giovedì 30 gennaio 2014

Elogio della debolezza (ma non della miseria)


Nella Regola di san Benedetto si legge al capitolo VII dedicato all'umiltà: 
 

Il settimo grado dell'umiltà consiste non solo nel qualificarsi come il più miserabile di tutti, ma nell'esserne convinto dal profondo del cuore, umiliandosi e dicendo con il profeta: "Ora io sono un verme e non un uomo, l'obbrobrio degli uomini e il rifiuto della plebe"; "Mi sono esaltato e quindi umiliato e confuso"e ancora: "Buon per me che fui umiliato, perché imparassi la tua legge".


A commento di questo testo che umanamente va contro ogni "buon senso" o normalità banalmente intesa trovo un articolo di Enzo Bianchi priore della comunità monastica di Bose. Lo condivido per le precisazioni che riporta e perché fa capire come la vita monastica e la vita religiosa in genere non sia solo per i "perfetti" ma per gente normale che sperimenta quotidianamente la caducità e la difficoltà di essere uomini e donne in questo mondo.
Caravaggio, conversione di san Paolo
"Come scriveva Gilbert K. Chesterton, il paradosso attraversa il tessuto della fede cristiana. E così la debolezza, l’asthenía che nasce dalla malattia, dall’handicap, dall’umiliazione, dalla sofferenza imposta dalla vita, nel cristianesimo se è vissuta come un cammino pasquale può diventare addirittura un luogo in cui si fa sentire la forza di Dio. Questo viene proclamato da Gesù nel Discorso della montagna, quando afferma che sono beati, felici, convinti di poter andare avanti con fiducia e di essere nella verità quanti sono poveri, miti, disarmati, perseguitati, affamati (cf. Mt 5,1-12). L’apostolo Paolo nella Seconda lettera ai Corinzi compone addirittura quello che potrebbe essere definito un inno alla debolezza: «Il Signore mi ha detto: 'Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si esprime pienamente nella debolezza'. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché metta la sua tenda in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,9-10). In questo testo vanno sottolineate due espressioni che normalmente sfuggono al lettore: la potenza del Signore si esprime pienamente nella debolezza e la potenza di Cristo mette la sua tenda - la Shekinah, cioè la presenza di Dio - là dove trova la debolezza dell’uomo. Si faccia però attenzione. Questo canto alla debolezza non è un canto al male, alla sofferenza, alla prova, alla miseria - come Friedrich Nietzsche ha imputato al cristianesimo - , ma è una rivelazione: la debolezza di fatto può essere una situazione in cui, se chi la vive sa viverla con amore (cioè continuando ad amare e ad accettare di essere amato), la potenza di Cristo raggiunge la sua pienezza. Ma questo messaggio, peraltro centrale nel Nuovo Testamento, è scandaloso e può sembrare follia (cf. 1Cor 1,18-31), e noi cristiani abituati a tali parole siamo disposti a ripeterle ma non a viverle nell’amore: quest’ultima è la vera sfida, perché la debolezza è fondativa dell’antropologia cristiana.
Confessiamolo però con onestà: quando osserviamo la vita nel suo svolgersi quotidiano, quando tentiamo di leggere la storia e le storie, constatiamo che sono la potenza, la forza, l’arroganza, la violenza ad avere successo, e perciò ci diventa arduo scorgere nella debolezza una possibile beatitudine. Siamo capaci di accogliere la nostra debolezza, che si presenta a noi sovente come umiliazione? Siamo disposti a vedere in essa un’occasione di spogliazione, per essere condotti all’«unica cosa necessaria» (Lc 10,42)? Non solo individualmente, ma come comunità, come Chiesa siamo capaci di leggere nella debolezza il linguaggio della discreta caritas, dell’amore discreto che è vissuto quotidianamente senza alzare la voce, senza voler 'dare testimonianza' a noi stessi? Forse solo quando smettiamo di parlare di poveri, di handicappati, ma siamo di fronte a un uomo o a una donna in carrozzella, a una persona colpita nei mezzi abituali di comunicazione; quando ci troviamo davanti a un corpo ferito e dilaniato dalla malattia e dal dolore; quando stringiamo le mani di un povero che le ha tese verso di noi, mettendo le nostre mani nelle sue, forse solo allora comprendiamo il dramma della debolezza e siamo capaci di discernere dove Cristo ha messo la sua tenda. C’è poi anche una forma particolare di debolezza, che non può essere dimenticata: quella dell’umiliazione che nasce dal nostro peccato a volte dal nostro vizio o peccato ripetuto, in cui cadiamo e poi ci rialziamo, cadiamo e poi ci rialziamo ancora… Siamo umiliati davanti a Dio e agli uomini, anche in questo sia come singoli cristiani sia come chiesa. «Bene per me essere stato nella debolezza» (Sal 119,71), prega il salmista davanti a Dio, ma è bene anche per la chiesa essere umiliata, conoscere giorni di non-successo, di sterilità, di impotenza tra le potenze di questo mondo, a volte addirittura di insignificanza. Non è stato forse questo il tragitto di Gesù nell’ultima parte del suo ministero, dopo i successi e la favorevole accoglienza iniziale? Sì, dobbiamo nuovamente confessarlo: facile a dirlo, difficile da accettare e soprattutto da vivere senza tradire l’amore.
San Bernardo, colui che conobbe forse il più grande successo possibile per un monaco nella storia, sperimentò pure un’ora di umiliazione, di fragilità e di miseria anche esistenziale. Fu, per sua stessa ammissione, una crisi spirituale e morale che lo obbligò a vivere per un anno fuori dal suo monastero. In quel tempo comprese molte cose della vita cristiana che non aveva capito prima; comprese soprattutto che nella debolezza si impara meglio la relazione con gli altri e con Dio, e conobbe veramente cos’è la grazia, la misericordia di Dio. E così giunse ad esclamare: «Optanda infirmitas!», «O desiderabile debolezza!» ( Discorsi sul Cantico dei cantici 25,7). Sì, è possibile giungere ad affermare questo, ben sapendo però che nel mestiere di vivere la debolezza appare sempre anche come prova, come faticosa prova." 

