martedì 6 maggio 2014

Stat Crux! La croce nella Liturgia cattolica. Alcune riflessioni

Questo post è il tentativo di riflettere brevemente sul significato della croce, come oggetto in uso nella liturgia e come simbolo centrale della teologia eucaristica. 

Tanti aspetti ed argomenti saranno solo accennati, ma vogliamo comunque creare un discorso sull'importanza della croce nelle nostre assemblee. 

La riflessione nasce dalla visione di una serie di documentari sul monastero di san Salvatore e santa Giulia a Brescia.



All'interno del vetusto cenobio, soppresso da Napoleone, si trova l'oratorio delle monache, santa Maria in Solario. Al suo interno, meravigliosamente affrescato tanto da stupire per la finezza e lo splendore delle immagini, è conservata una croce astile o processionale detta “di Desiderio”. Si tratta di una croce medievale, rimaneggiata nel XVII secolo che, come si sa dalle fonti del monastero, era una preziosa suppellettile liturgica in uso nelle celebrazioni. L'oratorio monastico è oggi uno scrigno museale per la croce, oggetto d'arte sacra di bellezza suggestiva. 


Volendo focalizzare l'attenzione su alcune caratteristiche di un'oggetto d'arte come la croce e le dinamiche processionali e teologiche del culto cattolico, il nostro punto di partenza è il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica che alla domanda “Che cos'è la Liturgia?” risponde:

«La liturgia è la celebrazione del Mistero di Cristo e in particolare del suo Mistero pasquale. In essa, mediante l’esercizio dell’ufficio sacerdotale di Gesù Cristo, con segni si manifesta e si realizza la santificazione degli uomini e viene esercitato dal Corpo mistico di Cristo, cioè dal Capo e dalle membra, il culto pubblico dovuto a Dio» (n. 218).


Il Compendio riassume i paragrafi corrispondenti del Catechismo della Chiesa cattolica (1066-1070).


Questa definizione si fonda quindi sul volere del Padre di salvare il mondo attraverso il dono del Figlio e di rimanere presente con lo Spirito santo, vivificante e amico degli uomini. L'opera della redenzione, non è solo una categoria teologica ma è l'intero sacrificio che Cristo ha compiuto e che la Chiesa celebra fino al canto del prefazio I di Pasqua che riferendosi a Cristo dice: "morendo ha distrutto la nostra morte e risorgendo ci ha ridonato la vita".


Per questo, nella Liturgia, la Chiesa celebra principalmente il Mistero pasquale per mezzo del quale Cristo ha compiuto l'opera della nostra salvezza (CCC 1067).


Il linguaggio simbolico della liturgia ha voluto esprimere tutto questo secondo differenti sensibilità teologiche e visive. Nelle chiese paleocristiane come negli antichi edifici di culto orientali, l'abside, elemento architettonico già di per sé evocativo, possedeva la rappresentazione della Croce, gemmata, gloriosa, rivestita di venerabilità perché intesa come strumento o soglia che ha dato l'accesso alla salvezza in quanto altare del sacrificio del Signore.



Dalla raffigurazione della croce gloriosa, che occupava tutto il catino absidale, come nella basilica di san Clemente, o una sua parte come nella Basilica di sant'Apollinare in Classe a Ravenna, nella basilica di san Giovanni in Laterano o nell'etimasia di san Paolo fuori le mura, si è passati al Crocifisso, frutto di una cambio di prospettiva teologica e anche devozionale, che non vedeva più solo il trionfo del Signore risorto ma anche tutto il dolore ed il peso della Passione sofferta “pro vobis et pro multis


L'attuale liturgia, nella forma ordinaria, prevede in base all'Ordinamento Generale del Messale romano 117:



Sull’altare, o vicino ad esso, si collochi la croce con l’immagine di Cristo crocifisso. I candelabri e la croce con l’immagine di Cristo crocifisso si possono portare nella processione di ingresso.

In poche parole si riassume la prassi liturgica romana di secoli. L'apparato visivo e sensibile delle chiese cristiane e della liturgia cattolica, non può prescindere dalla dichiarazione estetica di un mistero di Redenzione attuato per amore e simbolizzato che deve permanere al centro della vita di fede del cristiano.


