sabato 12 luglio 2014

Uscì il seminatore a seminare

La XV Domenica "Per annum" offre all'ascolto dei fedeli la parabola del seminatore. L'esegesi moderna ha snobbato spesso l'intero testo che si legge durante la celebrazione eucaristica partendo dal presupposto che la "spiegazione" sia deludente rispetto alla genialità ed alla freschezza delle parabole di Gesù. Si tratterebbe di un'inclusione allegorica che chiude il senso della parabola alla sola spiegazione tramandata. Io non ho le conoscenze adatte per contestare gli esegeti. Mi permetto solo di dire, a me ed ai miei lettori, che se io salgo in cattedra per spiegare un qualsiasi argomento, la poesia di Dante o le Critiche di Kant, la mia spiegazione dovrà essere una riduzione, una banalizzazione dell'autore spiegato perché il mio compito in cattedra è proprio quello di sminuzzare e semplificare perché tutti possano comprendere e poi sperare che ciò che si è spiegato faccia breccia nell'intimità di ognuno. 

Partendo dalla colletta del formulario eucaristico propongo un itinerario artistico su tre punti. 

Il primo riguarda il testo dell'orazione che deriva dal più antico dei sacramentari, il Veronese (n.75) del VI secolo. In questa composizioni ci sono una gran quantità di riferimenti e di citazioni che sono stati l'oggetto di numerose ricerche di critica testuale applicata ai testi liturgici.  La nostra attenzione si ferma invece su un particolare. Nella colletta si dice: 

O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità, perché possano tornare sulla retta via, concedi a tutti coloro che si professano cristiani di respingere ciò che è contrario a questo nome e di seguire ciò che gli è conforme. Per il nostro Signore.

Deus, qui errántibus, ut in viam possint redíre, veritátis tuæ lumen osténdis, da cunctis qui christiána professióne censéntur, et illa respúere, quæ huic inimíca sunt nómini, et ea quæ sunt apta sectári. Per Dóminum.
Collegando l'orazione al Vangelo ne deriva che una parte del seme "sprecato" dal seminatore cade sulla "strada", come dice il testo italiano; in latino si ha però "via" come nella colletta. Il seme gettato per strada non è destinato a nulla se non ad essere un buon pasto per gli uccelli del cielo. Dunque giungendo al significato, la Parola seminata non attecchisce, non porta frutto e per giunta "ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada".  
Il sacramentario Veronese trasmette un testo diverso da quello adottato nel Missale Romanum 2003 ma i concetti concordano: si chiede a Dio di mostrare la luce della verità, che è Cristo, perché coloro che sono in cammino (errantes) possano riconquistare la retta via, perduta, quella via sulla quale la Parola non aderisce, perché non adatta, non fertile. E la retta via che è Cristo stesso si manifesta in un modo chiaro e cioé che tutti coloro che sono cristiani ovvero coloro che seguono il Cristo, devono respingere ciò che è contrario a questo nome e di seguire ciò che gli è conforme. La lettura di questa lunga pericope non deve scoraggiare. Non possiamo credere che il terreno, quello buono, non porti con sé luoghi, sterili, sassosi o pieni di rovi. L'applicazione necessaria è quella di leggere il vangelo sub specie Verbi, dal punto di vista della Parola e non dal nostro, perché non possiamo, come il contadino, forzare a nostro piacimento, la semente ed i suoi frutti.

Da qui deriva il secondo rilievo legato ed ispirato dalla letteratura italiana del Novecento ed in particolare dalla poesia I seminatori di Gabriele D'Annunzio. Il poeta ricorre ad una retorica che trasfigura nel mito e nel mondo sacrale l'azione faticosa della semina: 

Van per il campo i validi garzoni
guidando i buoi da la pacata faccia;
e, dietro quelli, fumiga la traccia
del ferro aperta alle seminagioni.
Poi, con un largo gesto delle braccia,
spargon gli adulti la semenza; e i buoni
vecchi, levando al ciel le orazloni,
pensan frutti opulenti, se a Dio piaccia.


Quasi una pia riconoscenza umana
oggi onora la Terra. Nel modesto
 lume del sole, al vespero, il nivale

tempio dei monti innalzasi: una piana
canzon levano gli uomini, e nel gesto
hanno una maestà sacerdotale.

Al "largo gesto delle braccia" ricco di una "maestà sacerdotale" si affianca il desiderio umile del seminatore che sa di compiere un'azione umana, ma il cui esito non è totalmente gestibile. Nella scena descritta dai versi il contadino non fa che alzare gli occhi al cielo per implorare messi abbondanti sempre che "a Dio piaccia". Noi ascoltatori del Vangelo siamo quindi spinti a rivolgere al cielo i nostri animi, sursum corda, perché Dio compia ciò che la prima lettura tratta dalle profezie di Isaia descrive: 

Così die il Signore: «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata» (Is 55, 10-11).

Il terzo rilievo, suggestivo per diversi particolari, è dato da un quadro di Vincent Van Gogh. Egli prima di essere il noto pittore conosciuto e studiato nei libri di scuola e nelle mostre che possiamo aver visto nelle nostre città, forse sull'esempio del padre, pastore protestante, desiderava dedicarsi alla predicazione della Parola. Da qui possiamo intravedere le motivazioni per cui una trentina di sue opere sono la rielaborazione di un medesimo soggetto: Il seminatore di Jean Francois Millet. Tra le tante versioni ne scegliamo una, del 1888 conservata al Museo Kröller-Müller di Otterlo, Il seminatore al tramonto.

V. Van Gogh, Il seminatore al tramonto, Museo Kröller-Müller, Otterlo

I due elementi fondamentali per spiegare questo quadro sono i colori invertiti del cielo e del campo. Blu per il campo e giallo per il cielo ad indicare il mistero della Risurrezione ed Ascensione di Cristo per cui il cielo discende sulla terra e la terra sale al cielo.

Per tornare alla colletta, mentre D'Annunzio ci offre la visione di come il gesto della semina sia denso per la sua simbolica, il dipinto di Van Gogh mostra la semina in un contesto aderente al brano evangelico. In particolare l'attenzione si ferma sulla "via", il piccolo sentiero disposto da Van Gogh all'inizio del quadro, quasi a dare all'osservatore la sensazione di guardare l'orizzonte dal sentiero. Nella composizione iconica non mancano gli uccelli del Vangelo intenti a sorvolare in cerca del seme caduto sulla strada. Il sentiero però non è tortuoso; è breve e quasi viene assorbito dal blu. La sua direzione è orientata verso il Sole che splende all'orizzonte. La composizione di Van Gogh oltre ad essere volutamente invertita (sole spelndente durante la semina di Novembre, terra blu, cielo giallo) esprime, secondo me la visione della colletta da cui abbiamo cominciato. In essa infatti il piccolo sentiero è giallo, più spento rispetto al Sole ed al cielo. Si tratta di un riflesso di luce, di un colore particolare della terra? Non lo sappiamo, ma la suggestione può essere quella di una via che è stata tracciata e poi perduta, anche se la meta rimane comunque l'orizzonte con il sole che tramonta. Allora la condizione umana di deviare di smarrire la "retta via" non è uno smarrimento disperato visto che rimane la possibilità di una conversione che può riorientare la vita e le azioni proprio verso il Cristo, come il sentiero del quadro che riconduce verso il Sole che dall'alto "sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace" (Lc 1, 78-79).

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