giovedì 29 maggio 2014

L'Ascensione del Signore



Tutti gli anni il formulario della liturgia dell'Ascensione riporta come prima lettura il brano iniziale degli Atti degli Apostoli:
Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo. Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo».

Il versetto 12, non letto nella liturgia di oggi, ricorda che l’Ascensione è avvenuta nell’orto degli Ulivi: 

“Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in giorno di sabato”.

A Gerusalemme i luoghi di riferimento per la festa dell’Ascensione sono due. Il primo è la Basilica dell’Eleona 

“(cioè: nell’oliveto). Essa fu una delle tre basiliche costruite da s. Elena, al tempo di Costantino, sulle tre «mistiche grotte»: quella del S. Sepolcro, di Betlemme e del Monte degli Ulivi. Queste grotte avevano conservato i ricordi più cari ai cristiani. L’edificio era a tre navate con davanti un portico e dei propilei. Nella cripta era venerata la grotta dove, secondo Eusebio di Cesarea, «Gesù iniziò i suoi discepoli ai sacri misteri» (Dim. Evang., 4,18). Il riferimento è al capito 24 di Matteo dove Gesù siede sul Monte degli Ulivi con i discepoli e parla della fine del mondo. Anche Luca (Lc 21,37) e Giovanni (Gv 8,1) parlano effettivamente di un ritiro di Gesù al monte degli Ulivi con i suoi discepoli. Nel Medioevo si pensò alla grotta come il luogo dove Gesù avrebbe insegnato ai discepoli il Padre Nostro, anche se ciò avvenne in Galilea (il Padre Nostro: Lc 11,1-8). La grotta è in realtà un antico sepolcro giudaico; ciò rende impossibile pensare ad una qualche sua originalità; la forma attuale è dovuta ai bizantini. Gli edifici attuali hanno iniziato a sorgere alla fine del secolo scorso, in un secondo tempo fu aggiunto il Chiostro del Pater e nel 1875 fu costruito il convento sulle rovine della chiesa crociata. Nel Chiostro, silenzioso e suggestivo, le lapidi in maiolica riportano la preghiera del Signore in più lingue. Altre lapidi furono aggiunte nel recinto che contiene i pochi resti dell’Eleona”.

All’Eleona si affianca l’altro luogo di culto, oggi testimoniato da una piccola edicola ottagona:



“In epoca bizantina esisteva in questa zona una chiesa detta Imbobom, cioè "sulla vetta", fatta costruire da Pomenia, una ricca matrona, nel 378 e visitata due anni dopo dalla pellegrina Egeria; la chiesa, incendiata dai persiani, fu restaurata successivamente e visitata nel 670 dal pellegrino Arculfo. Il recinto, entro cui è racchiusa l'edicola dell’ascensione, sorge sui resti della costruzione crociata ed ha la forma di un ottagono. Anche l'edicola, ornata di archetti sostenuti da colonnette con capitelli semplici, è di origine crociata e fu trasformata in moschea dopo la vittoria di Saladino nel 1187. L'edicola si trovava all'interno della grande chiesa crociata della quale rimangono ancora parte delle mura. La cupola era aperta verso il cielo per un evidente motivo simbolico. Nel 1200 l'edicola fu chiusa in alto ed è giunta così fino a noi. All'interno è venerata da una tradizione cristiana e musulmana (la fede musulmana ammette l'ascensione di Gesù, ma non la sua morte e resurrezione) una pietra, isolata nel pavimento, sulla quale si vuol vedere l'impronta del piede sinistro di Gesù. Il pellegrino Arculfo (VII sec.) narra che la folla si accalcava per raccogliere la polvere sopra le impronte. La tradizione delle impronte di Gesù è dunque molto antica e testimoniata sin dalle lettere di Paolino da Nola (Ep. 31,4, circa il 401: «Così in tutta la superficie della basilica solo questo luogo rimane verdeggiante e la terra offre alla venerazione dei fedeli l'impronta dei piedi del Signore, in modo che davvero si può dire: noi lo abbiamo adorato là dove si sono posati i suoi piedi»). Nella piccola edicola e nel recinto, durante la festa dell'Ascensione, si alternano i cristiani delle varie confessioni nella celebrazione dei loro riti, l'ufficio divino e la S. Messa. Sul luogo dove Gesù fu visto per l'ultima volta dagli apostoli, è bello ricordare le espressioni finali del vangelo di Matteo: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). È doveroso precisare che questo luogo ricorda l’Ascensione per i cattolici, mentre gli ortodossi la ricordano all'interno del monastero russo (il luogo dell'incontro tra Paolo VI ed Atenagora). Il luogo reale dell'ascensione è ignoto (Lc parla genericamente di «monte degli Ulivi, verso Betania», cfr.Lc 24,44-53 e Atti 1,3-12)".
L'Imbomon
Al di là delle indicazioni di Agostino, che vede nella festa dell’Ascensione un origine chiaramente apostolica, le prime testimonianze della festa vengono da un frammento di Eusebio di Cesarea (anche se dubbio), di Gregorio di Nissa e dal testo delle Costituzioni Apostoliche (VIII, 3) che dà il nome alla festa: άναλέπσις (ascensione appunto).