(Tratto dal quotidiano "Avvenire" del 10 luglio 2011).



domenica 19 gennaio 2014

Carry your world and all your hurt - Porterò su di me il vostro mondo 
e tutta la vostra sofferenza

Tra le cose che sempre mi affascinano c'è il linguaggio. La riflessione scientifica sul linguaggio è cominciata all'inizio dei miei studi di Liturgia e ancora continua con passione anche se in modalità e finalità differenti. 

Poi è arrivato il Liceo Linguistico in cui lavoro e credo che sia utile in quel contesto indirizzare gli allievi alla considerazione crescente che la nostra società assegna al linguaggio ed alla comunicazione che avviene con le parole. 

Nelle mie classi, oltre al linguaggio in generale cerco di focalizzare l'attenzione di tutti sul linguaggio religioso in particolare. Telegiornali, libri, talk show e canzoni presentano un linguaggio religioso, spesso tra le righe, e penso che su questo bisogna fare ermeneutica sempre o almeno il più possibile.

Quest'anno ho proposto una canzone in particolare. Si tratta di Atlas dei Coldplay

Perché? molte delle mie alunne sono prese dalla trilogia di Hunger Games e la canzone si trova nell'ultimo film dedicato alla saga. 

Mi sono messo ad ascoltare il singolo. Lo trovo semplice ma diretto e mi piace molto soprattutto se ascoltato e visto nel video realizzato dalla band. 

La mia riflessione tocca quattro punti della canzone e il contenuto di questo post deriva per due punti dai pensieri raccolti nelle classi, dai commenti che gli allievi hanno fatto al testo musicale. 

Come premessa va ricordato che la canzone è stata composta per un film in particolare e quindi non può essere totalmente separato o estrapolato dal suo contesto di composizione e destinazione. 

Tenendo a mente il contesto credo si possano comunque estrapolare delle fasi significative di comunicazione che il testo porta con sé. 

Atlante, scultura ellenica, Napoli
Un primo approccio alla canzone considera il titolo. Atlas. Con Atlante si fa un tuffo nel fantastico mondo religioso della mitologia classica, si incontra il gigante Atlante condannato da Zeus a sorreggere la volta celeste dopo il suo fallimentare tentativo di ribellione contro gli dèi urani. L'intento del mito di interpretare la natura e di codificarla ricorrendo ad un gigante in grado di sorreggere il manto del cielo che non precipita sugli uomini è l'inizio della mia riflessione. Questo perché la canzone ripropone in ritornello pressoché identico il verso Carry your world, I'll carry your world. Atlante sostiene il mondo e parla in prima persona lungo la composizione. 

La terza strofa però crea una spaccatura nel testo e propone: 

Heaven we hope is just up the road 

Show me the way Lord, because I am about to explode

Speriamo che troveremo il Paradiso lungo la strada
Mostrami la via, Signore, perché sto per esplodere

Io propongo alle classi una mia personale interpretazione. Nel testo inglese ci sono tre parole, heaven, hope e Lord che creano un concetrato di termini decisamente non neutri. Nella traduzione ho preferito inserire Paradiso, di matrice esclusivamente cristiana, e che nel nostro contesto culturale e religioso può dare senso all'espressione. Resta il fatto che indicare il cielo, nella Bibbia come in Letteratura, è il segno di un desiderio di riferirsi a ciò che materialmente ci sovrasta, assegnando così un preciso valore metafisico, sia che il cielo sia il trono del Dio d'Israele (Lodate il Signore dai cieli..., e altri riferimenti simili) sia che lo si voglia leggere come un riferimento alla dimora degli dèi falsi dell'Olimpo o del paganesimo in generale.

Dio separa i cieli, Michelangelo, Cappella Sistina volta, 1511
Unire la speranza al Cielo, o Paradiso, e riferirsi alla strada è un modo per parlare della tensione religiosa che l'uomo ha di trascendere se stesso, di andare oltre la sua caducità e di trovare in ogni momento una direzione che non sia solo materiale ed orizzontale ma anche verticale e metafisica. Poi però il testo continua ed afferma Mostrami, Signore la via. Atlante è il soggetto di questa preghiera? Atlante non può muoversi e deve rimanere lì dov'è a sorreggere il mondo per punizione. Si riferisce forse a Zeus? Ma chiamarlo Signore è forse improprio. Riflettendo su questo testo penso che chiunque si trovi a canticchiarlo ha tra le labbra un'orazione biblica, di natura salmica molto chiara strutturata con invocazione e petizione. E l'orante nel contesto biblico chiede: 
Mostrami, Signore, la tua via, guidami sul retto cammino, perché mi tendono insidie. (Sal 27,11)
e ancora: 
Mostrami, Signore, la tua via, perché nella tua verità io cammini (86,1)
 La seconda riflessione è sull'ultimo verso della canzone in cui si legge: 
Carry your world and all your hurt
Porterò su di me il vostro mondo 
e tutta la vostra sofferenza.

