giovedì 12 settembre 2013

Un caso di coscienza

Il 21 dicembre del 2009 Sua Santità Benedetto XVI ricevendo Cardinali, Arcivescovi, Vescovi e Direttori del Governatorato della Città del Vaticano per i consueti auguri natalizi si esprimeva, in riferimento all'importante discorso tenuto di fronte al mondo culturale della laica Ville Lumiere durante il suo viaggio apostolico, in questo modo:

Come primo passo dell’evangelizzazione dobbiamo cercare di tenere desta tale ricerca [di Dio]; dobbiamo preoccuparci che l’uomo non accantoni la questione su Dio come questione essenziale della sua esistenza. Preoccuparci perché egli accetti tale questione e la nostalgia che in essa si nasconde. Mi viene qui in mente la parola che Gesù cita dal profeta Isaia, che cioè il tempio dovrebbe essere una casa di preghiera per tutti i popoli (cfr Is 56, 7; Mc 11, 17). Egli pensava al cosiddetto cortile dei gentili, che sgomberò da affari esteriori perché ci fosse lo spazio libero per i gentili che lì volevano pregare l’unico Dio, anche se non potevano prendere parte al mistero, al cui servizio era riservato l’interno del tempio. Spazio di preghiera per tutti i popoli – si pensava con ciò a persone che conoscono Dio, per così dire, soltanto da lontano; che sono scontente con i loro dèi, riti, miti; che desiderano il Puro e il Grande, anche se Dio rimane per loro il “Dio ignoto” (cfr At 17, 23). Essi dovevano poter pregare il Dio ignoto e così tuttavia essere in relazione con il Dio vero, anche se in mezzo ad oscurità di vario genere. Io penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di “cortile dei gentili” dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita interna della Chiesa. Al dialogo con le religioni deve oggi aggiungersi soprattutto il dialogo con coloro per i quali la religione è una cosa estranea, ai quali Dio è sconosciuto e che, tuttavia, non vorrebbero rimanere semplicemente senza Dio, ma avvicinarlo almeno come Sconosciuto.


Questi elementi hanno visto il fiorire, per opera del Card. Gianfranco Ravasi, una serie di eventi che hanno voluto mettere in atto le aspirazioni del Papa. Il risultato è stato il Cortile dei Gentili: un terreno neutro di dialogo con il mondo dei non credenti per evitare che si spenga anche il minimo desiderio di quella ricerca di Dio che ha creato la nostra società europea. 

Il nostro papa Francesco si inserisce, ad altri livelli, in questo cammino di dialogo e di accoglienza del non credente dando il primo input al dialogo con il Direttore de La Repubblica.

 

Si tratta di una lunga lettera che, come tutti sanno, è una risposta alle obiezioni di Eugenio Scalfari all'Enciclica Lumen Fidei pubblicate su La Repubblica nell'editoriale del 7 luglio e poi riprese dopo un mese, il 7 agosto. Noi cattolici sappiamo perfettamente, o dovremmo sapere, che nell'intento del papa non si riscontra il desiderio di scendere a compromessi, di mettere da parte la verità del Vangelo di fronte di appiattirla o annacquarla con le idee di altri, di chi non considera vitale il discorso di fede e può pensare a come e quando parlarne, per poi ritornare nella propria stasi deista, teista, o atea. Nel papa si riscontra invece l'atteggiamento sacerdotale di andare incontro a chi lo interroga, a chi si pone dinnanzi a lui per capire e comprendere. 

Non mi inserisco nella querelle tipicamente italiana (e intendo l'aggettivo in senso prevalentemente dispregiativo) in cui con mezzi di infimo valore emerge lo squilibrio di questo Paese che al pluralismo religioso unisce un analfabetismo teologico vergognoso ed imbarazzante, che al laicismo becero, arrogante ed intransigente affianca le ingerenze di una politica continuamente frammista al vissuto religioso del popolo italiano con l'unico fine di carpirne il voto, fino all'ultimo cattolico indeciso, di una Nazione che vuole eliminare la propria identità cristiana e cattolica in favore di un'indistinta e piatta laicità, con il contraltare di direttori di giornale che interpellano il papa sui loro cipigli pseudo religiosi (con ampie speranze di maggiori vendite quotidiane).

