del frammento di oggi è disposta per intero il venerdì santo perché il colloquio con Pilato è una delle parti del Passio secondo Giovanni che la Chiesa ha riservato per la grande celebrazione della passione del Signore. L'Apocalisse definisce il Signore, il testimone e il credente2 ed è quello che si riscontra nel dialogo con Pilato. Alla domanda del procuratore Gesù, già umiliato e offeso dai soldati che si fanno beffa di un re come lui, incoronato di spine e ricoperto di panno rosso, Egli definisce se stesso: «Io sono re». Un re che è «la via, la verità e la vita» che è venuto nel mondo per dare testimonianza alla verità, non un re comparso da qualche nobile famiglia e asceso al potere per spadroneggiare, imporre e sottomettere tutti al suo dispotismo ma un re che non separa la sua esistenza dalla testimonianza, martyr per la verità. L'incontro con Pilato è preludio al sacrificio della vita. Ecco perché il prefazio parla di regno di verità e di vita. In Cristo il dono della vita apre alla dimensione della vita donata fino alla fine, di una vita spesa per la nostra salvezza; la croce è quindi il segno rivelatore della vita di Cristo donata in obbedienza al Padre e per amore degli uomini (1Gv 1,2). Una vita donata che produce nei credenti degli effetti tali (1Gv 5) da renderli un “regno di sacerdoti” (Ap 5,8-10) perché partecipi della sua passione, morte e risurrezione (Rm 6).


  1. Regno di santità e di grazia

«La santità si addice alla sua casa», così canta il Salmo responsoriale. Il Sal 92, un piccolo testo prezioso, apre la serie di salmi sul Regno del Signore che celebrano la sua regalità sul cosmo. Il Salmo è liturgico (sabbatico) destinato a celebrare Dio all'ingresso del giorno santo, il venerdì sera. Il Salmo in ambito cristiano è da subito servito per celebrare nella liturgia, per approfondire nella teologia e rappresentare nell'arte la sovranità di Cristo sull'universo. La grandezza di questa regalità non ci esclude. Noi come popolo di Dio siamo di fronte al Re e ne possiamo gustare la grandezza e dolcezza. Infatti quando il Salmo chiude il suo inno enfatico afferma nell'acclamazione la verità della Torah, degni di fede sono i tuoi insegnamenti, proclama la santità della “tua casa”, quindi del Tempio. Ma come ricordiamo da san Paolo, con il Battesimo noi cristiani siamo Tempio (1Cor 6,19) e la Chiesa è il Tempio di Dio, come spiega Origene nella sua omelia:

«Se noi, secondo l'Apostolo, siamo tempio e casa di Dio, allora la santità della nostra condotta deve essere l'ornamento e lo splendore della Chiesa; se invece si trovano in noi vizi peccati siamo il disonore dell'immondezza, non la bellezza della casa del Signore. La santità si dice la tua casa, Signore. La casa del Signore è la Chiesa. Ma la Chiesa, secondo varie interpretazioni spirituali, è simboleggiata nel diluvio per mezzo dell'arca nella quale, per comando di Dio si moltiplicarono soprattutto gli animali puri. E sebbene vi abbiano abitato bestie diverse, animali impuri accanto a quelli puri, tuttavia gli animali puri si addicevano alla casa del Signore […]»3

Nulla giova di più alla Chiesa della santità dei suoi membri che deriva proprio dall'accoglienza della verità degli insegnamenti (Torah), dalla fedele osservanza della Legge del Signore. Una santità che assicura la stabilità. Il santo, il fedele, è colui che affida tutta la sua vita al Signore, una vita di totale adesione a lui, una conformazione totale sulla quale la Chiesa ha trovato la sua stabilità. Il nugulo di testimoni della fede accertano cha la Chiesa ha le sua fondamenta solide perché basata su Cristo, “pietra angolare” che custodisce la sua Chiesa “per la durata dei giorni”. Da qui comprendiamo perché il regno è di santità e perché il prefazio si riferisce alla grazia senza la quale non ci sarebbe possibilità di conformare a Cristo la propria volontà, il proprio intelletto, la vita stessa.

  1. Regno di giustizia, di amore e di pace.

Il prefazio nella sua ultima parte si comprende meglio alla luce dell'antifona alla comunione «Re in eterno siede il Signore: benedirà il suo popolo nella pace». (Sal 29,10-11). Il tema della pace riempie tutta la liturgia e se ne trova la fonte in Cristo, soprattuto se se ne coglie questo aspetto nei meravigliosi testi eucologici del tempo di Natale. Il regno eterno del Signore è la sua benedizione nella pace, quella pace che il mondo non può dare e che ogni giorno chiediamo nella messa: «Signore Gesù Cristo, che hai detto ai tuoi apostoli: "Vi lascio la pace, vi do la mia pace",  non guardare ai nostri peccati,  ma alla fede della tua Chiesa,  e donale unita e pace secondo la tua volontà». Una promessa e l'assicurazione che Dio compirà la sua protezione sul suo popolo, in quanto Rex pacificus (antifona del Vespro di Natale). Ritorna alla mente san Paolo quando definisce Gesù, pax nostra,4 vero segno della benedizione di Dio sull'uomo.

