giovedì 21 novembre 2013

Arte liturgica - arte sacra

Attraverso il velo. 
Come leggere un'immagine sacra
di Timothy Verdon
Ancora, Milano 2007
pp. 208
€ 23
 
Nel cercare di comprendere quanto la Liturgia sia intimamente unita all'arte, sono molti i percorsi possibili da intraprendere. 

Ci può essere l'itinerario dogmatico che vede nelle asserzioni del II concilio di Nicea il fondamento di una sacramentalità dell'immagine, che dopo l'incarnazione del Verbo, si realizza nella carne del Figlio di Dio che rende visibile l'invisibile. 

Ci può essere il percorso della bellezza che vede nell'opera d'arte un'ausilio essenziale, ontologico della fede o della fede che si esprime nel bello dell'arte sacra. Ed in questa visione l'artista, con le sue mani che producono oggetti di bellezza, simbolici, che esprimono rimandando a qualcosa altro da sé, è stato l'oggetto di almeno tre attenzioni: il messaggio del Concilio agli artisti, gli altri interventi di Paolo VI rivolti agli artisti ed infine il discorso tenuto da Benedetto XVI nella sua udienza dedicata al mondo dell'arte.

Due percorsi privilegiati per me sono quelli che guardano all'opera d'arte cristiana come 1) un'insieme di segni e simboli che devono essere interpretati all'interno della fede viva della Chiesa, in rapporto all'ermeneutica possibile solo nella lectio della Sacra Scrittura, nella meditazione dottrinale dei Padri e 2) nella continua contemplazione, meditazione e celebrazione dei misteri della Salvezza adempiuti nella Redenzione di Cristo. 



In questo percorso di ricerca si staglia anche un altro tentativo che è quello di voler comprendere l'opera d'arte in relazione al suo contesto d'origine. 

In particolare le opere contenute nelle nostre stupende chiese romane e italiane creano la mistagogia della fede ricevuta, sono ausilio e forma di quel visibil parlare che si consuma durante la celebrazione della Chiesa radunata nel nome del suo Capo, il centro verso cui converge tutta l'attenzione dei fedeli radunati.



Su questa via privilegiata in cui si coniuga l'ars liturgica ho trovato degli ottimi spunti di riflessione nel volume di Timothy Verdon, canonico del Duomo di Firenze, da anni impegnato nella lettura delle immagini sacre. 

In particolare mi sono fermato su alcune questioni evidenziate nel testo intitolato Attraverso il velo. Come leggere un'immagine sacra per i tipi dell'Ancora di Milano. 

Spesso l'autore fa riferimento al valore ermeneutico della liturgia per comprendere le pale d'altare da lui citate e questo è l'aspetto che più mi ha interessato. 

Se è vero che l'uomo ha bisogno di immagini e se è vero che una chiesa curata e simbolicamente organizzata nel suo codice visivo aiuta e facilita l'orientamento della preghiera comunitaria allora è chiara un'affermazione come questa: 

Le opere di arte sacra non sono mere "illustrazioni bibliche" - fumetti a sostituzione del testo scritto - bensì testi paralleli di esegesi e commento, di adorante contemplazione e di mistica risposta. Esse presuppongono in chi le guarda una capacità di cogliere allusioni, di collegare testi con immagini e con eventi, di entrare infine nella poetica culturale del periodo che le ha elaborate. Come già sottolineato, leggere un'opera d'arte in senso cristiano significa meditarla, pregarla, lasciarsi illuminare da essa; è una forma di lectio divina (pp.78-79).

Credo quindi che l'arte nella liturgia sia un mezzo essenziale che comunica al fedele la sua stessa fede e si propone come interpretazione del contenuto dogmatico, aiutando l'uomo ad elevarsi a Dio.  Nel contesto del linguaggio religioso diviene quindi fondamentale che per una corretta lettura di un'opera d'arte sacra non bastano le nozioni tecniche ma sono necessari i riferimenti all'allogaggio, alla teologia ed alla tradizione cristiana in cui l'opera è maturata.


