sabato 12 ottobre 2013

La scuola ed il digitale...

La settimana scorsa su Criticaletteraria.it è uscita una mia recensione all'ultimo saggio di Giovanni Reale. L'insigne filosofo ha dedicato la sua riflessione al rapporto ed al legame che oggi esiste tra la scuola e il mondo digitale. 

 Di fronte ad un partito ideologico di sociologi, pedagogisti e professori modernisti che preferiscono rinunciare al loro ruolo educativo per sostituirlo con la mediazione digitale si stagliano alcune osservazioni: perché si ripudia la cultura scritta, il libro come strumento di studio, ed il professore che fa lezione tradizionalmente alla cattedra cercando di trasmettere non solo nozioni ed informazioni, ma anche una passione per la materia oltre che un senso umanizzante della conoscenza e del processo di apprendimento? Veramente gli anni di studio e di esperienza in classe possono essere, non solo adiuvati, ma sostituiti e liofilizzati in giochini carini sul tablet, mappe interattive e linee del tempo che divertono tanto i ragazzi ma annientano la percezione di cosa sia l'impegno per comprendere e ritenere i contenuti offerti in multimediale e digitale?

Mi stupisco sempre di più nel percepire che oggi i problemi nella scuola sono quelli legati all'assenza della tecnologia in classe quando poi sui giornali si leggono notizie allarmanti sull'analfabetismo di ritorno e sulla vergognosa ignoranza di candidati alle facoltà a numero chiuso che dopo anni di scuola dell'obbligo non sanno mettere a segno un banale test di ingresso o di ammissione. La soluzione ai problemi della scuola è nei computer?


Ad acuire le mie perplessità è intervenuto un articolo del prof. Nicola Cotugno pubblicato sul sito educazioneduepuntozero.it.

Non si può non riflettere sull'argomento. Mi pare però che la categoria di nativo digitale sia innalzata ad un livello troppo nobile rispetto ad una deriva generazionale che utilizza internet per fini molto più degradanti dal punto di vista intellettuale.


Che l'analisi del problema generazionale tra docenti e discenti nativi digitali sia inesistente è palesemente falso visto che proprio qui sulla rete se ne parla, se ne parla a scuola, tra docenti e studenti stessi, e se ne discute presso il Ministero che già ha legiferato in merito, con l'obbligo del progressivo passaggio al libro multimediale. Altre esperienze come le cl@ssi2.0, l'inserimento e l'uso delle LIM sono comunque il segno di un cambiamento che di fatto nella scuola sta avvenendo. 


Quando nell'articolo si legge: 

La scuola italiana, difatti, appare ancora fortemente strutturata (e arroccata) sulla didattica tradizionale prevalentemente librocentrica e monolinguaggio: in una recente indagine INDIRE, realizzata su un campione di scuole di ogni ordine e grado la lezione frontale risulta di gran lunga il metodo didattico più usato (76,2 %) rispetto ad altre forme di lezione (lavori di gruppo, peer education, percorsi individualizzati, didattica laboratoriale) 
sembra di leggere un giudizio forte su una scuola considerata retrograda perché ancora si picca di insegnare con un libro ed un professore che parla. Dalla questione sulle varietà dei linguaggi si passa all'ideologia tecnologica. Tutto deve passare al digitale perché questa è la modernità, mentre la lezione frontale è solo il retaggio di una scuola vecchia e in frantumi. Diamo per vero tutto questo. 

Gradualmente lo stato potrebbe fare a meno benissimo a meno dei docenti, delle classi e delle scuole. Tutto potrebbe facilmente essere gestito da casa. 

Rimane la perplessità legata al valore della scuola in quanto istituzione e struttura, e circa la professionalità del docente che viene innalzata (o banalizzata) nella capacità di saper gestire le nuove tecnologie. 


Così si evince dall'articolo: 

E’ evidente che ciò comporta un profondo aggiornamento culturale e professionale dei docenti, che dovranno abdicare al ruolo cattedratico per diventare orientatori negli ambienti di apprendimento costruiti col gruppo classe, in cui lo studente è protagonista attivo e consapevole della lezione e di ciò che sta imparando: un simile coinvolgimento consentirà finalmente di sviluppare negli alunni abilità e competenze direttamente derivanti dai contenuti curricolari, tanto menzionate nella legislazione ministeriale e comunitaria, quanto inesistenti in una scuola basata ancora su metodologie didattiche tradizionali.



Il professore rinuncia al "cattedratico" per diventare orientatore e lasciare anche la sua cruciale funzione di formatore
Una domanda riguarda la definizione di "alunno protagonista attivo". Per alunno protagonista attivo a cosa realmente ci si riferisce? All'alunno che sa gestire un programma di apprendimento, che è consapevole della lezione e di ciò che impara perché sa fare qualcosa con il computer si contrappone l'alunno silenzioso e attento? Solo se l'alunno fa qualcosa (imparare facendo) nella classe allora è un protagonista attivo e consapevole? Se è così, il silenzio attento del migliore tra gli alunni e l'attività silenzionsa, statica e sublime del symballein, del mettere insieme e conservare nella mente non ha un futuro nelle nostre classi e rende improduttivo e inconsapevole l'alunno che non fa digitalmente. 





La discussione rimane aperta al di là di ogni irrigidimento sulle diverse idee espresse e al di là di ogni ideologia che abbia al centro una visione dello studente piuttosto che lo studente in quanto tale. 



Nessun commento:

Posta un commento

La vocazione di san Matteo

Non sono uno storico dell'arte e non sono un'esperto. Quindi da non addetto ai lavori mi accosto a un dipinto complesso e sudiatiss...