Candelabro pasquale, Basilica papale di san Paolo fuori le mura
particolare, Cristo deriso dai soldati

  1. Regnavit a ligno Deus

L'antico inno del Vexilla regis, nella forma originale che dopo il Concilio non si canta più a causa di infausti rimaneggiamenti, aveva una strofa che dà il titolo a questo paragrafetto e permette di ricollegare in pochi versi il grande mistero della regalità di Cristo a partire dal suo sacrificio redentivo.5 Alla luce di un regno di Cristo che deriva e si propaga dalla croce, tutto ciò che abbiamo detto fin ora racchiude come in un castone una ideale pietra preziosa ovvero l'antifona d'ingresso, la seconda lettura dell'Apocalisse 1,5-8 e la pericope evangelica, cui abbiamo accennato sopra. L'antifona di ingresso ricompone due brani dell'Apocalisse 5,12 e 1,6 creando questo testo:

Dignus est Agnus, qui occísus est, accípere virtútem et divinitátem et sapiéntiam et fortitúdinem et honórem. Ipsi glória et impérium in sæcula sæculórum.

L'Agnello immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza e sapienza e forza e onore: a lui gloria e potenza nei secoli, in eterno.
Con il riferimento all'Agnello immolato che con il suo sangue salva i credenti ritorniamo al nodo centrale della festa e al dialogo evangelico. La regalità di Cristo si compie nell'immolazione e noi che non siamo abituati a vedere re che si sacrificano per il popolo ne abbiamo uno che regna su di noi proprio perché ha portato fino alla fine il suo ministero di obbedienza al Padre e di totale kenosi di sé, perché «se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). Credo sia suggestivo vedere queste realtà di fede con gli occhi della liturgia. Pensiamo per esempio alla tradizione liturgica bizantina che nella sera delle Palme prescrive che l'icona di Cristo sia intronizzata. In particolare l'icona è quella di Cristo ricoperto del manto rosso, incoronato di spine e con in mano come scettro un'assicella di canna.

L'icona è quella
dello Sposo, un Gesù sereno al colmo della sua umiliazione è colui che presiederà i riti della Grande e Santa settimana. La solennità di quest'atto di intronizzazione ci riporta a tutti i significati della festa della regalità che non fa altro che metterci dinnanzi al Pantocrator, al Cristo che tutto regge, l'onnipotente e che è tale proprio perché i segni della passione non svaniscono nel nulla. L'arte ha rappresentato questa regalità in modi sublimi. Per facilità ci riferiamo solo a due esempi, meravigliosamente espressi nella Basilica papale di san Paolo fuori le mura. Il primo è l'abside in cui sullo sfondo oro si erge la maestosa figura del Cristo Signore seduto in trono. Ma sotto la grandezza del Pantocrator trova posto un altro trono con la croce gloriosi, i segni della passione e un libro, riccamente rilegato e chiuso (Etimasia).
Nella basilica l'altro elemento artistico che richiama la nostra riflessione è la colonna porta cero pasquale. Su di essa in una delle fasce è rappresentata la scena dell'umiliazione di Cristo. La compostezza della scena e la serenità del Signore sono in dissolvenza con il retrostante trionfo dell'abside. Un connubio di arte che riconduce alla medesima verità celebrata sull'altare.
Etimasia dell'abside della Basilica Papale di san Paolo fuori le mura.


