giovedì 6 marzo 2014

"La grande bellezza è la trasformazione sacramentale del visibile"



La pagina Facebook de “Il Cortile dei Gentili” ha dedicato un post al film premio oscar “La grande bellezza”. L'elogio del film è stato fatto riportando un' “acuta analisi” del prof. Alessandro D'Avenia, docente della scuola italiana e romanziere di successo. Il mio primo commento al post sul network è stato ribadire la mia stima ed il mio apprezzamento per il collega D'Avenia non tralasciando di affermare che io aborro il film in questione. I motivi sono principalmente due: la solita trita e ritrita presentazione deplorevole, offensiva, stereotipica e degradante dell'Italia e degli italiani e la chiara linea anticlericale e anticristiana che tanto piace all'America che premia. I moderatori della pagina mi hanno chiesto un commento più esplicito al testo di D'Avenia ed io mi sono espresso in questo modo.


Leggo sempre con piacere le pagine di Alessandro D'Avenia. Da questo post colgo tre elementi che mi hanno particolarmente colpito e sollecitato. Il primo riguarda la Chiesa. Commentando le scene del film mi sono indignato proprio per le “fragorose assenze” e per le “stereotipate presenze”. La Chiesa diviene un interlocutore inutile, destinatario di domande retoriche, di cui, è noto, si sanno già le risposte. Nel film e nel pensiero che vi soggiace, la Chiesa si distoglie dal protagonista nei due tipi ecclesiali che tanto piacciono all'anticlericalismo americano: un vescovo mondano, quella “carne senza spirito”, e una suora, austera e rigida nel suo misticismo, di “spirito senza carne” che ricorda più lo squilibrio dell'Ofelia di shakespeariana memoria e non la grandezza di una santa Caterina o di una Edith Stein.

Una scena dal film "La grande bellezza"
Allora continuo a pormi le domande di D'Avenia: dove sono tutti quei sacerdoti e consacrati che giorno per giorno sono a servizio del prossimo, che sono frumento macinato tra le mani del popolo di Dio, che hanno consacrato la loro vita in un sacerdozio o vita consacrata a Dio a servizio di un popolo e non per loro stessi? 

Dove sono tutti i laici che cercano di costruire la “grande bellezza” nelle scuole e nelle istituzioni, nei centri di accoglienza, nelle sedi della Caritas ed in tutte le realtà del volontariato cattolico che la nostra Italia, quella vera e non quella becera e senza valori, possiede e fa crescere cercando di instillare la sensibilità per riconoscere che tutto ciò che è buono, giusto e a Dio gradito, da Lui deriva e a Lui ritorna? Dove sono tutte le sante religiose che per la durata della vita si spaccano la schiena per andare incontro al Cristo povero, affamato, emarginato, malato, solo, depresso? 

In secondo luogo ho apprezzato profondamente l'orientamento cristocentrico che D'Avenia ha creato nel suo commento. Un centrare la fede, la teologia, sul mistero dell'Incarnazione, sulla novità del Cristianesimo in cui Dio si incontra nella vita proprio perché il Verbo si è fatto carne, tangibile, riconoscibile, ma anche sublime. 

Il terzo rilievo che colgo è la dimensione liturgica dell'esistenza. Per condiscendenza il nostro incontro con Dio non è astratto e non dipende solo dall'impegno personale. La dimensione umana, concreta, fattuale della liturgia e la sua natura divina non fanno altro che ricondurre l'uomo a Dio, con lo scopo di renderlo partecipe della sua natura divina. In questo vedo la verità di considerare la vita “sacramentalmente” come “frammento del trascendente”. Inoltre qui si ritorna all'insegnamento dei Padri, alla trasfigurazione dell'uomo che avviene proprio nella celebrazione liturgica, alla sua divinizzazione e trasformazione, di grazia in grazia.

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