giovedì 20 marzo 2014

La Liturgia come via pulchritudinis!

Non mi stupisco del “pensiero debole”, anzi debolissimo, che circonda la Liturgia della Chiesa. Non mi stupisco perché dagli anni della formazione teologica sento sempre le stesse trite e ritrite questioni che rimangono per lo più parole scritte senza poi trasformarsi in qualcosa di realmente performativo. 

In merito, mi vorrei brevemente soffermare su un articolo di Roberto Oliva per Korazym.org. In esso l'Autore afferma:


La nuova evangelizzazione non sarà quella delle belle cerimonie fine a se stesse, ma quella che riuscirà a far incontrare il Signore nella liturgia per poi uscire a portarlo nelle periferie esistenziali. Può sembrare assurdo, ma un certo fanatismo liturgico può addirittura estromettere Gesù stesso dalla celebrazione facendo diventare il Grande Sconosciuto, eppure  c’è! «Talvolta  la liturgia viene addirittura concepita etsi Deus non daretur: come se in essa non importasse più se Dio c’è, e se ci parla e ci ascolta». (Joseph Ratzinger, Il Dio vicino, Edizioni San Paolo, 2003, p. 21).
Da questo frammento ne faccio derivare due questioni, che rimangono ovviamente aperte. Una prima riguarda “le belle cerimonie fine a se stesse”. Nel nostro contesto moderno capisco che il Bello, non è più un valore o un trascendentale da ricercare con impegno; quando però si lanciano affermazioni di questo tipo sulla liturgia, a cinquant'anni dal Concilio, allora credo sia necessario ribadire, a me per primo, qualche concetto.

La liturgia di per sé è un'opera umana che rimanda tutta al divino. Insistere sulle belle cerimonie come qualcosa che naturalmente distoglie dalla contemplazione e dall'adorazione di Dio è un affermazione che oltre a non essere fondata va contro il dettato dei Padri della Chiesa, o se si preferisce, dei tanti santi e mistici della storia che di quelle belle cerimonie, esteriori e perfette, ne hanno fatto la sorgente della propria vita di ricerca del Regno dei cieli. Rinnegare o degradare il valore della bellezza “estetica” della liturgia significa anche svalutare tutta l'arte che La Chiesa ha voluto e prodotto proprio in funzione del culto. Oggi molte opere d'arte cristiana sono conservate inermi e mute nei musei, ma all'origine erano opere che dovevano suscitare preghiera e adorazione. Perdere di vista questi aspetti significa poi contemplare con indignazione tutte quelle opere di adattamento liturgico che hanno distrutto, smembrato e snaturato i luoghi di culto e la loro funzione liturgica.


Da dove vengono le belle cerimonie cui si riferisce l'Autore? Se provengono dal desiderio dei sacerdoti e degli animatori liturgici di arredare il presbiterio e di ravvivarlo con preziose geometrie cerimoniali, potrei anche essere d'accordo sul concetto di fanatismo liturgico. Ma questo vorrebbe dire conoscere chiaramente e senza margine di errore l'intenzione dei soggetti celebranti e dell'intenzione non credo che possiamo essere, in questo caso almeno, dei giudici infallibili. Ma se quel così detto “fanatismo” deriva da un pensiero d'amore per il Signore che si manifesta nell'ordine, nella pulizia, nella precisione dei gesti e della concordanza della voce con ciò che si prega e in ultima istanza anche della ricerca del bello per il Signore, allora siamo di fronte alle solite limitazioni di cui è testimone Giuda, il Traditore, che si scandalizza per l'utilizzo del nardo prezioso e dei soldi “sprecati” invece di utilizzarli per i poveri e per le periferie esistenziali. Si tratta, a mio personalissimo avviso, di un'incoerenza di fondo, di un'ipocrisia che colpisce “il culmine e la fonte” stessa della vita della Chiesa. 


