giovedì 31 ottobre 2013

Solennità di tutti i santi - sant'Agostino, De sermone Christi in monte

Vidi una grande moltitudine, che nessuno poteva contare, d'ogni nazione, d'ogni tribù, d'ogni lingua e stavano davanti al trono vestiti di bianco, con la palma in mano e cantavano con voce potente: Gloria al nostro Dio  (Ap 7,9-10)



Il «Discorso della montagna»

       E, prendendo la parola, così li [i discepoli] ammaestrava (Mt 2,5).

       Se si vuole sapere il significato del monte, si comprende bene che esso vuol dire i precetti più importanti sulla giustizia, per il fatto che i più secondari erano già stati dati ai Giudei.

       Tuttavia, l’unico Dio, attraverso i santi profeti e i suoi servitori, distribuì, secondo i tempi, in modo ordinato, i comandamenti meno importanti al suo popolo che aveva bisogno ancora del timore per tenerselo unito, e per mezzo del suo Figlio dare al popolo quelli più grandi che era conveniente che fosse liberato dall’amore.

      

Poiché, d’altra parte, s’impartiscono ai piccoli i precetti di minore gravità, ed ai più grandi quelli di maggiore importanza, questi sono dati solo da Colui che ritiene conveniente per i propri tempi offrire un rimedio al genere umano. Né deve suscitare sorpresa il fatto che si diano precetti maggiori per il Regno dei cieli, e i minori siano dati per il regno temporale da quel medesimo unico Dio, che creò il cielo e la terra. Su questa giustizia, quindi, che è maggiore, è detto per mezzo del profeta: La tua giustizia è simile ai monti di Dio (Ps 35,7); e questo significa bene quello che viene insegnato sul monte dall’unico Maestro, solo capace di insegnarci così grandi verità. Ma mentre sta seduto, egli insegna, poiché ciò si addice alla dignità del maestro. E gli si avvicinano i suoi discepoli, affinché con l’ascoltare le sue parole, fossero più vicini, anche fisicamente, coloro che si disponevano con l’animo ad adempiere i precetti.

       Prendendo la parola, li ammaestrava, dicendo (Mt 2,5).

Questo modo di dire, chiamato: prendendo la parola (aprendo la sua bocca), forse nello stesso tempo fa valere che il suo discorso sarà piuttosto lungo, almeno che non si applichi ora poiché fu detto che aveva aperto la bocca Colui che soleva aprire nell’antica legge le bocche dei profeti. Che cosa, dunque, dice? Beati i poveri di spirito, perché ad essi appartiene il regno dei Cieli (Mt 2,5). Leggiamo che è stato scritto sul desiderio dei beni temporali: Tutte le cose sono vanità e presunzione dello spirito (Si 1,14); d’altra parte e a presunzione dello spirito sta ad indicare l’audacia e la superbia. Generalmente si dice che anche i superbi abbiano grandi menti, e questo, [è detto] rettamente, dal momento che anche il vento è chiamato spirito, per cui fu scritto: Fuoco, grandine, neve, ghiaccio, sono aria di burrasca (Ps 148,8). Ma chi potrebbe ignorare che i superbi arroganti sono chiamati come gonfiati dal vento? Di qui anche quel detto dell’Apostolo: La scienza si vanta, la carità edifica (1Co 8,1). Perciò, giustamente qui sono compresi per poveri di spirito, gli umili e i timorosi di Dio, cioè quelli che non hanno lo spirito vanitoso. Né d’altronde fu affatto conveniente iniziare con la beatitudine [il discorso] giacché essa farà giungere alla più alta sapienza.

Il timore del Signore, al contrario, è l’inizio della sapienza, e, per contrario, è scritto, l’inizio di ogni peccato è la superbia (Si 1,9).
I superbi, quindi, desiderino ed amino i regni della terra.

       Beati, invece, i poveri in spirito, poiché ad essi appartiene il regno dei Cieli (Mt 5,3).

