domenica 5 gennaio 2014

Annuncio della Pasqua


Ripropongo su questo blog un estratto di un mio articolo pubblicato su Reportata in merito alla particolarità liturgica dell'annuncio della data della Pasqua che si fa nel giorno dell'Epifania. Nell'articolo troverete spiegata tutta la questione legata alla pubblicazione delle feste della Chiesa mentre qui riprenderò solo alcune linee generali. 

La liturgia del tempo di Natale abbonda di aspetti particolari concentrati in un numero consistente di feste liturgiche.1 L'Epifania, l'ultima grande solennità, che apre una nuova sezione del tempo di Natale, si inserisce in questo ricco contesto liturgico e propone alla riflessione una tradizione che ormai nell'adattamento post-conciliare delle liturgie nazionali si è quasi del tutto perso: l'annuncio della festa di Pasqua. Vari approcci sono possibili al tema dell'annuncio della Pasqua. Il primo e più corposo è quello che prevede un percorso che approfondisce le testimonianze patristiche circa la prassi dell'annuncio della data della festa di Pasqua, ma il nostro intento è quello di accennare solamente ad alcune testimonianze patristiche per concentrare l'attenzione sulle tradizioni strettamente liturgiche legate alla proclamatio

Parlare della data della Pasqua significa riferirsi al Primo Testamento. Nello studio e nella rilevazione dei dati che ne derivano ci soffermiamo solo sulla determinazione della data della Pasqua, fissata come festa al «14° giorno del 1° mese». I testi di riferimento sono Lv 23, 4-8 ed Ez 45, 21. La Pasqua è definita dai brani biblici una festa che si celebra verso sera e che comprende le caratteristiche della celebrazione, del rito e del sacrificio.2


In seguito, nel primo Cristianesimo, le Chiese si divisero tra le comunità che seguivano la data del 14 Nisan come indicato nella Sacra Scrittura e le comunità occidentali, ed in particolare la Chiesa di Roma, che scelsero la domenica come giorno di riferimento per la Pasqua, in osservanza delle consuetudini liturgiche che prevedevano la domenica come giorno primordiale e originale di riunione. Legata alla celebrazione della Pasqua, nel II secolo, sorge la questione su quale data sia quella da ritenere per un'unica celebrazione pasquale. La preoccupazione si sposta quindi dal problema del computo ad un ideale unitario di celebrazione che possa permettere di annunciare la resurrezione di Cristo in un unico giorno dell'anno riconosciuto unanimemente dalle Chiese d'Oriente e da quelle d'Occidente.



Il primo documento che d'autorità cerca di stabilire un'unica data è il concilio di Arles del 314; in quell'assise si richiese di stabilire un'unica data per la celebrazione di un'unica Pasqua rituale. 


Si nota in proposito che con la questione della data della Pasqua, siamo di fronte alla prima testimonianza della prassi della sede patriarcale Romana di inviare lettere contenenti le date delle feste da rendere note nelle singole chiese locali in forma pubblica. Le lettere così dette festali erano lo strumento di comunicazione autentico per uniformare la cristianità in ambito celebrativo. In un tempo in cui la comunicazione esisteva e funzionava ma ovviamente senza l'odierna immediatezza, servivano indicazioni certe ed autorevoli circa le date che segnavano la vita liturgica e di fede delle comunità cristiane.



Il canone di Arles rimase inosservato ma venne ripreso successivamente nel decreto pasquale del Concilio di Nicea (325). Il testo conciliare fissa la data della Pasqua annuale alla domenica successiva al plenilunio di primavera, affida al patriarca di Alessandria l'onere del computo della data della Pasqua e la sua comunicazione al papa di Roma con la successiva pubblicazione tramite lettera e indica ai cristiani dell'Asia Minore la necessità di conformarsi alla tradizione romana.3  
La vera unificazione della data della Pasqua si ottenne solamente nel VI secolo quando Roma decise di accogliere definitivamente il computo alessandrino.4

La necessità di comprendere il valore della pubblicazione della data della Pasqua e delle altre feste dell'anni circulum viene focalizzata sul testo attuale dell'annuncio ed il suo confronto con la precedente tradizione liturgica della codificazione tridentina.