1Cristo viene dalla traduzione greca del termine ebraico « Messia » che significa « unto ». Non diventa il nome proprio di Gesù se non perché egli compie perfettamente la missione divina da esso significata. Infatti in Israele erano unti nel nome di Dio coloro che erano a lui consacrati per una missione che egli aveva loro affidato. Era il caso dei re, dei sacerdoti e, raramente, dei profeti.Tale doveva essere per eccellenza il caso del Messia che Dio avrebbe mandato per instaurare definitivamente il suo Regno. Il Messia doveva essere unto dallo Spirito del Signore, ad un tempo come re e sacerdotema anche come profeta. Gesù ha realizzato la speranza messianica di Israele nella sua triplice funzione di sacerdote, profeta e re. L'angelo ha annunziato ai pastori la nascita di Gesù come quella del Messia promesso a Israele: « Oggi vi è nato nella città di Davide un Salvatore che è il Cristo Signore » (Lc 2,11). Fin da principio egli è « colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo » (Gv 10,36), concepito come « santo » nel grembo verginale di Maria. Giuseppe è stato chiamato da Dio a prendere con sé Maria sua sposa, incinta di « quel che è generato in lei [...] dallo Spirito Santo » (Mt 1,20), affinché Gesù, « chiamato Cristo » (Mt 1,16), nasca dalla sposa di Giuseppe nella discendenza messianica di Davide.La consacrazione messianica di Gesù rivela la sua missione divina. « È, d'altronde, ciò che indica il suo stesso nome, perché nel nome di Cristo è sottinteso colui che ha unto, colui che è stato unto e l'unzione stessa di cui è stato unto: colui che ha unto è il Padre, colui che è stato unto è il Figlio, ed è stato unto nello Spirito che è l'unzione ». La sua consacrazione messianica eterna si è rivelata nel tempo della sua vita terrena nel momento in cui fu battezzato da Giovanni, quando Dio lo « consacrò in Spirito Santo e potenza » (At 10,38) « perché egli fosse fatto conoscere a Israele » (Gv 1,31) come suo Messia. Le sue opere e le sue parole lo riveleranno come « il Santo di Dio», CCC 436-438.
2ὁ μάρτυς ὁ πιστός, Ap 1,5
3Origene-Gerolamo, Settantaquattro omelie sul Libro dei Salmi, ed. G. Coppa (Letture cristiane del primo millennio 15. Testi), Edizioni Paoline, Milano 1993, 670.
4«Egli infatti è la nostra pace» (Ef 2,14).

5Inpleta sunt quae concinit David fideli carmine, dicendo nationibus: regnavit a ligno deus.

domenica 8 novembre 2015

"Ecco il mio servo che io sostengo" - Riflessioni sul servizio a partire dalla colletta della XXXII domenica del Tempo Ordinario


La XXXII domenica del Tempo ordinario offre alla nostra riflessione una colletta interessante.1 Essa si pone nel mezzo tra l'orazione della domenica precedente e quella della prossima domenica. I tre testi sono incentrati sul servizio.



XXXI
XXXII
XXXIII
Omnipotens et misericors Deus, de cuius munere venit, ut tibi a fidelibus tuis digne et laudabiliter serviatur, tribue quaesumus, nobis, ut ad promissiones tuas sine offensione curramus.
Omnipotens et misericors Deus,
universa nobis adversantia propitiatus exclude, ut, mente et corpore pariter expediti, quae tua sunt liberis mentibus exsequamur

Da nobis, quaesumus, Domine Deus noster, in tua semper devotione gaudere, quia perpetua est et plena felicitas, si bonorum omnium iugiter serviamus auctori.
Dio onnipotente e misericordioso, tu solo puoi dare ai tuoi fedeli il dono di servirti in modo lodevole e degno; fa' che camminiamo senza ostacoli verso i beni da te promessi.
Dio grande e misericordioso, allontana ogni ostacolo nel nostro cammino verso di te, perché, nella serenità del corpo e dello spirito, possiamo dedicarci liberamente al tuo servizio.
Il tuo aiuto, Signore, ci renda sempre lieti nel tuo servizio, perché solo nella dedizione a te, fonte di ogni bene, possiamo avere la felicità piena e duratura.



Come si evince facilmente dallo schema proposto, i testi italiani delle collette costituiscono un gruppo eucologico totalmente differente rispetto all'originale latino, con scelte linguistiche e di traduzione che difficilmente trasmettono il senso degli originali.2

Dalla tabella deriva che le tre collette si compenetrano e offrono una visione generale di quello che è il concetto cristiano del servire. Innanzitutto il servizio, ci dice la colletta della XXXI settimana, viene direttamente da Dio, «tu solo puoi dare ai tuoi fedeli il dono di servirti in modo lodevole e degno»; a lui si chiede quindi di eliminare tutti gli ostacoli, adversantia, che possono impedire di essere pronti per servirlo, expediti; infine la liturgia ci ricorda che di tutte le servitù che possiamo sperimentare solo nell'essere al servizio del Signore «perpetua est et plena felicitas».

Per la colletta dell'odierna domenica, a una prima lettura, sorge il pensiero di un testo inadeguato a suggellare il corrispondente formulario biblico. Eppure credo si possa fruttuosamente ragionare su questa colletta e sul tema del servizio per riuscire a comprendere bene anche le letture dell'anno B di questo giorno festivo.

Nel nostro contributo riteniamo utile seguire la voce servire di un famoso dizionario biblico.3 La prima distinzione utile riguarda le due dimensioni del servizio a) sottomissione a Dio e b) l'asservimento all'uomo, la schiavitù.