Come seconda questione, nel riferirsi a quanto di eccessivo si riscontra nelle belle cerimonie, intese, a questo punto, solo come sovrastrutture, non essenziali e non necessarie, mi soffermo sull'eccesso di negligenza dando avvio ad un contrappunto al fanatismo liturgico, deleterio, scandaloso e diseducativo che più facilmente si incontra nelle nostre chiese: 
Approssimatività nello svolgimento del rito, mancanza di gusto negli arredi liturgici, scarsa attenzione alla cura della musica e dei canti, sono solo alcuni tra gli esempi più eclatanti della povertà di senso estetico che spesso affligge il rito cristiano così come effettivamente viene celebrato” (E. Bordello).1
Spesso infatti non emerge uno spirito intollerante nei confronti di prassi liturgiche sciatte, non curate, orride e di infimo livello per preparazione assente ed esecuzione formale finale scadente che riducono la liturgia, e quindi l'ecclesiologia e la teologia, a semplice adempimento, ad un insieme di norme che possono essere alterate e devastate a piacere e non come un patrimonio da rispettare ed amare. Considerando il valore educativo dei riti cristiani nella vita dei fedeli, mi rincresce quel formalismo liturgico che rende per difetto le celebrazioni liturgiche uno spazio in cui sfogare il proprio bisogno represso di creatività staccata dalla Tradizione e dalla fede della Chiesa o riduce le azioni liturgiche ad un semplice devoir da assolvere per i più improbabili motivi, svilendo la Liturgia delle Ore a mera preghiera personale da assolvere in privato ed il Messale Romano a raccolta di parole e gesti suscettibili di privata interpretazione e realizzazione.

Se il fanatismo liturgico è concepito nelle sue drammatiche dimensioni per eccesso e per difetto allora si comprendono le parole del papa emerito Benedetto XVI citate nell'articolo e nel frammento riportato.

Solo in un'equilibrata visione della liturgia, che dopo il Vaticano II ha visto, grazie soprattutto al Movimento liturgico, periodi e incentivi al miglioramento ma anche picchi di pessima interpretazione e svilimento formale e teologico, posso convenire con l'Autore che facendo eco agli scritti di Ratzinger afferma: La liturgia non è la festa di noi stessi o delle nostre frenesie di appariscenza, ma è la festa della fede.



In conclusione di questo che è soltanto un confronto su tematiche di per sé molto più vaste di un post, mi riferisco all'esortazione Sacramentum Caritatis 35 di papa Banedetto XVI:

Il rapporto tra mistero creduto e celebrato si manifesta in modo peculiare nel valore teologico e liturgico della bellezza. La liturgia, infatti, come del resto la rivelazione cristiana, ha un intrinseco legame con la bellezza: è veritatis splendor. Nella liturgia rifulge il Mistero pasquale mediante il quale Cristo stesso ci attrae a sé e ci chiama alla comunione. [...]
La bellezza della liturgia è parte di questo mistero; essa è espressione altissima della gloria di Dio e costituisce, in un certo senso, un affacciarsi del Cielo sulla terra. [...] La bellezza, pertanto, non è un fattore decorativo dell’azione liturgica; ne è piuttosto elemento costitutivo, in quanto è attributo di Dio stesso e della sua rivelazione. Tutto ciò deve renderci consapevoli di quale attenzione si debba avere perché l’azione liturgica risplenda secondo la sua natura propria»

Più che denigrare il tentativo di esprimere la gioia e la gratuità dell'incontro con Dio in una forma estetica e liturgica che sia anche bella penso sia sempre più necessario riconfermare la propria fede in Cristo e attingere sempre più alla Liturgia come locus theologicus che permette di entrare in comunione con il Redentore ed il suo mistero di Morte e Risurrezione, mistero che si comunica per vie umane, fragili, caduche ma anche autentiche, nel più intimo e nel più profondo dell'essere. 

La nuova evangelizzazione non sarà quindi quella delle belle cerimonie? Non credo, anzi penso di poter affermare che NON sarà o NON dovrà essere piuttosto quella delle brutte celebrazioni!



 
1 Si consiglia in merito di confrontare un recente articolo di N. Bux, Liturgia, la sovrastruttura è bellezza, i testi di P. Florenskij, Bellezza e liturgia. Scritti su cristianesimo e cultura, Mondadori 2010, di Cassingena Trévedy François, La bellezza della liturgia, Qiqajon 2003, ed un articolo di padre Lang comparso sull'Osservatore Romano dell'8-9 giugno del 2009.

giovedì 13 marzo 2014

Le stazioni quaresimali romane


Nel mio post precedente accennavo all'interesse storico-liturgico che suscita la quaresima soprattutto se si dirige l'attenzione alla sua struttura liturgica legata alla topografia di Roma.

