domenica 19 gennaio 2014

Carry your world and all your hurt - Porterò su di me il vostro mondo 
e tutta la vostra sofferenza

Tra le cose che sempre mi affascinano c'è il linguaggio. La riflessione scientifica sul linguaggio è cominciata all'inizio dei miei studi di Liturgia e ancora continua con passione anche se in modalità e finalità differenti. 

Poi è arrivato il Liceo Linguistico in cui lavoro e credo che sia utile in quel contesto indirizzare gli allievi alla considerazione crescente che la nostra società assegna al linguaggio ed alla comunicazione che avviene con le parole. 

Nelle mie classi, oltre al linguaggio in generale cerco di focalizzare l'attenzione di tutti sul linguaggio religioso in particolare. Telegiornali, libri, talk show e canzoni presentano un linguaggio religioso, spesso tra le righe, e penso che su questo bisogna fare ermeneutica sempre o almeno il più possibile.

Quest'anno ho proposto una canzone in particolare. Si tratta di Atlas dei Coldplay

Perché? molte delle mie alunne sono prese dalla trilogia di Hunger Games e la canzone si trova nell'ultimo film dedicato alla saga. 

Mi sono messo ad ascoltare il singolo. Lo trovo semplice ma diretto e mi piace molto soprattutto se ascoltato e visto nel video realizzato dalla band. 

La mia riflessione tocca quattro punti della canzone e il contenuto di questo post deriva per due punti dai pensieri raccolti nelle classi, dai commenti che gli allievi hanno fatto al testo musicale. 

Come premessa va ricordato che la canzone è stata composta per un film in particolare e quindi non può essere totalmente separato o estrapolato dal suo contesto di composizione e destinazione. 

Tenendo a mente il contesto credo si possano comunque estrapolare delle fasi significative di comunicazione che il testo porta con sé. 

Atlante, scultura ellenica, Napoli
Un primo approccio alla canzone considera il titolo. Atlas. Con Atlante si fa un tuffo nel fantastico mondo religioso della mitologia classica, si incontra il gigante Atlante condannato da Zeus a sorreggere la volta celeste dopo il suo fallimentare tentativo di ribellione contro gli dèi urani. L'intento del mito di interpretare la natura e di codificarla ricorrendo ad un gigante in grado di sorreggere il manto del cielo che non precipita sugli uomini è l'inizio della mia riflessione. Questo perché la canzone ripropone in ritornello pressoché identico il verso Carry your world, I'll carry your world. Atlante sostiene il mondo e parla in prima persona lungo la composizione. 

La terza strofa però crea una spaccatura nel testo e propone: 

Heaven we hope is just up the road 

Show me the way Lord, because I am about to explode

Speriamo che troveremo il Paradiso lungo la strada
Mostrami la via, Signore, perché sto per esplodere

Io propongo alle classi una mia personale interpretazione. Nel testo inglese ci sono tre parole, heaven, hope e Lord che creano un concetrato di termini decisamente non neutri. Nella traduzione ho preferito inserire Paradiso, di matrice esclusivamente cristiana, e che nel nostro contesto culturale e religioso può dare senso all'espressione. Resta il fatto che indicare il cielo, nella Bibbia come in Letteratura, è il segno di un desiderio di riferirsi a ciò che materialmente ci sovrasta, assegnando così un preciso valore metafisico, sia che il cielo sia il trono del Dio d'Israele (Lodate il Signore dai cieli..., e altri riferimenti simili) sia che lo si voglia leggere come un riferimento alla dimora degli dèi falsi dell'Olimpo o del paganesimo in generale.

Dio separa i cieli, Michelangelo, Cappella Sistina volta, 1511
Unire la speranza al Cielo, o Paradiso, e riferirsi alla strada è un modo per parlare della tensione religiosa che l'uomo ha di trascendere se stesso, di andare oltre la sua caducità e di trovare in ogni momento una direzione che non sia solo materiale ed orizzontale ma anche verticale e metafisica. Poi però il testo continua ed afferma Mostrami, Signore la via. Atlante è il soggetto di questa preghiera? Atlante non può muoversi e deve rimanere lì dov'è a sorreggere il mondo per punizione. Si riferisce forse a Zeus? Ma chiamarlo Signore è forse improprio. Riflettendo su questo testo penso che chiunque si trovi a canticchiarlo ha tra le labbra un'orazione biblica, di natura salmica molto chiara strutturata con invocazione e petizione. E l'orante nel contesto biblico chiede: 
Mostrami, Signore, la tua via, guidami sul retto cammino, perché mi tendono insidie. (Sal 27,11)
e ancora: 
Mostrami, Signore, la tua via, perché nella tua verità io cammini (86,1)
 La seconda riflessione è sull'ultimo verso della canzone in cui si legge: 
Carry your world and all your hurt
Porterò su di me il vostro mondo 
e tutta la vostra sofferenza.

