giovedì 20 marzo 2014

La Liturgia come via pulchritudinis!

Non mi stupisco del “pensiero debole”, anzi debolissimo, che circonda la Liturgia della Chiesa. Non mi stupisco perché dagli anni della formazione teologica sento sempre le stesse trite e ritrite questioni che rimangono per lo più parole scritte senza poi trasformarsi in qualcosa di realmente performativo. 

In merito, mi vorrei brevemente soffermare su un articolo di Roberto Oliva per Korazym.org. In esso l'Autore afferma:


La nuova evangelizzazione non sarà quella delle belle cerimonie fine a se stesse, ma quella che riuscirà a far incontrare il Signore nella liturgia per poi uscire a portarlo nelle periferie esistenziali. Può sembrare assurdo, ma un certo fanatismo liturgico può addirittura estromettere Gesù stesso dalla celebrazione facendo diventare il Grande Sconosciuto, eppure  c’è! «Talvolta  la liturgia viene addirittura concepita etsi Deus non daretur: come se in essa non importasse più se Dio c’è, e se ci parla e ci ascolta». (Joseph Ratzinger, Il Dio vicino, Edizioni San Paolo, 2003, p. 21).
Da questo frammento ne faccio derivare due questioni, che rimangono ovviamente aperte. Una prima riguarda “le belle cerimonie fine a se stesse”. Nel nostro contesto moderno capisco che il Bello, non è più un valore o un trascendentale da ricercare con impegno; quando però si lanciano affermazioni di questo tipo sulla liturgia, a cinquant'anni dal Concilio, allora credo sia necessario ribadire, a me per primo, qualche concetto.

La liturgia di per sé è un'opera umana che rimanda tutta al divino. Insistere sulle belle cerimonie come qualcosa che naturalmente distoglie dalla contemplazione e dall'adorazione di Dio è un affermazione che oltre a non essere fondata va contro il dettato dei Padri della Chiesa, o se si preferisce, dei tanti santi e mistici della storia che di quelle belle cerimonie, esteriori e perfette, ne hanno fatto la sorgente della propria vita di ricerca del Regno dei cieli. Rinnegare o degradare il valore della bellezza “estetica” della liturgia significa anche svalutare tutta l'arte che La Chiesa ha voluto e prodotto proprio in funzione del culto. Oggi molte opere d'arte cristiana sono conservate inermi e mute nei musei, ma all'origine erano opere che dovevano suscitare preghiera e adorazione. Perdere di vista questi aspetti significa poi contemplare con indignazione tutte quelle opere di adattamento liturgico che hanno distrutto, smembrato e snaturato i luoghi di culto e la loro funzione liturgica.


Da dove vengono le belle cerimonie cui si riferisce l'Autore? Se provengono dal desiderio dei sacerdoti e degli animatori liturgici di arredare il presbiterio e di ravvivarlo con preziose geometrie cerimoniali, potrei anche essere d'accordo sul concetto di fanatismo liturgico. Ma questo vorrebbe dire conoscere chiaramente e senza margine di errore l'intenzione dei soggetti celebranti e dell'intenzione non credo che possiamo essere, in questo caso almeno, dei giudici infallibili. Ma se quel così detto “fanatismo” deriva da un pensiero d'amore per il Signore che si manifesta nell'ordine, nella pulizia, nella precisione dei gesti e della concordanza della voce con ciò che si prega e in ultima istanza anche della ricerca del bello per il Signore, allora siamo di fronte alle solite limitazioni di cui è testimone Giuda, il Traditore, che si scandalizza per l'utilizzo del nardo prezioso e dei soldi “sprecati” invece di utilizzarli per i poveri e per le periferie esistenziali. Si tratta, a mio personalissimo avviso, di un'incoerenza di fondo, di un'ipocrisia che colpisce “il culmine e la fonte” stessa della vita della Chiesa. 