Dalle memorie liturgiche tramandate nell’itinerarium Egeriae sappiamo che il giorno dell’Ascensione c’era una veglia notturna e la messa stazionale del giorno a Betlemme creando il parallelo tra la grotta della Natività da cui tutto ha avuto origine e quella degli Olivi dove tutto ha avuto il compimento. Egeria però racconta che la memoria dell’Ascensione avveniva nel giorno di Pentecoste: si aveva la messa vigilare all’Anastasis, la messa del giorno alla basilica del Martyrium, una processione fino “a Sion” per celebrare esattamente all’ora terza, l’ora della discesa dello Spirito; dopo l’ora sesta ci si recava all’Imbomon “il luogo da cui il Signore ascese al cielo”. Qui con canti, inni e antifone “adatte al giorno” si ascoltava il brano degli Atti ed il Vangelo che raccontano “l’ascensione al cielo del Signore dopo la sua resurrezione”. La prassi liturgica agiopolita continua con la discesa, dopo l’ora nona, fino all’Eleona per la benedizione dei catecumeni, la preghiera della sera ed poi il ritorno in processione con inni e preghiere nuovamente verso il Martyrium.

Per l’indicazione temporale dei testi neotestamentari che vede l’ascensione al cielo al compimento del quarantesimo giorno dopo la Pasqua è credibile ritenere che questo tempo sia stato utilizzato, al di fuori di Gerusalemme, per fissare la celebrazione liturgica del mistero della vita del Signore. La prima omelia di papa Leone (73,1) ci conferma in questa dinamica quando riporta:

“Post beatam et gloriosam resurrectionem Domini nostri Iesu Christi […] quadragenarius hodie, dilectissimi, sanctorum dierum hodie expletus est numerus”.

Per la festa dell'ascensione è fondamentale ricordare che nell’antico ordinamento del calendario liturgico questa festa dovesse cadere al quarantesimo giorno dalla Pasqua. La tradizione unanime di Oriente e Occidente su un’unica celebrazione del mistero pasquale è stata però snaturata, almeno in Italia, nel posticipare la solennità alla domenica successiva. Risulta evidente che una scelta di questo tipo, ingiustificabile, ha portato allo svilimento di uno degli elementi più antichi della festa trasformando la festa in un anacronismo fino al punto che l'hodie che cantiamo nei testi della solennità del Signore non corrispondono né al Vangelo né alla tradizione. 


In riferimento agli scritti di san Leone Magno, ricordiamo che la colletta del formulario dell’Ascensione trasmette un’allusione a un concetto espresso in entrambi i sermones leoniani.

