giovedì 29 maggio 2014

L'Ascensione del Signore



Tutti gli anni il formulario della liturgia dell'Ascensione riporta come prima lettura il brano iniziale degli Atti degli Apostoli:
Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo. Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo».

Il versetto 12, non letto nella liturgia di oggi, ricorda che l’Ascensione è avvenuta nell’orto degli Ulivi: 

“Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in giorno di sabato”.

A Gerusalemme i luoghi di riferimento per la festa dell’Ascensione sono due. Il primo è la Basilica dell’Eleona 

“(cioè: nell’oliveto). Essa fu una delle tre basiliche costruite da s. Elena, al tempo di Costantino, sulle tre «mistiche grotte»: quella del S. Sepolcro, di Betlemme e del Monte degli Ulivi. Queste grotte avevano conservato i ricordi più cari ai cristiani. L’edificio era a tre navate con davanti un portico e dei propilei. Nella cripta era venerata la grotta dove, secondo Eusebio di Cesarea, «Gesù iniziò i suoi discepoli ai sacri misteri» (Dim. Evang., 4,18). Il riferimento è al capito 24 di Matteo dove Gesù siede sul Monte degli Ulivi con i discepoli e parla della fine del mondo. Anche Luca (Lc 21,37) e Giovanni (Gv 8,1) parlano effettivamente di un ritiro di Gesù al monte degli Ulivi con i suoi discepoli. Nel Medioevo si pensò alla grotta come il luogo dove Gesù avrebbe insegnato ai discepoli il Padre Nostro, anche se ciò avvenne in Galilea (il Padre Nostro: Lc 11,1-8). La grotta è in realtà un antico sepolcro giudaico; ciò rende impossibile pensare ad una qualche sua originalità; la forma attuale è dovuta ai bizantini. Gli edifici attuali hanno iniziato a sorgere alla fine del secolo scorso, in un secondo tempo fu aggiunto il Chiostro del Pater e nel 1875 fu costruito il convento sulle rovine della chiesa crociata. Nel Chiostro, silenzioso e suggestivo, le lapidi in maiolica riportano la preghiera del Signore in più lingue. Altre lapidi furono aggiunte nel recinto che contiene i pochi resti dell’Eleona”.

All’Eleona si affianca l’altro luogo di culto, oggi testimoniato da una piccola edicola ottagona:



“In epoca bizantina esisteva in questa zona una chiesa detta Imbobom, cioè "sulla vetta", fatta costruire da Pomenia, una ricca matrona, nel 378 e visitata due anni dopo dalla pellegrina Egeria; la chiesa, incendiata dai persiani, fu restaurata successivamente e visitata nel 670 dal pellegrino Arculfo. Il recinto, entro cui è racchiusa l'edicola dell’ascensione, sorge sui resti della costruzione crociata ed ha la forma di un ottagono. Anche l'edicola, ornata di archetti sostenuti da colonnette con capitelli semplici, è di origine crociata e fu trasformata in moschea dopo la vittoria di Saladino nel 1187. L'edicola si trovava all'interno della grande chiesa crociata della quale rimangono ancora parte delle mura. La cupola era aperta verso il cielo per un evidente motivo simbolico. Nel 1200 l'edicola fu chiusa in alto ed è giunta così fino a noi. All'interno è venerata da una tradizione cristiana e musulmana (la fede musulmana ammette l'ascensione di Gesù, ma non la sua morte e resurrezione) una pietra, isolata nel pavimento, sulla quale si vuol vedere l'impronta del piede sinistro di Gesù. Il pellegrino Arculfo (VII sec.) narra che la folla si accalcava per raccogliere la polvere sopra le impronte. La tradizione delle impronte di Gesù è dunque molto antica e testimoniata sin dalle lettere di Paolino da Nola (Ep. 31,4, circa il 401: «Così in tutta la superficie della basilica solo questo luogo rimane verdeggiante e la terra offre alla venerazione dei fedeli l'impronta dei piedi del Signore, in modo che davvero si può dire: noi lo abbiamo adorato là dove si sono posati i suoi piedi»). Nella piccola edicola e nel recinto, durante la festa dell'Ascensione, si alternano i cristiani delle varie confessioni nella celebrazione dei loro riti, l'ufficio divino e la S. Messa. Sul luogo dove Gesù fu visto per l'ultima volta dagli apostoli, è bello ricordare le espressioni finali del vangelo di Matteo: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). È doveroso precisare che questo luogo ricorda l’Ascensione per i cattolici, mentre gli ortodossi la ricordano all'interno del monastero russo (il luogo dell'incontro tra Paolo VI ed Atenagora). Il luogo reale dell'ascensione è ignoto (Lc parla genericamente di «monte degli Ulivi, verso Betania», cfr.Lc 24,44-53 e Atti 1,3-12)".
L'Imbomon
Al di là delle indicazioni di Agostino, che vede nella festa dell’Ascensione un origine chiaramente apostolica, le prime testimonianze della festa vengono da un frammento di Eusebio di Cesarea (anche se dubbio), di Gregorio di Nissa e dal testo delle Costituzioni Apostoliche (VIII, 3) che dà il nome alla festa: άναλέπσις (ascensione appunto).

