domenica 1 settembre 2013

A Cristo, Principe della Pace


  Nel capitolo IV della Regola di san Benedetto si legge: ieiunium amare ovvero amare il digiuno (RB 4,13). Prima dell'evo moderno il digiuno era caratteristica dei monasteri benedettini e le disposizioni ecclesiastiche raccomdavano il digiuno in alcuni giorni dell'anno oltre al tempo penitenziale per eccellenza, la Quaresima, che per i penitenti o i catecumeni anticamente costituiva un digiuno lungo quaranta giorni. 

Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, Luca Signorelli: San Benedetto rimprovera il fratello del monaco Valeriano per aver violato il digiuno

Oggi, nella grave situazione internazionale il Santo Padre Francesco ha invitato la Crisitanità a digiunare per il prossimo 7 settembre. Un'esortazione tradizionale che si rifà a vecchie consuetudini, hanno detto alcuni, un'impegno ed un segno forte, a detta di altri. 

Rimane il fatto che l'uomo contemporaneo, completamente immerso in un rapporto sregolato con il cibo, prova un'allergia interiore alla parola digiuno. Perché non mangiare, saltare un pasto o due, in riferimento ad una guerra?





Il disagio probabilmente nasce da questa realtà:



Per esperienza, credo di poter affermare che la nostra allergia moderna al digiuno non è questione di forze diminuite, ma di giudizio e di volontà deboli. La causa non è di ordine fisico, ma spirituale”1.



La prima cosa che mi preme ribadire è che i digiuni non sono tutti della stessa natura. I musulmani digiunano (Ramadhan), i seguaci delle sette religiose digiunano ma la loro astinenza non è assimilabile a quella cristiana.



Innanzitutto il primo esempio di astinenza dal cibo è Gesù. La Quaresima secondo il Rito Romano si apre con il Mercoledì delle ceneri, uno dei due giorni di digiuno previsti nella Chiesa cattolica; nella celebrazione eucaristica viene proclamato il Vangelo in cui Gesù ricorda la necessità della preghiera dell'elemosina e del digiuno per ristabilire l'equilibrio nel rapporto con Dio, nel dialogo con lui, nel confronto con il prossimo e nella relazione con il cibo (Mt 6, 1-6. 16-18). Inoltre la prima domenica di Quaresima mette i cristiani di fronte al digiuno di Gesù nel deserto per quaranta giorni (Anno C Lc 4, 1-13).



Per il cristiano quindi il digiuno non è un pio esercizio di astinenza ma ha il suo fondamento nella vita stessa di Cristo. Digiunare è anche conformarsi a Cristo. E non si tratta di un digiuno esteriore fatto per assecondare delle astruse leggi umane. Come Cristo stesso avverte ed insegna a orientare la proprio vita non in un'osservanza esteriore ed asettica, improduttiva, ma a compiere la volontà di Dio nel cibarsi della sua Parola, nel gustare il sapore dei ciò che lui ha trasmesso.



Ma il digiuno non è solo cristiano perché tutta la tradizione ebraica e l'Antico Testamento si riferiscono puntualmente all'astinenza dal cibo, a partire dal digiuno dal frutto della conoscenza del bene e del male (Gn 2, 16-17). Non devi mangiare questa è la legge stabilita in Paradiso ad Adamo. 
Esdra invita il popolo a digiunare per “umiliarci davanti al Signore nostro Dio”. 
L'esempio più drammatico è dato da Giona e dal digiuno dei Niniviti, come testimonianza della loro sincera conversione al Signore.



Il digiuno, tzom in ebraico, è legato principalmente alla città di Gerusalemme ed al lutto per la sua distruzione e a tutti i lutti della Shoà. Si ricorda inoltre il digiuno di Purim e quello dei primogeniti all'inizio della Pasqua (14 Nisan).



Il digiuno diventa poi pratica cristiana, prettamente monastica ma estesa anche a tutti i fedeli; si tratta di un digiuno della Chiesa perché il cristiano vive incarnato nella sua Chiesa locale e con essa intera digiuna soprattuto nei tempi comandati e prima di grandi avvenimenti sacramentali (battesimo, ordinazioni).



Benedetto XVI nel suo Messaggio per la Quaresima 2009 ricordava:



Troviamo la pratica del digiuno molto presente nella prima comunità cristiana (cfr At 13,3; 14,22; 27,21; 2 Cor 6,5). Anche i Padri della Chiesa parlano della forza del digiuno, capace di tenere a freno il peccato, reprimere le bramosie del "vecchio Adamo", ed aprire nel cuore del credente la strada a Dio. Il digiuno è inoltre una pratica ricorrente e raccomandata dai santi di ogni epoca. Scrive san Pietro Crisologo: "Il digiuno è l'anima della preghiera e la misericordia la vita del digiuno, perciò chi prega digiuni. Chi digiuna abbia misericordia. Chi nel domandare desidera di essere esaudito, esaudisca chi gli rivolge domanda. Chi vuol trovare aperto verso di sé il cuore di Dio non chiuda il suo a chi lo supplica" (Sermo 43: PL 52, 320. 332).



Di fronte all'invito di Papa Francesco, riemerge il valore tradizionale del digiuno che, al di fuori della Quaresima, è un mezzo sicuro di ascesi personale ma è anche la stadera capace di riequilibrare il nostro senso di percezione del mondo. Privarci di qualcosa, in particolare del cibo, significa dedicare tempo al prossimo ed essere più comprensivi per le difficoltà e le sofferenze dei fratelli afflitti dalla fame, dalla miseria, dalla guerra.



Digiunare per la tragica situazione della Siria e dei fragili equilibri internazionali non è solo disporsi a valutare il nostro rapporto con il cibo ma è il modo tradizionale per impetrare da Dio un dono, in questo caso la pace e la non belligeranza. Già il beato Giovanni Paolo II, nel 2003 aveva invitato tutti i cattolici a digiunare per il Medio Oriente. Ora la storia della Chiesa si ripete con viva intensità. E in quel grido scandito da tre mai, ripetuti anche oggi da papa Francesco, il beato intendeva coinvolgere i cattolici:



in una fervorosa preghiera a Cristo, Principe della Pace. La pace, infatti, è un dono di Dio da invocare con umile ed insistente fiducia. Senza arrendersi dinanzi alle difficoltà, occorre poi ricercare e percorrere ogni strada possibile per evitare la guerra, che sempre porta con sé lutti e gravi conseguenze per tutti”.



Per sabato prossimo ci attende un digiuno. Ci attende una professione di fede nella sua potenza che da cristiani non è possibile svilire. Ma il digiuno non vuole, si spera, presentare il conto a Dio, dicendogli che cosa Egli debba fare. 

Che sia una supplica anche allo Spirito perché i cuori dei potenti si pieghino dinnanzi alla sicura strage che porterebbe un intervento armato e che le diplomazie si applichino affinché una guerra non abbia luogo.



Vogliamo un mondo di pace, vogliamo essere uomini e donne di pace, vogliamo che in questa nostra società, dilaniata da divisioni e da conflitti, scoppi la pace; mai più la guerra! Mai più la guerra! La pace è un dono troppo prezioso, che deve essere promosso e tutelato”2.









1Adalbert de Vogüe, La comunità. Ordinamento e spiritualità, Bresseo di Teolo, Edizioni Scritti Monastici, 1991, 346-350.


2Papa Francesco, Angelus domenica 1 settembre 2013.

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