L’eucologia afferma:



Esulti di santa gioia la tua Chiesa, Signore, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché in Cristo, asceso al cielo, la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere il nostro capo nella gloria.

Fac nos, omnípotens Deus, sanctis exsultáre gáudiis, et pia gratiárum actióne lætári, quia Christi Fílii tui ascénsio est nostra provéctio, et quo procéssit glória cápitis, eo spes vocátur et córporis.

Siamo alla fine dell’omelia prima (del 1° giugno 444) e papa Leone cercando di instillare nei presenti il sentimento di profonda gioia per la festa che celebra arreca loro il motivo che permea di altezza teologica tutta la festa:


Poiché l’ascensione di Cristo è il nostro innalzamento, e per questo ci rallegriamo di un devoto rendimento di grazie.
Quia igitur Christi ascensio nostra provectio est, et pia gratiarum actionem laetemur (73,4)

Nel secondo sermone (17 maggio 445) il tenore e la spiegazione riprendono lo stesso tema: 

Nella festa di Pasqua la risurrezione del Signore è stata per noi motivo di grande letizia. Così ora è causa di ineffabile gioia la sua ascensione al cielo. Oggi infatti ricordiamo e celebriamo il giorno in cui la nostra povera natura è stata elevata in Cristo fino al trono di Dio Padre, al di sopra di tutte le milizie celesti, sopra tutte le gerarchie angeliche, sopra l`altezza di tutte le potestà.


Sicut ergo in solemnitate paschali resurrectio nobis Domini fuit causa laetandi, ita ascensio eius in caelos praesentium nobis est materia gaudiorum, recolentibus illum diem et rite venerantibus  quo natura nostrae humilitatis in Christo supra omnem caeli militiam, supra omnes ordines angelorum, et ultra cunctarum altitudinem potestatum ad Dei Patris est provecta consessum.  (72,1)

Nulla di quanto è umano e carnale, di quella carne che Cristo stesso ha assunto nella sua nascita viene rigettato dal cielo. Il cielo del Cristianesimo non è un un luogo da cui è esclusa l'umanità, perché essa entra a pieno titolo, si pone alla destra del Padre nel corpo glorificato del Signore risorto, e questo è secondo papa Leone il motivo della grande gioia per i cristiani che celebrano l'Ascensione al cielo del Signore. 


Tra gli elementi caratteristici dell'ascensione possiamo ricordare che  tra le tante processioni della liturgia, e in particolare quelle che costellano secondo Egeria il tempo tra l'ascensione e la pentecoste, come annota il Righetti (Manuale di Storia liturgica, II, ed. 2005, 306-307) nel Medioevo gallicano prima della messa si usciva dalla chiesa per una processione commemorativa dell'ascesa al cielo del Signore al canto dell’inno Gloria Laus di Teodolfo di Orleans, ritualità per altro sconosciuta negli Ordines Romani.

San Giovanni Paolo II, sempre in riferimento al suo predecessore Leone, in un'omelia del 1979 ricordò ai fedeli presenti un altro elemento decisivo della festa odierna:

La seconda riflessione sul significato dell’Ascensione si trova in questa frase: “Gesù prese il suo posto”. Dopo aver sopportato l’umiliazione della sua passione e morte, Gesù prese il suo posto alla destra di Dio; prese il suo posto con il suo eterno Padre. Ma egli è entrato in cielo come nostro capo, per cui, secondo l’espressione di Leone Magno (cf. S. Leone Magno, Sermo I de Ascensione Domini), “la gloria del capo” è diventata “la gloria del corpo”. Per tutta l’eternità Cristo è ora al suo posto come “il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29): la nostra natura è con Dio per mezzo di Cristo. E come uomo, il Signore Gesù vive per sempre ad intercedere per noi presso il Padre (cf.Eb 7,25). Nello stesso tempo, dal suo trono di gloria, Gesù invia a tutta la Chiesa un messaggio di speranza e una chiamata alla santità. Per i meriti di Cristo, per la sua intercessione presso il Padre, noi diventiamo capaci, in lui, di raggiungere la giustizia e la santità della vita. La Chiesa può certo sperimentare difficoltà, il Vangelo può incontrare ostacoli, ma poiché Gesù è alla destra del Padre, la Chiesa non conoscerà mai disfatte. La vittoria di Cristo è anche la nostra. La potenza del Cristo glorificato, Figlio diletto dell’eterno Padre, è sovrabbondante per sostenere ciascuno e tutti noi nelle difficoltà della nostra dedizione al regno di Dio e nella generosità del nostro celibato. L’efficacia dell’Ascensione di Cristo tocca ciascuno e tutti nella realtà concreta della nostra vita quotidiana. Per questo mistero, la vocazione della Chiesa è quella “di attendere in gioiosa speranza la venuta del nostro Salvatore Gesù Cristo”.