L'unico aspetto che mi interessa della lettera è una frase del papa che ha suscitato qualche interrogativo.

Nella sua risposta il Romano Pontefice, riferendosi alla principale domanda di Scalfari circa l'atteggiamento di Dio nei confronti dei non credenti, afferma: 

Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire.

Dunque il papa afferma secondo la dottrina cattolica che chi non crede in Dio non è sollevato dall'obbligo di seguire la propria coscienza. Seguire la propria coscienza, ascoltarla ed obbedirle è l'impegno di ciascuno, e secondo il cristianesimo, significa anche prestare l'ossequio della propria ragione e delle proprie azioni alla legge che Dio ha inscritto nell'uomo al momento della creazione.

Il seguire la propria coscienza è però un tema che suscita inquietudine. Mi pare infatti che con questo argomento il soggetto si trovi di fronte ad una serie di problematiche. 

La prima problematica riguarda che cosa per l'uomo di oggi sia bene o male, e di conseguenza il modo in cui ciò che viene percepito come tale possa dirigere l'agire morale verso l'elevazione del bene o il declino nel male. 


La questione, secondo il mio modo di vedere le cose, è che l'uomo naturalmente si distacca da una serie di mali in senso pieno come l'omicidio, il suicidio, l'incesto, ecc., ma allo stesso tempo, seguire le cronache nazionali ed internazionali mette drammaticamente di fronte ad una società che nei suoi atti dimostra sempre di più di aver perso la minima percezione di quel “giudizio della ragione mediante il quale la persona umana riconosce la qualità morale di un atto concreto che sta per porre, sta compiendo o ha compiuto. In tutto quello che dice e fa, l'uomo ha il dovere di seguire fedelmente ciò che sa essere giusto e retto. E' attraverso il giudizio della propria coscienza che l'uomo percepisce e riconosce i precetti della legge divina” (CCC 1778).

La seconda problematica si presenta allorquando chiunque, interrogando la propria coscienza, sceglie in base al bene o al male percepiti in quanto tali. In un contesto in cui i valori e le virtù umane e sociali sono stati completamente ribaltati mi pare di scorgere il rischio che a ciò che universalmente era inteso come male o come bene sia subentrato un ribaltamento di giudizi. È quello che penso quando fermo l'attenzione sulle notizie di adolescenti che rinunciano alla vita per motivi oggettivamente futili, ma che per loro costituiscono un peso così insostenibile da indurli al gesto estremo del congedo dal mondo o che per lo sballo chiudono i loro rapporti con la vita; è ciò che mi rende perplesso quando leggo o ascolto notizie di persone uccise per il possesso di beni materiali: l'uomo che elimina a cazzotti il proprio simile per ottenere un posto per la propria utilitaria in un parcheggio affollato del centro commerciale, la donna che getta nell'immondizia il frutto delle sue viscere, e molto altro ancora. E non risolviamo la questione tacciando di pazzia questi individui. Sarebbe troppo semplice. Qui credo si possa riscontrare la mancanza di giudizio o un totale sovvertimento del concetto di Bene e di Male a favore del “mio bene, qui ed ora” ed “il mio male qui ed ora” (cfr. Joseph Ratzinger - Benedetto XVI, L'elogio della coscienza. La Verità interroga il cuore, Cantagalli, Siena 2009, pagine 175, euro 13,50).

Adamo ed Eva tentati dal maligno in una miniatura medievale

La terza problematica è suscitata dal precetto “segui la tua coscienza”. E quando la coscienza è erronea? Quando la coscienza non è formata, illuminata e razionalmente matura?

Il pensatore di Rodin, Parigi.

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica trovo un itinerario che credo possa essere vincolante per il cattolico, ma pienamente valido anche per il non credente.