Dato il riferimento ad Atlante, egli sorregge il mondo e precisamente la volta celeste, ma non risulta da Erodoto e da altri autori classici che Atlante sostenga anche la sofferenza del mondo. Queste parole mi permettono di dare spazio ad un'altra interpretazione. 

Se cercassi il riferimento a chi sostiene su di se il mondo e tutta la sofferenza trovo solo Gesù, ed in prima istanza la lettura cristiana del carme del Servo del Signore: 
Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato (Is 53,4).
Coronazione di Spine, Caravaggio 1610, Kunsthistorisches Museum, Vienna

E Lui che porta su di sè il mondo, nel senso più concreto del termine dall'Incarnazione, dal suo aver assunto la nostra natura umana, come abbiamo ascoltato nelle liturgie natalizie
Nel mistero dei Verbo incarnato
è apparsa agli occhi della nostra mente
la luce nuova del tuo fulgore,
perché conoscendo Dio visibilmente,
per mezzo suo siamo rapiti all’amore delle cose invisibili
(Prefazio di Natale I)
Ed ancora seguendo la Liturgia la pericope evangelica della II domenica del Tempo "Per annum" A, ci mette di fronte al Battista che additando il Signore afferma: Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! (Gv 1,29). Ed in questo proclama del Battista ricordiamo il significato del verbo latino tollere che significa certamente togliere ma anche caricare su di sè, portare via ed eliminare. L'Agnello di Dio è colui che porta su di sè il peccato del mondo, come nella tradizione rituale ebraica dei peccati invocati sul capro espiatorio, ma l'Agnello è Cristo che porta i peccati del mondo sulla Croce realizzando la salvezza e la Redenzione dell'umanità.

 

La terza riflessione parte da questo e cerca di estendere il "portare il vostro mondo" alle dinamiche dell'amore/carità. Amare qualcuno, o dedicare tutta la vita all'altro significa farsi carico dell'altro. Un amore che non è più amor proprio ma amore per il prossimo. Mi sembra illuminante un brano dell'Etica di D. Bonhoeffer

Risulta che la struttura dell’azione responsabile richiede la disposizione a prendere su di sé la colpa e implica la libertà. [...] Gesú non si occupa della proclamazione o della realizzazione di nuovi ideali etici, e neppure della sua propria bontà (Mt. 19, 17), ma esclusivamente dell’amore per l’uomo reale; perciò può entrare nella comunione della colpa degli uomini e addossarsene il peso. Gesú non vuole apparire, a spese degli uomini, come il solo individuo perfetto, non vuole essere l’unico uomo esente da colpa, che guarda con sprezzo l’umanità soccombente al peccato, non vuole che una qualsiasi idea di uomo nuovo trionfi sulle rovine di un’umanità distrutta per colpa propria. Non vuole assolvere sé stesso dal peccato per il quale gli altri uomini periscono. Un amore che abbandonasse l’uomo nel suo peccato non sarebbe un amore rivolto all’uomo reale. Operando responsabilmente nell’esistenza storica degli uomini, Gesú si fa colpevole. Null’altro che il suo amore, si noti, lo fa incorrere nella colpa. Per il suo amore disinteressato Gesú abbandona la propria perfezione ed entra nella colpa umana per caricarsene. L’assenza di peccato e il caricarsi del peccato altrui sono in lui due fatti inseparabili. Gesú, che è senza peccato, prende su di sé quello dei suoi fratelli, e appunto nel portare quel peso dimostra di essere egli stesso senza peccato. Qualsiasi azione sostitutivamente responsabile ha dunque origine in Gesú Cristo, l’innocente colpevole. [...] Gesú ha portato su di sé la colpa di tutti gli uomini [...] Il fatto che l’innocente amando disinteressatamente diventa colpevole è, in Gesú Cristo, parte essenziale dell’azione disinteressata.

L'ultimo punto di analisi di questo testo riguarda il verso: 
A volte la corda deve essere tesa per tenere la nota
che semplicemente si può leggere come l'invito ha sostenere la tensione che nella vita si manifesta nei momenti difficili, a raccolgiere le forze per sostenere le avversità e trasformare gli eventi come suggerito dalla canzone in una tensione calibrata fino ad ottenere la nota, la musicalità e l'armonia che il suono porta con sé, evitando così di tensione in tensione, in una gradualità del tutto umana, di produrre solo note stonate. L'invito mi pare quello di indirizzare la vita a produrre armonia, nei gesti nelle parole, nei pensieri e nei rapporti con il prossimo come indicava san Benedetto nella sua Regula (cap. 19) in riferimento ai monaci che cantano i Salmi: Mens concordet voci - partecipiamo alla salmodia in modo tale che l'intima disposizione dell'animo si armonizzi con la nostra voce. 

Queste nostre parole vogliono essere soltanto un modo per chiarire quanto effettivamente il linguaggio, in questo caso musicale, sia in grado di ricorre, in un contesto evidentemente non religioso, a categorie e citazioni che con il mondo religioso, e cristiano, sono strettamente legate.