mercoledì 28 maggio 2014

Condivido...

Che in Italia si legge poco è risaputo. Più esattamente secondo i dati del Centro per il libro e la lettura nel trimestre ottobre-dicembre 2010 solo un terzo della popolazione di età superiore ai quattordici anni ha letto e comprato almeno un libro all’anno e gli acquirenti sono in prevalenza laureati o diplomati che risiedono tra il Nord e il Centro Italia e hanno un profilo giovane (25-34 anni).
I “lettori forti”, quelli cioè che leggono almeno 12 libri all’anno rappresentano il 5% della popolazione. Ciò significa che nonostante la progressiva alfabetizzazione del nostro Paese, i lettori sono in diminuzione, negli ultimi anni. Del loro calo e della crisi dell’editoria molto è stato scritto sui giornali e detto in tivù adducendo come principale causa  la  crisi economica. E’ logico che in un periodo economico difficile, le famiglie taglino in primo luogo le spese culturali ma verosimilmente i motivi economici non bastano a spiegare il fenomeno del progressivo calo dei lettori, ci sono motivazioni più profonde.
Probabilmente  allora  è giusto pensare che nel nostro Paese – a differenza di quelli nordici - manchi una capillare educazione alla lettura che, a parere degli esperti, nasce fin da piccoli – addirittura in età prescolastica – nelle famiglie e nelle scuole. Per avere dei “lettori forti”, insomma, bisogna educarli fin dalla tenera età, offrendo loro in lettura libri adatti all’età e alle capacità di comprensione, diversamente la lettura sarà considerata  un obbligo scolastico, non un piacere e con la crescita i giovani smetteranno di leggere.
Fondamentale, pertanto, resta sapere educare alla lettura. Normalmente, è un buon lettore chi ha avuto come iniziatore alla lettura un genitore  che prima di addormentarsi ha letto al proprio figlio un libro o un buon maestro o un buon insegnante che ha saputo appassionare i suoi allievi. Oggi, invece, nelle scuole purtroppo si legge poco e male. Come avvicinare i ragazzi alla lettura in un mondo sollecitato da una quantità di stimoli (televisione, computer, tablet, cellulari, ecc.),  che troppo spesso distolgono da una concentrazione che la lettura esige da loro e arriva sempre più debole? Ecco perché gli adulti in primo luogo  devono impedire a ogni costo che i giovani odino la lettura fin dai tempi scolastici, al contrario devono saper trasmettere l’amore per i libri alle nuove generazioni. E se per invertire l’attuale tendenza si ricominciasse anche dalla scuola?  “Leggere a scuola” vuol essere appunto un contributo concreto a favorire l’amore per la lettura nell’età scolastica.



venerdì 23 maggio 2014

Una nuova edizione critica delle Apologie di Giustino

Justin, philosopher and martyr: Apologies
ed. D. Minns, P. Parvis
Oxford 2009
pp. 358
€ 127

Nelle mie abituali visite alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma sono solito fermarmi a consultare testi che, alle volte irragionevolmente, non possono essere richiesti in prestito. Anche nell'ultima visita, nell’accomodarmi nella sala Humanistica, ho fatto la ronda agli scaffali delle novità. Al di là della sempre più deprimente scarsità di nuovi volumi acquistati, per l’annoso problema che prevede tagli alle biblioteche, perché in fondo i libri non servono (sic!), ho trovato un libro interessante per le mie frequentazioni liturgiche.