Se ricordiamo che la professione di fede porta il credente a vivere “come Cristo”, la celebrazione ed il culto del Signore sono quindi inseparabili dal mistero della croce, in tutta la gamma dei suoi significati e delle sue simbolizzazioni. In questo vedo la ripetizione, numerica tendente ad infinito delle croci, materialmente prodotte e segnate dovunque nel mondo cristiano, dalla croce sul pane, a quella sui lini dell'altare, sulle vesti liturgiche, sulle pareti delle chiese, sul cero pasquale, sull'altare, e dovunque si ponga l'occhio del credente (in casa, per strada, nelle piazze) nei luoghi di vita, di lavoro, di riposo e anche di morte, perché dire croce significa dire anche risurrezione.
Solo in margine mi riferisco all'insegnamento di Benedetto XVI che, anche da cardinale si è espresso sul significato di porre la croce, al centro, sull'altare tra celebrante e fedeli. Mi riferisco a lui citando la prefazione che compose per il volume della sua opera omnia, dedicato alla teologia liturgica. 

L’idea che sacerdote e popolo nella preghiera dovrebbero guardarsi reciprocamente è nata solo nella cristianità moderna ed è completamente estranea in quella antica. Sacerdote e popolo certamente non pregano uno verso l’altro, ma verso l’unico Signore. Quindi guardano nella preghiera nella stessa direzione: o verso Oriente come simbolo cosmico per il Signore che viene, o, dove questo non fosse possibile, verso una immagine di Cristo nell’abside, verso una croce, o semplicemente verso il cielo, come il Signore ha fatto nella preghiera sacerdotale la sera prima della sua Passione (Giovanni 17, 1). Intanto si sta facendo strada sempre di più, fortunatamente, la proposta da me fatta alla fine del capitolo in questione nella mia opera: non procedere a nuove trasformazioni, ma porre semplicemente la croce al centro dell’altare, verso la quale possano guardare insieme sacerdote e fedeli, per lasciarsi guidare in tal modo verso il Signore, che tutti insieme preghiamo.

Croce costantiniana, San Giovanni in Laterano
Come affermato dall'Ordinamento Generale del Messale romano si tratta di avere “sull'altare o vicino ad esso” una croce, possibilmente artisticamente rilevante, con l'immagine del Crocifisso. Questo precetto rimane solo nelle chiese cattoliche ed ortodosse che condividono la stessa venerazione liturgica per la croce di Cristo, anche se nel mondo bizantino riveste i toni di maggior patos e di una maggiore ritualizzazione. Le chiese della riforma considerano solo la croce, di solito semplici e minimali, mentre nelle Chiese anglicane la croce, sempre senza l'immagine del Crocifisso, ancora ha le caratteristiche estetiche e simboliche di una croce gloriosa. Suscita una certa perplessità il sincretismo liturgico che serpeggia sui nostri altari con la tendenza ad eliminare alternativamente la croce, ridotta a volte in forme stilizzate appena visibili e liturgicamente insignificanti, e il Crocifisso, a deturpare in forme “artistiche” opinabili o fuori luogo il simbolo per eccellenza, e ad esagerare o confondere le tradizioni. Dico questo soprattutto in riferimento a quelle chiese cattoliche in cui per le motivazioni più varie, lontane dalla teologia o dalla Liturgia, Il crocifisso dell'altare, in tempo di Pasqua, viene sostituito da statue del risorto o da croci “vuote” avvolte da “sudari” bianchi. Su quest'ultima scelta “pastorale” o “liturgica” mi chiedo: che senso ha seguire la tradizione bizantina di adornare il legno della croce con un velo bianco all'interno della liturgia romana e latina che non prevede come quella orientale il rito della deposizione dalla croce? Ammirare le croci bizantine nel tempo di pasqua, ornate con corone di fiori e avvolte da bianchi sudari è la conseguenza liturgica dei riti del venerdì santo. Nelle chiese latine, ad esclusione della grande processione che a Gerusalemme ripercorre i momenti della passione del Cristo e di quelle chiese particolari che per tradizione popolare ancora oggi, fuori dalla celebrazione della passione del Signore, compiono la “deposizione” dalla croce dell'immagine del Crocifisso, ha veramente senso innalzare croci “pasquali”? La domanda rimane aperta anche se per formazione e per sensibilità personale il responso, credo, debba essere nettamente negativo.


Deposizione dalla croce, Pontificio Collegio Greco, Roma


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