venerdì 26 dicembre 2014

Gloria a Dio nel più alto dei cieli!

1. Cari fratelli e sorelle, riuniti nella Basilica di san Pietro a Roma - e voi tutti che mi ascoltate, in questo momento, in qualsiasi punto del globo terrestre - ecco, sto davanti a voi, io, servo di Cristo e amministratore dei misteri di Dio (cf. 1Cor 4,1), come messaggero della notte di Betlemme: la notte di Betlemme 1980.
La notte della nascita di Gesù Cristo, Figlio di Dio nato da Maria Vergine, della casa di Davide, della stirpe di Abramo, padre della nostra fede, della generazione dei figli di Adamo.
Il Figlio di Dio, della stessa sostanza del Padre, viene nel mondo come uomo.
2. È una notte profonda: “Il popolo che camminava nelle tenebre / vide una grande luce; / su coloro che abitavano in terra tenebrosa / una luce rifulse”; parole del profeta Isaia (Is 9,2).
In che modo si compiono queste parole nella notte di Betlemme? Ecco, le tenebre avvolgono la regione di Giuda ed i paesi vicini. Soltanto in un luogo appare la luce. Essa giunge soltanto ad un piccolo gruppo di uomini semplici.
Questi sono i pastori, che erano in quella regione e “vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge” (Lc 2,8).
Soltanto su di essi si compie, quella notte, la profezia di Isaia. Vedono una grande luce: “La gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento” (Lc 2,9).
Questa luce abbaglia i loro occhi, e contemporaneamente illumina i cuori. Ecco, essi già sanno: “Oggi... è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore” (Lc 2,11).
Sono i primi a sapere.
Oggi invece lo sanno milioni di uomini in tutto il mondo. La luce della notte di Betlemme ha raggiunto molti cuori, e tuttavia nello stesso tempo, permane il buio. A volte esso sembra, addirittura, intensificarsi...
Per che cosa posso pregare in questa notte di Betlemme 1980, io servo di Cristo e amministratore dei misteri di Dio - per che cosa posso pregare maggiormente, insieme con voi tutti, che partecipate alla luce di questa notte se non perché questa luce giunga dappertutto, perché trovi accesso a tutti i cuori, perché ritorni là, dove sembra che sia stata spenta...? perché essa “svegli”!
Così come ha svegliato i pastori nei campi nei pressi di Betlemme.
3. “Hai moltiplicato la gioia, / hai aumentato la letizia”; parole di Isaia profeta.
Coloro che in quella notte lo accolsero trovarono una grande gioia. La gioia che scaturisce dalla luce. Il buio del mondo cancellato dalla luce della nascita di Dio!
Non importa che questa luce sia, per il momento, partecipata soltanto da alcuni cuori: che partecipi ad essa la Vergine di Nazaret ed il suo Sposo, la Vergine alla quale non è stato dato di mettere al mondo il suo Figlio sotto il tetto di una casa a Betlemme, “perché non c’era posto per loro nell’albergo” (Lc 2,7). E partecipano a questa gioia i pastori, illuminati da una grande luce nei campi vicino alla città.
Non importa che in quella prima notte, la notte della nascita di Dio, la gioia di tale evento sia giunta soltanto a questi pochi cuori.
Non importa.
Essa è destinata a tutti i cuori umani. È la gioia del genere umano, gioia sovrumana! Vi può essere forse una gioia più grande di questa, vi può essere una novella migliore di questa che l’uomo è stato accettato da Dio per diventare figlio in questo Figlio di Dio, diventato uomo.
Ed è, questa, la gioia cosmica. Essa riempie tutto il mondo creato: creato da Dio - allontanatosi da Dio a causa del peccato - ed ecco: restituito di nuovo a Dio mediante la nascita di Dio nel corpo umano.
È la gioia cosmica.
Essa riempie tutto il creato, che questa notte di nuovo è chiamato a condividerla da queste parole che scendono dal cielo:
“Gloria a Dio nel più alto dei cieli / e pace in terra agli uomini che egli ama” (agli uomini di buona volontà) (Lc 2,14).
Questa notte voglio essere particolarmente vicino a voi: a voi tutti che soffrite
e a voi, colpiti dal terremoto,
e a voi, che vivete nella paura delle guerre o delle violenze,
e a voi, che siete privi della gioia di questa santa messa a mezzanotte del Natale del Signore,
e a voi, inchiodati al letto del dolore,
e a voi, che siete caduti nella disperazione, nel dubbio circa il senso della vita e circa il senso di tutto.
Vicino a voi tutti.
A Voi in modo particolare è destinata questa gioia, che riempie i cuori dei pastori di Betlemme: essa è soprattutto per voi. Perché essa è la gioia degli uomini di buona volontà, di coloro che hanno fame e sete della giustizia, di coloro che piangono, di coloro che soffrono persecuzioni per la giustizia.
Si compiano su di voi le parole del profeta:
“Hai moltiplicato la gioia, / hai aumentato la letizia...” (Is 9,2).
4. “Gioiscono davanti a te / come si gioisce quando si miete”; parole di Isaia.
Ecco: gli uomini semplici, che vivono del lavoro delle loro mani, non si presentano davanti al neonato con le mani vuote. Non si sono presentati con i cuori vuoti.
Portano i doni.
Rispondono con il dono al Dono.
Cari fratelli e sorelle, voi riuniti nella Basilica di san Pietro e voi tutti che mi ascoltate in questo momento e in qualsiasi punto del globo terrestre: in questa notte l’umanità intera ha ricevuto il Dono più grande! In questa notte ogni uomo riceve il “dono” più grande! Dio stesso diventa il Dono per l’uomo. Egli fa di se stesso “il Dono” per la natura umana. Entra nella storia dell’uomo non già soltanto mediante la parola che da lui giunge all’uomo, ma mediante il Verbo che è diventato carne!
Domando a voi tutti: avete la coscienza di questo Dono?
Siete pronti a rispondere con il dono al Dono? Così come quei pastori di Betlemme, che hanno risposto...
E vi auguro dal profondo di questa nuova notte di Betlemme 1980 che accettiate il Dono di Dio, che è diventato uomo.
Vi auguro che rispondiate con il dono al Dono!

San Giovanni Paolo II, Basilica di San Pietro, 24 dicembre 1980

















giovedì 25 dicembre 2014

Buon Natale!


«Chi sente il vagito del bimbo? Per lui parla però il cielo, ed è il cielo che rivela l’insegnamento proprio di questa nascita. È il cielo che la spiega con queste parole: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama” (Lc 2,14). Bisogna che noi, toccati dal fatto della nascita di Gesù, sentiamo questo grido del cielo. Bisogna che esso giunga a tutti i confini della terra, che lo odano nuovamente tutti gli uomini.

“Filius datus est nobis. Christus natus est nobis. Amen».
 