A conclusione di questo percorso personale di interpretazione non rimane che augurare un buon ascolto!

giovedì 16 gennaio 2014

I colori dei nostri ricordi

Condivido qui sul mio blog l'inizio della mia recensione all'ultimo libro di Michel Pastoureau. Storico affascinato ed impegnato nel campo dei colori, conosciuto per i suoi volumi dedicati al Blu, al Nero ed ultimo al Verde, per il suo Bestiario medievale, ora ritorna sugli scaffali delle librerie con un piacevolissimo libro autobiografico che cerca di unire una semiotica dei colori al mondo dei ricordi che i colori stessi riescono ad evocare. Tra digressioni e spiegazioni il testo accompagna il lettore in circa cinquant'anni di vita dell'Autore ed molto più indietro nel tempo per capire ilsignificato che i colori hanno avuto nelle culture e società antiche. 

Guarire con i colori, cromoterapia intensiva, teoria dei colori e colori nel design per assegnare ad ogni stanza e ad ogni luogo il colore più adatto per la psiche. Questi cenni non sono altro che un elenco incipiente di una lunga serie di segnali di rivalutazione del fenomeno colore.

Infatti nella società moderna la riflessione sul colore ha avuto e ha ancora uno slancio rispetto al passato. Se si pensa all'importanza del colore nella storia, escludendo il solo XIX sec. che ci ha condannati al bianco e nero, subito si è immersi in un altro “mondo” pieno di fascino e articolato al punto da essere in grado di dividere o unire la sensibilità cromofila o cromofoba dell'individuo e della società, la simbologia ed il significato, la storia, la sociologia, la psicologia, la religione e la filosofia. Il colore è in tutte queste realtà ed è esente o escluso da tutte.

Il resto della recensione si trova qui. Buona lettura!

domenica 12 gennaio 2014

La festa del Battesimo di Gesù

Per un cultore della Liturgia e per un Romano, uno dei centri della Diocesi di Roma non è certamente il Vaticano con la stupenda e meravigliosa Basilica del Principe degli Apostoli, ma la sontuosa e veneranda Cattedrale del santissimo Salvatore e dei santi Giovanni Battista ed Evangelista al Laterano. Della grande struttura del Laterano, un luogo in particolare ritengo che sia il centro della vita liturgica della Diocesi, o meglio, dovrebbe essere.


Abside della Basilica di San Giovanni in Laterano, Cattedrale di Roma
Si tratta del Battistero lateranense che concentra in sé secoli di storia, anche a livello architettonico e che ritengo sia IL fonte della Diocesi di Roma. La fede di milioni di cristiani si è giocata nella struttura poligonale del battistero, un ottagono in diretta riferiemento all'octava dies, l'ottavo giorno, il giorno della Risurrezione. Ed il collegamento con la risurrezione, per noi che viviamo dopo il Concilio Vaticano II dovrebbe essere molto chiaro: battesimo e mistero pasquale sono ritualmente e storicamente uniti nell'unica celebrazione della Veglia pasquale. 

Una prassi in particolare mi aveva colpito negli anni degli studi. Durante la quaresima, riporta un'antica fonte liturgica non romana, i fonti battesimali ed i battisteri venivano sigillati. Non si può rinascere dall'acqua in un tempo che non sia quello pasquale ed in una celebrazione che non sia la Pasqua. 

Fonte battesimale, Battistero Lateranense
La prassi pastorale odierna, del dopo Concilio, di quello stesso Concilio che ha rispolverato il catecumenato e messo in atto la compilazione di un nuovo rituale ad hoc, il Rito di iniziazione cristiana degli adulti, spesso non tiene conto o sottovaluta il legame esistente tra battesimo e celebrazione pasquale.

In questo contesto certamente i media non aiutano e certe scelte liturgiche rimangono ancora degli ostacoli che pongono domande serie.

Premesso che a nostro personalissimo avviso sarebbe auspicabile che il Papa, qualsiasi papa, in quanto Vescovo di Roma, battezzasse nel suo Battistero, quello Lateranense di cui sopra, e nella solenne veglia pasquale celebrata a San Giovanni, nella sua Cattedrale, dopo anni rimango sempre perplesso nel vedere sistematicamente il Romano Pontefice presiedere l'eucarestia per la festa del Battesimo di Gesù nella Cappella Sistina, celebrazione unita all'amministrazione del Battesimo di alcuni neonati.

La perplessità nasce non solo in questo caso ma anche in altre concorrenze liturgiche analoghe. Facciamo qualche esempio. Per anni si è visto celebrare le prime comunioni nella messa del Giovedì Santo, facilmente nel giorno di Pentecoste si assiste a celebrazioni per il conferimento della Cresima, in entrambi i casi andando forse contro la legislazione vigente - spesso di natura diocesana - e nel giorno del Battesimo di Gesù si amministra il Battesimo.


Perché? 


Si considera la festa liturgica come un sottofondo adatto ai sacramenti? 
Viceversa si considerano le feste dell'anno liturgico 
come dei contenitori adatti alle celebrazioni dell'iniziazione?
Si vuole meglio caratterizzare la celebrazione di un sacramento o di una solennità liturgica?