Dalle memorie liturgiche tramandate nell’itinerarium Egeriae sappiamo che il giorno dell’Ascensione c’era una veglia notturna e la messa stazionale del giorno a Betlemme creando il parallelo tra la grotta della Natività da cui tutto ha avuto origine e quella degli Olivi dove tutto ha avuto il compimento. Egeria però racconta che la memoria dell’Ascensione avveniva nel giorno di Pentecoste: si aveva la messa vigilare all’Anastasis, la messa del giorno alla basilica del Martyrium, una processione fino “a Sion” per celebrare esattamente all’ora terza, l’ora della discesa dello Spirito; dopo l’ora sesta ci si recava all’Imbomon “il luogo da cui il Signore ascese al cielo”. Qui con canti, inni e antifone “adatte al giorno” si ascoltava il brano degli Atti ed il Vangelo che raccontano “l’ascensione al cielo del Signore dopo la sua resurrezione”. La prassi liturgica agiopolita continua con la discesa, dopo l’ora nona, fino all’Eleona per la benedizione dei catecumeni, la preghiera della sera ed poi il ritorno in processione con inni e preghiere nuovamente verso il Martyrium.

Per l’indicazione temporale dei testi neotestamentari che vede l’ascensione al cielo al compimento del quarantesimo giorno dopo la Pasqua è credibile ritenere che questo tempo sia stato utilizzato, al di fuori di Gerusalemme, per fissare la celebrazione liturgica del mistero della vita del Signore. La prima omelia di papa Leone (73,1) ci conferma in questa dinamica quando riporta:

“Post beatam et gloriosam resurrectionem Domini nostri Iesu Christi […] quadragenarius hodie, dilectissimi, sanctorum dierum hodie expletus est numerus”.

Per la festa dell'ascensione è fondamentale ricordare che nell’antico ordinamento del calendario liturgico questa festa dovesse cadere al quarantesimo giorno dalla Pasqua. La tradizione unanime di Oriente e Occidente su un’unica celebrazione del mistero pasquale è stata però snaturata, almeno in Italia, nel posticipare la solennità alla domenica successiva. Risulta evidente che una scelta di questo tipo, ingiustificabile, ha portato allo svilimento di uno degli elementi più antichi della festa trasformando la festa in un anacronismo fino al punto che l'hodie che cantiamo nei testi della solennità del Signore non corrispondono né al Vangelo né alla tradizione. 


In riferimento agli scritti di san Leone Magno, ricordiamo che la colletta del formulario dell’Ascensione trasmette un’allusione a un concetto espresso in entrambi i sermones leoniani.

L’eucologia afferma:



Esulti di santa gioia la tua Chiesa, Signore, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché in Cristo, asceso al cielo, la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere il nostro capo nella gloria.

Fac nos, omnípotens Deus, sanctis exsultáre gáudiis, et pia gratiárum actióne lætári, quia Christi Fílii tui ascénsio est nostra provéctio, et quo procéssit glória cápitis, eo spes vocátur et córporis.