La schiavitù

Nell'asservimento all'uomo la distinzione è duplice, a) riguarda lo schiavo che, nel mondo pagano ma anche nella storia successiva fino ai giorni nostri, è l'essere umano degradato ad un livello di totale spogliazione della propria dignità e reso simile ad animali e cose su cui l'uomo, potente, ricco e libero esercita il suo dominio;4 b) l'altra categoria è il servo, espressione che nella Sacra Scrittura è piena di onore: «servo del Signore» ovvero colui che collabora con Dio per la realizzazione del suo disegno di salvezza.5 

A servizio di Dio

I testi biblici presentano quindi un genere di servizio onorifico, per esempio quello di dedizione al re o, tra tutti, il servizio cultuale nel tempio (
leithourghèin). Nell'AT il servizio cultuale si distingue quindi per onore, perché dedicato a Dio stesso in funzione dell'alleanza sancita con il suo popolo e per gli oneri di obbedienza che tale responsabilità porta con sé. Infatti il culto che ha Dio come oggetto è un culto esclusivo. Un riferimento importante è al Deuteronomio ed in particolare al cap. 6. In esso si trova il monito a non cedere alla schiavitù e di dedicarsi solo al servizio di Dio: «Guardati dal dimenticare il Signore, che ti ha fatto uscire dalla terra d'Egitto, dalla condizione servile. Temerai il Signore, Tuo Dio, lo servirai e giurerai per lui» (6,12-13) e in particolare alla citazione che ne fa Gesù stesso nel Vangelo, contro Satana: «Vattene Satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai, a lui solo renderai culto”» (Mt 4,10). Così si delinea la responsabilità di un culto unico e di un onore che non può essere limitato all'estrinsecazione di un servizio liturgico ma che deve poi tradursi in una coerente condotta di vita, quindi non solo per gli addetti al culto, nel contesto i sacerdoti dell'antica alleanza, ma anche per tutti i fedeli, singolarmente e comunitariamente legati al Signore dalla formula dell'alleanza (Es 24,7).6

Il servizio si articola nel culto del Tempio, come offerta di doni e sacrifici da parte dei sacerdoti e nello stesso tempo deve far ricordare che i sacerdoti offrono sacrifici perché li ricevono dal fedele che compie un atto di culto e offrendo si sottomette a Dio assicurando, nella fede di quell'atto, la sua adorazione del Creatore e Signore dell'universo.

Culto e obbedienza. Una questione morale

Per quanto concerne la condotta il vero servizio da assicurare a Dio è il culto a lui dovuto in quanto unico Dio, un'adorazione in “spirito e verità” che si manifesta nella corretta adesione e nell'adempimento dei comandamenti. Questo aspetto del servizio al Signore forse non si percepisce con immediatezza ma ne è l'elemento principale. Come più volte ricorda la Scrittura, l'obbedienza non è una sottomissione passiva quindi servile nella sua accezione dispregiativa ma è libera e volontaria adesione alla volontà di Dio e al suo disegno universale di salvezza. Unire il servizio all'obbedienza significa anche dover accennare alla disobbedienza che l'uomo per fragilità spesso pone in essere. Una disobbedienza che separa da Dio, così come la frattura causata dal peccato ed esclude dal suo servizio ma che allo stesso tempo è diventata la chiave di accesso alla misericordia (Rm 11, 32).7
Per il cristiano che agisce “come” Cristo, egli è il modello dell'obbedienza e del servizio al Padre (Fil 2,11). Per mezzo suo e dell'obbedienza alla sua Parola e alla Chiesa, l'uomo raggiunge la fede.8 Cristo diviene quindi l'unica legge per il cristiano, l'unico
despota/kyrios cui prestare il proprio ossequioso e riverente servizio (At 4,19). In quest'ottica di fede possiamo leggere la seconda lettura di oggi, Eb 9,24-28. Il servizio del culto, quella forma di sottomissione a Dio, è assunta da Cristo che supera i sommi sacerdoti offrendo se stesso una sola volta, lui altare, sacerdote e vittima.

