sabato 29 novembre 2014

Aspettiamo la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo!

La tradizione liturgica Bizantina, dopo la festa dell'apostolo Filippo il 15 dicembre, inizia il digiuno "di Filippo", ovvero i quaranta giorni che preparano al Natale.
Questa tradizione orientale permette di cogliere, in un discorso di liturgia comparata, che in parallelo alla Quaresima, tempo di digiuno e penitenza in preparazione alla grande solennità pasquale, la Chiesa ha stabilito, in varie forme e gradualità nella storia liturgica, un tempo di preparazione alla festa dell’Incarnazione.
In questa scelta pedagogica della Chiesa si coglie il desiderio di fermarsi ogni hanno a contemplare con rinnovata attenzione e motivazione i due misteri cardine della fede cristiana: l’Incarnazione e la Risurrezione.

In merito alla pregnanza di questi due misteri della nostra fede citiamo uno stralcio degli esercizi spirituali tenuti da don Giussani e pubblicati da Avvenire un anno dopo la sua morte. In quell’occasione egli ebbe a dire:

Il Mistero non è l'ignoto; è l'ignoto in quanto diventa contenuto di esperienza sensibile. È un concetto molto importante: per questo si parla del mistero dell'Incarnazione, del mistero dell'Ascensione, del mistero della Risurrezione. Dio come Mistero sarebbe un'immagine intellettuale se ci si arrestasse alla frase così come è detta: "Dio è Mistero". Il Dio vivente è il Dio che si è rivelato nell'Incarnazione: nella morte e nella Risurrezione di Cristo. Il Dio vero è Colui che è venuto tra noi, reso sensibile, toccabile, visibile, udibile.
Comunque, è ben vero che il Mistero non può essere posseduto: è oggetto di esperienza ma non può essere posseduto, cioè misurato, esaurito, abbracciato nella sua totalità. Ma è altrettanto vero che è posseduto. (Avvenire del 15 aprile 2006)

Entrare in questa dinamica permette di sentire che la Liturgia ogni anno ci fa entrare in un processo di partecipazione del mistero. Non qualcosa di etereo e speculativo e nemmeno di manipolabile. Un mistero che si vive nei segni sacramentali e che è reso quindi tangibile dalla forza di un Dio che sceglie un corpo mortale per salvare tutto l’uomo e che trasfigura l’umanità stessa nella vittoria della vita sulla morte. Ecco perché l’Avvento prepara al Natale, come la Quaresima prepara alla Pasqua.
Qui si legge anche la provvidenza della Chiesa che non dispone tutto e subito, ma fa gustare e pregustare la gioia che sta al centro della fede.

Questo è ciò che nelle famiglie sagge si è trasformato nel calendario dell’Avvento, un gioco per i bambini che ogni giorno permette loro di desiderare la venuta del Signore in una fede semplice e diretta, che passa attraverso il segno del tempo e della memoria.  
Oggi più che mai il cristiano ha bisogno dell’Avvento.

“La deriva commerciale delle feste che chiudono l’anno, un certo impianto sentimentalistico e l’accumulo di tante giornate festive in un periodo abbastanza breve, certamente non aiutano l’uomo contemporaneo a vivere la celebrazione del mistero dell’incarnazione in pienezza. Se la nascita di un bimbo porta sempre con sé un afflato sentimentale e induce alla poesia, il mistero del Dio fatto uomo è preludio alla sua Pasqua di morte e di risurrezione. Il suo farsi carne culmina nel dono del sangue sulla croce e coincide con il rifiuto della sua gente: «Venne fra i suoi e i suoi non l’anno accolto» (Gv 1,11). Il segmento dell’incarnazione va dunque compreso nella prospettiva più ampia del mistero pasquale” (dal Sussidio CEI 2012).

Certo la nascita di un figlio/a è l’affacciarsi della vita tra le vite, la gioia di una nuova esistenza, di nuova linfa vitale che si unisce alla nostra comunità. Ma non per tutti oggi la nascita è un dato di fatto, scontato, ovvio. Le pratiche di interruzione di gravidanza o di manipolazione delle gravidanze fanno sì che la nascita sia adombrata dal desiderio personale, dall’istinto a manipolare e rendere gestibile ogni parte dell’esistenza. Questo rende il Natale il tempo in cui riscoprire la gratuità di un dono, che se scelto permette di accedere al disegno stesso del Creatore.

La liturgia dell’Avvento, anche se scevra ormai di caratteri peculiari, nei suoi testi crea un itinerario interessante. Innanzitutto letture bibliche, testi ecologica e patristici riconducono il credente a collocare l’Incarnazione nell’unico mistero di salvezza, antidoto contro la tendenza moderna alla frammentazione. La liturgia inoltre consente al credente di essere letteralmente inondato dalla luce che promana da Betlemme, come si potrebbe osservare in una disanima che analizzasse l’impiego del lemma in tutta l’ecologia avventizia e natalizia. In fine l’Avvento obbliga a pensare che l’onnipotenza di Dio, il suo favore per l’uomo, il suo potente intervento si manifesta nella debolezza, nell’umiltà, nella precarietà della nascita nella carne, del Logos che si fa carne, che prende su di sé tutte le miserie umane.

A motivo di ciò ricordiamo le parole del papa emerito, Benedetto XVI quando scrisse:

«In questo tempo terremo fisso lo sguardo su Gesù “colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Eb 12,2): in lui trova compimento ogni travaglio ed anelito del cuore umano. La gioia dell’amore, la risposta al dramma della sofferenza e del dolore, la forza del perdono davanti all’offesa ricevuta e la vittoria della vita dinanzi al vuoto della morte, tutto trova compimento nel mistero della sua Incarnazione, del suo farsi uomo, del condividere con noi la debolezza umana per trasformarla con la potenza della sua Risurrezione. In lui, morto e risorto per la nostra salvezza, trovano piena luce gli esempi di fede che hanno segnato questi duemila anni della nostra storia di salvezza».
(La porta della fede, 13).




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