Basilica di santa Sabina
La prassi liturgica romana ha tappezzato il territorio dell'Urbe di soste nel cammino quaresimale legate ai principali e vetusti luoghi di culto romani. L'itinerario quaresimale e pre-quaresimale, a Roma era un cammino d'arte e storia intrecciato alla fede ed alla testimonianza dei primi martiri e dei luoghi delle loro depositiones o traslazioni.


L'attuale Messale “romano”, sia nella forma typica che nella versione italiana non ha mantenuto l'elenco delle chiese quaresimali che da secoli scandiscono la preparazione alla Pasqua in tutta Roma. La soppressione di tutte le particolarità romane della liturgia e l'assenza di un messale “proprio” per la Diocesi di Roma, che sia realmente “romano” perché in grado di conservare e trasmettere ciò che liturgicamente ha segnato il vissuto di fede della Città Apostolica, ha portato ad una svalutazione stessa della prassi delle liturgie stazionali. Negli ultimi anni esiste un tentativo dell'Ufficio liturgico della Diocesi di Roma di sottolineare quanto sia importante il tessuto delle stazioni intese giustamente come un cammino per pellegrini verso la Pasqua.

Basilica papale di san Giovanni in Laterano
L'unico retaggio, che gode del favore dei media per la presenza del Romano Pontefice, sopravvive nelle liturgia del mercoledì delle Ceneri in cui il Vescovo di Roma si reca nella chiesa primaziale di Sant'Anselmo all'Aventino in cui si svolge la “colletta”, ovvero il luogo dove si raduna l'assemblea, dalla quale si snoda una breve processione che conduce fino alla prima delle stationes nell'antica basilica di Santa Sabina, e la solenne stazione del Giovedì santo presso la Basilica Lateranense, in cui il Papa celebra la messa in cena Domini. 
Grazie all'opera della Pontificia Accademia cultorum Martyrum ed alla sensibilità di molti cattolici romani e dei rettori delle chiese stazionali, ancora oggi a Roma esiste la prassi delle 44 stazioni quaresimali e delle 8 pasquali, ormai sdoppiate in una celebrazione “privata” nelle prime ore del mattino ed in una serale che spesso, secondo le consuetudini è ancora celebrata da un vescovo, o quando le circostanze lo permettono, è presieduta dallo stesso cardinale titolare.1

Il rito molto semplice, descritto dal Caeremoniale Episcoporum del 1983 e nelle edizioni successive fino a quella del 2008,2 consiste nel radunarsi in un una chiesa colletta o in un luogo prossimo alla chiesa stazionale e in una processione “penitenziale”, il tutto in tensione verso la celebrazione dell'eucaristia negli antichi tituli segnati nel calendario stazionale romano. 

Da secoli le reliquie della passione e dei santi, esposte per l'occasione, sono una caratteristica delle stazioni romane. Si veda in proposito ciò che ho scritto sulla stazione della V settimana di quaresima presso la Basilica di san Pietro: "La V domenica di quaresima: appunti di storia liturgica".


La nostra attenzione si rivolge più che al rito di cui molti hanno già parlato e scritto, al significato del concetto di statio.



Il motivo della scelta di questo termine si riconduce a due realtà distinte. Il primo significato si fa derivare dalla prassi militare romana per cui la statio era la vigilanza e lo stare in guardia dei milites.3 Da questa origine la lettura spirituale applica il significato militare alla caratteristica della vigilanza cristiana acuita nel tempo quaresimale: come i soldati stavano allerta nel tempo della “stazione” così il cristiano vigila sui propri sensi in vista della partecipazione alla gioia della Risurrezione. Da Tertulliano (Apol. 3) si fa derivare il secondo significato in riferimento al “luogo di adunanza” secondo una duplice forma: quella del ad aram Dei stare di servizio liturgico e quella che si riferisce all'originale contesto del culto liturgico ebraico. 

Rito della benedizione con la Reliquia della Croce durante la stazione Quaresimale nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme
Il legame liturgico con il significato di statio è quello che permea tutti i dati provenienti dai sacramentari antichi.

