venerdì 29 novembre 2013

Volontà e incontro. Due "parole chiave" per questo Avvento


L'esperienza religiosa è la risposta che l'uomo dà al suo bisogno di trascendenza che si manifesta e traduce in un continuo essere in ricerca di ciò che può elevarlo, ed innalzarlo al di sopra della linea orizzontale della fragilità, della contemporaneità. Una ricerca dell'assoluto, del Dio che è nascosto nell'intimo dell'uomo (cfr. s. Agostino).
Nel vissuto della fede cristiana però questo anelito di ricerca è un momento successivo perché come troviamo nei due Testamenti, il soggetto che si china, che va incontro all'uomo è Dio stesso e la fede d'Israele e del popolo di Dio sono coscienti di questa polarità inversa in cui il Creatore si rivolge alla creatura in un dialogo intenso e autentico.
Le pagine solenni dell'Antico Testamento riportano i “molti modi” in cui il Signore dei signori si è fatto vicino all'umanità, a partire dall'alleanza con Noè, con Abramo, Mosè ecc.

La “Nuova Alleanza” è la svolta raggiunta dal patto stipulato da Dio con l'uomo. Un'Alleanza nuova che “nella pienezza dei tempi si compie nel mistero dell'Incarnazione, nella missione del Figlio e nell'annuncio del Regno dei Cieli, fino al culmine della realizzazione nel Mistero pasquale di passione, morte e risurrezione.

La liturgia della Chiesa, come ogni anno, nella sua materna pedagogia insegna a noi credenti volgere lo sguardo in due direzioni. Invita il credente a voltarsi indietro per contemplare in anamnesis ciò che Egli ha compiuto, come Egli è intervenuto in favore del suo popolo; con lo sguardo in avanti, verso il compimento, verso la vera patria, verso la contemplazione e l'insediamento nella Gerusalemme del Cielo nella Liturgia eterna dell'Agnello. Due rivolgersi per comprendere un po' il significato dell'Avvento.


La Chiesa invita tutti a vegliare in attesa, ma il termine
adventus per un romano del IV secolo significava ricordare il solenne rito di parata che accompagnava il ritorno, l'avvento, dell'Imperatore nella Città imperiale. Ora non si aspetta l'imperatore ma la discesa, lo svuotamento del Verbo nell'assunzione della nostra carne mortale, l'adesione profonda del credente al proprio Redentore ed il ritorno del Signore nella sua gloria. L'Avvento si colloca nel passato di ciò che Dio ha fatto per l'uomo, nel presente della fede celebrata e vissuta e nel futuro escatologico.

La nostra riflessione questa domenica si ferma sul testo della colletta che riassume in sé tutte le dinamiche dell'avvento e permette di valorizzarne le indicazioni che ne derivano per la vita del credente in attesa di celebrare i misteri del Natale.

O Dio, nostro Padre, suscita in noi la volontà di andare incontro con le buone opere al tuo Cristo che viene, perché egli ci chiami accanto a sé nella gloria a possedere il regno dei cieli. 
Da, quæsumus, omnípotens Deus, hanc tuis fidélibus voluntátem, ut, Christo tuo veniénti iustis opéribus occurréntes, eius déxteræ sociáti, regnum mereántur possidére cæléste.

 



Il primo rilievo della colletta è sulla volontà e sull'incontro. Il testo dopo l'invocazione chiede. “suscita in noi la volontà di andare incontro con le buone opere al tuo Cristo che viene”. 


Riferirsi alla volontà “di andare incontro al Cristo che viene” significa mettere insieme l'intelletto ed il proprio desiderio di agire. In questo caso si chiede a Dio di voler orientare tutta la persona all'incontro con il Cristo, ovvero un incontro che comprendo a livello intellettuale ma che metto in atto nella vita concreta, nelle scelte che si compiono quotidianamente. In questo senso la volontà di andare incontro a Cristo significa dare con la propria persona l'assenso a Dio che si rivela secondo quanto trasmesso dalla Sacra Scrittura con la categoria di obbedienza della fede (cfr. CCC 143). Inoltre assentire alla Rivelazione e quindi nella fede seguire Dio che si rivela e Cristo che dona la sua vita per la salvezza dell'uomo significa mettere le due principali facoltà dell'uomo a servizio della grazia di Dio secondo l'insegnamento di san Tommaso che affermava 

Credere est actus intellectus assentientis veritati divinae ex imperio voluntatis a Deo motae per gratiam - Credere è un atto dell'intelletto che, sotto la spinta della volontà mossa da Dio per mezzo della grazia, dà il proprio consenso alla verità divina” (S. Theologiae II-II 2,9 DS 3100).