San Giovanni Paolo II, 24 dicembre 1978

lunedì 22 dicembre 2014

Un digiuno per Mosul

Il Patriarca Caldeo Mar Sako, in base alle critiche condizioni dei suoi fedeli, nel suo Messaggio di augurio per il prossimo Natale, suggerisce a tutti i cristiani di vivere l'Avvento "con il digiuno, preghiera, riflessione e carità". Per questo egli invita a digiunare da lunedì 22 dicembre fino alla notte del 24 dicembre, non toccando cibo o bevanda fino a mezzogiorno, come "nei giorni di Bautha". Il digiuno di Bautha ricorda quello che il profeta Giona ha proposto agli abitanti di Ninive per la loro conversione.

"Digiuniamo - dice il patriarca - per la liberazione di Mosul e dei villaggi della piana di Ninive, perché la pace e la sicurezza tornino in queste zone, e tutti possano rientrare nelle  loro case, ai loro lavori e alle loro scuole. Ricordiamo ciò Cristo ha detto: 'Questa razza di demoni non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno' (Mt 17, 21). Siamo sicuri che la nascita di Cristo, che ha condiviso la nostra storia personale e quella dell'umanità, ascolterà la nostra preghiera e accetterà il nostro digiuno e realizzerà la nostra speranza e il nostro desiderio di tornare alle nostre case e vivere la nostra vita normale come era prima".

«Ai nostri giorni, la pratica del digiuno pare aver perso un po' della sua valenza spirituale e aver acquistato piuttosto, in una cultura segnata dalla ricerca del benessere materiale, il valore di una misura terapeutica per la cura del proprio corpo. Digiunare giova certamente al benessere fisico, ma per i credenti è in primo luogo una "terapia" per curare tutto ciò che impedisce loro di conformare se stessi alla volontà di Dio. Nella Costituzione apostolica Pænitemini del 1966, il Servo di Dio Paolo VI ravvisava la necessità di collocare il digiuno nel contesto della chiamata di ogni cristiano a "non più vivere per se stesso, ma per colui che lo amò e diede se stesso per lui, e ... anche a vivere per i fratelli" (cfr Cap. I). La Quaresima potrebbe essere un'occasione opportuna per riprendere le norme contenute nella citata Costituzione apostolica, valorizzando il significato autentico e perenne di quest'antica pratica penitenziale, che può aiutarci a mortificare il nostro egoismo e ad aprire il cuore all'amore di Dio e del prossimo, primo e sommo comandamento della nuova Legge e compendio di tutto il Vangelo (cfr Mt 22,34-40).

La fedele pratica del digiuno contribuisce inoltre a conferire unità alla persona, corpo ed anima, aiutandola ad evitare il peccato e a crescere nell'intimità con il Signore. Sant'Agostino, che ben conosceva le proprie inclinazioni negative e le definiva "nodo tortuoso e aggrovigliato" (Confessioni, II, 10.18), nel suo trattato L'utilità del digiuno, scriveva: "Mi dò certo un supplizio, ma perché Egli mi perdoni; da me stesso mi castigo perché Egli mi aiuti, per piacere ai suoi occhi, per arrivare al diletto della sua dolcezza" (Sermo 400, 3, 3: PL 40, 708). Privarsi del cibo materiale che nutre il corpo facilita un'interiore disposizione ad ascoltare Cristo e a nutrirsi della sua parola di salvezza. Con il digiuno e la preghiera permettiamo a Lui di venire a saziare la fame più profonda che sperimentiamo nel nostro intimo: la fame e sete di Dio.

Al tempo stesso, il digiuno ci aiuta a prendere coscienza della situazione in cui vivono tanti nostri fratelli. Nella sua Prima Lettera san Giovanni ammonisce: "Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l'amore di Dio?" (3,17). Digiunare volontariamente ci aiuta a coltivare lo stile del Buon Samaritano, che si china e va in soccorso del fratello sofferente (cfr Enc. Deus caritas est, 15). Scegliendo liberamente di privarci di qualcosa per aiutare gli altri, mostriamo concretamente che il prossimo in difficoltà non ci è estraneo. Proprio per mantenere vivo questo atteggiamento di accoglienza e di attenzione verso i fratelli, incoraggio le parrocchie ed ogni altra comunità ad intensificare in Quaresima la pratica del digiuno personale e comunitario, coltivando altresì l'ascolto della Parola di Dio, la preghiera e l'elemosina. Questo è stato, sin dall'inizio, lo stile della comunità cristiana, nella quale venivano fatte speciali collette (cfr 2 Cor 8-9; Rm 15, 25-27), e i fedeli erano invitati a dare ai poveri quanto, grazie al digiuno, era stato messo da parte (cfr Didascalia Ap., V, 20,18). Anche oggi tale pratica va riscoperta ed incoraggiata, soprattutto durante il tempo liturgico quaresimale.

Da quanto ho detto emerge con grande chiarezza che il digiuno rappresenta una pratica ascetica importante, un'arma spirituale per lottare contro ogni eventuale attaccamento disordinato a noi stessi. Privarsi volontariamente del piacere del cibo e di altri beni materiali, aiuta il discepolo di Cristo a controllare gli appetiti della natura indebolita dalla colpa d'origine, i cui effetti negativi investono l'intera personalità umana. Opportunamente esorta un antico inno liturgico quaresimale: "Utamur ergo parcius, / verbis, cibis et potibus, / somno, iocis et arctius / perstemus in custodia - Usiamo in modo più sobrio parole, cibi, bevande, sonno e giochi, e rimaniamo con maggior attenzione vigilanti".

A ben vedere il digiuno ha come sua ultima finalità di aiutare ciascuno di noi, come scriveva il Servo di Dio Papa Giovanni Paolo II, a fare di sé dono totale a Dio (cfr Enc. Veritatis splendor, 21)».

Benedetto XVI, 11 Dicembre 2008, Messaggio per la Quaresima 2009

domenica 21 dicembre 2014

Per celebrare degnamente il Natale del tuo Figlio - ad Fílii tui digne nativitátis mystérium celebrándum

La parola di Dio della Liturgia della IV domenica di Avvento è una miniera di tesori della spiritualità cristiana. I testi di oggi nell'approssimarsi del Natale segnano il cammino verso la celebrazione del mistero dell'Incarnazione del nostro Salvatore

Nella contemplazione della liturgia di oggi vedo letture e  l'eucologia impreziosite ancora, se posso dire, da due elementi, uno pittorico ed uno musicale

Eucologia e beato Angelico


Chi di noi è abituato alla sana pratica devozionale dell'Angelus recitato tre volte al giorno, conosce perfettamente la colletta della messa di oggi. 

Infondi nel nostro spirito la tua grazia, o Padre, tu, che nell'annunzio dell'angelo ci hai rivelato l'incarnazione del tuo Figlio, per la sua passione e la sua croce guidaci alla gloria della risurrezione.
 
Grátiam tuam, quæsumus, Dómine, méntibus nostris infúnde, ut qui, Angelo nuntiánte, Christi Fílii tui incarnatiónem cognóvimus, per passiónem eius et crucem ad resurrectiónis glóriam perducámur. Per Dóminum.

Con il suo solito stile sintentico, la cultura romana e cristiana ha consegnato a noi questo gioiello eucologico in cui, per mezzo di poche frasi, si riassume tutto il disegno di salvezza realizzato da Dio in Cristo. Tutta la storia della salvezza nelle tappe dell'Incarnazione e della Passione redentrice si condensa nell'oremus!