Il Glossarium del Du Cange definisce invece statio con il significato di digiuno (jejunium) stabilendo una connessione linguistica e teologica tra la prassi liturgica romana, il valore spirituale della statio e l'uso medievale che si è fatto del termine.

Riprendiamo infine la definizione di Antoine Chavasse secondo cui la statio è un modo per significare anche l'unità della Chiesa urbana, per la caratteristica di raccogliere in unico luogo di culto il Vescovo di Roma con il suo clero e con i rappresentanti del popolo di Dio.4 Le “stazioni” quaresimali sono quindi un segno della vitalità della Chiesa di Roma, e per estensione di tutte le altre chiese che celebrano liturgie stazionali, che si raccoglie ogni giorno della Quaresima per segnare il cammino liturgico che conduce verso il mistero della Redenzione.


Rimangono imprescindibili in merito le indicazioni della Lettera circolare della Sacra Congregazione per il Culto divino Preparazione e celebrazione delle feste pasquali (16.01.1988) che al n.16 afferma:


Il cammino di penitenza quaresimale in tutti i suoi aspetti sia diretto a porre in più chiara luce la vita della chiesa locale e a favorirne il progresso. Per questo si raccomanda molto di conservare e favorire la forma tradizionale di assemblea della chiesa locale sul modello delle «stazioni» romane. Queste assemblee di fedeli potranno essere riunite, specie sotto la presidenza del pastore della diocesi, o presso i sepolcri dei santi o nelle principali chiese e santuari della città o in quei luoghi di pellegrinaggio più frequentati nella diocesi.





1Interessante notare la pubblicazione di un diario” delle celebrazioni quaresimali di A. Suchocka, Le chiese stazionali di Roma. Un itinerario quaresimale, LEV, Città del Vaticano, 2014. Il volume descrive le tradizioni romane della Quaresima, e più specificatamente, l'emozionante esperienza religiosa, spirituale ed artistica scaturita dal percorso compiuto dall'autrice attraverso la partecipazione alle messe mattutine nelle chiese stazionali di Roma. Nel volume sono riportate le informazioni raccolte dall'autrice, sotto forma di appunti, nell'arco di questo suo particolare pellegrinaggio durato circa nove anni. Si tratta in particolare di informazioni riguardanti la storia, l'architettura, le tradizioni, le leggende di ben 44 chiese, che si intrecciano anche con descrizioni di vita quotidiana delle vie di Roma. L'intento dell'autrice non è stato dunque quello di proporre una guida completa ed esaustiva o uno studio storico-scientifico: si tratta piuttosto di un percorso spirituale che riesce a trasmettere al lettore, pellegrino o turista che sia, la particolare atmosfera che si percepisce visitando queste chiese stazionali.

2Cap. V De congregationibus quadragesimalibus, nn. 260-262.

3Στάτιων, statio o stationem agere. Rimandiamo in merito ai diversi studi elaborati sul significato e le possibili origini del valore liturgico del termine: J.P. Kirsch, «Origine e carattere primitivo delle stazioni liturgiche di Roma», Atti della Pontificia Accademia Romana di Archelogia, Serie III, Rendiconti, III, 1925, 123-141; Id., «L'origine des stations liturgique du missel romain», ephemerides liturgicae 51 (1927) 137-150; G. Morin, «Liturgie et Basiliques de Rome au milieu du VII siècle d'après les listes d'évangiles de Würzburg», Revue Bénédectine 28 (1911) 296-330; P. Borella, «Le stazioni quaresimali», Rivista liturgica 45 (1958) 266-276; J. Bonsirven, «Notre “statio” liturgique est-elle emprunte au culte juif?», Recherche des Sciences réligiouse 15 (1925) 258; C. Mohrmann, «Statio», Vigiliae Christianae 7 (1953) 233-242; H. Leclercq, «Stations liturgiques», in DACL 15.2, 1653-7; J.F. Baldovin, The Urban Character of Christian Worship. The Origins, Development, and Meaning of Stational Liturgy (Orientalia Christiana Analecta 228), Pontificio Istituto Orientale, Roma 1987; R. Hierzegger, «Collecta und Statio», Zeitschrift für Katholische Theologie 60 (1936) 511-554; C. Pietri, Roma christiana. Recherches sur l'église de Rome, son organisation, sa politique, son idéologie de Miltiades à Sixte III (311-340), 2 voll., Écoles française, Rome 1976; cfr. anche A. Bergamini, «Quaresima», in Liturgia, ed. D. Sartore – A.M. Triacca – C. Cibien, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2001, 1577-1586.


