domenica 14 dicembre 2014

Gaudete in Domino semper!

Tra le prescrizioni liturgiche rientrano anche quelle circa i colori. Nei secoli le indicazioni normative sul colore sono divenute sempre più restrittive fino a ridurre, con il Concilio di Trento, la gamma dei colori liturgici a sei: bianco, rosso, verde, viola, rosa, nero.

La riforma della liturgia promossa cinquant’anni fa dal Concilio Vaticano II ha prodotto, nell’Ordinamento generale del Messale Romano una gamma di quattro soli colori, cui si aggiungono i facoltativi rosa e nero. Ma il significato dei colori? Perché non usiamo sempre e solo un colore? Perché la liturgia, e non solo, con i colori mette a fuoco l'influenza semiotica dei colori nella coscienza occidentale. Innanzi tutto il Messale Romano avverte sul valore teologico dei colori:

La differenza dei colori nelle vesti sacre ha lo scopo di esprimere, anche con mezzi esterni, la caratteristica particolare dei misteri della fede che vengono celebrati e il senso della vita cristiana in cammino lungo il corso dell’anno liturgico (345).

    Da questo testo emergono due direttive. Il primo rilievo stabilisce che i colori nella liturgia hanno il compito di esprimere. Non è il tentativo di dare un significato a tutto ma la semplice prassi ci testimonia che la fede si esprime con quello che abbiamo e il colore ne fa parte integrante. Dove non c'è ricerca seria per il colore, per le sue gradazioni, i suoi accostamenti e la scelta che ne consegue si percepisce una trascuratezza anche per il fine con il quale sono concepiti i colori. Paramenti dai colori smorti, sciatti e spenti esprimono anzi non-esprimono. Allo stesso modo vesti liturgiche confezionate in ossequio al dettame del Messale, frutto di una ricerca attenta del colore, del materiale e conseguentemente della foggia delle vesti stesse è una scelta eloquente perché esprime qualcosa che attiene alla fede celebrata e vissuta nella liturgia.   

Ogni colore liturgico si carica di uno o più significati che diventano caratteristica adeguata al mistero che si celebra. Ma il testo dell'OGMR non fornisce subito indicazioni in merito, forse considerando che la simbologia dei colori cambia a seconda del contesto del loro utilizzo, tanto da costituire un capitolo dell’adattamento della liturgia e per l’inculturazione dei riti (vedi OGMR 346 in riferimento agli adattamenti possibili da parte delle Conferenze episcopali). 

Ogni rito della Chiesa, o mistero della fede richiede un adeguamento esteriore  tale da toccare tutti gli ambiti del luogo di celebrazione: arredi, vesti, ornamenti, fiori, musica, ecc… 

Nella prospettiva del Messale sembra di poter leggere un inciso secondo cui, ciò che si celebra richiede disposizioni interiori ma anche conseguenti disposizioni esteriori che facilitino la percezione stessa dei misteri della fede che vengono celebrati. 

Un rapido sguardo alle sensibilità estetiche delle nostre chiese, permette di vedere che il bianco, per la sua luminosità e per il retaggio culturale occidentale, è il colore della festa ed il suo opposto, il nero si addice invece a contesti cupi, silenziati dal dolore o dalla gravità degli eventi civili, religiosi, privati o sociali. L’esempio del bianco e del nero credo possa far capire in che modo il messale intenda che le vesti sacre debbano avere la capacità di esprimere il mistero che si celebra. Un elemento esterno e visibile diviene riferimento alle realtà superiori significate nel rito.

Il secondo significato rimanda invece alla tradizionale scansione dell’anno liturgico, per cui a ogni tempo dell’anno corrispondono dei colori. Un tempo e delle forme esterne capaci di orientare il cammino del credente, al di là della banalizzazione moderna del tempo che rende la vita un susseguirsi di giorni indistinti. L’alternarsi dei tempi liturgici in funzione dei due grandi misteri della fede, l’Incarnazione e la Risurrezione, sono segnati dal visibile cromatico e anche visivamente segnano la caratteristica cristiana della vita come pellegrinaggio verso la patria promessa.

Il messale continua elencando i colori e disponendone la distinzione secondo l’uso tradizionale, riferendosi ovviamente alla precedente prassi tridentina che dal XVI secolo ad oggi ha sancito una scelta dei colori, conforme in parte al catalogo cromatico stabilito da Innocenzo III nel De sacro Altaris mysterio, e poi da altri autori medievali come Giovanni Beleth e Guglielmo Durando, vescovo di Mende, per ricordare solo i più quotati e citati, anche nella loro epoca. 