Negli anni non sono riuscito a trovare risposte teologicamente solide a queste domande, visto che liturgicamente non ci sono scusanti e non ci sono spiegazioni che reggano. Eppure nel contemplare gli eventi nominati non possono non nascere questi interrogativi.  
Inoltre, per rimanere all'oggi liturgico, la festa del Battesimo di Gesù non è già carica di elementi e di aspetti da spiegare a da contemplare? Eppure tutti gli anni, nella domenica dopo l'Epifania il Papa celebra i Battesimi, in quanto pastore universale, per neonati di dipendenti vaticani, piuttosto che di pecore del suo gregge romano, e si continua a vederlo celebrare in una cappella di palazzo, per quanto meravigliosa e mozza fiato nella sua bellezza, ma pur sempre una cappella "privata" piuttosto che nel luogo fontale ovvero il Battistero della Cattedrale di Roma. 

A conclusione di questo post mi permetto di citare, intesa come fonte autorevole, il sussidio liturgico preparato dalla CEI per la festa del Battesimo di Gesù. Nella parte dedicata alle indicazioni liturgiche non ci sono riferimenti alla eventuale opportunità di celebrare battesimi in concomitanza con la festa odierna. In esso si legge: 

• La celebrazione di questa festa “epifanica” può essere aperta dalla memoria del Battesimo con il rito della benedizione dell’acqua e dell’aspersione (Messale Romano, pp. 1031-1036). La memoria del Battesimo del Signore diventa occasione, così per fare memoria del Battesimo dei cristiani, immersi nella morte e nella risurrezione di Cristo, per vivere da creature nuove, trasformate dall’incontro con lui. Possono essere particolarmente invitati i battezzati con le loro famiglie dell’anno precedente per un’occasione di rendimento di grazie per il dono della fede.

• I testi biblici suggeriscono di impostare l’omelia come annuncio e contemplazione del Cristo, inviato del Padre, servo del Signore, alleanza del popolo e luce delle nazioni (cfr. Is 42,1-4.6-7). Egli, consacrato in Spirito Santo e potenza (cfr. At 10,38; Mt 3,16), è rivelato agli uomini come il Figlio, oggetto del compiacimento del Padre (cfr. Mt 3,17).
• La professione di fede trinitaria, in questo giorno, può avvenire nella forma dialogata tra il presidente e l’assemblea che interviene esprimendo il proprio «Credo» o, se in canto, tra un solista e l’assemblea.
• Nella preghiera dei fedeli si possono ricordare i neo-battezzati e i battezzandi della comunità.
 Ne consegue che come afferma la prima colletta della Messa

Padre onnipotente ed eterno,
che dopo il battesimo nel fiume Giordano
proclamasti il Cristo tuo diletto Figlio,
mentre discendeva su di lui lo Spirito Santo,
concedi ai tuoi figli, rinati dall’acqua e dallo Spirito,
di vivere sempre nel tuo amore.

l'attenzione verte sul Battesimo che Gesù ha ricevuto, sul valore trinitario che l'evento del Battesimo porta con sé e sul valore che il sacramento del Battesimo ha per i fedeli.

Le indicazioni della CEI sopra riportate sono indirizzate a questo tipo di valorizzazione della festa. Viene dato infatti risalto al rito di aspersione, sempre previsto dal Messale per le celebrazioni domenicali, con il particolare valore di memoria del Battesimo (così come è presentato anche nel nuovo rituale del Matrimonio); si suggerisce di dare particolare rilievo ai contenuti ed alla forma dell'omelia intesa "come annuncio e contemplazione del Cristo, inviato del Padre, servo del Signore, alleanza del popolo e luce delle nazioni", e si suggerisce di riprendere la forma pasquale della professione di fede. Infine la comunità che prega si rivolge al Padre per i propri catecumeni ed i propri neofiti. 

Credo che in questa forma la festa del Battesimo, completamento dei tria munera, cantati nelle Lodi e nei Vespri dell'Epifania, sia realmente vissuta e valorizzata per ciò che è e che faceva esclamare al grande Cromazio di Aquileia: 

Oh, che grande mistero in questo Battesimo celeste! Il Padre si fa sentire dal cielo, il Figlio appare sulla terra, lo Spirito Santo si manifesta sotto forma di colomba: non si può parlare infatti di vero Battesimo, né di vera remissione dei peccati dove non sia la verità della Trinità, né si può concedere la remissione dei peccati ove non si creda alla Trinità perfetta. L’unico e vero Battesimo è quello della Chiesa, che è dato una sola volta: in esso veniamo immersi un’unica volta e ne usciamo puri e rinnovati; puri perché ci liberiamo dalla sozzura dei peccati, rinnovati perché risorgiamo a nuova vita, dopo aver deposto la decrepitezza del peccato. Questo lavacro del Battesimo rende l’uomo più bianco della neve, non nella pelle del suo corpo, ma nello splendore del suo spirito e nel candore della sua anima. I cieli pertanto si aprirono al Battesimo del Signore, per mostrare che il lavacro della rigenerazione spalanca ai credenti il regno dei cieli, secondo quella sentenza del Signore: "Nessuno, se non rinasce dall’acqua e dallo Spirito Santo, può entrare nel regno dei cieli" (Gv 3,5). Vi entra dunque chi rinasce e chi non trascura di custodire la grazia del proprio Battesimo; e così, per contro, non Vi entra chi non sia rinato (Sermo 34,2)

Battistero lateranense, struttura centrale con particolare dell'iscrizione dell'architrave


domenica 5 gennaio 2014

Annuncio della Pasqua


Ripropongo su questo blog un estratto di un mio articolo pubblicato su Reportata in merito alla particolarità liturgica dell'annuncio della data della Pasqua che si fa nel giorno dell'Epifania. Nell'articolo troverete spiegata tutta la questione legata alla pubblicazione delle feste della Chiesa mentre qui riprenderò solo alcune linee generali. 