Gesù nel Vangelo parlando del servizio non ha usato categorie differenti da quelle dell'AT ma le ha assunte tutte ricordando che il servizio a Dio è esclusivo, generato, sostenuto e motivato da un amore integrale, che non scende a compromessi. In particolare per il formulario dell'anno B è l'indicazione di Lc 16 quando si parla dell'amministratore infedele e del buon uso del denaro, con il famoso asserto «Nessun servitore può servire due padroni». Il vangelo dell'anno B, Mc 12,41-44, presenta l'episodio dell'obolo della vedova che crediamo si possa interpretare in accordo con la colletta. Alla luce di quanto detto il nostro servizio al Signore si manifesta nell'offerta del culto e nell'obbedienza all'alleanza/comandamenti. L'obbedienza sull'esempio di Gesù, porta ad amare e servire un solo Dio e a rifiutare il padrone dispotico e mentitore, chiamato ricchezza, che promette sempre ciò che non può mantenere. La vedova, elogiata perché non getta nel tesoro quanto ha di superfluo ma quanto ha per vivere sembra quindi un'attuazione della colletta, una sua chiara esemplificazione, perché ella gettando nella cassetta il denaro ha compiuto un gesto di liberazione e di dedizione, «quae tua sunt liberis mentibus exsequamur».9 Ha offerto al Signore quanto ha per vivere e quindi la sua stessa vita, il culmine dell'offerta al Signore, manifestata nella liberalità dei due spiccioli gettati e concretizzabili in una vita di donazione, “come Cristo” che non ha dato del superfluo ma ha elargito la sua stessa vita, in riscatto per molti!10

La colletta quindi non parla di un servizio privilegiato, per i pochi che seguono il Signore nella vita sacerdotale, religiosa e consacrata, ma si riferisce ad ogni cristiano che con il sacramento del Battesimo ha ricevuto un dono di grazia, una nuova veste, un'illuminazione che fa splendere la luce di Dio nelle menti dei credenti, che ha seppellito il peccato nelle acque delle rigenerazione e con essi la schiavitù che ne deriva (cfr. CCC 1216).11 Con il Battesimo siamo al servizio di Dio in Cristo, non con uno spirito da schiavi ma con quello di figli adottivi, chiamati a servire Dio (Gal 4, 3-9).12

Il nostro servizio dunque è un servizio dedicato esclusivamente a Dio e non ad altri, un servizio per Lui che si deve esprimere concretamente, in anima e corpo, nell'osservanza dei comandamenti e nel servizio al prossimo come dono di sé sul modello di Cristo nella consapevolezza che tra le tante onlus e associazioni che assicurano assistenza ai più deboli, il servizio che il cristiano offre al prossimo deriva da Dio (colletta della XXXI domenica TO) risiede nella continua richiesta affinché Egli allontani «ogni ostacolo nel nostro cammino» verso di Lui e perché, in anima e corpo, speditamente, quasi senza affanni «possiamo dedicarci liberamente al Suo servizio».

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1Testo precedentemente assegnato alla diciannovesima domenica dopo Pentecoste, affonda le sue radici nel III libro del Sacramentario Gelasiano, 1234.

2Si veda per esempio l'espressione “serenità del corpo e dello spirito” per cui se facilmente si intende la serenità dello spirito più difficilmente si capisce quale possa essere in un contesto cristiano la “serenità del corpo”. Interessante comunque notare che il servizio di Dio comprende sia la dimensione fisica che quella spirituale così come è stato affermato nel documento della Commissione Teologica internazionale Comunione e servizio, 26-31.

3C. Augrain – M.F. Lacan, «Servire», in X. Leon-Dufour, Dizionario di Teologia biblica, Marietti, Genova-Milano 2012, 1188-1190.

4C. Augrain, «Schiavo», in X. Leon-Dufour, Dizionario di Teologia biblica, Marietti, Genova-Milano 2012, 1165-1167.

5C. Augrain – M.F. Lacan, «Servo di Dio», in X. Leon-Dufour, Dizionario di Teologia biblica, Marietti, Genova-Milano 2012, 1191-1194.

6«Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto».

7«Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti!»

8CCC 143: «Con la fede l'uomo sottomette pienamente a Dio la propria intelligenza e la propria volontà. Con tutto il suo essere l'uomo dà il proprio assenso a Dio rivelatore. La Sacra Scrittura chiama “obbedienza della fede” questa risposta dell'uomo a Dio che rivela».

9Si rammentino le parole di Gesù in Lc 2,49: «Nesciebatis quia his, quae Patris mei sunt, opertet me esse».

10C. Augrain – M.F. Lacan, «Servire», in X. Leon-Dufour, Dizionario di Teologia biblica, Marietti, Genova-Milano 2012,1190.

