domenica 22 settembre 2013

Cerchiamo con il desiderio di trovare, e troviamo con il desiderio di cercare ancora (Agostino)



La variabile Dio
di Riccardo Chiaberge
Longanesi  2008
€ 24,60
pp.194

 
Un saluto tutto speciale a voi, ricercatori della verità, a voi, uomini di pensiero e di scienza, esploratori dell’uomo, dell’universo e della storia, a voi tutti, pellegrini in marcia verso la luce, e anche a quelli che si sono fermati nel cammino, affaticati e delusi da una vana ricerca.



Anche per voi abbiamo dunque un messaggio, ed è questo: continuate a cercare, senza stancarvi, senza mai disperare della verità! Ricordate le parole di uno dei vostri grandi amici, sant’Agostino: “Cerchiamo con il desiderio di trovare, e troviamo con il desiderio di cercare ancora”. Felici coloro che, possedendo la verità, la continuano a cercare per rinnovarla, per approfondirla, per donarla agli altri. Felici coloro che, non avendola trovata, camminano verso essa con cuore sincero: che essi cerchino la luce del domani con la luce d’oggi, fino alla pienezza della luce!

Paolo VI, 8 dicembre 1965

La lunga citazione in esergo è tratta dal discorso che Paolo VI ha rivolto alla chiusura del Concilio agli uomini di pensiero e di scienza.

Queste poche frasi sono, secondo noi il filo rosso che lega le interviste a due scienziati, messe insieme da Riccardo Chiaberge nel volume La variabile Dio. In cosa credono gli scienziati? Un confronto tra George Coyne e Arno Penzias. Si tratta di un colloquio con Arno Allan Penzias, fisico, premio Nobel 1978, di origine ebraica e di George Vincent Coyne gesuita, astronomo, ricercatore presso l'osservatorio di Tucson in Arizona.

Questa presentazione è necessaria perché nel testo di Chiaberge le vite dei due intervistati ed i loro interventi di intrecciano e si moltiplicano con l'unico scopo di attuare e di trasmettere da due punti di vista quasi opposti la massima agostiniana citata da Paolo VI: “Cerchiamo con il desiderio di trovare, e troviamo con il desiderio di cercare ancora”.

Il libro intervista in cui il lavoro dell'autore è stato veramente eccellente, perché è riuscito a raccontare il momento straordinario in cui un ebreo premio nobel conversa e dialoga con un gesuita astronomo e per anni direttore della Specola Vaticana, quel meraviglioso mondo scientifico uscito dal desiderio dei pontefici di indagare secondo il metodo delle scienze moderne ciò che è all'origine della fede cattolica, il Dio Creatore.

L'intervista è interessante perché contiene in sé il tentativo di mostrare come l'annoso dibattito sul tema fedee scienza sia possibile se il metodo di realizzazione è chiaro. Il padre Coyne è un religioso ma anche uno scienziato, e da gesuita il suo modo di affrontare le due questioni è sereno e guidato dalla stessa fede che professa. La fede in un Dio personale e Creatore, che continuamente agisce nella vita dell'uomo non è in opposizione alle regole della natura che lui stesso ha creato.

Il confronto con le tradizioni ebraiche di un uomo di scienza come Arno Penzias, che più volte nel libro afferma la sua ortodossia ebraica contro una difficoltà a credere nel Dio che ha stretto Alleanza con il suo popolo, permette anche di valutare come in ambito scientifico e religioso le risposte non sono solo dimostrabili. Di fronte ai numeri dell'universo ed ai misteri che ancora porta con sé emerge quanto la scienza abbia fatto passi enormi nella ricerca, ma anche quanto sia lontana da verità assolute, come la religione. La fede in Cristo si basa sulla sua esperienza di passione, morte e resurrezione. Il compimento del suo mistero pasquale e la rivelazione che ne mostra la missione di adesione alla volontà del Padre sono per il credente la Verità. Ridurre la fede alla religione, intesa come codice comportamentale, ed in base a questo farne l'unica realtà del mondo è una tentazione storicamente condivisa dalla scienza e dalla fede.

Ridurre il rapporto tra la fede e la scienza al dimostrabile, in una sterile affermazione di ciò che la scienza afferma e di ciò che la religione crede/racconta/inventa e non dimostra costituisce l'intento di spingere la capacità di ragionamento dell'uomo ad un livello infimo. Ne “La variabile Dio” si assiste ad altro. Le idee religiose vengono affrontate e con esse ci si riferisce anche ai limiti della scienza che sono poi i limiti dell'uomo.

Dalla lettura di questo testo, stimolante per tanti motivi sia dal punto di vista scientifico per tutte le nozioni ed i ragionamenti espressi dagli illustri intervistati, sia dal punto di vista teologico,1 è nata una serie di punti per una riflessione sul possibile utilizzo del libro e delle dinamiche che affronta.