Un particolare riguarda il Vangelo. Si rammenta che in poche settimane abbiamo già ascoltato il brano dell'Annunciazione e in particolare nella solennità dell'Immacolata. A onor del vero, va detto che anche se si tratta dello stesso Vangelo, le architetture liturgiche sono completamente differenti, tanto che leggere il brano di Lc 1, 26-38 l'8 dicembre o nella IV domenica di Avvento non è la stessa cosa. Basta leggere il brano nel contesto. Dall'antifona di ingresso della messa fino all'ultima antifona propria di questa domenica nella Liturgia delle ore, il filo conduttore di tutto è la mèta, è il "quanto più si avvicina il gran giorno della nostra salvezza" della preghiera dopo la comunione. Diciamo che l'intera formulazione scritturistica ed eucologica di questa domenica è in tensione verso la prossima celebrazione del Natale e con essa nella dimensione escatologica della colletta secondo cui le feste natalizie conducono alla gloria: per passiónem eius et crucem ad resurrectiónis glóriam perducámur.

In particolare credo sia utile sottolineare quanto sia mariana questa domenica. In un ideale collegamento con la tradizione ambrosiana che ricorda nella domenica prenatalizia, sesta di Avvento, la maternità di Maria, la IV domenica di Avvento del rito romano punta molto su Maria, strumento per il realizzarsi della salvezza, come ricorda san Bernardo nel suo sermone
In nativitate Beatae Mariae o, come meglio conosciuto De aquaeducto. Maria viene denominata aquaeductum qui plenitudinem fontis ipsius de corde Patris excipiens, nobis edidit illum, et si non prout est, sed prout capere poteramus (In Nativitate,4). Il Dio incomprensibile, inaccessibile, invisibile, ineffabile volle essere compreso, visto, pensato (In Nativitate,11) per mezzo di Maria che diventa canale di grazia (In Nativitate, 8).

Il ruolo di Maria, così inteso, è riassunto nel prefazio: 

Egli fu annunziato da tutti i profeti,
la Vergine Madre l’attese e lo portò in grembo
con ineffabile amore,
Giovanni proclamò la sua venuta
e lo indicò presente nel mondo.
Lo stesso Signore,
che ci invita a preparare il suo Natale
ci trovi vigilanti nella preghiera, esultanti nella lode.

Spero non sia considerato un riferimento banale, ma per affinità e sensibilità personale, tra le tante, numerosse e quasi infinite raffigurazioni e rappresentazioni dell'Annunciazione nella storia dell'Arte cristiana, il mio pensiero corre all'opera del Beato Angelico e alla sua Annunciazione di Cortona, che intendo vera imago di questa domenica!

Annunciazione di Cortona
Guido di Pietro, poi Frate Giovanni da Fiesole, detto Beato Angelico 
(Vicchio di Mugello 1395/1400 ca.-Roma 1455) 1434-1436 ca. Oggi a Cortona, Museo Diocesano

Ne riporto un commento

L'Annunciazione venne dipinta dal Beato Angelico per volontà di Giovanni di Cola di Cecco, mercante di tessuti e membro della confraternita di San Domenico di Cortona, titolare della Cappella dell'Annunziata nella stessa chiesa.

L'Angelico aveva dedicato al tema altri suoi dipinti: molto simile è l'ancòna del 1425 ca. per la chiesa dei confratelli domenicani di Fiesole (oggi al Prado di Madrid). Angelico era poi tornato sull'Annunciazione con la pala per la chiesa del convento francescano di Montecarlo in Valdovino, Arezzo (oggi nel Museo della basilica di Santa Maria delle Grazie).

Questa pala è tra i risultati più alti della poetica intrisa di luce dell'artista: in essa l'Angelico persegue un ideale di grazia ancora debitrice sia delle raffinatezze estreme dello stile gotico internazionale, sia della sua formazione di miniaturista, ma già nutrito dei concetto prospettici e del naturalismo tipici del primo Rinascimento, che il maestro aveva appreso dal conterraneo Masaccio, al quale Angelico si era avvicinato tra il 1425 e il 1435 ca.

L'Annunciazione di Cortona è tra i primi esempi di “pala quadrata”: una sobria incorniciatura geometrica racchiude la scena centrale a spazio unificato. Frutto del pensiero razionale e classicistico di Brunelleschi, forse già sperimentato da Masaccio e portato da Beato Angelico a forma nitida e armoniosa, la pala quadrata sostituirà la tipologia italica del polittico tardogotico a scomparti divisi, incorniciato da guglie, pinnacchi e racemi fiammeggianti. 

L'Annunciazione si svolge nel portico dalle forme rinascimentali della casa della Vergine, circondata da un giardino fiorito e recintato, il biblico Hortus Conclusus (che allude alla castità consacrata e alle virtù della Madre di Dio).

In alto a sinistra, la scena ha il suo contrappunto nella cacciata di Adamo ed Eva dall'Eden: Maria, rispondendo con un inchino, obbedisce alla chiamata divina, rovescia l'antica disobbedienza del peccato originale e dà inizio alla redenzione accogliendo il Figlio di Dio nel suo grembo.

Il dialogo fra l'arcangelo Gabriele e la Vergine viene iscritto sulla tavola: le lettere dorate, che seguono la direzione di chi le pronuncia, accompagnano i gesti dei due protagonisti e riguardano l'azione dello Spirito Santo - visibile in forma di colomba radiosa - per opera del quale Cristo prende carne nel grembo di Maria.

[Nota bene de Gli scritti: L’angelo dice a Maria, da sinistra a destra, Spiritus Sanctus superveniet in te. Maria risponde all’angelo da destra a sinistra con caratteri latini rovesciati, Ecce ancilla Domini, fiat mihi secundum verbum tuum. L’angelo le risponde, da sinistra a destra: Virtus Altissimi obumbrabit tibi.]

L'arcangelo, in una veste rosacea che nella liturgia significa gioia, indica con una mano il cielo e con l'altra la destinazione della predilezione divina.

L'abito di Maria allude nel blu intenso e nei risvolti verdi alla fede e alla speranza, mentre in rosso la tunica e il drappo del talamo nuziale indicano l'amore perfetto.

Nella predella sono rappresentati la Natività di Maria, lo Sposalizio con Giuseppe, la Visitazione ad Elisabetta, l'Adorazione dei Magi, la Presentazione di Gesù al Tempio, la Dormitio Virginis, mentre l'estremo tassello a destra mostra la Madonna che consegna l'abito dell'ordine domenicano a San Domenico.

Antifona di ingresso e canti d'Avvento


Il particolare con cui si chiude questo post domenicale riguarda l'antifona di ingresso. Si tratta del famoso Rorate di Is 45,8 che introduce la celebrazione e da il "la" all'intero percorso che abbiamo cercato di delineare e che conduce fino alla vigilia di Natale.