11«Questo lavacro è chiamato illuminazione, perché coloro che ricevono questo insegnamento [catechistico] vengono illuminati nella mente ». Poiché nel Battesimo ha ricevuto il Verbo, « la luce vera che illumina ogni uomo » (Gv 1,9), il battezzato, dopo essere stato « illuminato », è divenuto « figlio della luce » e « luce » egli stesso (Ef 5,8). II Battesimo « è il più bello e magnifico dei doni di Dio. [...] Lo chiamiamo dono, grazia, unzione, illuminazione, veste d'immortalità, lavacro di rigenerazione, sigillo, e tutto ciò che vi è di più prezioso. Dono, poiché è dato a coloro che non portano nulla; grazia, perché viene elargito anche ai colpevoli; Battesimo, perché il peccato viene seppellito nell'acqua; unzione, perché è sacro e regale (tali sono coloro che vengono unti); illuminazione, perché è luce sfolgorante; veste, perché copre la nostra vergogna; lavacro, perché ci lava; sigillo, perché ci custodisce ed è il segno della signoria di Dio ».


12«Così anche noi, quando eravamo fanciulli, eravamo schiavi degli elementi del mondo. Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l'adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: "Abbà! Padre!". Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio. Ma un tempo, per la vostra ignoranza di Dio, voi eravate sottomessi a divinità che in realtà non lo sono. Ora invece che avete conosciuto Dio, anzi da lui siete stati conosciuti, come potete rivolgervi di nuovo a quei deboli e miserabili elementi, ai quali di nuovo come un tempo volete servire?».

domenica 25 ottobre 2015

"Amore crescente inquisitio crescat inventi" - XXX Domenica del Tempo Ordinario

La XXX domenica del Tempo Ordinario presenta alla nostra contemplazione un Vangelo potente per il messaggio che trasmette, incastonato in una serie di testi capaci di delineare un percorso ricco che conduce di fronte al Signore Gesù.
    
L’Ordinamento generale del Messale Romano al n. 47 parlando dell’introito della messa, spiega che cosa sia l’antifona d’ingresso: «La funzione propria di questo canto è quella di dare inizio alla celebrazione, favorire l’unione dei fedeli riuniti, introdurre il loro spirito nel mistero del tempo liturgico o della festività, e accompagnare la processione del sacerdote e dei ministri». Il Graduale Romanum, - che, lo ricordiamo, in un mondo liturgico ideale dovrebbe essere il libro per eccellenza dei cantori, che il Messale stesso mette al primo posto tra le fonti del canto liturgico - esprime con una musica coinvolgente la bellezza del testo assegnato a questa domenica, tratto dal Salmo 104, 3-4


Gioisca il cuore di chi cerca il Signore.
Cercate il Signore e la sua potenza,
cercate sempre il suo volto.
Lætétur cor quæréntium Dóminum.
Quærite Dóminum, et confirmámini,
quærite fáciem eius semper.

Con la funzione di favorire l’unione dei fedeli riuniti e di introdurre il loro spirito nel mistero della celebrazione eucaristica che inizia, la Chiesa ha voluto citare con il Salmo la ricerca dell’uomo semplice, del fedele che non si accontenta di ciò che gli può essere stato raccontato su Dio, che non si accontenta della propria idea di Dio, ma lo cerca. L’atteggiamento di ricerca del Signore che non è un’affanno continuo nel cercare di scovare un Dio che non si vede e non si manifesta ma è un’azione che arreca gioia perché conduce proprio dinnanzi al suo volto. Cercare sempre il suo volto è stare alla Sua presenza, desiderare di stare con il Signore. Leggiamo come sant’Agostino nella sua Esposizione sul Salmo 104 commenta i versetti dell’antifona:

«Nessun dubbio che la fede ha già [trovato il volto del Signore] ma è pur vero che la speranza ancora lo cerca. La carità poi, se l'ha certo trovato per mezzo della fede, cerca però di possederlo per mezzo della visione, nella quale sarà finalmente trovato in maniera da soddisfare il nostro desiderio e da escludere ogni ulteriore ricerca. Ed infatti se la fede non potesse trovarlo già in questa vita, non si direbbe: Cercate il Signore, e neppure si direbbe, quando l'aveste trovato: L'empio abbandoni le sue vie, e l'uomo iniquo desista dai suoi pensieri (Is 55,6-7). Parimenti se, una volta trovato per mezzo della fede, egli non dovesse più essere ricercato, non si direbbe: Se infatti noi speriamo ciò che non vediamo, è per mezzo della pazienza che l’aspettiamo (Rm 8,25), e non si spiegherebbe quel che afferma san Giovanni: Noi sappiamo che, quando sarà apparso, saremo simili a lui, perché lo vedremo quale egli è (1Gv 3,2). O forse pur quando l'avremo visto faccia a faccia qual egli è, dovremo ancora continuare a ricercarlo e cercarlo senza fine, perché senza fine dovremo amarlo? Invero anche ad una persona presente diciamo: Non ti cerco, volendo dire: Non ti amo. Ed è per questo che l'amato viene cercato anche se è presente, mentre egli stesso è sollecitato da un moto costante di carità a non rendersi assente. Quindi se uno ama un altro, anche quando lo vede, vuol sempre, senza provarne fastidio, che lui sia presente, cioè cerca sempre che lui sia presente. È chiaro dunque che il cercate sempre il suo volto non significa che in questa ricerca, in cui si esprime l'amore, il ritrovamento rappresenti la fine, ma piuttosto che, nella misura in cui aumenta l'amore, aumenta la ricerca della persona trovata (Amore crescente inquisitio crescat inventi)».
Trovo illuminante questo brano agostiniano in funzione della colletta della XXX domenica che ripropone lo stesso percorso di ricerca nella fede, nella speranza e nella carità:
Dio onnipotente ed eterno,
accresci in noi la fede, la speranza e la carità,
e perché possiamo ottenere ciò che prometti,
fa' che amiamo ciò che comandi.
 