Siamo alla fine dell’omelia prima (del 1° giugno 444) e papa Leone cercando di instillare nei presenti il sentimento di profonda gioia per la festa che celebra arreca loro il motivo che permea di altezza teologica tutta la festa:


Poiché l’ascensione di Cristo è il nostro innalzamento, e per questo ci rallegriamo di un devoto rendimento di grazie.
Quia igitur Christi ascensio nostra provectio est, et pia gratiarum actionem laetemur (73,4)

Nel secondo sermone (17 maggio 445) il tenore e la spiegazione riprendono lo stesso tema: 

Nella festa di Pasqua la risurrezione del Signore è stata per noi motivo di grande letizia. Così ora è causa di ineffabile gioia la sua ascensione al cielo. Oggi infatti ricordiamo e celebriamo il giorno in cui la nostra povera natura è stata elevata in Cristo fino al trono di Dio Padre, al di sopra di tutte le milizie celesti, sopra tutte le gerarchie angeliche, sopra l`altezza di tutte le potestà.


Sicut ergo in solemnitate paschali resurrectio nobis Domini fuit causa laetandi, ita ascensio eius in caelos praesentium nobis est materia gaudiorum, recolentibus illum diem et rite venerantibus  quo natura nostrae humilitatis in Christo supra omnem caeli militiam, supra omnes ordines angelorum, et ultra cunctarum altitudinem potestatum ad Dei Patris est provecta consessum.  (72,1)

Nulla di quanto è umano e carnale, di quella carne che Cristo stesso ha assunto nella sua nascita viene rigettato dal cielo. Il cielo del Cristianesimo non è un un luogo da cui è esclusa l'umanità, perché essa entra a pieno titolo, si pone alla destra del Padre nel corpo glorificato del Signore risorto, e questo è secondo papa Leone il motivo della grande gioia per i cristiani che celebrano l'Ascensione al cielo del Signore. 


Tra gli elementi caratteristici dell'ascensione possiamo ricordare che  tra le tante processioni della liturgia, e in particolare quelle che costellano secondo Egeria il tempo tra l'ascensione e la pentecoste, come annota il Righetti (Manuale di Storia liturgica, II, ed. 2005, 306-307) nel Medioevo gallicano prima della messa si usciva dalla chiesa per una processione commemorativa dell'ascesa al cielo del Signore al canto dell’inno Gloria Laus di Teodolfo di Orleans, ritualità per altro sconosciuta negli Ordines Romani.

San Giovanni Paolo II, sempre in riferimento al suo predecessore Leone, in un'omelia del 1979 ricordò ai fedeli presenti un altro elemento decisivo della festa odierna:

La seconda riflessione sul significato dell’Ascensione si trova in questa frase: “Gesù prese il suo posto”. Dopo aver sopportato l’umiliazione della sua passione e morte, Gesù prese il suo posto alla destra di Dio; prese il suo posto con il suo eterno Padre. Ma egli è entrato in cielo come nostro capo, per cui, secondo l’espressione di Leone Magno (cf. S. Leone Magno, Sermo I de Ascensione Domini), “la gloria del capo” è diventata “la gloria del corpo”. Per tutta l’eternità Cristo è ora al suo posto come “il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29): la nostra natura è con Dio per mezzo di Cristo. E come uomo, il Signore Gesù vive per sempre ad intercedere per noi presso il Padre (cf.Eb 7,25). Nello stesso tempo, dal suo trono di gloria, Gesù invia a tutta la Chiesa un messaggio di speranza e una chiamata alla santità. Per i meriti di Cristo, per la sua intercessione presso il Padre, noi diventiamo capaci, in lui, di raggiungere la giustizia e la santità della vita. La Chiesa può certo sperimentare difficoltà, il Vangelo può incontrare ostacoli, ma poiché Gesù è alla destra del Padre, la Chiesa non conoscerà mai disfatte. La vittoria di Cristo è anche la nostra. La potenza del Cristo glorificato, Figlio diletto dell’eterno Padre, è sovrabbondante per sostenere ciascuno e tutti noi nelle difficoltà della nostra dedizione al regno di Dio e nella generosità del nostro celibato. L’efficacia dell’Ascensione di Cristo tocca ciascuno e tutti nella realtà concreta della nostra vita quotidiana. Per questo mistero, la vocazione della Chiesa è quella “di attendere in gioiosa speranza la venuta del nostro Salvatore Gesù Cristo”.




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