Annuncio di Pasqua secondo il Pontificale tridentino
Il valore della pubblicazione delle feste mobili aumenta se si considera la sentenza della Sacra Congregazione dei Riti dell'11 marzo 1684, firmata dal cardinale Casanate, che ne estendeva l'uso dalla Cattedrale, ritenuta luogo esclusivo per la proclamazione solenne delle feste mobili, a tutte le chiese della diocesi


La Chiesa cattedrale, chiesa madre di ogni diocesi, era nell'antica concezione della liturgia, il luogo da cui promanavano le solennità. Il loro annuncio nella sede episcopale riproduceva in piccolo ciò che avveniva nella Chiesa universale: dal Pontefice che rendeva note le feste per tutta la cristianità si passa al vescovo diocesano che nella sua cattedrale fa annunciare le feste dell'anno liturgico per tutta l'estensione del territorio a lui soggetto.

Si deve anche tenere presente che il testo contenuto nel Pontificale tridentino è di matrice moderna dato che nelle fonti della liturgia non è presente. Inoltre nei testi liturgici precedenti la riforma tridentina (secc. XIII-XV) e nei manoscritti delle altre tradizioni liturgiche si trovano tante forme quanti sono i luoghi ed i contesti liturgici di diffusione (monasteri, cattedrali, liturgie nazionali, usi propri). 
La necessità di tradurre i testi latini della liturgia romana ha fatto scaturire un adattamento del testo liturgico che fosse in grado di rispondere alle caratteristiche linguistiche e celebrative delle singole nazioni.

 Emerge una cogente delusione nell'osservare che i nuovi libri liturgici non presentano un testo adattato e tradotto, secondo la creatività e le linee culturali dei singoli paesi, ma hanno tradito lo spirito e la teologia trasmessa dai libri liturgici conciliari. Si vuole far notare in proposito che nei messali delle principali lingue moderne non compare la menzione all'annuncio pasquale e non esiste il testo dell'annuncio.­5

Il rito ambrosiano, al contrario, si distingue per aver mantenuto nei secoli un'unica formula di pubblicazione della Pasqua annuale che deriva dall'opera liturgica del Beroldo.6
Il Messale Romano in lingua italiana ha mantenuto il testo dell'annuncio. La traduzione del 1983, anche se lacunosa in diversi punti, si distingue dal testo latino tipico utilizzando uno stile arioso e solenne che si distacca, quando è possibile, dalla semplice publicatio secondo lo schema giorno / festa corrispondente.

Leggere il testo ufficiale della CEI permette di evidenziare alcuni elementi in grado di condurre alla comprensione del valore dell'annuncio della data della Pasqua nella liturgia attuale.

Un rilievo nasce dal cambiamento del titolo. Non osserviamo in questa sede una mera correzione in senso linguistico ma si sottolinea una nuova concezione del testo sia a livello teologico che liturgico. Nell'adattamento italiano si passa da de publicatione festorum mobilium eredità delle lettere festali ad annunzio del giorno della Pasqua. È questo il fine del testo, orientare la fede dei presenti a vivere l'anno liturgico alla luce della Risurrezione. Da quanto esposto nel precedente derivano alcune caratteristiche della versione italiana.


La proclamatio Paschatis si inserisce nel periodo natalizio, di cui fa menzione per la gioia provata nella celebrazione del mistero dell'Incarnazione. Il testo non fa che compiere le aspettative della Chiesa unendo in modo liturgico le manifestazioni del Cristo, Verbo di Dio fatto Uomo e incarnatosi e rivelatosi alle genti con il mistero di Passione, Morte e Resurrezione. L'unione dei due aspetti centrali della fede cristiana sono espressi nel testo originale latino sia del Messale Romano del 1975 si in quello del Pontificale Romano del 1595: 
Noveritis, fratres carissimi, quod annuente Dei misericordia, sicut de Nativitate D.N.J.C. gavisi sumus, ita et de Resurrectione eiusdem Salvatoris nostri gaudium vobis annuntiamus.
Avrete riconosciuto, fratelli carissimi, che per l'accondiscendente misericordia di Dio, come ci siamo rallegrati per la nascita del nostro Signore Gesù Cristo così vi annunciamo anche la gioia per la Resurrezione dello stesso Salvatore nostro. 