Stillate dall'alto, o cieli, la vostra rugiada
e dalle nubi scenda a noi il Giusto;
si apra la terra e germogli il Salvatore.
Roráte, cæli, désuper, et nubes pluant iustum; aperiátur terra et gérminet Salvatórem.

Ripropongo questo brano, chiave interpretativa del testo paolino della seconda lettura (
Rm 16, 25-27), nella versione gregoriana per l'introitus e nel canto "popolare" della Novena di Natale e non solo, che al ritornello di Isaia, affianca le "profezie" sulla nascita del Salvatore in una serie di centoni biblici di bellezza credo ineguagliata. Ascoltare le note dell'Introito e la melodia del Rorate significa quasi creare il sottofondo e l'armonia che conduce in directo allo splendore gioioso della culla di Betlemme!







domenica 14 dicembre 2014

Gaudete in Domino semper!

Tra le prescrizioni liturgiche rientrano anche quelle circa i colori. Nei secoli le indicazioni normative sul colore sono divenute sempre più restrittive fino a ridurre, con il Concilio di Trento, la gamma dei colori liturgici a sei: bianco, rosso, verde, viola, rosa, nero.

La riforma della liturgia promossa cinquant’anni fa dal Concilio Vaticano II ha prodotto, nell’Ordinamento generale del Messale Romano una gamma di quattro soli colori, cui si aggiungono i facoltativi rosa e nero. Ma il significato dei colori? Perché non usiamo sempre e solo un colore? Perché la liturgia, e non solo, con i colori mette a fuoco l'influenza semiotica dei colori nella coscienza occidentale. Innanzi tutto il Messale Romano avverte sul valore teologico dei colori:

La differenza dei colori nelle vesti sacre ha lo scopo di esprimere, anche con mezzi esterni, la caratteristica particolare dei misteri della fede che vengono celebrati e il senso della vita cristiana in cammino lungo il corso dell’anno liturgico (345).

    Da questo testo emergono due direttive. Il primo rilievo stabilisce che i colori nella liturgia hanno il compito di esprimere. Non è il tentativo di dare un significato a tutto ma la semplice prassi ci testimonia che la fede si esprime con quello che abbiamo e il colore ne fa parte integrante. Dove non c'è ricerca seria per il colore, per le sue gradazioni, i suoi accostamenti e la scelta che ne consegue si percepisce una trascuratezza anche per il fine con il quale sono concepiti i colori. Paramenti dai colori smorti, sciatti e spenti esprimono anzi non-esprimono. Allo stesso modo vesti liturgiche confezionate in ossequio al dettame del Messale, frutto di una ricerca attenta del colore, del materiale e conseguentemente della foggia delle vesti stesse è una scelta eloquente perché esprime qualcosa che attiene alla fede celebrata e vissuta nella liturgia.   

Ogni colore liturgico si carica di uno o più significati che diventano caratteristica adeguata al mistero che si celebra. Ma il testo dell'OGMR non fornisce subito indicazioni in merito, forse considerando che la simbologia dei colori cambia a seconda del contesto del loro utilizzo, tanto da costituire un capitolo dell’adattamento della liturgia e per l’inculturazione dei riti (vedi OGMR 346 in riferimento agli adattamenti possibili da parte delle Conferenze episcopali). 

Ogni rito della Chiesa, o mistero della fede richiede un adeguamento esteriore  tale da toccare tutti gli ambiti del luogo di celebrazione: arredi, vesti, ornamenti, fiori, musica, ecc… 

Nella prospettiva del Messale sembra di poter leggere un inciso secondo cui, ciò che si celebra richiede disposizioni interiori ma anche conseguenti disposizioni esteriori che facilitino la percezione stessa dei misteri della fede che vengono celebrati. 

Un rapido sguardo alle sensibilità estetiche delle nostre chiese, permette di vedere che il bianco, per la sua luminosità e per il retaggio culturale occidentale, è il colore della festa ed il suo opposto, il nero si addice invece a contesti cupi, silenziati dal dolore o dalla gravità degli eventi civili, religiosi, privati o sociali. L’esempio del bianco e del nero credo possa far capire in che modo il messale intenda che le vesti sacre debbano avere la capacità di esprimere il mistero che si celebra. Un elemento esterno e visibile diviene riferimento alle realtà superiori significate nel rito.

Il secondo significato rimanda invece alla tradizionale scansione dell’anno liturgico, per cui a ogni tempo dell’anno corrispondono dei colori. Un tempo e delle forme esterne capaci di orientare il cammino del credente, al di là della banalizzazione moderna del tempo che rende la vita un susseguirsi di giorni indistinti. L’alternarsi dei tempi liturgici in funzione dei due grandi misteri della fede, l’Incarnazione e la Risurrezione, sono segnati dal visibile cromatico e anche visivamente segnano la caratteristica cristiana della vita come pellegrinaggio verso la patria promessa.

Il messale continua elencando i colori e disponendone la distinzione secondo l’uso tradizionale, riferendosi ovviamente alla precedente prassi tridentina che dal XVI secolo ad oggi ha sancito una scelta dei colori, conforme in parte al catalogo cromatico stabilito da Innocenzo III nel De sacro Altaris mysterio, e poi da altri autori medievali come Giovanni Beleth e Guglielmo Durando, vescovo di Mende, per ricordare solo i più quotati e citati, anche nella loro epoca. 

Tra gli usi segnati come possibili, il Messale si riferisce al nero ed al rosaceo. Ci soffermiamo in particolare sul rosaceo. In due occasioni dell’anno, nella III domenica di Avvento che oggi celebriamo, detta Gaudete dalla prima parola dell’antifona d’ingresso e nella IV di Quaresima, detta Laetare per lo stesso motivo della precedente, il Messale prevede ancora la possibilità di usare vesti liturgiche di colore differente dal viola. 