Il volume di Chiaberge ha il pregio di mettere in evidenza che il mondo scientifico e quello religioso devono rimanere nel proprio ambito di azione senza creare infiltrazioni o confuse invasioni di campo.

Dare spazio al dialogo o alla riflessione sul rapporto tra la fede e la scienza è sicuramente il modo per evitare un appiattimento della ragione e della propria adesione religiosa su un livello di conformismo intellettuale ed etico.

A partire dalla fides quaerens intellectum di anselmiana memoria, si impone per il credente, e a nostro avviso anche per il non credente, la necessità di riconoscere che nella religione come dimensione antropologica e nella fede come dimensione personale o comunitaria, non può essere escluso l'aspetto razionale. Dove la religione o la fede sono state abbracciate nell'ignoranza e nella trascuratezza dell'aspetto razionale la religione è stata nel mondo antico come in quello moderno la copertura per il crimine, l'abominio, la discriminazione e altro. Nella nostra considerazione diventano drammaticamente vere le parole di Lucrezio quando nel De rerum natura accusa: Tantum religio potuit suadere malorum (cfr. I, 80-101). In questo contesto diventano essenziali le parole di Agostino secondo il quale bisogna credere per cercare di carpire quel frammento dell'ineffabile mistero di Dio, credo ut intellegam, e dopo aver compreso con il lume della ragione ciò che di Dio la Rivelazione ci ha lasciato, poter ancora credere, più ardentemente e più coscientemente, intellego ut credam.

L'ultima riflessione riguarda il giudizio oggettivo su alcuni aspetti del rapporto tra fede e scienza. In particolare il punto finale della riflessione è suscitato dal capitolo che l'autore ha dedicato al Caso Galilelo. Vi sono contenute nozioni e precisazioni utili per il discorso, ma ne emerge, soprattutto per bocca del p. Coyne che faceva parte della Commissione Pontificia istituita dal beato Giovanni Paolo II per affrontare il caso Galileo, la delusione e la critica costruttiva per un lavoro che non è stato completamente positivo. Il capitolo, a nostro avviso, è un monito ad evitare altri casi Galileo ed un invito a fare in modo che la libertà del pensiero scientifico sia favorita e successivamente accolta in una visione di fede ed in una teologia sempre più impegnata nella ricerca e nella comprensione del mondo.

A conclusione vorrei far mie le parole dell'Enciclica Lumen fidei che credo possano essere la conclusione e mostrare il cammino da fare sull'argomento di queste mie righe:

Richiamare la connessione della fede con la verità è oggi più che mai necessario, proprio per la crisi di verità in cui viviamo. Nella cultura contemporanea si tende spesso ad accettare come verità solo quella della tecnologia: è vero ciò che l’uomo riesce a costruire e misurare con la sua scienza, vero perché funziona, e così rende più comoda e agevole la vita. Questa sembra oggi l’unica verità certa, l’unica condivisibile con altri, l’unica su cui si può discutere e impegnarsi insieme. Dall’altra parte vi sarebbero poi le verità del singolo, che consistono nell’essere autentici davanti a quello che ognuno sente nel suo interno, valide solo per l’individuo e che non possono essere proposte agli altri con la pretesa di servire il bene comune. La verità grande, la verità che spiega l’insieme della vita personale e sociale, è guardata con sospetto. Non è stata forse questa — ci si domanda — la verità pretesa dai grandi totalitarismi del secolo scorso, una verità che imponeva la propria concezione globale per schiacciare la storia concreta del singolo? Rimane allora solo un relativismo in cui la domanda sulla verità di tutto, che è in fondo anche la domanda su Dio, non interessa più. È logico, in questa prospettiva, che si voglia togliere la connessione della religione con la verità, perché questo nesso sarebbe alla radice del fanatismo, che vuole sopraffare chi non condivide la propria credenza. Possiamo parlare, a questo riguardo, di un grande oblio nel nostro mondo contemporaneo. La domanda sulla verità è, infatti, una questione di memoria, di memoria profonda, perché si rivolge a qualcosa che ci precede e, in questo modo, può riuscire a unirci oltre il nostro "io" piccolo e limitato. È una domanda sull’origine di tutto, alla cui luce si può vedere la meta e così anche il senso della strada comune. (LF 25).



1 Mi riferisco solo alla possibilità di approfondire tematiche riguardanti l'Intelligent Design, il multiverso, e la rielaborazione del giudizio o dei principi legati all'evoluzionismo/creazionismo alla polarità tra il concetto di sviluppo dell'universo e la teoria dello stato stazionario, al valore della ricerca sulle stringhe e sulla radiazione cosmica di fondo. L'approfondimento teologico riguarda principalmente la storia della teologia e come in essa sia stato affrontato il metodo scientifico e quali sono oggi le dimensioni epistemologiche della ricerca teologica.

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