Tra gli usi segnati come possibili, il Messale si riferisce al nero ed al rosaceo. Ci soffermiamo in particolare sul rosaceo. In due occasioni dell’anno, nella III domenica di Avvento che oggi celebriamo, detta Gaudete dalla prima parola dell’antifona d’ingresso e nella IV di Quaresima, detta Laetare per lo stesso motivo della precedente, il Messale prevede ancora la possibilità di usare vesti liturgiche di colore differente dal viola. 

Intanto ricordiamo che prima della codificazione tridentina, così anche in Innocenzo III, il viola era associato al nero, di cui in alcuni casi era anche il sostituto (inoltre il nero almeno fino al Concilio Vaticano II, non poteva essere usato dal Pontefice nelle celebrazioni pubbliche - sostituito dal rosso - non poteva essere utilizzato di Domenica, ecc…); Trento tolse con le sue disposizioni la principale distinzione tra colori chiari, festivi e quelli scuri, di vario utilizzo, stabilendo un’unica cromatura liturgica. Il viola passa quindi a essere un colore distinto dal nero, e non più un suo surrogato. Dal nero si passa al viola e dal viola si giunge al rosaceo. Non si tratta di sfumature o di tonalità ma di valori simbolici adatti al contesto celebrativo. Tenendo sempre a mente la dipendenza storica e liturgica dell’Avvento dalla Quaresima, di cui in parte è una riproposizione anche se gli sviluppi dei due tempi hanno seguito percorsi di profondità del tutto indipedenti, alla domenica quaresimale in rosaceo, corrisponde la domenica di Avvento con l’utilizzo del medesimo colore. Nel contesto della quaresima, la domenica in rosaceo è più carica di significati e di simbologie aggiunte, avendo però sempre alla base il senso di un mitigare, anche esteriormente, il rigore del digiuno quaresimale nella domenica mediana in cui l’allentarsi della penitenza veniva espresso con il mutare del colore oltre al ripristino del suono dell’organo e di altri accorgimenti liturgici di cui non rimane traccia nel Messale del Concilio Vaticano II; il tutto avviene secondo il principio del Messale per cui i mezzi esterni sono corrispondenti ed adeguati al mistero della fede che si celebra. Nella domenica mediana si lasciava il cupo viola per una sua gradazione più chiara, per consuetudine divenuto il rosa ma che per correttezza dovrebbe essere un carminio, un violetto chiaro, simile all’ambrosiano morello, quindi non fucsia o magenta ma rosso violaceo.
    Allo stemperarsi della penitenza quaresimale, in Avvento corrisponde l'aumentare della gioia che caratterizza questa domenica, Gaudete in base al testo di san Paolo (Fil 4,4): è tempo di gioire perché la Chiesa annuncia ormai vicina la festa del natale del Signore, tenendo presente che spesso la III domenica di Avvento è quella più direttamente legata all’inizio della tradizionale novena del Natale, liturgicamente disposta nella distinzione delle ferie privilegiate dal 17 al 24 dicembre.
    Sulla scia di quanto detto credo si possa leggere il riferimento all’esultanza contenuto nella colletta della III domenica (di cui la versione italiana non è una fedele traduzione), ideale tappa che guarda indietro al cammino fatto e si proietta verso la nascita del Salvatore e l’eskaton del compiersi del disegno salvifico del Signore sul suo popolo.

Deus, qui cónspicis pópulum tuum nativitátis domínicæ festivitátem fidéliter exspectáre, præsta, quæsumus, ut valeámus ad tantæ salútis gáudia perveníre, et ea votis sollémnibus álacri semper lætítia celebráre. Per Dóminum.

Guarda, o Padre, il tuo popolo che attende con fede il Natale del Signore, e fa' che giunga a celebrare con rinnovata esultanza il grande mistero della salvezza.

L'amplificazione dell'invocazione Deus ricorda che Egli si china a guardare il suo popolo che aspetta con fede di celebrare la nascita di Cristo Salvatore;  il testo nella petizione presenta la richiesta di essere in grado di giungere alla gioia (gaudia) per una così grande salvezza e che possiamo celebrarla solennemente alacri laetitia ovvero "operosa letizia", direi quasi di quella gioia contagiosa ed attiva di cui sono stati testimoni tanti fedeli servitori del Vangelo e santi proclamati dalla Chiesa nella sua lunga storia.

Nessun commento:

Posta un commento

La vocazione di san Matteo

Non sono uno storico dell'arte e non sono un'esperto. Quindi da non addetto ai lavori mi accosto a un dipinto complesso e sudiatiss...