Intanto ricordiamo che prima della codificazione tridentina, così anche in Innocenzo III, il viola era associato al nero, di cui in alcuni casi era anche il sostituto (inoltre il nero almeno fino al Concilio Vaticano II, non poteva essere usato dal Pontefice nelle celebrazioni pubbliche - sostituito dal rosso - non poteva essere utilizzato di Domenica, ecc…); Trento tolse con le sue disposizioni la principale distinzione tra colori chiari, festivi e quelli scuri, di vario utilizzo, stabilendo un’unica cromatura liturgica. Il viola passa quindi a essere un colore distinto dal nero, e non più un suo surrogato. Dal nero si passa al viola e dal viola si giunge al rosaceo. Non si tratta di sfumature o di tonalità ma di valori simbolici adatti al contesto celebrativo. Tenendo sempre a mente la dipendenza storica e liturgica dell’Avvento dalla Quaresima, di cui in parte è una riproposizione anche se gli sviluppi dei due tempi hanno seguito percorsi di profondità del tutto indipedenti, alla domenica quaresimale in rosaceo, corrisponde la domenica di Avvento con l’utilizzo del medesimo colore. Nel contesto della quaresima, la domenica in rosaceo è più carica di significati e di simbologie aggiunte, avendo però sempre alla base il senso di un mitigare, anche esteriormente, il rigore del digiuno quaresimale nella domenica mediana in cui l’allentarsi della penitenza veniva espresso con il mutare del colore oltre al ripristino del suono dell’organo e di altri accorgimenti liturgici di cui non rimane traccia nel Messale del Concilio Vaticano II; il tutto avviene secondo il principio del Messale per cui i mezzi esterni sono corrispondenti ed adeguati al mistero della fede che si celebra. Nella domenica mediana si lasciava il cupo viola per una sua gradazione più chiara, per consuetudine divenuto il rosa ma che per correttezza dovrebbe essere un carminio, un violetto chiaro, simile all’ambrosiano morello, quindi non fucsia o magenta ma rosso violaceo.
    Allo stemperarsi della penitenza quaresimale, in Avvento corrisponde l'aumentare della gioia che caratterizza questa domenica, Gaudete in base al testo di san Paolo (Fil 4,4): è tempo di gioire perché la Chiesa annuncia ormai vicina la festa del natale del Signore, tenendo presente che spesso la III domenica di Avvento è quella più direttamente legata all’inizio della tradizionale novena del Natale, liturgicamente disposta nella distinzione delle ferie privilegiate dal 17 al 24 dicembre.
    Sulla scia di quanto detto credo si possa leggere il riferimento all’esultanza contenuto nella colletta della III domenica (di cui la versione italiana non è una fedele traduzione), ideale tappa che guarda indietro al cammino fatto e si proietta verso la nascita del Salvatore e l’eskaton del compiersi del disegno salvifico del Signore sul suo popolo.

Deus, qui cónspicis pópulum tuum nativitátis domínicæ festivitátem fidéliter exspectáre, præsta, quæsumus, ut valeámus ad tantæ salútis gáudia perveníre, et ea votis sollémnibus álacri semper lætítia celebráre. Per Dóminum.

Guarda, o Padre, il tuo popolo che attende con fede il Natale del Signore, e fa' che giunga a celebrare con rinnovata esultanza il grande mistero della salvezza.

L'amplificazione dell'invocazione Deus ricorda che Egli si china a guardare il suo popolo che aspetta con fede di celebrare la nascita di Cristo Salvatore;  il testo nella petizione presenta la richiesta di essere in grado di giungere alla gioia (gaudia) per una così grande salvezza e che possiamo celebrarla solennemente alacri laetitia ovvero "operosa letizia", direi quasi di quella gioia contagiosa ed attiva di cui sono stati testimoni tanti fedeli servitori del Vangelo e santi proclamati dalla Chiesa nella sua lunga storia.

lunedì 8 dicembre 2014

Buona solennità dell'Immacolata!


Pietro Cavallini, Santa Maria in Trastevere - abside
Cari fratelli e sorelle!
Quest’oggi la Chiesa celebra solennemente il concepimento immacolato di Maria. Come dichiarò il beato Pio IX nella Lettera apostolica Ineffabilis Deus del 1854, Ella «fu preservata, per particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato originale». Tale verità di fede è contenuta nelle parole del saluto che le rivolse l’Arcangelo Gabriele:«Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te» (Lc 1, 28). L’espressione «piena di grazia» indica l’opera meravigliosa dell’amore di Dio, che ha voluto ridarci la vita e la libertà, perdute col peccato, mediante il suo Figlio Unigenito incarnato, morto e risorto. Per questo, fin dal II secolo in Oriente e in Occidente, la Chiesa invoca e celebra la Vergine che, col suo “sì”, ha avvicinato il Cielo alla terra, diventando «generatrice di Dio e nutrice della nostra vita», come si esprime san Romano il Melode in un antico cantico (Canticum XXV in Nativitatem B. Mariae Virginis, in J.B. Pitra, Analecta Sacra t. I, Parigi 1876, 198). Nel VII secolo san Sofronio di Gerusalemme elogia la grandezza di Maria perché in Lei lo Spirito Santo ha preso dimora, e dice: «Tu superi tutti i doni che la magnificenza di Dio abbia mai riversato su qualunque persona umana. Più di tutti sei ricca del possesso di Dio dimorante in te» (Oratio II, 25 in SS. Deiparæ Annuntiationem: PG 87, 3, 3248 AB). E san Beda il Venerabile spiega: «Maria è benedetta fra le donne, perché con il decoro della verginità ha goduto della grazia di essere genitrice di un figlio che è Dio» (Hom I, 3: CCL 122, 16).

Anche a noi è donata la «pienezza della grazia» che dobbiamo far risplendere nella nostra vita, perché «il Padre del Signore nostro Gesù Cristo – scrive San Paolo – ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale … e ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati … predestinandoci a essere per lui figli adottivi» (Ef 1, 3-5). Questa figliolanza la riceviamo per mezzo della Chiesa, nel giorno del Battesimo. A tale proposito santa Ildegarda di Bingen scrive: «La Chiesa è, dunque, la vergine madre di tutti i cristiani. Nella forza segreta dello Spirito Santo li concepisce e li dà alla luce, offrendoli a Dio in modo che siano anche chiamati figli di Dio» (Scivias, visio III, 12: CCL Continuatio Mediævalis XLIII, 1978, 142). E, infine, tra i tantissimi cantori della bellezza spirituale della Madre di Dio, spicca san Bernardo di Chiaravalle il quale afferma che l’invocazione «Ave Maria piena di grazia» è «gradita a Dio, agli angeli e agli uomini. Agli uomini grazie alla maternità, agli Angeli grazie alla verginità, a Dio grazie all’umiltà» (Sermo XLVII, De Annuntiatione Dominica: SBO VI, 1, Roma 1970, 266).


Cari amici, in attesa di compiere questo pomeriggio, com’è consuetudine, l’omaggio a Maria Immacolata in Piazza di Spagna, rivolgiamo ora la nostra fervida preghiera a Colei che intercede presso Dio, perché ci aiuti a celebrare con fede il Natale del Signore ormai vicino.



Benedetto XVI,
8 dicembre 2011



domenica 7 dicembre 2014

Preparate la via al Signore!

La prima lettura di questa domenica presenta un “paradosso” il Signore viene con potenza, e l’immagine di questa potente venuta non è di quelle che schiantano e suscitano terrore ma è quella di un pastore che fa pascolare il gregge, porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri.


«Ecco il vostro Dio!
Ecco, il Signore Dio viene con potenza,
il suo braccio esercita il dominio.
Ecco, egli ha con sé il premio
e la sua ricompensa lo precede.
Come un pastore egli fa pascolare il gregge
e con il suo braccio lo raduna;
porta gli agnellini sul petto
e conduce dolcemente le pecore madri».

Questo accostamento di immagini fa pensare al motto latino di Claudio Acquaviva, secondo superiore generale della Compagnia di Gesù: fortiter in re, suaviter in modo (energicamente nella sostanza, dolcemente nei modi). L’espressione è in grado di ricomporre il paradosso di un Signore che viene  con potenza, così come si è manifestato nell’Antico Testamento a favore del suo popolo per il quale non ha mancato occasione di manifestare anche la sua tenerezza, come in parte ricordato dall’antifona d’ingresso di oggi:

Popolo di Sion,
il Signore verrà a salvare i popoli
e farà sentire la sua voce potente
per la gioia del vostro cuore. (cf. Is 30,19.30)

Pópulus Sion, ecce Dóminus véniet ad salvándas gentes; 
et audítam fáciet Dóminus glóriam vocis suæ in lætítia cordis vestri.