Dato il riferimento ad Atlante, egli sorregge il mondo e precisamente la volta celeste, ma non risulta da Erodoto e da altri autori classici che Atlante sostenga anche la sofferenza del mondo. Queste parole mi permettono di dare spazio ad un'altra interpretazione. 

Se cercassi il riferimento a chi sostiene su di se il mondo e tutta la sofferenza trovo solo Gesù, ed in prima istanza la lettura cristiana del carme del Servo del Signore: 
Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato (Is 53,4).
Coronazione di Spine, Caravaggio 1610, Kunsthistorisches Museum, Vienna

E Lui che porta su di sè il mondo, nel senso più concreto del termine dall'Incarnazione, dal suo aver assunto la nostra natura umana, come abbiamo ascoltato nelle liturgie natalizie
Nel mistero dei Verbo incarnato
è apparsa agli occhi della nostra mente
la luce nuova del tuo fulgore,
perché conoscendo Dio visibilmente,
per mezzo suo siamo rapiti all’amore delle cose invisibili
(Prefazio di Natale I)
Ed ancora seguendo la Liturgia la pericope evangelica della II domenica del Tempo "Per annum" A, ci mette di fronte al Battista che additando il Signore afferma: Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! (Gv 1,29). Ed in questo proclama del Battista ricordiamo il significato del verbo latino tollere che significa certamente togliere ma anche caricare su di sè, portare via ed eliminare. L'Agnello di Dio è colui che porta su di sè il peccato del mondo, come nella tradizione rituale ebraica dei peccati invocati sul capro espiatorio, ma l'Agnello è Cristo che porta i peccati del mondo sulla Croce realizzando la salvezza e la Redenzione dell'umanità.

 

La terza riflessione parte da questo e cerca di estendere il "portare il vostro mondo" alle dinamiche dell'amore/carità. Amare qualcuno, o dedicare tutta la vita all'altro significa farsi carico dell'altro. Un amore che non è più amor proprio ma amore per il prossimo. Mi sembra illuminante un brano dell'Etica di D. Bonhoeffer

Risulta che la struttura dell’azione responsabile richiede la disposizione a prendere su di sé la colpa e implica la libertà. [...] Gesú non si occupa della proclamazione o della realizzazione di nuovi ideali etici, e neppure della sua propria bontà (Mt. 19, 17), ma esclusivamente dell’amore per l’uomo reale; perciò può entrare nella comunione della colpa degli uomini e addossarsene il peso. Gesú non vuole apparire, a spese degli uomini, come il solo individuo perfetto, non vuole essere l’unico uomo esente da colpa, che guarda con sprezzo l’umanità soccombente al peccato, non vuole che una qualsiasi idea di uomo nuovo trionfi sulle rovine di un’umanità distrutta per colpa propria. Non vuole assolvere sé stesso dal peccato per il quale gli altri uomini periscono. Un amore che abbandonasse l’uomo nel suo peccato non sarebbe un amore rivolto all’uomo reale. Operando responsabilmente nell’esistenza storica degli uomini, Gesú si fa colpevole. Null’altro che il suo amore, si noti, lo fa incorrere nella colpa. Per il suo amore disinteressato Gesú abbandona la propria perfezione ed entra nella colpa umana per caricarsene. L’assenza di peccato e il caricarsi del peccato altrui sono in lui due fatti inseparabili. Gesú, che è senza peccato, prende su di sé quello dei suoi fratelli, e appunto nel portare quel peso dimostra di essere egli stesso senza peccato. Qualsiasi azione sostitutivamente responsabile ha dunque origine in Gesú Cristo, l’innocente colpevole. [...] Gesú ha portato su di sé la colpa di tutti gli uomini [...] Il fatto che l’innocente amando disinteressatamente diventa colpevole è, in Gesú Cristo, parte essenziale dell’azione disinteressata.

L'ultimo punto di analisi di questo testo riguarda il verso: 
A volte la corda deve essere tesa per tenere la nota
che semplicemente si può leggere come l'invito ha sostenere la tensione che nella vita si manifesta nei momenti difficili, a raccolgiere le forze per sostenere le avversità e trasformare gli eventi come suggerito dalla canzone in una tensione calibrata fino ad ottenere la nota, la musicalità e l'armonia che il suono porta con sé, evitando così di tensione in tensione, in una gradualità del tutto umana, di produrre solo note stonate. L'invito mi pare quello di indirizzare la vita a produrre armonia, nei gesti nelle parole, nei pensieri e nei rapporti con il prossimo come indicava san Benedetto nella sua Regula (cap. 19) in riferimento ai monaci che cantano i Salmi: Mens concordet voci - partecipiamo alla salmodia in modo tale che l'intima disposizione dell'animo si armonizzi con la nostra voce. 

Queste nostre parole vogliono essere soltanto un modo per chiarire quanto effettivamente il linguaggio, in questo caso musicale, sia in grado di ricorre, in un contesto evidentemente non religioso, a categorie e citazioni che con il mondo religioso, e cristiano, sono strettamente legate.

A conclusione di questo percorso personale di interpretazione non rimane che augurare un buon ascolto!

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