4A. Chavasse, La liturgie de la ville de Rome du Ve au VIIIe siècle. Une liturgie conditionnée par l'organisation de la vie in urbe et extra muros (Studia anselmiana 112; Analecta liturgica 18), Pontificio Ateneo Sant'Anselmo, Roma 1993, 231-246; 256-259.

sabato 8 marzo 2014

Stile sacramentale della Quaresima


Parlare della Quaresima ogni anno, mette in difficoltà. Il mio primo pensiero sulla Quaresima è la storia della sua formazione nel tessuto urbano della Roma tardo-antica e alto-medievale. Ma questo approccio anche se può portare alla descrizione di numerose e interessanti caratteristiche della quaresima romana, a volte può rimanere solo una ricerca intellettuale. 
Nel mio percorso di ricerca in ambito liturgico è emerso un altro aspetto che si affianca a quello fondamentale cui si accennava.
Una delle dimensioni pricipali della quaresima, antica e moderna, è certamente il legame che questo tempo ha con il tema della penitenza.1

Brevemente accenno al fatto che la confessione, o sacramento della penitenza, hanno origine e massima significazione proprio nell'itinerario finale dei penitenti che nel tempo di Quaresima si preparavano con un digiuno completo e prolungato ad ottenere la riconciliazione sacramentale nella solenne celebrazione del Giovedì santo presieduta dal Domnus Apostolicus. Dunque una quaresima intesa come tempo di preparazione prossima al Battesimo ed alla ricezione oggettiva del perdono del Signore. 

Confessione di san Francesco
Il concetto stesso di penitenza sacramentale, unita al tema del cammino quaresimale, mi portano a considerare quanto la nostra odierna quaresima non sia solo un tempo di mortificazioni, ma sia un vero e proprio itinerario affinché, con gli strumenti del digiuno, della preghiera e dell'elemosina, il credente possa raggiungere la Pasqua del Signore, morto e risorto. Un tempo di quaranta giorni, impegnativi e liturgicamente densi, spiegano la necessità di inquadrarli nel mistero di passione morte e risurrezione del Cristo. 
Se la Pasqua è doverosamente preceduta da quaranta giorni di penitenza, e se la Pasqua è il centro di tutto l'anno liturgico allora la quaresima deve orientare ad un cambiamento di vita, a dare un nuovo orientamento all'esistenza, ad abbandonare l'uomo vecchio per raggiungere l'uomo nuovo che Cristo ha liberato perché “morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato a noi la vita” (Prefazio pasquale I).

Questo concetto si trova espresso nell'eucologia del tempo quaresimale. In particolare mi vorrei soffermare sulle collette che dal mercoledì delle Ceneri fino a questa prima domenica di Quaresima, delineano bene la necessità di inquadrare la vita di fede in una “struttura sacramentale” di modo che le nuove energie raccolte per la celebrazione di un tempo di conversione in vista della Pasqua del Signore siano “il risveglio di un nuovo senso sacramentale della vita dell’uomo e dell’esistenza cristiana, mostrando come il visibile e il materiale si aprono verso il mistero dell’eterno” (Lumen fidei 40). 
Battesimo di sant'Agostino
La colletta del Mercoledì delle Ceneri ricorda:
O Dio, nostro Padre, concedi, al popolo cristiano di iniziare con questo digiuno un cammino di vera conversione, per affrontare vittoriosamente con le armi della penitenza il combattimento contro lo spirito del male. Per il nostro Signore.
L'inizio della preparazione alla grande luce del mattino di Pasqua passa attraverso un segno esterno, il digiuno, che non è solo avere lo stomaco vuoto o la rinuncia a qualche dolce, ma è principalmente preparare una degna dimora al Redentore, il che si manifesta con un cammino di “vera conversione” e quindi esercitando un dominio su di sè, volontà di rifiuto dell'uomo vecchio per indossare le vesti bianche di una nuova vita.
Un secondo spunto è dato dalla colletta del Venerdì dopo le Ceneri. Il testo afferma:

Accompagna con la tua benevolenza, Padre misericordioso, i primi passi del nostro cammino penitenziale, perché all'osservanza esteriore corrisponda un profondo rinnovamento dello spirito. Per il nostro Signore.