Come seconda questione, nel riferirsi a quanto di eccessivo si riscontra nelle belle cerimonie, intese, a questo punto, solo come sovrastrutture, non essenziali e non necessarie, mi soffermo sull'eccesso di negligenza dando avvio ad un contrappunto al fanatismo liturgico, deleterio, scandaloso e diseducativo che più facilmente si incontra nelle nostre chiese: 
Approssimatività nello svolgimento del rito, mancanza di gusto negli arredi liturgici, scarsa attenzione alla cura della musica e dei canti, sono solo alcuni tra gli esempi più eclatanti della povertà di senso estetico che spesso affligge il rito cristiano così come effettivamente viene celebrato” (E. Bordello).1
Spesso infatti non emerge uno spirito intollerante nei confronti di prassi liturgiche sciatte, non curate, orride e di infimo livello per preparazione assente ed esecuzione formale finale scadente che riducono la liturgia, e quindi l'ecclesiologia e la teologia, a semplice adempimento, ad un insieme di norme che possono essere alterate e devastate a piacere e non come un patrimonio da rispettare ed amare. Considerando il valore educativo dei riti cristiani nella vita dei fedeli, mi rincresce quel formalismo liturgico che rende per difetto le celebrazioni liturgiche uno spazio in cui sfogare il proprio bisogno represso di creatività staccata dalla Tradizione e dalla fede della Chiesa o riduce le azioni liturgiche ad un semplice devoir da assolvere per i più improbabili motivi, svilendo la Liturgia delle Ore a mera preghiera personale da assolvere in privato ed il Messale Romano a raccolta di parole e gesti suscettibili di privata interpretazione e realizzazione.

Se il fanatismo liturgico è concepito nelle sue drammatiche dimensioni per eccesso e per difetto allora si comprendono le parole del papa emerito Benedetto XVI citate nell'articolo e nel frammento riportato.

Solo in un'equilibrata visione della liturgia, che dopo il Vaticano II ha visto, grazie soprattutto al Movimento liturgico, periodi e incentivi al miglioramento ma anche picchi di pessima interpretazione e svilimento formale e teologico, posso convenire con l'Autore che facendo eco agli scritti di Ratzinger afferma: La liturgia non è la festa di noi stessi o delle nostre frenesie di appariscenza, ma è la festa della fede.



In conclusione di questo che è soltanto un confronto su tematiche di per sé molto più vaste di un post, mi riferisco all'esortazione Sacramentum Caritatis 35 di papa Banedetto XVI:

Il rapporto tra mistero creduto e celebrato si manifesta in modo peculiare nel valore teologico e liturgico della bellezza. La liturgia, infatti, come del resto la rivelazione cristiana, ha un intrinseco legame con la bellezza: è veritatis splendor. Nella liturgia rifulge il Mistero pasquale mediante il quale Cristo stesso ci attrae a sé e ci chiama alla comunione. [...]
La bellezza della liturgia è parte di questo mistero; essa è espressione altissima della gloria di Dio e costituisce, in un certo senso, un affacciarsi del Cielo sulla terra. [...] La bellezza, pertanto, non è un fattore decorativo dell’azione liturgica; ne è piuttosto elemento costitutivo, in quanto è attributo di Dio stesso e della sua rivelazione. Tutto ciò deve renderci consapevoli di quale attenzione si debba avere perché l’azione liturgica risplenda secondo la sua natura propria»

Più che denigrare il tentativo di esprimere la gioia e la gratuità dell'incontro con Dio in una forma estetica e liturgica che sia anche bella penso sia sempre più necessario riconfermare la propria fede in Cristo e attingere sempre più alla Liturgia come locus theologicus che permette di entrare in comunione con il Redentore ed il suo mistero di Morte e Risurrezione, mistero che si comunica per vie umane, fragili, caduche ma anche autentiche, nel più intimo e nel più profondo dell'essere. 

La nuova evangelizzazione non sarà quindi quella delle belle cerimonie? Non credo, anzi penso di poter affermare che NON sarà o NON dovrà essere piuttosto quella delle brutte celebrazioni!



 
1 Si consiglia in merito di confrontare un recente articolo di N. Bux, Liturgia, la sovrastruttura è bellezza, i testi di P. Florenskij, Bellezza e liturgia. Scritti su cristianesimo e cultura, Mondadori 2010, di Cassingena Trévedy François, La bellezza della liturgia, Qiqajon 2003, ed un articolo di padre Lang comparso sull'Osservatore Romano dell'8-9 giugno del 2009.

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