Si tratta di una nuova edizione critica delle Apologie di Giustino

Quello delle edizioni critiche dei testi patristici, ed in particolare di autori come Giustino, fondamentali per un approccio serio ed accademico alla scientia liturgica, è un mondo che offre sempre nuovi lidi cui approdare per un buono studio delle fonti.

La nuova edizione critica delle due Apologie di Giustino si intitola  Justin, Philosopher and Martyr: Apologies è a cura di Denis Minns e Paul Parvis, il primo è priore del convento domenicano di St James a Sydney, mentre il secondo  è un fellow onorario della facoltà di teologia Edinburgo, ed appare nel 2009 per i tipi dell’Università di Oxoford, nella prestigiosa collana Oxford Early Christian Texts.

Il volume offre agli studiosi una nuova edizione critica che ritengo non superi le edizioni precedenti (Sources chrétiennes 507, Collection des études augustiniennes. Série Antiquité 117 e l’edizione critica di p. Pfättisch OSB). L’opera è corredata di introduzione, traduzione inglese a fronte e commento. La cura del volume, come è ovvio per un libro stampato da una così importante sede universitaria, si nota anche nei caratteri greci che sono stati utilizzati: gradevoli e raffinati per una leggibilità qualitativamente elevata.

La nuova edizione presenta il testo greco originale delle Apologie restituito in una versione più fedele dell’opera apologetica di Giustino. A fronte del testo greco i curatori hanno elaborato una moderna traduzione, fluente ed allo stesso tempo fedele, nonostante i limiti oggettivi della lingua inglese per la resa effettiva dell’originale.

Dopo una prefazione e le abbreviazioni il volume è suddiviso in  due sezioni: l’introduzione in quattro parti e ed il testo con la traduzione. L’indice non riporta nel dettaglio i sotto-paragrafi delle quattro sezioni dell’introduzione (Il testo(i) di Giustino - L’uomo e la sua opera - Il mondo di Giustino - L’apparato critico). L’ampia ed esauriente bibliografia, che permette un viaggio retrospettivo sullo status quaetionis, con l’indice concludono il libro.

Gli strumenti dati dall’Introduzione tracciano sommariamente la complessa storia del testo manoscritto e a stampa e discute anche il legame tra la prima e la seconda Apologia proponendo in merito alcune soluzioni per risolverne i nodi principali.  La scelta dei curatori è stata quella di creare un’agile mappa, culturale e storica, del contesto in cui Giustino ha vissuto e scritto riuscendo a far emergere dal testo un'ulteriore comprensione del suo pensiero. Esso, spesso più raffinato e preciso di quanto sia stato riconosciuto in passato, ha avuto lo scopo di colmare il divario tra le due culture, quella pagana e quella cristiana, così come si nota ad esempio nella “teoria” dei semina verbi e nella teologia stessa elaborata da Giustino.

Per un liturgista, le Apologie rimangono una pietra miliare nello studio delle fonti del culto cristiano dei primi secoli a Roma, anche se bisogna sempre tener conto della natura di breve resoconto ai pagani in difesa della nascente fede cristiana e non di un trattato sui sacramenti. In merito a questo, anche se le Apologie sono direttamente collegate alla Didaché e con questa alla primigenia prassi liturgica romana, nel lavoro di Mins e Parvis non si trovano riferimenti o spiegazioni delle parti rituali. Nell’introduzione non compaiono per esempio riferimenti a ciò che Giustino dice dell’eucaristia e del battesimo. Questa mancanza obbliga quindi a far riferimento alle edizioni precedenti capaci di offrire dal punto di vista dogmatico, sacramentale e liturgico, uno studio più articolato e approfondito.  Non mancano invece parti dell'introduzione dedicate alla spiegazioni dei punti cruciali della teologia di Giustino, come per esempio la concezione di Cristo quale logos, ponte tra la concezione ellenica di anima razionale del mondo e incarnazione del Verbo.

