venerdì 26 luglio 2013

Elogio dell'amanuense...

La scrittura, se posta su pergamena, può durare anche mille anni, la stampa invece, poiché è abitualmente prodotta su carta, per quanto tempo potrà durare? Se un volume di carta può resistere duecento anni è già molto. […] senza gli amanuensi la scrittura non potrebbe resistere a lungo, poiché verrebbe corrotta dal tempo e dispersa dal caso […] I testi a stampa infatti essendo su carta saranno destinati a consumarsi in breve tempo. Al contrario, il copista, trascrivendo su pergamena, ha diffuso in tal modo, lontano nel tempo la propria forma e quella di ciò che ha scritto. Se, nonostante tutto, molti scelgono d’impiegare la stampa per diffondere le proprie opere, di ciò giudicheranno i posteri.
E se anche tutti i libri del mondo venissero stampati, il devoto amanuense non dovrà mai desistere dal proprio compito, ma anzi dovrà impegnarsi nel preservare su pergamena, mediante la scrittura manuale i libri a stampa più utili, che altrimenti non potrebbero conservarsi tanto a lungo per la natura effimera del materiale cartaceo. […] I codici manoscritti non potranno mai essere paragonabili a quelli a stampa, in particolare perché l’ortografia e l’ornato dei libri a stampa sono spesso molto trascurati, mentre la scrittura è sempre prodotta con estrema cura e attenzione.


(G. Tritemio 1462-1516, Elogio degli amanuensi)

giovedì 25 luglio 2013

La migliore catechesi sull'Eucaristia è la stessa Eucaristia ben celebrata

La grande tradizione liturgica della Chiesa ci insegna che, per una fruttuosa partecipazione, è necessario impegnarsi a corrispondere personalmente al mistero che viene celebrato, mediante l'offerta a Dio della propria vita, in unità con il sacrificio di Cristo per la salvezza del mondo intero. 

Per questo motivo, il Sinodo dei Vescovi ha raccomandato di curare nei fedeli l'intima concordanza delle disposizioni interiori con i gesti e le parole. Se questa mancasse, le nostre celebrazioni, per quanto animate, rischierebbero la deriva del ritualismo. Pertanto occorre promuovere un'educazione alla fede eucaristica che disponga i fedeli a vivere personalmente quanto viene celebrato. Di fronte all'importanza essenziale di questa participatio personale e consapevole, quali possono essere gli strumenti formativi adeguati? I Padri sinodali all'unanimità hanno indicato, al riguardo, la strada di una catechesi a carattere mistagogico, che porti i fedeli a addentrarsi sempre meglio nei misteri che vengono celebrati. In particolare, per la relazione tra ars celebrandi e actuosa participatio si deve innanzitutto affermare che «la migliore catechesi sull'Eucaristia è la stessa Eucaristia ben celebrata». Per natura sua, infatti, la liturgia ha una sua efficacia pedagogica nell'introdurre i fedeli alla conoscenza del mistero celebrato. Proprio per questo, nella tradizione più antica della Chiesa il cammino formativo del cristiano, pur senza trascurare l'intelligenza sistematica dei contenuti della fede, assumeva sempre un carattere esperienziale in cui determinante era l'incontro vivo e persuasivo con Cristo annunciato da autentici testimoni. In questo senso, colui che introduce ai misteri è innanzitutto il testimone. Tale incontro certamente si approfondisce nella catechesi e trova la sua fonte e il suo culmine nella celebrazione dell'Eucaristia. 

Da questa struttura fondamentale dell'esperienza cristiana prende le mosse l'esigenza di un itinerario mistagogico, in cui devono sempre essere tenuti presenti tre elementi. 

a) Si tratta innanzitutto della interpretazione dei riti alla luce degli eventi salvifici, in conformità con la tradizione viva della Chiesa. In effetti, la celebrazione dell'Eucaristia, nella sua infinita ricchezza, contiene continui riferimenti alla storia della salvezza. In Cristo crocifisso e risorto ci è dato di celebrare davvero il centro ricapitolatore di tutta la realtà (cfr Ef 1,10). Fin dall'inizio la comunità cristiana ha letto gli avvenimenti della vita di Gesù, ed in particolare del mistero pasquale, in relazione a tutto il percorso veterotestamentario.