Il secondo passo dell’Avvento verso la celebrazione del Natale del Signore, presenta quindi due annunci, di cui il primo è quello di Isaia cui accennavamo e il secondo è quello di Giovanni, l’amico dello Sposo, che chiaramente afferma riprendendo proprio Isaia (Nel deserto preparate la via al Signore): «Preparate la via del Signore».

Ascoltare queste parole mette nella condizione di essere destinatari del comando: noi prepariamo la via al Signore. Come afferma Origene:

«Troviamo nel profeta Isaia il passo dell’Antico Testamento or ora citato: "Voce di colui che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri" (Is 40,3). Il Signore vuol trovare in voi una strada per poter entrare nelle vostre anime e compiere il suo viaggio. C’è dunque una voce che grida: "Preparate la via". Dapprima infatti è la voce che giunge alle orecchie; poi, dopo la voce, o meglio insieme con la voce, è la parola che penetra nell’udito. È in questo senso che Giovanni ha annunziato il Cristo. Vediamo dunque ciò che annunzia la voce a proposito della parola. Essa dice: «Preparate la via al Signore». Quale strada dobbiamo noi preparare al Signore? Si tratta di una strada materiale? La parola di Dio può forse seguire una simile strada? O non bisogna invece preparare al Signore una via interiore, e disporre nel nostro cuore delle strade dritte e spianate? È attraverso questa via che è entrato il Verbo di Dio, che prende il suo posto nel cuore umano capace di accoglierlo». (Evang. Luc., 21, 2, 2-7).

Inoltre:

«Prepara la via colui che corregge la sua vita; raddrizza il sentiero chi conduce un genere di vita più stretto. Chiaramente una vita corretta è la via dritta attraverso la quale il Signore potrà venire a noi, lui che in ciò ci previene. Giacché‚ è il Signore che dirige i passi dell’uomo (Sal 37,23); per questo fatto, la sua via gli piace talmente che la prende volentieri per venire all’uomo e al cui fianco camminare costantemente. Inoltre, come un giovane potrà correggere la sua via se non custodendo le parole (Sal 119,9) e seguendo le orme di Colui che si è fatto egli stesso via per la quale andremo a lui? O Signore, possano le mie vie essere dirette in modo da custodire le tue vie (Sal 119,5). Le sue vie, dice la Scrittura, sono deliziose e tutti i suoi sentieri sono pacifici (Pr 3,17).

Guerrico d’Igny, Sermo IV de Adv.

Oggi si parla di inizio. Il Vangelo di questo anno B presenta infatti l’incipit di Marco: Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio. Inizio di un testo che contiene un lieto annuncio, un nuovo inizio che nello srotolarsi del tempo di Avvento porta a considerare tutto in funzione dell’Incarnazione, l’inizio appunto della Nuova Alleanza!

Da questo inizio si può riprendere forza e coraggio per affrontare la vita. Alla luce di quanto detto, vivere bene l’Avvento, nella frequentazione della Parola e della Liturgia della Chiesa, mettere in pratica, secondo l’indicazione del Salmo 119, una custodia della Parola che si trasformi nel procedere direttamente verso il Signore, sono le guide concrete con cui realizzare il grido di Giovanni “Raddrizzate le vie del Signore!”; un continuo invito alla conversione, a quel cambiare strada per ritornare al Signore, che ci ha beneficato.

Così intesa, la liturgia della Parola di oggi trova la sua espressione migliore nella colletta della Messa:

Dio onnipotente e misericordioso,
nessun impegno nel mondo ci ostacoli mentre ci affrettiamo per la venuta del tuo Figlio, ma la profonda conoscenza della sapienza che viene dal cielo ci faccia essere in comunione con lui.

Omnípotens et miséricors Deus, in tui occúrsum Fílii festinántes nulla ópera terréni actus impédiant, sed sapiéntiæ cæléstis erudítio nos fáciat eius esse consórtes.
Questa orazione ricorda la dinamicità di quella della I domenica d’Avvento:


O Dio, nostro Padre, suscita in noi la volontà di andare incontro con le buone opere al tuo Cristo che viene, perché egli ci chiami accanto a sé nella gloria a possedere il regno dei cieli.

Entrambe descrivono l’azione di andare incontro al Cristo che viene, suggerendo un incontro a metà strada, l’incontro di due volontà, quella dell’uomo di raggiungere Cristo e quella del Signore di raggiungere l’uomo.




«Omnia Christus est nobis! – Cristo è tutto per noi!»

7 Dicembre 2014: memoria di sant'Ambrogio, Seconda Domenica di Avvento e preludio alla solennità dell'Immacolata. Il rischio in questa serie di concorrenze di feste è di rimanere disorientati. Io per parte mia voglio dedicare un post ad ognuna di queste tre celebrazioni. Il primo, è dedicato per affetto a sant'Ambrogio, e scelgo di far parlare di lui qualcuno più autorevole di me!

Il santo Vescovo Ambrogio – del quale vi parlerò quest’oggi – morì a Milano nella notte fra il 3 e il 4 aprile del 397. Era l’alba del Sabato santo. Il giorno prima, verso le cinque del pomeriggio, si era messo a pregare, disteso sul letto, con le braccia aperte in forma di croce. Partecipava così, nel solenne Triduo pasquale, alla morte e alla risurrezione del Signore. «Noi vedevamo muoversi le sue labbra», attesta Paolino, il diacono fedele che su invito di Agostino ne scrisse la Vita, «ma non udivamo la sua voce». A un tratto, la situazione parve precipitare. Onorato, Vescovo di Vercelli, che si trovava ad assistere Ambrogio e dormiva al piano superiore, venne svegliato da una voce che gli ripeteva: «Alzati, presto! Ambrogio sta per morire...». Onorato scese in fretta – prosegue Paolino – «e porse al Santo il Corpo del Signore. Appena lo prese e deglutì, Ambrogio rese lo spirito, portando con sé il buon viatico. Così la sua anima, rifocillata dalla virtù di quel cibo, gode ora della compagnia degli angeli» (Vita 47). In quel Venerdì santo del 397 le braccia spalancate di Ambrogio morente esprimevano la sua mistica partecipazione alla morte e alla risurrezione del Signore. Era questa la sua ultima catechesi: nel silenzio delle parole, egli parlava ancora con la testimonianza della vita.
Ambrogio non era vecchio quando morì. Non aveva neppure sessant’anni, essendo nato intorno al 340 a Treviri, dove il padre era prefetto delle Gallie. La famiglia era cristiana. Alla morte del padre, la mamma lo condusse a Roma quando era ancora ragazzo, e lo preparò alla carriera civile, assicurandogli una solida istruzione retorica e giuridica. Verso il 370 fu inviato a governare le province dell’Emilia e della Liguria, con sede a Milano. Proprio lì ferveva la lotta tra ortodossi e ariani, soprattutto dopo la morte del Vescovo ariano Aussenzio. Ambrogio intervenne a pacificare gli animi delle due fazioni avverse, e la sua autorità fu tale che egli, pur semplice catecumeno, venne acclamato dal popolo Vescovo di Milano.
Fino a quel momento Ambrogio era il più alto magistrato dell’Impero nell’Italia settentrionale. Culturalmente molto preparato, ma altrettanto sfornito nell’approccio alle Scritture, il nuovo Vescovo si mise a studiarle alacremente. Imparò a conoscere e a commentare la Bibbia dalle opere di Origene, il maestro indiscusso della «scuola alessandrina». In questo modo Ambrogio trasferì nell’ambiente latino la meditazione delle Scritture avviata da Origene, iniziando in Occidente la pratica della lectio divina. Il metodo della lectio giunse a guidare tutta la predicazione e gli scritti di Ambrogio, che scaturiscono precisamente dall’ascolto orante della Parola di Dio. Un celebre esordio di una catechesi ambrosiana mostra egregiamente come il santo Vescovo applicava l’Antico Testamento alla vita cristiana:

«Quando si leggevano le storie dei Patriarchi e le massime dei Proverbi, abbiamo trattato ogni giorno di morale – dice il Vescovo di Milano ai suoi catecumeni e ai neofiti – affinché, formati e istruiti da essi, voi vi abituaste ad entrare nella via dei Padri e a seguire il cammino dell’obbedienza ai precetti divini» (I misteri 1,1). 

In altre parole, i neofiti e i catecumeni, a giudizio del Vescovo, dopo aver imparato l’arte del vivere bene, potevano ormai considerarsi preparati ai grandi misteri di Cristo. Così la predicazione di Ambrogio – che rappresenta il nucleo portante della sua ingente opera letteraria – parte dalla lettura dei Libri sacri («i Patriarchi», cioè i Libri storici, e «i Proverbi», vale a dire i Libri sapienziali), per vivere in conformità alla divina Rivelazione.
Mosaico di sant'Ambrogio nelle Grotte vaticane, sepolcro di Pio XI
E’ evidente che la testimonianza personale del predicatore e il livello di esemplarità della comunità cristiana condizionano l’efficacia della predicazione. Da questo punto di vista è significativo un passaggio delle Confessioni di sant’Agostino. Egli era venuto a Milano come professore di retorica; era scettico, non cristiano. Stava cercando, ma non era in grado di trovare realmente la verità cristiana. A muovere il cuore del giovane retore africano in ricerca e a spingerlo alla conversione definitivamente, non furono anzitutto le belle omelie (pure da lui assai apprezzate) di Ambrogio. Fu piuttosto la testimonianza del Vescovo e della sua Chiesa milanese, che pregava e cantava, compatta come un solo corpo: una Chiesa capace di resistere alle prepotenze dell’imperatore e di sua madre, che nei primi giorni del 386 erano tornati a pretendere la requisizione di un edificio di culto per le cerimonie degli ariani. Nell’edificio che doveva essere requisito – racconta Agostino –«il popolo devoto vegliava, pronto a morire con il proprio Vescovo». Questa testimonianza delle Confessioni è preziosa, perché segnala che qualche cosa andava muovendosi nell’intimo di Agostino, il quale prosegue: «Anche noi, pur ancora spiritualmente tiepidi, eravamo partecipi dell’eccitazione di tutto il popolo» (Confessioni 9,7).
Dalla vita e dall’esempio del Vescovo Ambrogio, Agostino imparò a credere e a predicare. Possiamo riferirci a un celebre sermone dell’Africano, che meritò di essere citato parecchi secoli dopo nella Costituzione conciliare Dei Verbum

 «E’ necessario – ammonisce infatti la Dei Verbum al n. 25 – che tutti i chierici e quanti, come i catechisti, attendono al ministero della Parola, conservino un continuo contatto con le Scritture, mediante una sacra lettura assidua e lo studio accurato, “affinché non diventi – ed è qui la citazione agostiniana – vano predicatore della Parola all’esterno colui che non l’ascolta di dentro”». 

Aveva imparato proprio da Ambrogio questo «ascoltare di dentro», questa assiduità nella lettura della Sacra Scrittura in atteggiamento orante, così da accogliere realmente nel proprio cuore ed assimilare la Parola di Dio.

Cari fratelli e sorelle, vorrei proporvi ancora una sorta di «icona patristica» che, interpretata alla luce di quello che abbiamo detto, rappresenta efficacemente «il cuore» della dottrina ambrosiana. Nel sesto libro delle Confessioni Agostino racconta del suo incontro con Ambrogio, un incontro certamente di grande importanza nella storia della Chiesa. Egli scrive testualmente che, quando si recava dal Vescovo di Milano, lo trovava regolarmente impegnato con catervae di persone piene di problemi, per le cui necessità egli si prodigava. C’era sempre una lunga fila che aspettava di parlare con Ambrogio per trovare da lui consolazione e speranza. Quando Ambrogio non era con loro, con la gente (e questo accadeva per lo spazio di pochissimo tempo), o ristorava il corpo con il cibo necessario, o alimentava lo spirito con le letture. Qui Agostino fa le sue meraviglie, perché Ambrogio leggeva le Scritture a bocca chiusa, solo con gli occhi (cfr Confessioni 6,3). Di fatto, nei primi secoli cristiani la lettura era strettamente concepita ai fini della proclamazione, e il leggere ad alta voce facilitava la comprensione pure a chi leggeva. Che Ambrogio potesse scorrere le pagine con gli occhi soltanto, segnala ad Agostino ammirato una capacità singolare di lettura e di familiarità con le Scritture. Ebbene, in quella «lettura a fior di labbra», dove il cuore si impegna a raggiungere l’intelligenza della Parola di Dio – ecco «l’icona» di cui andiamo parlando –, si può intravedere il metodo della catechesi ambrosiana: è la Scrittura stessa, intimamente assimilata, a suggerire i contenuti da annunciare per condurre alla conversione dei cuori.
Così, stando al magistero di Ambrogio e di Agostino, la catechesi è inseparabile dalla testimonianza di vita. Può servire anche per il catechista ciò che ho scritto nella Introduzione al cristianesimo, a proposito del teologo. Chi educa alla fede non può rischiare di apparire una specie di clown, che recita una parte «per mestiere». Piuttosto – per usare un’immagine cara a Origene, scrittore particolarmente apprezzato da Ambrogio – egli deve essere come il discepolo amato, che ha poggiato il capo sul cuore del Maestro, e lì ha appreso il modo di pensare, di parlare, di agire. Alla fine di tutto, il vero discepolo è colui che annuncia il Vangelo nel modo più credibile ed efficace.
Come l’apostolo Giovanni, il Vescovo Ambrogio – che mai si stancava di ripetere: «Omnia Christus est nobis! Cristo è tutto per noi!» – rimane un autentico testimone del Signore. Con le sue stesse parole, piene d’amore per Gesù, concludiamo così la nostra catechesi: «Omnia Christus est nobis! Se vuoi curare una ferita, Egli è il medico; se sei riarso dalla febbre, Egli è la fonte; se sei oppresso dall’iniquità, Egli è la giustizia; se hai bisogno di aiuto, Egli è la forza; se temi la morte, Egli è la vita; se desideri il cielo, Egli è la via; se sei nelle tenebre, Egli è la luce ... Gustate e vedete come è buono il Signore: beato è l’uomo che spera in Lui!» (La verginità 16,99).
Speriamo anche noi in Cristo. Saremo così beati e vivremo nella pace.