C'è una dinamica quaresimale. I quaranta giorni di preparazione alla Pasqua, erano ed in parte lo sono ancora oggi nell'impianto stazionale romano, l'alternanza tra la statio, momento di sosta, e ripresa del cammino nella letania o processione. Ritualmente la Chiesa di Roma ha sempre trasmesso questa dinamica: il cammino penitenziale che rappresenta e sprona con il digiuno il vero impegno di rinnovamento perché ciò che materialmente si compie sia fatto per mezzo di “menti sincere”. 
Inoltre la colletta della I domenica di Quaresima dice:

O Dio, nostro Padre, con la celebrazione di questa Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, concedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita. Per il nostro Signore.


L'ultimo tappa della riflessione che ho proposto esprime la necessità di unire sinfonicamente il procedere nel tempo, la Quaresima intesa in un senso forte "segno sacramentale" cioè una realtà visibile che rimanda a ciò che la sovrasta e supera, e la materialità di un impegno umano per un cambiamento etico sgorgato dalla fede professata, avendo come meta la conoscenza, per ciò che è possibile, del mistero realizzato da Cristo. A questo però deve corrispondere una degna condotta di vita, conforme ai dettami del Vangelo ed alla profonda coscienza di ciò che Cristo ha compiuto in noi e della nostra conformazione alla sua Risurrezione come afferma Paolo:
Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione. (Rm 6, 4-6)
 La Quaresima nelle sua forma è esigente, ma conduce direttamente alla fruizione del giorno in cui il Padre per mezzo del Figlio ha vinto la morte e ci ha aperto il passaggio alla vita eterna (colletta del giorno di Pasqua). Parafrasando le parole di un noto teologo e mistagogo ortodosso, Alexander Schmemann ricordiamo in conclusione che: 
L'intera liturgia della Chiesa è organizzata intorno alla Pasqua e perciò l'anno liturgico diventa un viaggio, un pellegrinaggio verso la Pasqua, verso l'omega, la Fine, che al tempo stesso è Alpha, il principio: fine di tutto ciò che è vecchio, principio della vita nuova, un "passaggio" costante da "questo mondo", al Regno già rivelato in Cristo.
(da Quaresima: in cammino verso la Pasqua, p. 30).


1“In ebraico “šub” vuol dire “invertire la rotta”, cominciare con una nuova direzione della vita; in greco “metanoia”, “cambiamento del pensiero”; in latino “poenitentia”, “azione mia per lasciarmi trasformare”; in italiano “conversione”, che coincide piuttosto con la parola ebraica di “nuova direzione della vita”. Forse possiamo vedere in modo particolare il perché della parola del Nuovo Testamento, la parola greca “metanoia”, “cambiamento del pensiero. In un primo momento il pensiero appare tipicamente greco, ma andando in profondità vediamo che esprime realmente l’essenziale di ciò che anche le altre lingue dicono: cambiamento del pensiero, cioè reale cambiamento della nostra visione della realtà […] La realtà delle realtà è Dio. Questa realtà invisibile, apparentemente lontana da noi, è la realtà. Imparare questo, e così invertire il nostro pensiero, giudicare veramente come il reale che deve orientare tutto è Dio, sono le parole, la parola di Dio. Questo è il criterio, Dio, il criterio di tutto quanto faccio. Questo realmente è conversione, se il mio concetto di realtà è cambiato, se il mio pensiero è cambiato. E così anche la parola latina “poenitentia”, che ci appare un po’ troppo esteriore e forse attivistica, diventa reale: esercitare questo vuole dire esercitare il dominio di me stesso, lasciarmi trasformare, con tutta la mia vita, dalla Parola di Dio, dal pensiero nuovo che viene dal Signore e mi mostra la vera realtà. Così non si tratta solo di pensiero, di intelletto, ma si tratta della totalità del mio essere, della mia visione della realtà. Questo cambiamento del pensiero, che è conversione, tocca il mio cuore e unisce intelletto e cuore, e mette fine a questa separazione tra intelletto e cuore, integra la mia personalità nel cuore che è aperto da Dio e che si apre a Dio. E così trovo la strada, il pensiero diventa fede, cioè un aver fiducia nel Signore, un affidarmi al Signore, vivere con Lui e intraprendere la sua strada in una vera sequela di Cristo.” Benedetto XVI, Incontro con i Parroci della Diocesi di Roma, 10-3-2011.