La modernità del volume e dell’introduzione  rimane comunque un innegabile contributo alla ricerca sulle fonti patristiche, con il pregio di portare con sé strumenti agili e fruibili per un iniziale approccio scientifico al pensiero del cristianesimo dei primi secoli.

mercoledì 21 maggio 2014

Ai bibliofili e amanti della lettura.

Non si dica "Purché i giovani leggano" perché oggi come in passato un libro non vale l'altro. I grandi classici della letteratura non sono sullo stesso piano dei libri da bancarella e proprio perché classici hanno un valore eterno ed ubiquo. 

Non si dica la parola "censura" se si ritiene che ciò che è contenuto nei libri offende, plagia, corrompe e viola le coscienze e non merita di essere letto. I tempi dell'Inquisizione non sono solo quelli del passato; la censura, ideologica e modernissima, esiste ancora e si veste di tutti i colori e di tutte le parti politiche. Non si cerca di "censurare" i libri, ma si spera di far emergere dei "distinguo" generati e motivati dal buon senso perché

"Un libro indegno di essere letto una seconda volta è indegno pure di essere letto una prima". (Carlo Dossi, Note azzurre).

O come ricordava Nicolás Gómez Dávila


Appartengono alla letteratura tutti i libri che si possono leggere due volte (In margine a un testo implicito)

E secondo quanto afferma Calvino il valore di un buon libro si vede da alcune semplici regole: 

4. D'un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima.
5. D'un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura.
6. Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire 

Ecco perché storie ridicole, sguaiate, volgari e insulse non devono essere oggetto di "proibizione", ma solo di oblio, proprio perché come ricorda Auden: 

"Alcuni libri sono immeritatamente dimenticati; nessuno è ricordato immeritatamente". (Wystan Hugh Auden, Saggi).

Questo vuol dire anche guadagnare tempo, non disperdere ore, attenzione e diottrie a macinare pagine di libri che non costruiscono ma imbambolano o distolgono la ragione. Affidiamoci alle pagini immortali della letteratura mondiale, a quegli autori che hanno attraversato i secoli per la profondità e l'immenso lavoro che hanno consegnato al supporto di scrittura, nella continua composizione e ricomposizione di quegli elementi astratti e materiali che sono le lettere, mezzo di espressione del pensiero umano, che deve tendere all'eccellenza della tradizione e non alla mediocrità, all'altezza performativa di un linguaggio che realizza ciò che esprime e non della staticità di parole che informano, senza realmente comunicare.

martedì 6 maggio 2014

Stat Crux! La croce nella Liturgia cattolica. Alcune riflessioni

Questo post è il tentativo di riflettere brevemente sul significato della croce, come oggetto in uso nella liturgia e come simbolo centrale della teologia eucaristica. 

Tanti aspetti ed argomenti saranno solo accennati, ma vogliamo comunque creare un discorso sull'importanza della croce nelle nostre assemblee. 

La riflessione nasce dalla visione di una serie di documentari sul monastero di san Salvatore e santa Giulia a Brescia.



All'interno del vetusto cenobio, soppresso da Napoleone, si trova l'oratorio delle monache, santa Maria in Solario. Al suo interno, meravigliosamente affrescato tanto da stupire per la finezza e lo splendore delle immagini, è conservata una croce astile o processionale detta “di Desiderio”. Si tratta di una croce medievale, rimaneggiata nel XVII secolo che, come si sa dalle fonti del monastero, era una preziosa suppellettile liturgica in uso nelle celebrazioni. L'oratorio monastico è oggi uno scrigno museale per la croce, oggetto d'arte sacra di bellezza suggestiva. 