Andare incontro a Cristo, secondo il testo dell'eucologia dell'Avvento, vuol dire andargli incontro con le buone opere della vigilanza, della responsabilità, del senso critico che permette di riconoscere le buone opere quando si riconosce la malvagità dei nostri atti. Se riconosco che una mia azione è cattiva, o moralmente non-buona allora sono in grado di riconoscere anche quali delle mie scelte concrete sono secondo una coscienza retta e vera, realmente buone. Ancora il Catechismo della Chiesa cattolica viene in aiuto riportando questa distinzione cha ha la sua fonte in uno scritto di sant'Agostino:



Chi riconosce i propri peccati e li condanna, è già d'accordo con Dio. Dio condanna i tuoi peccati; e se anche tu li condanni, ti unisci a Dio. L'uomo e il peccatore sono due cose distinte: l'uomo è opera di Dio, il peccatore è opera tua, o uomo. Distruggi ciò che tu hai fatto, affinché Dio salvi ciò che egli ha fatto. Quando comincia a dispiacerti ciò che hai fatto, allora cominciano le tue opere buone, perché condanni le tue opere cattive. Le opere buone cominciano col riconoscimento delle opere cattive. Operi la verità, e così vieni alla Luce [Sant'Agostino, In Evangelium Johannis tractatus, 12, 13].



Ma andare incontro a Cristo non ha solo la caratterizzazione morale delle buone opere; si tratta anche di un'esperienza di fede che motiva e spinge a raggiungere il Cristo della fede. L'esperienza di fede matura e si rafforza proprio in funzione di un personale incontro con Cristo. La forma dinamica della colletta è dunque anche questo: indica che il cristiano ha incontrato Gesù Cristo ne è stato catturato, affascinato, “sedotto” come indica il profeta Geremia, questo per ribadire che la fede in Gesù non è un idea dando ragione così al Maestro Eckhart: 

L'uomo non si deve accontentare di un Dio pensato perché, quando il pensiero ci abbandona, ci abbandona anche Dio”.



Il Cristo della colletta è veniens, che sta par arrivare. Allora qui si giocano altre due polarità. Non è solo il Cristo escatologico, il Cristo del giudizio come ce lo descrive il Dies irae, un tempo sequenza della Messa dei Defunti ed oggi inno assegnato alle liturgie orarie della XXXIV settimana del tempo “Per annum”, ma si tratta anche del Cristo che stabilisce la sua dimora in mezzo a noi.

Natività, Caravaggio
L'altro versante riguarda proprio l'incontro. Siamo noi ad andare incontro a Cristo, secondo il primo movimento dell'esperienza religiosa, e ci dirigiamo verso di lui carichi della nostra volontà di aderire a Lui nel bene ma siamo anche preceduti, perché anche Cristo è in movimento e viene
verso di noi. Il cristiano, secondo la mia interpretazione di questa colletta avventizia, non è solo quello che risponde alla seduzione del Signore e si mette in moto per raggiungere una meta, il Cristo stesso, come finale punto d'arrivo ma un incontro a metà strada perché anche il Cristo viene incontro a chi crede in lui!
Il fine di tutto questo movimento è dato dalla petizione della colletta: “perché egli ci chiami accanto a sé nella gloria a possedere il regno dei cieli”. Come ricorda san Cipriano “La nostra patria non è che il paradiso […] Affrettiamoci con tutto l’entusiasmo a raggiungere la compagnia dei beati. Dio veda questo nostro pensiero; questo proposito della nostra mente, della nostra fede, lo scorga Cristo, il quale assegnerà, nel suo amore, premi maggiori a coloro che avranno avuto di lui un desiderio più ardente.” (Trattato “Sulla morte”). Il fine dunque della celebrazione dell'Avvento è escatologico, indirizzato anche ad una realtà futura intesa come meta da raggiungere, ma non in una sdegnosa solitudine, perché ci sono i santi, i beati, i fedeli in Cristo che ci hanno preceduto nell'incontro e che sono per noi la testimonianza di quanto concretamente questo incontro sia possibile e duraturo.

L'ultimo aspetto che mi preme sottolineare è ricordare che quando la colletta si riferisce alle buone opere e al Christus veniens non fa altro che riportarci alla realtà per cui andare incontro a Cristo significa andare incontro al fratello, in cui posso vedere il Cristo che viene verso di me. 

A partire dal sacrificio eucaristico celebrato sui nostri altari in questa prima domenica di Avvento, si capisce come la carità verso il prossimo nasca proprio dal sacrificio di Cristo sulla Croce reso vivo e presente nell'Eucaristia, e che il cristiano sia chiamato a portare all'altro lo stessa donazione totale della vita, come ha fatto Gesù, ed il luogo privilegiato, la sorgente dal quale attingere le forze per raggiungere l'altro in cui contemplare il Cristo, così come hanno insegnato i Padri ed i Santi si trova nella liturgia. In merito ricordiamo il valore di questa fonte sorgiva che è la liturgia con ciò che dichiarava papa Benedetto XVI nella Deus caritas est:

Nella liturgia della Chiesa, nella sua preghiera, nella comunità viva dei credenti, noi sperimentiamo l'amore di Dio, percepiamo la sua presenza e impariamo in questo modo anche a riconoscerla nel nostro quotidiano. Egli per primo ci ha amati e continua ad amarci per primo; per questo anche noi possiamo rispondere con l'amore. Dio non ci ordina un sentimento che non possiamo suscitare in noi stessi. Egli ci ama, ci fa vedere e sperimentare il suo amore e, da questo « prima » di Dio, può come risposta spuntare l'amore anche in noi”. (Deus caritas est 17).