Questa parte nel testo italiano non è stata conservata. Con l'attuale formulazione il nesso con la gioia del Natale che apre a quella della Pasqua, l'annuncio paradossalmente potrebbe essere fatto in qualsiasi altro tempo dell'anno perché afferma una signoria temporale del Cristo che non si limita e non si riferisce solo alla sua venuta nella carne umana. 
Separare però l'annuncio della Pasqua dalla festa delle manifestazione teandrica di Cristo al mondo significherebbe decentrare i due fulcri della fede cristiana (Incarnazione-Resurrezione).


In questo senso si può interpretare il rito proprio dell'Epifania con l'intento di creare un ponte tra la celebrazione dei misteri dell'Incarnazione con quelli del mistero Pasquale.


Lo scorrere del tempo è il locus per la celebrazione dei sacramenti. Il motivo per cui tradizionalmente si continua a fare l'annuncio della Pasqua nel giorno dell'Epifania, si può rinvenire nell'antifona dei secondi Vespri, che con il suo particolare stile, nel parallelismo presenta Cristo al mondo secondo i tria miracula a partire dalla manifestazione della sua umanità.7

Lorenzo Lotto, Natività
L'anno liturgico riformato secondo i dettami del Concilio Vaticano II ha al suo centro la celebrazione dei misteri della vita di Cristo ed in particolare il suo evento pasquale. Dalla storia dell'anno liturgico sappiamo che il nucleo primitivo della celebrazione cristiana è la pasqua settimanale cui seguirà il memoriale della Pasqua annuale. In questo contesto tutto dipende dalla data della Pasqua. Da qui, la versione italiana acquista un valore teologico superiore ai testi precedenti proprio perché asserisce che «dalla Pasqua scaturiscono tutti i giorni santi». Questa espressione è vera perché la celebrazione del Natale non avrebbe pienamente senso se non fosse legata alla Pasqua; così ogni dies liturgicus deriva assolutamente e direttamente dalla Pasqua.

Alla luce di quanto detto si comprende come mai nell'annuncio viene indicata la prima domenica d'Avvento: perché non si celebrerebbe l'adventus del nostro grande Re se egli non si fosse incarnato per la redenzione realizzata sulla croce.

Questo percorso teologico-liturgico sul significato delle varie date presenti nell'annuncio viene confermato quando si legge: «Anche nelle feste... la Chiesa pellegrina sulla terra proclama la Pasqua del suo Signore». Ogni celebrazione liturgica festiva diviene proclamazione dell'opera redentiva di Cristo.


Nella versione italiana attuale per quanto concerne la Quaresima è stato eliminato il riferimento alla sua caratteristica penitenziale, tradizionalmente espressa dal digiuno, non più menzionato rispetto al testo tridentino. È stata introdotta solo la parola «Quaresima» senza legami con il digiuno ed il valore di ascesi e di santità richiamato dall'eucologia quaresimale.

Una pedissequa traduzione del testo latino avrebbe portato ad una pesante resa ripetitiva in italiano dell'espressione «Domini nostri Iesu Christi» che se conservata ricorrerebbe quattro volte in un testo di poche righe. Si nota inoltre che il testo italiano non ha mantenuto l'annuncio della festa del Corpus Domini presente nella versione dell'editio typica.


La dossologia è stata resa in una forma migliore rispetto all'originale latino. Non è stata considerata una stereotipata chiosa letteraria, quasi un artificio retorico o una scontata chiusura stilistica del testo liturgico ma è stato improntata una nuova formulazione dal carattere escatologico, testo che rende onore a Cristo «Signore del tempo e della storia».