Volendo focalizzare l'attenzione su alcune caratteristiche di un'oggetto d'arte come la croce e le dinamiche processionali e teologiche del culto cattolico, il nostro punto di partenza è il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica che alla domanda “Che cos'è la Liturgia?” risponde:

«La liturgia è la celebrazione del Mistero di Cristo e in particolare del suo Mistero pasquale. In essa, mediante l’esercizio dell’ufficio sacerdotale di Gesù Cristo, con segni si manifesta e si realizza la santificazione degli uomini e viene esercitato dal Corpo mistico di Cristo, cioè dal Capo e dalle membra, il culto pubblico dovuto a Dio» (n. 218).


Il Compendio riassume i paragrafi corrispondenti del Catechismo della Chiesa cattolica (1066-1070).


Questa definizione si fonda quindi sul volere del Padre di salvare il mondo attraverso il dono del Figlio e di rimanere presente con lo Spirito santo, vivificante e amico degli uomini. L'opera della redenzione, non è solo una categoria teologica ma è l'intero sacrificio che Cristo ha compiuto e che la Chiesa celebra fino al canto del prefazio I di Pasqua che riferendosi a Cristo dice: "morendo ha distrutto la nostra morte e risorgendo ci ha ridonato la vita".


Per questo, nella Liturgia, la Chiesa celebra principalmente il Mistero pasquale per mezzo del quale Cristo ha compiuto l'opera della nostra salvezza (CCC 1067).


Il linguaggio simbolico della liturgia ha voluto esprimere tutto questo secondo differenti sensibilità teologiche e visive. Nelle chiese paleocristiane come negli antichi edifici di culto orientali, l'abside, elemento architettonico già di per sé evocativo, possedeva la rappresentazione della Croce, gemmata, gloriosa, rivestita di venerabilità perché intesa come strumento o soglia che ha dato l'accesso alla salvezza in quanto altare del sacrificio del Signore.



Dalla raffigurazione della croce gloriosa, che occupava tutto il catino absidale, come nella basilica di san Clemente, o una sua parte come nella Basilica di sant'Apollinare in Classe a Ravenna, nella basilica di san Giovanni in Laterano o nell'etimasia di san Paolo fuori le mura, si è passati al Crocifisso, frutto di una cambio di prospettiva teologica e anche devozionale, che non vedeva più solo il trionfo del Signore risorto ma anche tutto il dolore ed il peso della Passione sofferta “pro vobis et pro multis


L'attuale liturgia, nella forma ordinaria, prevede in base all'Ordinamento Generale del Messale romano 117:



Sull’altare, o vicino ad esso, si collochi la croce con l’immagine di Cristo crocifisso. I candelabri e la croce con l’immagine di Cristo crocifisso si possono portare nella processione di ingresso.

In poche parole si riassume la prassi liturgica romana di secoli. L'apparato visivo e sensibile delle chiese cristiane e della liturgia cattolica, non può prescindere dalla dichiarazione estetica di un mistero di Redenzione attuato per amore e simbolizzato che deve permanere al centro della vita di fede del cristiano.


Se ricordiamo che la professione di fede porta il credente a vivere “come Cristo”, la celebrazione ed il culto del Signore sono quindi inseparabili dal mistero della croce, in tutta la gamma dei suoi significati e delle sue simbolizzazioni. In questo vedo la ripetizione, numerica tendente ad infinito delle croci, materialmente prodotte e segnate dovunque nel mondo cristiano, dalla croce sul pane, a quella sui lini dell'altare, sulle vesti liturgiche, sulle pareti delle chiese, sul cero pasquale, sull'altare, e dovunque si ponga l'occhio del credente (in casa, per strada, nelle piazze) nei luoghi di vita, di lavoro, di riposo e anche di morte, perché dire croce significa dire anche risurrezione.
Solo in margine mi riferisco all'insegnamento di Benedetto XVI che, anche da cardinale si è espresso sul significato di porre la croce, al centro, sull'altare tra celebrante e fedeli. Mi riferisco a lui citando la prefazione che compose per il volume della sua opera omnia, dedicato alla teologia liturgica. 