Inoltre la necessità che deriva dall'altare di andare incontro al Cristo nel prossimo è ciò che caratterizza la Chiesa nella sua missione ed il cristiano nel suo impegno concreto di vita, come ha ricordato di recente il Santo Padre Francesco:



Ogni cristiano è chiamato ad andare incontro agli altri, a dialogare con quelli che non la pensano come noi, con quelli che hanno un’altra fede, o che non hanno fede. Incontrare tutti, perché tutti abbiamo in comune l’essere creati a immagine e somiglianza di Dio. Possiamo andare incontro a tutti, senza paura e senza rinunciare alla nostra appartenenza”. (Papa Francesco, Discorso alla Plenaria del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, 14-10-2013).



La colletta, come ho cercato di spiegare, racchiude in sé tutti gli elementi che possono aiutare a vivere l'avvento per ciò che è, ovverosia la preparazione alla grande solennità del Natale del Signore. 
In essa abbiamo trovato l'invito ad andare verso il Cristo per approfondire e far crescere la fede in lui come qualcosa di vivo e non di astratto e concettuale, in lui non abbiamo identificato solo la metà da raggiungere ma il “Dio con noi” il Dio che si fa vicino, si fa prossimo nel fratello, nell'altro, nel nemico. Seguire e andare incontro a Cristo vuol dire anche portare con sé le opere buone, come biglietto da visita dell'uomo nuovo che si è spogliato dell'uomo vecchio con le opere della carne. Ma riconoscere il Christus veniens è lo sforzo di riuscire a non scandalizzarsi di un Dio che “per primo” ci ha amati e continuamente si muove per raggiungere le nostre fragilità, le nostre debolezze ed anche i nostri slanci pieni di amore e verità.

Buon Avvento!







lunedì 25 novembre 2013

Il principe e il pescatore

L'anno della fede si è concluso ieri con la solennità di nostro Signore Gesù Cristo Re dell'universo. Non poteva concludersi in un contesto liturgico migliore. Le aspirazioni e la volontà di papa Benedetto XVI, che sempre ha messo al centro della sua ricerca teologica la concenzione della "festa della fede" che è apparso agli occhi del mondo nel suo spessore con il testo Introduzione al Cristianesimo nel 1967, è stato chiuso dal suo successore Francesco; una continuità commovente per tanti aspetti che dicono quanto la fede cattolica non sia basata su concetti o idee ma sia una persona, Gesù Cristo, Il Verbo fatto carne, l'Uomo-Dio, che concretamente in questo anno ha fatto sentire la sua presenza salvifica. 

Da quando ho letto che la messa di ieri sarebbe stata caratterizzata dall'esposizione delle reliquie del Principe degli Apostoli, sono entrato in curiosità massima perché nessuno aveva mai visto le reliquie di Pietro esposte. Al desiderio di vedere ed alla curiosità, si sono aggiunte due occasioni per riportare il tutto non solo sul piano dei sentimenti ma anche su quello della conoscenza. 


Mi riferisco in particolare ad un testo di Barbara Frale, Il principe ed il pesacatore. Pio XII, il Nazismo e la tomba di san Pietro,  nella collana Le scie della Mondadori ed al volume di Andrea Carandini, Su questa pietra: Gesù, Pietro e la nascita della Chiesa pubblicato nella collana I Robinson, Letture dell'editrice Laterza

Il testo della Frale è un racconto storico delle vicende legate al desiderio di Pio XII di trovare le reliquie dell'Apostolo Pietro. Notevole è l'impegno per la ricostruzione storica delle indagini e degli scavi al di sotto della basilica di san Pietro e intorno l'altare della Confessione fino al ritrovamento del trofeo di Gaio, della scritta Pet-eni e della custodia in marmo contenente le ossa, poco distante dal così detto "muro rosso".
L'autrice riferisce termini come "giallo", "ricerche misteriose" e "scavi segreti" per cercare anche di demitizzare questi aspetti degli scavi archeologici voluti da Pio XII a partire dalle sacre Grotte per ribassare il pavimento e consentire una degna sepoltura a Pio XI. 
L'autrice fa notare al lettore la vera natura della vicenda che si è svolta tra nomi prestigiosi e non solo: Pio XII, Margherita Guarducci per gli scavi, mons. Kaas SJ, padre Ferrua SJ, e tanti altri. Il testo è voluminoso, e oggettivamente il racconto poteva essere più essenziale, però nel complesso si tratta di un ottimo libro frutto di un incredibile studio di ricerca, scritto bene e che coglie l'interesse del lettore; per questo mi sono appagato delle pagine lette fin tanto che sono state in grado di riportarmi all'atmosfera di quegli anni ed al graduale timore e tremore provato circa l'autenticazione delle reliquie di san Pietro.
 