La liturgia del tempo di Natale abbonda di aspetti particolari concentrati in un numero consistente di feste liturgiche.1 L'Epifania, l'ultima grande solennità, che apre una nuova sezione del tempo di Natale, si inserisce in questo ricco contesto liturgico e propone alla riflessione una tradizione che ormai nell'adattamento post-conciliare delle liturgie nazionali si è quasi del tutto perso: l'annuncio della festa di Pasqua. Vari approcci sono possibili al tema dell'annuncio della Pasqua. Il primo e più corposo è quello che prevede un percorso che approfondisce le testimonianze patristiche circa la prassi dell'annuncio della data della festa di Pasqua, ma il nostro intento è quello di accennare solamente ad alcune testimonianze patristiche per concentrare l'attenzione sulle tradizioni strettamente liturgiche legate alla proclamatio

Parlare della data della Pasqua significa riferirsi al Primo Testamento. Nello studio e nella rilevazione dei dati che ne derivano ci soffermiamo solo sulla determinazione della data della Pasqua, fissata come festa al «14° giorno del 1° mese». I testi di riferimento sono Lv 23, 4-8 ed Ez 45, 21. La Pasqua è definita dai brani biblici una festa che si celebra verso sera e che comprende le caratteristiche della celebrazione, del rito e del sacrificio.2


In seguito, nel primo Cristianesimo, le Chiese si divisero tra le comunità che seguivano la data del 14 Nisan come indicato nella Sacra Scrittura e le comunità occidentali, ed in particolare la Chiesa di Roma, che scelsero la domenica come giorno di riferimento per la Pasqua, in osservanza delle consuetudini liturgiche che prevedevano la domenica come giorno primordiale e originale di riunione. Legata alla celebrazione della Pasqua, nel II secolo, sorge la questione su quale data sia quella da ritenere per un'unica celebrazione pasquale. La preoccupazione si sposta quindi dal problema del computo ad un ideale unitario di celebrazione che possa permettere di annunciare la resurrezione di Cristo in un unico giorno dell'anno riconosciuto unanimemente dalle Chiese d'Oriente e da quelle d'Occidente.



Il primo documento che d'autorità cerca di stabilire un'unica data è il concilio di Arles del 314; in quell'assise si richiese di stabilire un'unica data per la celebrazione di un'unica Pasqua rituale. 


Si nota in proposito che con la questione della data della Pasqua, siamo di fronte alla prima testimonianza della prassi della sede patriarcale Romana di inviare lettere contenenti le date delle feste da rendere note nelle singole chiese locali in forma pubblica. Le lettere così dette festali erano lo strumento di comunicazione autentico per uniformare la cristianità in ambito celebrativo. In un tempo in cui la comunicazione esisteva e funzionava ma ovviamente senza l'odierna immediatezza, servivano indicazioni certe ed autorevoli circa le date che segnavano la vita liturgica e di fede delle comunità cristiane.



Il canone di Arles rimase inosservato ma venne ripreso successivamente nel decreto pasquale del Concilio di Nicea (325). Il testo conciliare fissa la data della Pasqua annuale alla domenica successiva al plenilunio di primavera, affida al patriarca di Alessandria l'onere del computo della data della Pasqua e la sua comunicazione al papa di Roma con la successiva pubblicazione tramite lettera e indica ai cristiani dell'Asia Minore la necessità di conformarsi alla tradizione romana.3  
La vera unificazione della data della Pasqua si ottenne solamente nel VI secolo quando Roma decise di accogliere definitivamente il computo alessandrino.4

La necessità di comprendere il valore della pubblicazione della data della Pasqua e delle altre feste dell'anni circulum viene focalizzata sul testo attuale dell'annuncio ed il suo confronto con la precedente tradizione liturgica della codificazione tridentina.

Annuncio di Pasqua secondo il Pontificale tridentino
Il valore della pubblicazione delle feste mobili aumenta se si considera la sentenza della Sacra Congregazione dei Riti dell'11 marzo 1684, firmata dal cardinale Casanate, che ne estendeva l'uso dalla Cattedrale, ritenuta luogo esclusivo per la proclamazione solenne delle feste mobili, a tutte le chiese della diocesi


La Chiesa cattedrale, chiesa madre di ogni diocesi, era nell'antica concezione della liturgia, il luogo da cui promanavano le solennità. Il loro annuncio nella sede episcopale riproduceva in piccolo ciò che avveniva nella Chiesa universale: dal Pontefice che rendeva note le feste per tutta la cristianità si passa al vescovo diocesano che nella sua cattedrale fa annunciare le feste dell'anno liturgico per tutta l'estensione del territorio a lui soggetto.

Si deve anche tenere presente che il testo contenuto nel Pontificale tridentino è di matrice moderna dato che nelle fonti della liturgia non è presente. Inoltre nei testi liturgici precedenti la riforma tridentina (secc. XIII-XV) e nei manoscritti delle altre tradizioni liturgiche si trovano tante forme quanti sono i luoghi ed i contesti liturgici di diffusione (monasteri, cattedrali, liturgie nazionali, usi propri). 
La necessità di tradurre i testi latini della liturgia romana ha fatto scaturire un adattamento del testo liturgico che fosse in grado di rispondere alle caratteristiche linguistiche e celebrative delle singole nazioni.