Il mio desiderio è quello di unirmi al canto della Chiesa e poter continuare a proclamare di anno in anno: 

A Cristo che era, che è e che viene, 
Signore del tempo e della storia, 
lode perenne nei secoli dei secoli. 
Amen!
 
Abside della Basilica Papale di san Paolo fuori le mura, mosaico di scuola veneziana


1   A partire dalla preparazione alla celebrazione del mistero dell'Incarnazione con un tempo di quattro settimane (nella Chiesa Romana), il tempo di natale è abbondantemente caratterizzato: è stato equiparato alla Quaresima, tanto da avere anch'esso le stazioni; è ricca la storia della data liturgica del Natale; l'ufficiatura ricca di testi elaborati che spesso sono delle summae di teologia; le tre messe distinte di tradizione papale cui abbiamo già accennato nei post precedenti e da ultimo la publicatio delle feste mobili.
 
2   I. Cardellini, I sacrifici dell'antica Alleanza. Tipologie, rituali, celebrazioni (Studi sulla Bibbia e il suo ambiente 5), San Paolo, Cinisello Balsamo 2001, 290-297.

3   Cfr. in particolare le lettere festali del patriarca Atanasio.

4   Ciclo di 19 anni con l'equinozio fissato al 21 marzo, ed un limite per l'oscillazione della data tra il 22 marzo ed il 25 aprile. Cfr. F. Cabrol, «Annonce des Fêtes», in DACL I/2, 2230-2241. K. Bihlmeyer -- H. Tuechle, Storia della Chiesa I L'antichità cristiana fino al 692, Morcelliana, Brescia 1996, 161-162; 413-414. Per la tradizione delle lettere festali del patriarca di Alessandria cfr. A. ­Camplani, Le lettere festali di Atanasio di Alessandria. Studio storico-critico, C.I.M., Roma 1989; Athanasius Alexandrinus, Lettere festali, ed. A. Camplani, (Letture cristiane del primo millennio 34), Edizioni Paoline, Milano 2003; C. Moreschini - E. Norelli, Storia della letteratura cristiana antica greca e latina I, Morcelliana, Brescia 1996, 741; 770-772; La teologia dei Padri. Testi dei Padri latini greci orientali scelti e ordinati per temi V, ed. G. Mura, Città Nuova, Roma 1976, 70.

5   L'unica eccezione, ad oggi, è la terza edizione del messale in inglese che in conformità all'editio typica tertia del Missale Romanum ha ristabilito nell'Appendice il testo dell'annuncio delle feste mobili per la festa dell'Epifania.

6    Per la liturgia ambrosiana il riferimento principale è all'opera del Beroldo, custode del duomo di Milano; il suo nome è legato alla composizione di opere liturgiche da collocare dopo la morte del vescovo Olrico (1126). Nelle sue dissertazioni sulle liturgie proprie della cattedrale milanese il Beroldo riporta il testo dell'annuncio pasquale, da fare dopo il canto del Vangelo dell'Epifania, in una forma che è tutt'ora in uso nella Chiesa di Milano e che si distingue dalle precedenti per la sua essenzialità: In Epiphania post lectum Evangelium, debet diaconus qui legit evangelium in pulpito adnunciare Pascha, primicerio clericorum apud eum stante et sibi indicante, sic dicendo: noverit caritas vestra, fratres carissimi, quod annuente Dei et D. N. J. C. misericordia, tali et tali die, Pascha Domini celebramus. L'esiguità del testo ci porta a sottolineare che nella tradizione ambrosiana la consuetudine delle lettere festali per l'annuncio di un'unica data pasquale si conserva, mantenendo la pubblicazione della sola data di Pasqua. Nel rito ambrosiano non hanno mai trovato posto gli annunci delle altre feste o digiuni.

7    «Tre prodigi celebriamo in questo giorno santo: oggi la stella ha guidato i magi al presepio, oggi l'acqua è cambiata in vino alle nozze, oggi Cristo è battezzato da Giovanni nel Giordano per la nostra salvezza, alleluia». II Vespri dell'Epifania, ant. al Magnificat.

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