Il secondo volume, scritto dal grande archeologo Carandini, anche se cerca di affrontare, diligentemente e con metodo, la figura di Pietro, il pescatore di Galilea del I secolo d. C. spesso causa per il lettore credente e versato nelle materie teologiche lo scontro con una realtà, cioè quella dell'autore, storico, che si picca di fare teologia. Il risultato in questi casi non è buono così nel suo testo Su questa pietra: Gesù, Pietro e la nascita della Chiesa l'Autore spesso indugia su questioni dogmatiche imprecise, male interpretate e a volte distorte per la mancanza di termini esatti di riferimento, e questo purtroppo si nota sin dalle pagine iniziali del volume (Premessa e primo capitolo "Le idee teologiche di Gesù", ecc...). A tanta precisione e metodologia storica che il volume offre si affianca quindi un tentativo di riportare le dottrine cristiane chiaramente difficoltoso e sommario. 
Lo storico, secondo me, deve rimanere storico e lasciare al teologo di occuparsi dei Misteri del Regno, con la precisione e la passione che deriva da una fede professata e vissuta all'interno del cristianesimo che fa di san Pietro la "colonna" su cui fondare l'Ecclesia, la comunità viva dei fedeli cristiani.

In ogni caso queste due letture sono servite quasi a caricare l'evento liturgico di ieri fino al suo culmine, quasi sensazionale, del papa che durante la professione del Simbolo Niceno-Costantinopolitano teneva tra le sue mani i resti identificati con il corpo di san Pietro. 

Reliquie dell'Apostolo Pietro

Una commozione inaspettata, vera e profonda nel contemplare i resti mortali di colui che da Cristo stesso è stato perdonato, accolto, redarguito e incaricato delle chiavi del Regno dei cieli.

Vedendo sul reliquiario a cassetta i versetti del Vangelo di Matteo Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam et tibi dabo claves regni caelorum, ascoltando le parole del Credo che in tante occasioni in questo anno della fede abbiamo avuto la grazia di approfondire, ripetere e ricordare gioiosamente ed osservando le umili mani del Successore di Pietro, di papa Francesco che con la testa china contemplava il punto d'inizio del suo ministero, da romano, da credente ho sperimentato la consolazione di Dio che parla tramite i gesti del tutto umani della liturgia e comunica la sua vicinanza ed il suo amore in maniera indefettibile proprio perché eterno. 
Papa Francesco durante il Credo






giovedì 21 novembre 2013

Arte liturgica - arte sacra

Attraverso il velo. 
Come leggere un'immagine sacra
di Timothy Verdon
Ancora, Milano 2007
pp. 208
€ 23
 
Nel cercare di comprendere quanto la Liturgia sia intimamente unita all'arte, sono molti i percorsi possibili da intraprendere. 

Ci può essere l'itinerario dogmatico che vede nelle asserzioni del II concilio di Nicea il fondamento di una sacramentalità dell'immagine, che dopo l'incarnazione del Verbo, si realizza nella carne del Figlio di Dio che rende visibile l'invisibile. 

Ci può essere il percorso della bellezza che vede nell'opera d'arte un'ausilio essenziale, ontologico della fede o della fede che si esprime nel bello dell'arte sacra. Ed in questa visione l'artista, con le sue mani che producono oggetti di bellezza, simbolici, che esprimono rimandando a qualcosa altro da sé, è stato l'oggetto di almeno tre attenzioni: il messaggio del Concilio agli artisti, gli altri interventi di Paolo VI rivolti agli artisti ed infine il discorso tenuto da Benedetto XVI nella sua udienza dedicata al mondo dell'arte.

Due percorsi privilegiati per me sono quelli che guardano all'opera d'arte cristiana come 1) un'insieme di segni e simboli che devono essere interpretati all'interno della fede viva della Chiesa, in rapporto all'ermeneutica possibile solo nella lectio della Sacra Scrittura, nella meditazione dottrinale dei Padri e 2) nella continua contemplazione, meditazione e celebrazione dei misteri della Salvezza adempiuti nella Redenzione di Cristo. 



In questo percorso di ricerca si staglia anche un altro tentativo che è quello di voler comprendere l'opera d'arte in relazione al suo contesto d'origine. 

In particolare le opere contenute nelle nostre stupende chiese romane e italiane creano la mistagogia della fede ricevuta, sono ausilio e forma di quel visibil parlare che si consuma durante la celebrazione della Chiesa radunata nel nome del suo Capo, il centro verso cui converge tutta l'attenzione dei fedeli radunati.



Su questa via privilegiata in cui si coniuga l'ars liturgica ho trovato degli ottimi spunti di riflessione nel volume di Timothy Verdon, canonico del Duomo di Firenze, da anni impegnato nella lettura delle immagini sacre. 

In particolare mi sono fermato su alcune questioni evidenziate nel testo intitolato Attraverso il velo. Come leggere un'immagine sacra per i tipi dell'Ancora di Milano. 

Spesso l'autore fa riferimento al valore ermeneutico della liturgia per comprendere le pale d'altare da lui citate e questo è l'aspetto che più mi ha interessato. 

Se è vero che l'uomo ha bisogno di immagini e se è vero che una chiesa curata e simbolicamente organizzata nel suo codice visivo aiuta e facilita l'orientamento della preghiera comunitaria allora è chiara un'affermazione come questa: 

Le opere di arte sacra non sono mere "illustrazioni bibliche" - fumetti a sostituzione del testo scritto - bensì testi paralleli di esegesi e commento, di adorante contemplazione e di mistica risposta. Esse presuppongono in chi le guarda una capacità di cogliere allusioni, di collegare testi con immagini e con eventi, di entrare infine nella poetica culturale del periodo che le ha elaborate. Come già sottolineato, leggere un'opera d'arte in senso cristiano significa meditarla, pregarla, lasciarsi illuminare da essa; è una forma di lectio divina (pp.78-79).