L'armonia delle preghiere e dei riti liturgici dovrebbe quindi corrispondere all'armonia dei colori e delle forme per riuscire a creare un luogo sacro in cui tutto converge verso il Verbo fatto carne, reso icona di Dio. 

L'arte allora è sacra non solo per il soggetto che rappresenta ma anche per la sacralità che manifesta, nella capacità di introdurre o ricondurre al Mistero che si celebra. 

Trovo quindi di grande impatto sul discorso generale del rapporto tra arte e liturgia ciò che a suo tempo ha affermato il Concilio nel documento Sacrosanctum Concilium: 

Fra le più nobili attività dell'ingegno umano sono annoverate, a pieno diritto, le belle arti, soprattutto l'arte religiosa e il suo vertice, l'arte sacra. Esse, per loro natura, hanno relazione con l'infinita bellezza divina che deve essere in qualche modo espressa dalle opere dell'uomo, e sono tanto più orientate a Dio e all'incremento della sua lode e della sua gloria, in quanto nessun altro fine è stato loro assegnato se non quello di contribuire il più efficacemente possibile, con le loro opere, a indirizzare religiosamente le menti degli uomini a Dio.
Per tali motivi la santa madre Chiesa ha sempre favorito le belle arti, ed ha sempre ricercato il loro nobile servizio, specialmente per far sì che le cose appartenenti al culto sacro splendessero veramente per dignità, decoro e bellezza, per significare e simbolizzare le realtà soprannaturali; ed essa stessa ha formato degli artisti. 
A riguardo, anzi di tali arti, la Chiesa si è sempre ritenuta a buon diritto come arbitra, scegliendo tra le opere degli artisti quelle che rispondevano alla fede, alla pietà e alle norme religiosamente tramandate e che risultavano adatte all'uso sacro. Con speciale sollecitudine la Chiesa si è preoccupata che la sacra suppellettile servisse con la sua dignità e bellezza al decoro del culto, ammettendo nella materia, nella forma e nell'ornamento quei cambiamenti che il progresso della tecnica ha introdotto nel corso dei secoli. (SC 122). 

Da questo frammento emerge il valore che la Chiesa ha riconosciuto all'arte sacra e soprattutto ricorda l'importante compito della Chiesa nel valutare e stabilire che cosa realmente sia adatto alla celebrazione dei sacramenti, alla fede del popolo di Dio, alla sua pietà ed al decoro del luogo dedicato a Dio.

Concludo ricordando le parole di Benedetto XVI nel succitato Incontro con gli Artisti:

Una funzione essenziale della vera bellezza, infatti, già evidenziata da Platone, consiste nel comunicare all’uomo una salutare “scossa”, che lo fa uscire da se stesso, lo strappa alla rassegnazione, all’accomodamento del quotidiano, lo fa anche soffrire, come un dardo che lo ferisce, ma proprio in questo modo lo “risveglia” aprendogli nuovamente gli occhi del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso l’alto.
L’espressione di Dostoevskij che sto per citare è senz’altro ardita e paradossale, ma invita a riflettere: “L’umanità può vivere - egli dice - senza la scienza, può vivere senza pane, ma soltanto senza la bellezza non potrebbe più vivere, perché non ci sarebbe più nulla da fare al mondo. Tutto il segreto è qui, tutta la storia è qui”.
Gli fa eco il pittore Georges Braque: “L’arte è fatta per turbare, mentre la scienza rassicura”. La bellezza colpisce, ma proprio così richiama l’uomo al suo destino ultimo, lo rimette in marcia, lo riempie di nuova speranza, gli dona il coraggio di vivere fino in fondo il dono unico dell’esistenza. La ricerca della bellezza di cui parlo, evidentemente, non consiste in alcuna fuga nell’irrazionale o nel mero estetismo.


 

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