Il primo movimento di questo itinerario sta nel riconoscere il valore della coscienza:

La coscienza è una legge del nostro spirito, ma che lo supera, che ci dà degli ordini, che indica responsabilità e dovere, timore e speranza. . . la messaggera di Colui che, nel mondo della natura come in quello della grazia, ci parla velatamente, ci istruisce e ci guida. La coscienza è il primo di tutti i vicari di Cristo (John Henry Newman, Lettera al Duca di Norfolk, 5). (CCC 1779)

Il secondo movimento mi sembra fondamentale perché invita ad interrogare la coscienza. Percepisco questa interrogazione come un modo per tenerla viva. Fare domande al mio prossimo, all'altro che mi sta a fianco è un modo per entrare in relazione. Domandare, interagire con la coscienza è il modo per evitare che si appiattisca, che perda le sue peculiarità, che si assopisca sul pensiero comune, sull'ideologia dominante, sulla "coscienza morale" che altri vogliono per me. Ecco perché:

L'importante per ciascuno è di essere sufficientemente presente a se stesso al fine di sentire e seguire la voce della propria coscienza. Tale ricerca di interiorità è quanto mai necessaria per il fatto che la vita spesso ci mette in condizione di sottrarci ad ogni riflessione, esame o introspezione: Ritorna alla tua coscienza, interrogala. . . Fratelli, rientrate in voi stessi e in tutto ciò che fate, fissate lo sguardo sul Testimone, Dio [Sant'Agostino, In epistulam Johannis ad Parthos tractatus, 8, 9]. (CCC 1779).

Agire in questo modo è per l'uomo l'opportunità di creare responsabilità. Essere responsabile delle proprie azioni è la caratteristica principale delle nostre scelte. Conoscere le conseguenze della azioni compiute è il modo per riconoscere il valore autentico di ciò che si è deciso di intraprendere.

La coscienza permette di assumere la responsabilità degli atti compiuti. Se l'uomo commette il male, il retto giudizio della coscienza può rimanere in lui il testimone della verità universale del bene e, al tempo stesso, della malizia della sua scelta particolare. La sentenza del giudizio di coscienza resta un pegno di speranza e di misericordia. Attestando la colpa commessa, richiama al perdono da chiedere, al bene da praticare ancora e alla virtù da coltivare incessantemente con la grazia di Dio: Davanti a lui rassicureremo il nostro cuore qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa (1 Gv 3, 19-20). (CCC 1781)

Il mio discorso si conclude con il terzo movimento che riguarda l'imperativo personale per cui la coscienza deve essere formata. E la sapienza dei padri della fede insegna che questa formazione dura tutta la vita. Per quanto sia imprenscindibile l'azione morale dall'essere della persona tanto si percepisce l'urgenza di formatori, di individui che non si affidano al sentimento dell'istante o all'imperativo del soggettivo ma che aprono gli orizzonti del proprio essere all'agire e ad una realtà certamente intima ma che è capace di imporre giudizi circa il vero, il buono, il giusto.

In merito il Catechismo insegna: 
La coscienza deve essere educata e il giudizio morale illuminato. Una coscienza ben formata è retta e veritiera. Essa formula i suoi giudizi seguendo la ragione, in conformità al vero bene voluto dalla sapienza del Creatore. L'educazione della coscienza è indispensabile per esseri umani esposti a influenze negative e tentati dal peccato a preferire il loro proprio giudizio e a rifiutare gli insegnamenti certi.

L'educazione della coscienza è un compito di tutta la vita. Fin dai primi anni dischiude al bambino la conoscenza e la pratica della legge interiore, riconosciuta dalla coscienza morale. Un'educazione prudente insegna la virtù; preserva o guarisce dalla paura, dall'egoismo e dall'orgoglio, dai risentimenti della colpevolezza e dai moti di compiacenza, che nascono dalla debolezza e dagli sbagli umani. L'educazione della coscienza garantisce la libertà e genera la pace del cuore. Nella formazione della coscienza la Parola di Dio è la luce sul nostro cammino; la dobbiamo assimilare nella fede e nella preghiera e mettere in pratica. Dobbiamo anche esaminare la nostra coscienza rapportandoci alla Croce del Signore. Siamo sorretti dai doni dello Spirito Santo, aiutati della testimonianza o dai consigli altrui, e guidati dall'insegnamento certo della Chiesa [Cf ibid., 14]. (CCC 1783-1785).

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