Credo quindi che l'arte nella liturgia sia un mezzo essenziale che comunica al fedele la sua stessa fede e si propone come interpretazione del contenuto dogmatico, aiutando l'uomo ad elevarsi a Dio.  Nel contesto del linguaggio religioso diviene quindi fondamentale che per una corretta lettura di un'opera d'arte sacra non bastano le nozioni tecniche ma sono necessari i riferimenti all'allogaggio, alla teologia ed alla tradizione cristiana in cui l'opera è maturata.


L'armonia delle preghiere e dei riti liturgici dovrebbe quindi corrispondere all'armonia dei colori e delle forme per riuscire a creare un luogo sacro in cui tutto converge verso il Verbo fatto carne, reso icona di Dio. 

L'arte allora è sacra non solo per il soggetto che rappresenta ma anche per la sacralità che manifesta, nella capacità di introdurre o ricondurre al Mistero che si celebra. 

Trovo quindi di grande impatto sul discorso generale del rapporto tra arte e liturgia ciò che a suo tempo ha affermato il Concilio nel documento Sacrosanctum Concilium: 

Fra le più nobili attività dell'ingegno umano sono annoverate, a pieno diritto, le belle arti, soprattutto l'arte religiosa e il suo vertice, l'arte sacra. Esse, per loro natura, hanno relazione con l'infinita bellezza divina che deve essere in qualche modo espressa dalle opere dell'uomo, e sono tanto più orientate a Dio e all'incremento della sua lode e della sua gloria, in quanto nessun altro fine è stato loro assegnato se non quello di contribuire il più efficacemente possibile, con le loro opere, a indirizzare religiosamente le menti degli uomini a Dio.
Per tali motivi la santa madre Chiesa ha sempre favorito le belle arti, ed ha sempre ricercato il loro nobile servizio, specialmente per far sì che le cose appartenenti al culto sacro splendessero veramente per dignità, decoro e bellezza, per significare e simbolizzare le realtà soprannaturali; ed essa stessa ha formato degli artisti. 
A riguardo, anzi di tali arti, la Chiesa si è sempre ritenuta a buon diritto come arbitra, scegliendo tra le opere degli artisti quelle che rispondevano alla fede, alla pietà e alle norme religiosamente tramandate e che risultavano adatte all'uso sacro. Con speciale sollecitudine la Chiesa si è preoccupata che la sacra suppellettile servisse con la sua dignità e bellezza al decoro del culto, ammettendo nella materia, nella forma e nell'ornamento quei cambiamenti che il progresso della tecnica ha introdotto nel corso dei secoli. (SC 122). 

Da questo frammento emerge il valore che la Chiesa ha riconosciuto all'arte sacra e soprattutto ricorda l'importante compito della Chiesa nel valutare e stabilire che cosa realmente sia adatto alla celebrazione dei sacramenti, alla fede del popolo di Dio, alla sua pietà ed al decoro del luogo dedicato a Dio.

Concludo ricordando le parole di Benedetto XVI nel succitato Incontro con gli Artisti:

Una funzione essenziale della vera bellezza, infatti, già evidenziata da Platone, consiste nel comunicare all’uomo una salutare “scossa”, che lo fa uscire da se stesso, lo strappa alla rassegnazione, all’accomodamento del quotidiano, lo fa anche soffrire, come un dardo che lo ferisce, ma proprio in questo modo lo “risveglia” aprendogli nuovamente gli occhi del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso l’alto.
L’espressione di Dostoevskij che sto per citare è senz’altro ardita e paradossale, ma invita a riflettere: “L’umanità può vivere - egli dice - senza la scienza, può vivere senza pane, ma soltanto senza la bellezza non potrebbe più vivere, perché non ci sarebbe più nulla da fare al mondo. Tutto il segreto è qui, tutta la storia è qui”.
Gli fa eco il pittore Georges Braque: “L’arte è fatta per turbare, mentre la scienza rassicura”. La bellezza colpisce, ma proprio così richiama l’uomo al suo destino ultimo, lo rimette in marcia, lo riempie di nuova speranza, gli dona il coraggio di vivere fino in fondo il dono unico dell’esistenza. La ricerca della bellezza di cui parlo, evidentemente, non consiste in alcuna fuga nell’irrazionale o nel mero estetismo.


 

venerdì 8 novembre 2013

"Oggi è festa grande per la Chiesa di Roma!" (Paolo VI 9-11-1975)


È in lui che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, e voi partecipate della pienezza di lui, che è il capo di ogni Principato e di ogni Potenza.

Col 2, 9-10


Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d'uomo

At 17, 24

Celebrare la Dedicazione della chiesa Cattedrale di Roma, la basilica di san Giovanni in Laterano, a quale realtà teologica si riferisce? Perché è così importante ricordare il giorno in cui un edificio è stato consacrato in modo esclusivo a Dio?