       Beati i miti perché avranno la terra in eredità (Mt 5,4), quella terra, credo, di cui si dice nei salmi: Tu sei la mia speranza, la parte di eredità nella terra dei viventi (Ps 141,6). Ha anche, infatti, il significato di una certa saldezza e stabilità, dell’eterna eredità, dove l’anima a causa di un buon sentimento riposa come nella sua patria, come il corpo sulla terra, ed ivi si nutre del cibo, adatto per lei come il corpo sulla terra.

Essa stessa è il riposo e la vita dei santi. I miti, d’altra parte, sono coloro che cedono davanti alle iniquità e non sanno resistere al male, ma prevalgono sul male col bene. Siano, pure, rissosi e lottino i violenti per i beni terreni e temporali, ma: Beati sono i miti perché avranno in eredità la terra dalla quale non possono essere cacciati.

       Beati quelli che sono afflitti, perché saranno consolati (Mt 5,5)

       Il lutto è la tristezza per la scomparsa dei propri cari. Al contrario, indirizzati verso Dio perdono quelle cose che da loro venivano preferite come care in questo mondo; infatti, non si rallegrano di queste cose di cui prima gioivano, e finché in essi c’è l’attaccamento dei beni eterni, sono afflitti da non poca tristezza. Saranno consolati, quindi, dallo Spirito Santo, che, per eccellenza, è chiamato appunto il Paraclito, cioè il Consolatore, affinché, mentre perdono la gioia temporale, gioiscano del gaudio eterno.

       Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati (Mt 5,6).

       Già chiama questi affamati ed assetati, le vere ed autentiche persone probe. Essi saranno, dunque, saziati di quel cibo del quale lo stesso Signore dice: Il mio cibo consiste nel fare la volontà del mio Padre (Jn 4,34), poiché è la giustizia, e quella stessa acqua della quale chiunque berrà, come egli stesso dice, sorgerà in lui una fonte di acqua zampillante per la vita eterna (Jn 4,14).

       Beati i misericordiosi perché riceveranno misericordia (Mt 5,7).  

       Dice che sono beati quelli che soccorrono i bisognosi, poiché saranno talmente compensati, da essere liberati dalla loro necessità.

       Beati quelli che hanno il cuore puro, perché vedranno Dio (Mt 5,8).

       Quanto sono stolti, dunque, coloro che cercano Dio con questi occhi di carne, mentre vedono col cuore, come altrove è stato scritto: Con cuore semplice cercatelo! (Sg 1,1). Il cuore puro, infatti, è il cuore semplice. E allo stesso modo questa luce non si può vedere se non con occhi puri, così non si può vedere Dio, se non è limpido ciò col quale si può vedere.

       Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio (Mt 5,9).

       Nella pace è la perfezione, dove nessuna cosa ripugna; e, pertanto, i figli di Dio sono operatori di pace, poiché niente resiste a Dio, e, senza dubbio, debbono avere la rassomiglianza col Padre. Operatori di pace, d’altra parte, sono in se stessi, tutti quelli che equilibrano i movimenti del proprio animo e lo sottomettono alla ragione, vale a dire all’intelligenza ed all’anima, e sottomettendo e domando i cattivi desideri della carne, diventano il regno di Dio, nel quale sono talmente ordinate tutte le cose, che ciò che vi è nell’uomo di importante e nobile, venga sottomesso alle rimanenti cose opposte che sono in noi e ci accomunano agli animali, e ciò che è più nobile nell’uomo, cioè l’intelligenza e la ragione, siano sottomesse alla parte migliore, cioè alla stessa verità, l’unigenito Figlio di Dio. 