Omnípotens sempitérne Deus, da nobis fídei, spei et caritátis augméntum, et, ut mereámur ássequi quod promíttis, fac nos amáre quod præcipis.
Nella misura in cui cerchiamo il Signore, vogliamo stare con Lui, ritagliamo nella nostra vita uno spazio che sia solo ed esclusivamente suo, alla luce di quanto letto in Agostino, nella misura in cui aumenta l’amore, aumenta la ricerca della persona amata, la colletta pone bene in evidenza l’augmentum della fede, che ha già trovato, della speranza, che ancora cerca, e della carità che in fede e speranza ancora cerca per colmare il nostro desiderio di lui. In funzione di questa dinamica possiamo quindi chiedere di poter ottenere ciò che promette il Signore e di amare ciò che egli comanda. Il cattolicesimo si regge su dinamiche di questo tipo. È impensabile gestirlo e concepirlo come un agglomerato ordinato di norme, precetti e prescrizioni varie da dover seguire senza un'amorosa ricerca del Signore che conduca a chiedere fac nos amáre quod præcipis!
  


La Liturgia della Parola, prepara al Vangelo passando per un brano tolto dal così detto “libro della consolazione” di Geremia. Qui la consolazione e il conforto trovano il loro culmine nell’annuncio: «Il Signore ha salvato il suo popolo, il resto d’Israele». Il profeta chiede di cantare di gioia perché il Signore ha salvato il suo popolo, e non altri; non le potenze del mondo, non le armi hanno salvato ma il solo Signore. Il brano profetico ridiscende descrivendo come il Signore ha manifestato la sua salvezza incalzando con una serie di verbi di movimento: riconduco, raduno, ritorneranno (v. 8); partiti, riporterò, ricondurrò, non inciamperanno (v.9). Il brano si chiude con una definizione; tutto ciò che il Signore ha compiuto è stato fatto «perché io sono un padre per Israele, Èfraim è il mio primogenito» (v.9). Il Salmo 125 riprende alcune espressioni della prima lettura mentre la seconda mette davanti a noi il Cristo “sommo sacerdote” (Eb 5,5-6) presente ed agente come tale nel Vangelo.

Bartimeo è il cieco, il povero al margine della società ebraica che mendica sul ciglio della strada. Sente che sta passando Gesù e grida “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”. Forse un grido per attirare l’attenzione? Dalle ultime parole che Gesù gli rivolge non sembra. Infatti quando balza in piedi per raggiungere Gesù e chiedere il miracolo “Che io veda di nuovo” Gesù assicura “La tua fede ti ha salvato”. Poche righe di vangelo che sconvolgono. Bartimeo ha osato uscire dal mondo in cui era stato relegato. Al suo grido cercano di farlo star zitto quasi a dire “Come ti permetti tu? Che intenzioni hai? Vuoi forse scavalcare la tua posizione sociale, andare oltre il limite che la cecità ti ha imposto? Sei mendicante, continua a stare sul margine della strada, non in prima fila, non in vista, non davanti a Gesù”. Eppure il grido prorompe e da secoli la nota preghiera del cuore imparata dalle pagine della Filocalia e del Racconto di un pellegrino russo, mormorata in continuazione a ritmo di sistole e diastole riaffiora silenziosa per cercare quel volto, per stare dinnanzi al Signore (persona da πρόσωπον / prósōpon che indica il volto dell'individuo, ma anche la maschera dell'attore e il personaggio rappresentato, implica lo stare davanti all’altro (cfr. L’idea di persona, a cura di V. Melchiorre (Metafisica e storia della Metafisica 16), Vita e Pensiero, Milano 1996).