Riferendoci alle feste del Signore che si celebrano durante l'anno, celebrare la solennità della dedicazione di una chiesa è riferirsi al Tempio per eccellenza che è Gesù stesso in cui “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” e che è stato “costruito da mani d'uomo” (Cfr. At 17,24). Si tratta del Tempio cui tutti possano accedere per partecipare alla pienezza della vita che in esso si manifesta perché possono attingere alla sorgente che sgorga dall'altare.1


Nella Nuova Alleanza, il credente stesso con il suo corpo è il nuovo Tempio di Dio, in cui si celebra un culto in spirito e verità perché dove “uno o più sono riuniti nel nome io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20), una ecclesia in cui la plebs Dei si unisce a Dio nella fede e nei sacramenti.

Dove allora la necessità di un luogo fisico e della memoria della sua consacrazione?

In lui tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito”
 Ef 2, 21-22.

Il rapporto che Gesù Cristo ha stabilito con l'uomo è sì un rapporto personale, ma è anche una relazione che non si esaurisce in un contratto bilaterale. L'autenticità della fede in Cristo si concretizza proprio quando il fedele si trova radunato “nel suo nome” in quanto Chiesa, in quanto popolo dei redenti per il quale ha compiuto l'unico sacrificio della Croce. 

Una comunione che Dio instaura con l'uomo e che l'uomo instaura con l'altro, perché in Gesù il Vangelo addita l'Emmanuele, il Dio-con-noi, che invita i suoi discepoli ad invocare il Padre nostro!

La necessità fisica dell'edificio Chiesa è quindi molto ridimensionata se si pensa ad essa solo come ad un luogo quasi necessario per le celebrazioni, i riti o la preghiera personale. 

Per sua natura la dimensione simbolica della chiesa edificio si esplica radicalmente nel riferimento al Cristo Capo del corpo mistico, cioè della Chiesa/assemblea che convocata dallo Spirito si raduna in celebrazione. La chiesa/edificio diventa così espressione della Chiesa nella sua realtà terrestre visibile e celeste invisibile che rimanda e si riferisce al solo Signore “presente in mezzo a noi” che con la sua natura umana trasfigurata e la sua divinità è fonte di grazia e di santità soprattuto nelle celebrazioni liturgiche.

La categoria di dies natalis nella liturgia cattolica non si riferisce solamente al giorno della celebrazione della nascita al cielo di un martire, ma negli antichi sacramentari si riferisce anche alla consacrazione episcopale ed alla memoria della dedicazione di una Chiesa.

Nell'ebraismo è ancora forte, per motivi liturgici e di calendario, la memoria della dedicazione del Tempio di Gerusalemme mentre diviene paradigmatica la descrizione che Egeria fa della festa della dedicazione della Basilica del Martyrium e dell'anastasis o della resurrezione.2

Il 9 novembre per Roma ricorre una festa che colpisce al cuore il vissuto del cristiano di questa Diocesi. È la festa della dedicazione della chiesa “madre e capo di tutte le Chiese” come recita l'iscrizione del frontone dell'antica basilica (DOGMATE PAPALI DATVR AC SIMVL IMPERIALI QVOD SIM CVNCTARVM MATER CAPVT ECCLESIARVM...) e ripresa poi da Clemente XII (1730-1740) nella risistemazione della facciata ad opera di Alessandro Galilei (1732).

Celebrare la dedicazione della Cattedrale di Roma, significa per certi versi ritornare alla fonte di cui si diceva, ricondurre la memoria e lo spirito alla grazia di poter celebrare il giorno santo, storicamente siamo nel 324, in cui un altare ed un edificio sono stati dedicati, per la prima volta a Roma, al Santissimo Salvatore, al Cristo redentore delle nostre anime, Capo del corpo che è la Chiesa. Per questo nel cuore di un romano dovrebbe risuonare la meraviglia e l'ammirazione per la cattedrale, sede di Pietro, come ebbe a dire Paolo VI il giorno del suo solenne ingresso a san Giovanni come Vescovo di Roma: 

Dove mai troveremo luogo più sacro per i tesori di pietà e di arte di cui è ripieno, più augusto per la maestà religiosa che da esso rifulge, più religioso e più pio per il culto, che vi è celebrato, e per le potestà di santificazione e di governo ecclesiastico, che vi sono esercitate? Qui, dove "Imago Salvatoris infixa parietibus primum visibilis omni populo romano apparuit", qui, dove i pellegrini nordici, come osserva lo stesso Dante: "veggendo Roma e l'ardua sua opra stupefaceansi, quando Laterano alle cose mortali andò di sopra" (Par. 31, 34-36), qui, dove tutto il Medio Evo ebbe il suo cuore, la sua liturgia, il suo governo; qui, dove Francesco venne a sostenere con le umili spalle l'edificio di Cristo, e dove dall'incantevole affresco giottesco il fiero Bonifacio VIII annuncia al mondo il primo giubileo; qui veramente dove la definizione di Clemente XII, il grande costruttore della presente architettura borrominiana, sigilla nel marmo il primato di questa basilica "omnium Urbis et Orbis ecclesiarum mater et caput"; qui v'è ragione per mille argomenti di che tremare e godere! 