 Emerge una cogente delusione nell'osservare che i nuovi libri liturgici non presentano un testo adattato e tradotto, secondo la creatività e le linee culturali dei singoli paesi, ma hanno tradito lo spirito e la teologia trasmessa dai libri liturgici conciliari. Si vuole far notare in proposito che nei messali delle principali lingue moderne non compare la menzione all'annuncio pasquale e non esiste il testo dell'annuncio.­5

Il rito ambrosiano, al contrario, si distingue per aver mantenuto nei secoli un'unica formula di pubblicazione della Pasqua annuale che deriva dall'opera liturgica del Beroldo.6
Il Messale Romano in lingua italiana ha mantenuto il testo dell'annuncio. La traduzione del 1983, anche se lacunosa in diversi punti, si distingue dal testo latino tipico utilizzando uno stile arioso e solenne che si distacca, quando è possibile, dalla semplice publicatio secondo lo schema giorno / festa corrispondente.

Leggere il testo ufficiale della CEI permette di evidenziare alcuni elementi in grado di condurre alla comprensione del valore dell'annuncio della data della Pasqua nella liturgia attuale.

Un rilievo nasce dal cambiamento del titolo. Non osserviamo in questa sede una mera correzione in senso linguistico ma si sottolinea una nuova concezione del testo sia a livello teologico che liturgico. Nell'adattamento italiano si passa da de publicatione festorum mobilium eredità delle lettere festali ad annunzio del giorno della Pasqua. È questo il fine del testo, orientare la fede dei presenti a vivere l'anno liturgico alla luce della Risurrezione. Da quanto esposto nel precedente derivano alcune caratteristiche della versione italiana.


La proclamatio Paschatis si inserisce nel periodo natalizio, di cui fa menzione per la gioia provata nella celebrazione del mistero dell'Incarnazione. Il testo non fa che compiere le aspettative della Chiesa unendo in modo liturgico le manifestazioni del Cristo, Verbo di Dio fatto Uomo e incarnatosi e rivelatosi alle genti con il mistero di Passione, Morte e Resurrezione. L'unione dei due aspetti centrali della fede cristiana sono espressi nel testo originale latino sia del Messale Romano del 1975 si in quello del Pontificale Romano del 1595: 
Noveritis, fratres carissimi, quod annuente Dei misericordia, sicut de Nativitate D.N.J.C. gavisi sumus, ita et de Resurrectione eiusdem Salvatoris nostri gaudium vobis annuntiamus.
Avrete riconosciuto, fratelli carissimi, che per l'accondiscendente misericordia di Dio, come ci siamo rallegrati per la nascita del nostro Signore Gesù Cristo così vi annunciamo anche la gioia per la Resurrezione dello stesso Salvatore nostro. 

Questa parte nel testo italiano non è stata conservata. Con l'attuale formulazione il nesso con la gioia del Natale che apre a quella della Pasqua, l'annuncio paradossalmente potrebbe essere fatto in qualsiasi altro tempo dell'anno perché afferma una signoria temporale del Cristo che non si limita e non si riferisce solo alla sua venuta nella carne umana. 
Separare però l'annuncio della Pasqua dalla festa delle manifestazione teandrica di Cristo al mondo significherebbe decentrare i due fulcri della fede cristiana (Incarnazione-Resurrezione).


In questo senso si può interpretare il rito proprio dell'Epifania con l'intento di creare un ponte tra la celebrazione dei misteri dell'Incarnazione con quelli del mistero Pasquale.


Lo scorrere del tempo è il locus per la celebrazione dei sacramenti. Il motivo per cui tradizionalmente si continua a fare l'annuncio della Pasqua nel giorno dell'Epifania, si può rinvenire nell'antifona dei secondi Vespri, che con il suo particolare stile, nel parallelismo presenta Cristo al mondo secondo i tria miracula a partire dalla manifestazione della sua umanità.7

Lorenzo Lotto, Natività
L'anno liturgico riformato secondo i dettami del Concilio Vaticano II ha al suo centro la celebrazione dei misteri della vita di Cristo ed in particolare il suo evento pasquale. Dalla storia dell'anno liturgico sappiamo che il nucleo primitivo della celebrazione cristiana è la pasqua settimanale cui seguirà il memoriale della Pasqua annuale. In questo contesto tutto dipende dalla data della Pasqua. Da qui, la versione italiana acquista un valore teologico superiore ai testi precedenti proprio perché asserisce che «dalla Pasqua scaturiscono tutti i giorni santi». Questa espressione è vera perché la celebrazione del Natale non avrebbe pienamente senso se non fosse legata alla Pasqua; così ogni dies liturgicus deriva assolutamente e direttamente dalla Pasqua.

Alla luce di quanto detto si comprende come mai nell'annuncio viene indicata la prima domenica d'Avvento: perché non si celebrerebbe l'adventus del nostro grande Re se egli non si fosse incarnato per la redenzione realizzata sulla croce.

Questo percorso teologico-liturgico sul significato delle varie date presenti nell'annuncio viene confermato quando si legge: «Anche nelle feste... la Chiesa pellegrina sulla terra proclama la Pasqua del suo Signore». Ogni celebrazione liturgica festiva diviene proclamazione dell'opera redentiva di Cristo.