Benedetto XVI, 24-10-2007

martedì 2 dicembre 2014

Liturgia locus theologiae

Riportiamo le parole del card. Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, che ha introdotto lunedì 1° dicembre la sessione plenaria della Commissione teologica internazionale, di cui è presidente.
Il porporato ha invitato i teologi a discernere insieme tre temi per la futura riflessione in uno stile «caratterizzato da profondo spirito comunitario, da fraterno rispetto e amicizia, da una vera collegialità di collaborazione, di scambio, di dialogo».  Ecco alcuni stralci del suo discorso pubblicati da L’ Osservatore Romano.

Questa è sempre stata la convinzione dei Padri della Chiesa, che la teologia inizia e, in un certo senso, nasce e si fa nella liturgia, nell’adorazione del mistero Dio e nella contemplazione del Verbo fattosi carne. A cominciare da san Basilio di Cesarea, che nel suo epocale trattato sullo Spirito Santo, vede proprio nella liturgia l’occasione e il luogo propizio dell’autentica riflessione umana sull’incomprensibile theologia ed economia della nostra salvezza. Se noi, teologi e teologhe, ogni giorno mettiamo, a disposizione dei misteri della fede, la nostra intelligenza, le doti proprie e il faticoso lavoro, in realtà, prima ancora di tutto ciò, abbiamo bisogno del suo Spirito, della sua intelligenza divina, che fortifica le nostre povere ricerche umane. Nella liturgia comprendiamo meglio come la teologia è fondamentalmente la contemplazione del Dio d’amore.
Dobbiamo, però, renderci ben conto dell’esigenza e della responsabilità dell’intelligenza della fede, che in modo speciale è affidata ai teologi e alle teologhe, che lavorano nella Chiesa, per la Chiesa e a nome della Chiesa. Nella Chiesa, con il loro lavoro intellettuale, realizzano una vocazione ben precisa e un’esigente missione ecclesiale.
La fede cristiana, infatti, non è un’esperienza irrazionale. Siamo chiamati ad accogliere l’invito e il dovere, che esprime Pietro, quello di essere «sempre pronti a dare una risposta a chi vi chiede il motivo della vostra speranza» (1 Pietro, 3, 15). La teologia scruta, in un discorso razionale sulla fede, l’armonia e la coerenza intrinseca delle varie verità di fede, che scaturiscono dall’unico fondamento della rivelazione di Dio uno e trino. Il mistero inscrutabile di Dio, nell’economia della salvezza e per mezzo di questa economia del Verbo incarnato si offre anche alla nostra intelligenza. Noi, teologi ne siamo custodi e promotori di quest’intelligenza della fede.
Nella mediazione cristologica Dio si è offerto alla nostra ragione anche nell’intelligibilità della sua auto-rivelazione. La Commissione, con i suoi dibattiti e discussioni, attraverso gli studi e le riflessioni, è un luogo privilegiato di un impegno comunitario nel dare ragione della nostra speranza.
La specificità della Commissione teologica internazionale sta nel fatto che essa è chiamata a scrutare le importanti questioni teologiche a servizio del Magistero della Chiesa, in particolare della Congregazione per la Dottrina della fede. In questa dimensione penso che possiamo cogliere un’indicazione per il nostro “fare teologia”. La teologia non è mai una pura speculazione o una teoria distaccata dalla vita dei credenti. In effetti, nell’autentica teologia non c’è stato mai un distacco o una contrapposizione tra l’intelligenza della fede e la pastorale o la prassi vissuta della fede. Si potrebbe dire che tutto il pensiero teologico, tutte le nostre investigazioni scientifiche hanno sempre una profonda dimensione pastorale. Sia la dogmatica, la morale o le altre discipline teologiche hanno sempre una propria dimensione pastorale. Come insegnava il concilio Vaticano i tutta la conoscenza di Dio procede bene, se è fatta in riferimento al fine ultimo dell’uomo, per la salvezza dell’uomo. La sacra doctrina non è una pagina morta, ma in particolare nella speculazione dogmatica tocca sempre ciò che è decisivo per un cammino della Chiesa, che è il cammino della salvezza.
Ogni divisione tra la “teoria” e la “prassi” della fede sarebbe il riflesso di una sottile “eresia” cristologica di fondo. Sarebbe frutto di una divisione nel mistero del Verbo eterno del Padre che si è fatto carne. Sarebbe l’omissione della dinamica incarnazionista di ogni sana teologia e di tutta la missione evangelizzatrice della Chiesa. Cristo che può essere detto il primo teologo delle Scritture, il teologo per eccellenza, egli ci ha detto «io sono la via, la verità e la vita». Non c’è la verità senza la vita, non c’è vita senza verità. In lui sta la via per comprendere sempre meglio la verità che si è offerta a noi e si è fatta nostra vita.
Possiamo dire che il lavoro della Commissione, il suo stile di lavorare è caratterizzato da un profondo spirito comunitario, da fraterno rispetto e amicizia, da una vera collegialità di collaborazione, di scambio e di dialogo. Dalla commissione si attende l’esempio di un dibattito teologico sereno e costruttivo, nel rispetto del carisma del Magistero ecclesiale e nella coscienza di alta responsabilità di cui è riversata la vocazione dei teologi e delle teologhe nella Chiesa.
Siamo chiamati a custodire il vero volto della teologia cattolica costituito dalla mediazione cristologica ed ecclesiale della fede. Il suo vero oggetto, la teologia non lo può trovare altrove che solo nella fede, testimoniata dalla Chiesa, nell’auto-rivelazione di Dio nella persona e nella storia di Gesù di Nazaret. Tale auto-comunicazione di Dio mira a far sì che «gli uomini, per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, abbiano accesso al Padre nello Spirito Santo e siano resi partecipi della natura divina» (Costituzione dogmatica Dei Verbum, 2).
La relazione particolare della scienza teologica con la Chiesa non può ridursi a una realtà quasi solo esteriore. La teologia deve piuttosto, per sua essenza, portare il contributo della problematica specificamente teologica nella forma e nella mediazione ecclesiale della fede e presupporre d’altra parte già sempre in partenza, come propri principi, gli articoli di fede testimoniati dalla Chiesa.

 L’Osservatore Romano, 2 dicembre 2014 



fonte: http://www.korazym.org/18702/cardinale-muller-apre-plenaria-commissione-teologica-internazionale/

San Lorenzo nel Palazzo Apostolico

"Oggi la chiesa di Roma celebra il giorno del trionfo di Lorenzo, giorno in cui egli rigettò il mondo del male. Lo calpestò quando...