giovedì 6 marzo 2014

"La grande bellezza è la trasformazione sacramentale del visibile"



La pagina Facebook de “Il Cortile dei Gentili” ha dedicato un post al film premio oscar “La grande bellezza”. L'elogio del film è stato fatto riportando un' “acuta analisi” del prof. Alessandro D'Avenia, docente della scuola italiana e romanziere di successo. Il mio primo commento al post sul network è stato ribadire la mia stima ed il mio apprezzamento per il collega D'Avenia non tralasciando di affermare che io aborro il film in questione. I motivi sono principalmente due: la solita trita e ritrita presentazione deplorevole, offensiva, stereotipica e degradante dell'Italia e degli italiani e la chiara linea anticlericale e anticristiana che tanto piace all'America che premia. I moderatori della pagina mi hanno chiesto un commento più esplicito al testo di D'Avenia ed io mi sono espresso in questo modo.


Leggo sempre con piacere le pagine di Alessandro D'Avenia. Da questo post colgo tre elementi che mi hanno particolarmente colpito e sollecitato. Il primo riguarda la Chiesa. Commentando le scene del film mi sono indignato proprio per le “fragorose assenze” e per le “stereotipate presenze”. La Chiesa diviene un interlocutore inutile, destinatario di domande retoriche, di cui, è noto, si sanno già le risposte. Nel film e nel pensiero che vi soggiace, la Chiesa si distoglie dal protagonista nei due tipi ecclesiali che tanto piacciono all'anticlericalismo americano: un vescovo mondano, quella “carne senza spirito”, e una suora, austera e rigida nel suo misticismo, di “spirito senza carne” che ricorda più lo squilibrio dell'Ofelia di shakespeariana memoria e non la grandezza di una santa Caterina o di una Edith Stein.

Una scena dal film "La grande bellezza"
Allora continuo a pormi le domande di D'Avenia: dove sono tutti quei sacerdoti e consacrati che giorno per giorno sono a servizio del prossimo, che sono frumento macinato tra le mani del popolo di Dio, che hanno consacrato la loro vita in un sacerdozio o vita consacrata a Dio a servizio di un popolo e non per loro stessi? 

Dove sono tutti i laici che cercano di costruire la “grande bellezza” nelle scuole e nelle istituzioni, nei centri di accoglienza, nelle sedi della Caritas ed in tutte le realtà del volontariato cattolico che la nostra Italia, quella vera e non quella becera e senza valori, possiede e fa crescere cercando di instillare la sensibilità per riconoscere che tutto ciò che è buono, giusto e a Dio gradito, da Lui deriva e a Lui ritorna? Dove sono tutte le sante religiose che per la durata della vita si spaccano la schiena per andare incontro al Cristo povero, affamato, emarginato, malato, solo, depresso? 

In secondo luogo ho apprezzato profondamente l'orientamento cristocentrico che D'Avenia ha creato nel suo commento. Un centrare la fede, la teologia, sul mistero dell'Incarnazione, sulla novità del Cristianesimo in cui Dio si incontra nella vita proprio perché il Verbo si è fatto carne, tangibile, riconoscibile, ma anche sublime. 

Il terzo rilievo che colgo è la dimensione liturgica dell'esistenza. Per condiscendenza il nostro incontro con Dio non è astratto e non dipende solo dall'impegno personale. La dimensione umana, concreta, fattuale della liturgia e la sua natura divina non fanno altro che ricondurre l'uomo a Dio, con lo scopo di renderlo partecipe della sua natura divina. In questo vedo la verità di considerare la vita “sacramentalmente” come “frammento del trascendente”. Inoltre qui si ritorna all'insegnamento dei Padri, alla trasfigurazione dell'uomo che avviene proprio nella celebrazione liturgica, alla sua divinizzazione e trasformazione, di grazia in grazia.

San Lorenzo nel Palazzo Apostolico

"Oggi la chiesa di Roma celebra il giorno del trionfo di Lorenzo, giorno in cui egli rigettò il mondo del male. Lo calpestò quando...