L’idea che sacerdote e popolo nella preghiera dovrebbero guardarsi reciprocamente è nata solo nella cristianità moderna ed è completamente estranea in quella antica. Sacerdote e popolo certamente non pregano uno verso l’altro, ma verso l’unico Signore. Quindi guardano nella preghiera nella stessa direzione: o verso Oriente come simbolo cosmico per il Signore che viene, o, dove questo non fosse possibile, verso una immagine di Cristo nell’abside, verso una croce, o semplicemente verso il cielo, come il Signore ha fatto nella preghiera sacerdotale la sera prima della sua Passione (Giovanni 17, 1). Intanto si sta facendo strada sempre di più, fortunatamente, la proposta da me fatta alla fine del capitolo in questione nella mia opera: non procedere a nuove trasformazioni, ma porre semplicemente la croce al centro dell’altare, verso la quale possano guardare insieme sacerdote e fedeli, per lasciarsi guidare in tal modo verso il Signore, che tutti insieme preghiamo.

Croce costantiniana, San Giovanni in Laterano
Come affermato dall'Ordinamento Generale del Messale romano si tratta di avere “sull'altare o vicino ad esso” una croce, possibilmente artisticamente rilevante, con l'immagine del Crocifisso. Questo precetto rimane solo nelle chiese cattoliche ed ortodosse che condividono la stessa venerazione liturgica per la croce di Cristo, anche se nel mondo bizantino riveste i toni di maggior patos e di una maggiore ritualizzazione. Le chiese della riforma considerano solo la croce, di solito semplici e minimali, mentre nelle Chiese anglicane la croce, sempre senza l'immagine del Crocifisso, ancora ha le caratteristiche estetiche e simboliche di una croce gloriosa. Suscita una certa perplessità il sincretismo liturgico che serpeggia sui nostri altari con la tendenza ad eliminare alternativamente la croce, ridotta a volte in forme stilizzate appena visibili e liturgicamente insignificanti, e il Crocifisso, a deturpare in forme “artistiche” opinabili o fuori luogo il simbolo per eccellenza, e ad esagerare o confondere le tradizioni. Dico questo soprattutto in riferimento a quelle chiese cattoliche in cui per le motivazioni più varie, lontane dalla teologia o dalla Liturgia, Il crocifisso dell'altare, in tempo di Pasqua, viene sostituito da statue del risorto o da croci “vuote” avvolte da “sudari” bianchi. Su quest'ultima scelta “pastorale” o “liturgica” mi chiedo: che senso ha seguire la tradizione bizantina di adornare il legno della croce con un velo bianco all'interno della liturgia romana e latina che non prevede come quella orientale il rito della deposizione dalla croce? Ammirare le croci bizantine nel tempo di pasqua, ornate con corone di fiori e avvolte da bianchi sudari è la conseguenza liturgica dei riti del venerdì santo. Nelle chiese latine, ad esclusione della grande processione che a Gerusalemme ripercorre i momenti della passione del Cristo e di quelle chiese particolari che per tradizione popolare ancora oggi, fuori dalla celebrazione della passione del Signore, compiono la “deposizione” dalla croce dell'immagine del Crocifisso, ha veramente senso innalzare croci “pasquali”? La domanda rimane aperta anche se per formazione e per sensibilità personale il responso, credo, debba essere nettamente negativo.


Deposizione dalla croce, Pontificio Collegio Greco, Roma


San Lorenzo nel Palazzo Apostolico

"Oggi la chiesa di Roma celebra il giorno del trionfo di Lorenzo, giorno in cui egli rigettò il mondo del male. Lo calpestò quando...