Facilmente possiamo declinare Bartimeo con la nostra condizione di credenti. La liturgia stessa ci mette nelle condizioni del cieco mendicante ponendo sulle labbra il canto del Kyrie eleison - Signore pietà chiedendo di vedere nuovamente considerando non solo la nuova possibilità di contemplare ma anche un nuova condotta di vita che necessariamente segue lo slancio di ricerca del Signore, avendo il desiderio di cercare così come ci ricordavano sant’Agostino, la colletta e l’antifona d’introito. Di fronte al Signore che chiede «Che cosa vuoi che io faccia per te?» credo debba nascere il desiderio di poter vedere «Rabbunì, che io veda di nuovo!».

Nella liturgia eucaristica si impone ciò che indica l’OGMR al n. 79: «L’azione di grazie (che si esprime particolarmente nel prefazio): il sacerdote, a nome di tutto il popolo santo, glorifica Dio Padre e gli rende grazie per tutta l’opera della salvezza o per qualche suo aspetto particolare, a seconda della diversità del giorno, della festa o del Tempo». Tenendo a mente questo principio credo sia particolarmente indicato il prefazio comune VIII come commento all’intero formulario di questa domenica.

È veramente giusto lodarti e ringraziarti, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno, in ogni momento della nostra vita,nella salute e nella malattia nella sofferenza e nella gioia, per Cristo tuo servo e nostro Redentore. Nella sua vita mortale egli passò beneficando e sanando tutti coloro che erano prigionieri del male. Ancor oggi come buon samaritano viene accanto ad ogni uomo piagato nel corpo e nello spirito e versa sulle sue ferite l’olio della consolazione e il vino della speranza. Per questo dono della tua grazia, anche la notte del dolore si apre alla luce pasquale del tuo Figlio crocifisso e risorto.

La liturgia spinge alla lode e al ringraziamento in ogni momento della nostra vita. L’esistenza non è certo fatta solo di momenti gioiosi e felici ma anche di sofferenze, affanni e dolori, nella salute e nella malattia nella sofferenza e nella gioia. Tutti gli aspetti della quotidiana esistenza entrano nella lode perenne al Dio onnipotente per mezzo di Cristo “tuo servo e nostro Redentore”. Poi il prefazio continua dando altre definizioni di Cristo che mostra la sua benevolenza e la sua forza taumaturgica, come nei confronti del cieco nato, prigioniero del male, dando così un taglio morale e non solo miracolistico all’azione di Gesù. Nel Vangelo il cieco chiede il miracolo e Gesù parla di fede che salva tutta la persona, nella sua componente fisica e spirituale.
    Il prefazio attualizza il vangelo, riferendosi a Gesù come al buon samaritano che ancora passa accanto all’individuo per sanarlo e beneficarlo quasi a dire che vivere e celebrare il mistero di Cristo nell'ordinario è accettare di vivere da discepoli da infermi che riconoscono la propria debolezza, non più ostacolo ma realtà vera da presentare al Signore; è riconoscere che Dio si china su di noi («Chi è come il Signore, nostro Dio, che siede nell’alto e si china a guardare sui cieli e sulla terra? Solleva dalla polvere il debole, dall'immondizia rialza il povero» Sal 113, 5-7) e ci salva. L'olio e il vino possono alludere ai sacramenti dell'Unzione dei malati e dell'Eucaristia. Gesù cammina accanto a ciascuno per guarirlo e consolarlo. I segni della sua presenza, oltre i sacramenti, sono le persone che nel suo nome hanno compassione del prossimo e se ne prendono cura e nelle quali si può riconoscer il volto di Dio stesso (cfr. M. Augé, Liturgia, San Paolo 1992).
Infine la conclusione del Prefazio, che maggiormente ci ricollega al vangelo contestualizza l’opera di Gesù nel suo mistero di passione, morte e risurrezione: «Per questo dono della tua grazia, anche la notte del dolore si apre alla luce pasquale del tuo Figlio crocifisso e risorto».
Come fedeli che vedono percepiamo la luce della Pasqua. Il lume pasquale che avanza nelle tenebre della chiesa buia e il dividersi delle fiammelle che non diminuisce ma aumenta lo splendore della notte di veglia ci riporta al catecumenato, all’itinerario che la Chiesa ha voluto per far passare dalle tenebre alla sua luce meravigliosa (1Pt 2,9) verso il sacramento del Battesimo che come sappiamo «nella Chiesa antica era chiamato anche "Illuminazione". La fede è un cammino di illuminazione: parte dall'umiltà di riconoscersi bisognosi di salvezza e giunge all'incontro personale con Cristo, che chiama a seguirlo sulla via dell'amore. Su questo modello sono impostati nella Chiesa gli itinerari di iniziazione cristiana, che preparano ai sacramenti del Battesimo, della Confermazione (o Cresima) e dell’Eucaristia» (Benedetto XVI, Angelus 29.10.2006).



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