Secondo quanto abbiamo esposto fin qui presentiamo un percorso attraverso i testi del formulario del Messale Romano 1983 per cercare di segnare puntualmente il dato di fede  che la liturgia trasmette
 
L'antifona d'ingresso indirizza l'assemblea che si raduna per la celebrazione alla sua dimensione escatologica significata dal testo tolto dal libro dell'Apocalisse (21,2)

Vidi la città santa, la nuova Gerusalemme,
scendere dal cielo, da Dio,
preparata come una sposa adorna per il suo sposo.

Vidi civitátem sanctam, Ierúsalem novam, descendéntem de cælo a Deo, parátam sicut sponsam ornátam viro suo.

L'ecclesia radunata nel nome del Signore contempla la bellezza della Gerusalemme del Cielo che appare in tutto il suo splendore sponsale. È la Chiesa che nelle difficoltà e nei limiti del mondo terreno esercita la fede nel desiderio e nell'attesa di ricongiungersi all'Amato e concretamente si prepara ad incontrarlo nella sinassi eucaristica.

Delle due collette proposte dal Messale scegliamo la prima per la consonanza dei temi che riprendono ed amplificano quanto dichiarato dall'antifona introitale:

O Padre, che prepari il tempio della tua gloria con pietre vive e scelte, effondi sulla Chiesa il tuo Santo Spirito, perché edifichi il popolo dei credenti che formerà la Gerusalemme del cielo

Deus, qui de vivis et eléctis lapídibus ætérnum habitáculum tuæ præparas maiestáti, multíplica in Ecclésia tua spíritum grátiæ, quem dedísti, ut fidélis tibi pópulus in cæléstis ædificatiónem Ierúsalem semper accréscat. Per Dóminum.

La formazione e costruzione del tempio appartiene a Dio stesso, è lui che costruisce la sua Chiesa e lo fa per mezzo di pietre vive e scelte, come afferma la colletta in riferimento alla lettera di Pietro:

Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo” (1Pt 2, 4-5).

Il primo rilievo si riferisce all'etimologia della parola ecclesia. Si tratta di convocati, scelti da parte di Dio per entrare a far parte di un nuovo Corpo, di una nuova realtà. 

In secondo luogo questa realtà è fondata su una pietra viva, il Cristo: ci stringiamo a lui per essergli conformi, ma solo essendo uniti a lui possiamo essere pietre vive, oltre che scelte per formare la Gerusalemme del cielo, a partire da adesso fino alla conquista della nostra mèta secondo quanto afferma l'Apostolo: 


"Portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo". (2Cor 4,10)

La prima lettura (Ez 47,1-2.8-9.12) ed il Salmo 45 sono uniti dal tema dell'acqua che sgorga dall'altare del Tempio e che rallegra le “dimore dell'Altissimo”. In natura conosciamo la forza benefica e devastatrice che l'acqua porta con sé. Accostare gli elementi elencati alla sicurezza che viene da Dio permette di indugiare sulla realtà di una Chiesa che non perde mai di vista la fonte delle sue energie e che anche in caso di acque tempestose sa mantenere lo sguardo fisso su Cristo, “colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Eb 12, 2).

La seconda lettura proposta per la celebrazione della dedicazione in concorrenza con la Domenica è tratta dalla prima lettera ai Corinzi (1 Cor 3,9c-11.16-17) e ribadisce la funzione di soggetto che coincide con Dio per la costruzione del tempio. L'accentuazione di Paolo consiste nel rivelare che il fondamento è dato dall'annuncio del Vangelo di Gesù Cristo e che queste sono le solide basi nella costruzione dell'edificio spirituale.

Il Vangelo per identità di temi è il racconto della presenza energica di Gesù nel Tempio e del suo intento di reindirizzare l'attenzione dei credenti dal tempio materiale a quello “non costruito da mani d'uomo”.

L'orazione sulle offerte non presenta particolari elementi concernenti la dedicazione.

Ancora una volta il formulario insiste sul tempio delle pietre vive e scelte come si vede nel testo del prefazio e nell'antifona alla comunione.

Nel prefazio si descrive la permanenza del Cristo in mezzo ai suoi come segno del suo amore per l'umanità ed in più aggiunge:

per fare di noi il tempio dello Spirito Santo,
in cui risplenda la santità dei figli di Dio.
Questa Chiesa, misticamente adombrata
nel segno del tempio,
tu la santifichi sempre come sposa del Cristo,
madre lieta di una moltitudine di figli,
per collocarla accanto a te rivestita di gloria.

Qui domum oratiónis muníficus inhabitáre dignáris,
ut, grátia tua perpétuis fovénte subsídiis,
templum Spíritus Sancti ipse nos perfícias,
acceptábilis vitæ splendóre corúscans.
Sed et visibílibus ædifíciis adumbrátam,
Christi sponsam Ecclésiam perénni operatióne sanctíficas,
ut, innumerábili prole mater exsúltans,
in glóriam tuam collocétur in cælis

Essere tempio del Signore per la liturgia si concretizza in una santità contagiosa che permette di riconoscere i credenti. Un'ortodossia che si traduce nella responsabilità e consapevolezza di essere nel mondo lievito, sale e luce sul candeliere e non un popolo che gestisce il suo culto e la sua liturgia in forma autoreferenziale. 