Né, infatti, si può comandare alle cose inferiori se non si sottomette, egli stesso, alle cose superiori. E questa è la pace che è concessa in terra agli uomini di buona volontà, questa è la vita del sapiente costante che ha raggiunto la perfezione. Da questo particolare regno, molto tranquillo ed ordinato, fu espulso il principe di questo mondo, che ha il dominio sugli uomini perversi e smodati. Internamente con questa pace costituita e salda, qualsiasi persecuzione scatenerà dal di fuori colui che ne fu espulso, aumenterà la gloria che è secondo Dio, non turbando alcunché in quell’edificio, ma con le sue arti, a quelli che ne son privi, quanta saldezza nell’interno sia stata edificata.

       Per questo segue: Beati quelli che soffrono persecuzioni a causa della giustizia, perché proprio ad essi, appartiene il Regno dei Cieli (Mt 5,10).

Esistono d’altronde queste otto beatitudini. Per la qual cosa a questo loro numero occorre fare attenzione.

  1. Ha inizio, in effetti, la beatitudine dell’umiltà: Beati i poveri in spirito... (Mt 5,4), vale a dire i non superbi, mentre la loro anima si sottomette alla divina volontà, nel timore che dopo questa vita non si diriga verso le pene anche nel caso che in questa vita [l’anima] forse possa sembrare beata.
  2. Si giunge alla conoscenza delle divine Scritture, nella quale è necessario che essa si mostri mite per il suo sentimento religioso, affinché non osi biasimare ciò che agli inesperti sembra contraddittorio e si renda indocile con le ostinate discussioni.
  3. Già comincia a sapere con quali legami di questo secolo venga trattenuto attraverso l’abitudine dei sensi e i peccati. Pertanto, in questo terzo grado nel quale risiede la scienza, viene rimpianta la perdita del sommo bene, poiché è attaccato alle cose ultime.
  4. Nel quarto grado, poi, vi è la fatica, dove violentemente si cade, affinché l’animo si sradichi attaccato [com’è] da quelle cose con una deleteria dolcezza. Qui, dunque, ha fame e sete la giustizia, e la fortezza, estremamente necessaria, per il fatto che non si lascia senza dolore ciò che col piacere viene attratto.
  5. Con il quinto grado, inoltre, viene offerto a quelli che perseverano nella fatica, il consiglio di evadere, poiché se ognuno non viene aiutato dall’Essere superiore, in nessuna maniera può essere adatto a liberarsi da impedimenti così grandi dalle miserie. È, invero, un giusto consiglio, che colui che vuole essere aiutato da uno più forte, aiuti il più debole, col quale egli stesso è più potente. Perciò: Beati quelli che usano misericordia, poiché essi riceveranno la stessa misericordia (Mt 5,7).
  6. Con il sesto grado è richiesta la purezza di cuore, avvalendosi della retta coscienza delle buone opere, per contemplare quel sommo bene, il quale può essere visto col puro e sereno intelletto.
  7. Per ultimo c’è la stessa settima sapienza, cioè la contemplazione della verità rendendo operatore di pace l’intero uomo e ricevendo la somiglianza di Dio, che, così si esprime: Beati gli operatori di pace, poiché saranno chiamati figli di Dio (Mt 5,9).
  8. L’ottava beatitudine, per così dire, ritorna alla prima, perché mostra il bene perfetto e raffinato e lo approva. Per questo nella prima e nell’ottava è nominato il Regno dei Cieli: Beati i poveri in spirito, perché ad essi appartiene il Regno dei Cieli e: Beati quelli che soffrono persecuzione a causa della giustizia, poiché di essi è il Regno dei Cieli ( Mt 5,10). Quando già si dice: Chi ci separerà dall’amor di Cristo? forse la sofferenza, oppure l’angoscia, o la persecuzione, o la fame o la nudità, o il pericolo o la spada? (Rm 8,35).
Sette sono, dunque, quelle che rendono perfetti; l’ottava, in effetti, rende esplicito e rivela ciò che è perfetto.



 Agostino, De sermone Christi in monte, 1, 2-10

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