Nella versione italiana attuale per quanto concerne la Quaresima è stato eliminato il riferimento alla sua caratteristica penitenziale, tradizionalmente espressa dal digiuno, non più menzionato rispetto al testo tridentino. È stata introdotta solo la parola «Quaresima» senza legami con il digiuno ed il valore di ascesi e di santità richiamato dall'eucologia quaresimale.

Una pedissequa traduzione del testo latino avrebbe portato ad una pesante resa ripetitiva in italiano dell'espressione «Domini nostri Iesu Christi» che se conservata ricorrerebbe quattro volte in un testo di poche righe. Si nota inoltre che il testo italiano non ha mantenuto l'annuncio della festa del Corpus Domini presente nella versione dell'editio typica.


La dossologia è stata resa in una forma migliore rispetto all'originale latino. Non è stata considerata una stereotipata chiosa letteraria, quasi un artificio retorico o una scontata chiusura stilistica del testo liturgico ma è stato improntata una nuova formulazione dal carattere escatologico, testo che rende onore a Cristo «Signore del tempo e della storia».

Il mio desiderio è quello di unirmi al canto della Chiesa e poter continuare a proclamare di anno in anno: 

A Cristo che era, che è e che viene, 
Signore del tempo e della storia, 
lode perenne nei secoli dei secoli. 
Amen!
 
Abside della Basilica Papale di san Paolo fuori le mura, mosaico di scuola veneziana


1   A partire dalla preparazione alla celebrazione del mistero dell'Incarnazione con un tempo di quattro settimane (nella Chiesa Romana), il tempo di natale è abbondantemente caratterizzato: è stato equiparato alla Quaresima, tanto da avere anch'esso le stazioni; è ricca la storia della data liturgica del Natale; l'ufficiatura ricca di testi elaborati che spesso sono delle summae di teologia; le tre messe distinte di tradizione papale cui abbiamo già accennato nei post precedenti e da ultimo la publicatio delle feste mobili.
 
2   I. Cardellini, I sacrifici dell'antica Alleanza. Tipologie, rituali, celebrazioni (Studi sulla Bibbia e il suo ambiente 5), San Paolo, Cinisello Balsamo 2001, 290-297.

3   Cfr. in particolare le lettere festali del patriarca Atanasio.

4   Ciclo di 19 anni con l'equinozio fissato al 21 marzo, ed un limite per l'oscillazione della data tra il 22 marzo ed il 25 aprile. Cfr. F. Cabrol, «Annonce des Fêtes», in DACL I/2, 2230-2241. K. Bihlmeyer -- H. Tuechle, Storia della Chiesa I L'antichità cristiana fino al 692, Morcelliana, Brescia 1996, 161-162; 413-414. Per la tradizione delle lettere festali del patriarca di Alessandria cfr. A. ­Camplani, Le lettere festali di Atanasio di Alessandria. Studio storico-critico, C.I.M., Roma 1989; Athanasius Alexandrinus, Lettere festali, ed. A. Camplani, (Letture cristiane del primo millennio 34), Edizioni Paoline, Milano 2003; C. Moreschini - E. Norelli, Storia della letteratura cristiana antica greca e latina I, Morcelliana, Brescia 1996, 741; 770-772; La teologia dei Padri. Testi dei Padri latini greci orientali scelti e ordinati per temi V, ed. G. Mura, Città Nuova, Roma 1976, 70.

5   L'unica eccezione, ad oggi, è la terza edizione del messale in inglese che in conformità all'editio typica tertia del Missale Romanum ha ristabilito nell'Appendice il testo dell'annuncio delle feste mobili per la festa dell'Epifania.

6    Per la liturgia ambrosiana il riferimento principale è all'opera del Beroldo, custode del duomo di Milano; il suo nome è legato alla composizione di opere liturgiche da collocare dopo la morte del vescovo Olrico (1126). Nelle sue dissertazioni sulle liturgie proprie della cattedrale milanese il Beroldo riporta il testo dell'annuncio pasquale, da fare dopo il canto del Vangelo dell'Epifania, in una forma che è tutt'ora in uso nella Chiesa di Milano e che si distingue dalle precedenti per la sua essenzialità: In Epiphania post lectum Evangelium, debet diaconus qui legit evangelium in pulpito adnunciare Pascha, primicerio clericorum apud eum stante et sibi indicante, sic dicendo: noverit caritas vestra, fratres carissimi, quod annuente Dei et D. N. J. C. misericordia, tali et tali die, Pascha Domini celebramus. L'esiguità del testo ci porta a sottolineare che nella tradizione ambrosiana la consuetudine delle lettere festali per l'annuncio di un'unica data pasquale si conserva, mantenendo la pubblicazione della sola data di Pasqua. Nel rito ambrosiano non hanno mai trovato posto gli annunci delle altre feste o digiuni.

7    «Tre prodigi celebriamo in questo giorno santo: oggi la stella ha guidato i magi al presepio, oggi l'acqua è cambiata in vino alle nozze, oggi Cristo è battezzato da Giovanni nel Giordano per la nostra salvezza, alleluia». II Vespri dell'Epifania, ant. al Magnificat.

San Lorenzo nel Palazzo Apostolico

"Oggi la chiesa di Roma celebra il giorno del trionfo di Lorenzo, giorno in cui egli rigettò il mondo del male. Lo calpestò quando...