Il prefazio permette di raccogliere l'idea per cui il tempio, l'edificio chiesa di cui i cristiani si servono per le celebrazioni è anch'esso, complessivamente un simbolo di quella mistica dimora ricoperta della grazia dello sposo e quindi dello splendore dell'abito nuziale, come nella visione dell'Apocalisse che indicava la direzione in apertura della messa. La Chiesa è qui indicata non solo come sposa, ma anche nella funzione generatrice di madre, che raccolgie tutti i suoi figli presso il Cristo.

L'itinerario proposto dall'eucologia si conclude con la preghiera dopo la comunione che riassume e riorganizza i due temi principali della Chiesa come segno mistico della Gerusalemme nuova e della Chiesa dei credenti vivificati dalla grazia ricevuta nella partecipazione ai sacramenti. 



A conclusione della nostra riflessione poniamo due testi che esprimono meglio il senso di questo post. il primo è di sant'Agostino che in una sintesi raccoglie i due temi principali della liturgia odierna: 

Se casa di Dio siamo noi stessi, veniamo edificati in questa vita per essere poi dedicati alla fine del tempo. L'edificio, o meglio, la costruzione, comporta fatica, la dedicazione è motivo di esultanza. Quel che si verificava qui, mentre la costruzione veniva elevata, questo avviene ora che sono radunati insieme i credenti in Cristo. Mediante la fede, infatti, equivale in qualche modo al ricavarsi dei legni dai boschi e delle pietre dai monti: allora che sono catechizzati, battezzati, istruiti, quasi trovandosi nelle mani di operai e di artigiani, sono sgrossati, squadrati, levigati. (Serm. 336 in dedicatione ecclesiae).

L'altra voce viene interpellata è ancora quella di Paolo VI che nella Messa a san Giovanni per il giubileo della Diocesi di Roma il 9 novembre del 1975, disse:

Oggi, dicevamo, è grande festa per la Chiesa di Roma. Facciamo attenzione, dicevamo parimente, al duplice significato di questa parola «Chiesa». Chiesa significa, innanzi tutto, in questa circostanza, l'edificio sacro, davanti al quale noi ci troviamo. Questo edificio è insignito del titolo di Basilica, cioè di edificio regale, Titolo attribuito fin dai primi tempi del cristianesimo, alla casa destinata al culto sacro per la comunità gerarchicamente costituita.

A Noi preme ora notare come l'edificio sacro prese comunemente la qualifica di «chiesa», cioè di comunità cristiana che in quell'edificio aveva il suo luogo di riunione e di culto. L'onore perciò tributato all'edificio si riverberò sulla comunità che lo aveva costruito; e l'uno e l'altra furono chiamati, e ancor oggi lo sono: chiesa; chiesa l'edificio, chiesa la comunità; l'uno per l'altra, restando a questa seconda, la comunità, la pienezza di significato e di finalità.

Onoriamo dunque nella Basilica del Santissimo Salvatore, detta comunemente di San Giovanni in Laterano, commemorando la sua originaria destinazione, cioè la sua «dedicazione», al culto cattolico e alla dimora primaria del Vescovo di Roma, il Papa, successore dell'Apostolo Pietro, e perciò Pastore della Chiesa universale.

Onoriamo, Fratelli e Figli carissimi, questa santa Chiesa Romana: santa per la sua origine apostolica e per la sua vocazione missionaria e santificatrice; santa per la testimonianza di eroismo e di fede, che essa nutrì e propose al mondo ad esempio ed a conforto; santa per la sua ferma e perenne adesione al Vangelo e alla missione di Cristo nella storia e nella vita di questa Sede Apostolica, che è in Roma, e di quante Chiese, sorelle e figlie, le furono unite nella fede e nella carità; santa per la sua destinazione escatologica, di guida dei suoi figli cattolici e degli uomini tutti, che ne accoglie la parola di verità e di amore, verso i destini ultimi dell'umanità sulla terra; e santa perché vuol essere prima a riconoscere il proprio dovere di penitenza e il proprio bisogno di umile riconciliazione con Dio e con gli uomini.



1Mi condusse poi all'ingresso del tempio e vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente, poiché la facciata del tempio era verso oriente. Quell'acqua scendeva sotto il lato destro del tempio, dalla parte meridionale dell'altare. Ez 47,1
2“Si chiama giorno della dedicazione (enceniae) quello in cui la santa Chiesa che è sul Golgota, il Martyrium è stata consacrata a Dio; ma anche la santa Chiesa dell'Anastasis, nel luogo dove il Signore è risorto dopo la sua passione, è stata consacrata a Dio nello stesso giorno. Di queste sante chiese si celebra dunque la Dedicazione con la più grande solennità perché nel medesimo giorno è stata scoperta la croce del Signore”. Egeria, Pellegrinaggio in terra santa, Città Nuova, Roma 2008, 48,1.

San Lorenzo nel Palazzo Apostolico

"Oggi la chiesa di Roma celebra il giorno del trionfo di Lorenzo, giorno in cui egli rigettò il mondo del male. Lo calpestò quando...