b) La catechesi mistagogica si dovrà preoccupare, inoltre, di introdurre al senso dei segni contenuti nei riti. Questo compito è particolarmente urgente in un'epoca fortemente tecnicizzata come l'attuale, in cui c'è il rischio di perdere la capacità percettiva in relazione ai segni e ai simboli. Più che informare, la catechesi mistagogica dovrà risvegliare ed educare la sensibilità dei fedeli per il linguaggio dei segni e dei gesti che, uniti alla parola, costituiscono il rito.

c) Infine, la catechesi mistagogica deve preoccuparsi di mostrare il significato dei riti in relazione alla vita cristiana in tutte le sue dimensioni, di lavoro e di impegno, di pensieri e di affetti, di attività e di riposo. È parte dell'itinerario mistagogico porre in evidenza il nesso dei misteri celebrati nel rito con la responsabilità missionaria dei fedeli. In tal senso, l'esito maturo della mistagogia è la consapevolezza che la propria esistenza viene progressivamente trasformata dai santi Misteri celebrati. Scopo di tutta l'educazione cristiana, del resto, è di formare il fedele, come «uomo nuovo», ad una fede adulta, che lo renda capace di testimoniare nel proprio ambiente la speranza cristiana da cui è animato.

Per poter svolgere all'interno delle nostre comunità ecclesiali un tale compito educativo occorre avere formatori adeguatamente preparati. Certamente tutto il Popolo di Dio deve sentirsi impegnato in questa formazione. Ogni comunità cristiana è chiamata ad essere luogo di introduzione pedagogica ai misteri che si celebrano nella fede. A questo riguardo, i Padri durante il Sinodo hanno sottolineato l'opportunità di un maggior coinvolgimento delle Comunità di vita consacrata, dei movimenti e delle aggregazioni che, in forza dei loro propri carismi, possono arrecare nuovo slancio alla formazione cristiana. Anche nel nostro tempo lo Spirito Santo non lesina certo l'effusione dei suoi doni per sostenere la missione apostolica della Chiesa, a cui spetta di diffondere la fede e di educarla fino alla sua maturità.

Benedetto XVI, Esortazione post-sinodale Sacramentum caritatis, n. 64

sabato 20 luglio 2013

Dal trattato «Sui misteri» di sant'Ambrogio, vescovo

Questo sacramento che ricevi si compie con la parola di Cristo. Noi costatiamo che la grazia ha maggiore efficacia della natura, ma la grazia della benedizione profetica è ancora superiore. Se poi la parola del profeta, cioè di un uomo, ha avuto tanta forza da cambiare la natura, che dire della benedizione fatta da Dio stesso dove agiscono le parole medesime del Signore e Salvatore? Giacché questo sacramento che tu ricevi si compie con la parola di Cristo. Che se la parola di Elia ebbe tanta potenza da far scendere il fuoco dal cielo, la parola di Cristo non sarà capace di cambiare la natura degli elementi? A proposito delle creature di tutto l'universo tu hai detto: «Egli parla e tutto è fatto, comanda e tutto esiste» (Sal 32, 9). La parola di Cristo, dunque, che ha potuto creare dal nulla quello che non esisteva, non può cambiare le cose che sono in ciò che esse non erano? Infatti non è meno difficile dare alle cose un'esistenza che cambiarle in altre.

Ma perché servirci di argomentazioni? Serviamoci dei suoi esempi e proviamo la verità del mistero con il mistero stesso della incarnazione. Forse che fu seguito il corso ordinario della natura quando Gesù Signore nacque da Maria? Se cerchiamo l'ordine della natura, la donna suole generare dall'unione con l'uomo. E' chiaro dunque che la Vergine ha generato al di fuori dell'ordine della natura. Ebbene, quello che noi ripresentiamo è il corpo nato dalla Vergine. Perché cerchi qui il corso della natura nel corpo di Cristo, mentre lo stesso Signore Gesù Cristo è stato generato dalla Vergine all'infuori del corso della natura? E' la vera carne di Cristo che fu crocifissa, che fu sepolta. E' dunque veramente il sacramento della sua carne.

Lo stesso Signore Gesù proclama: «Questo è il mio corpo». Prima della benedizione delle parole celesti la parola indica un particolare elemento. Dopo la consacrazione ormai designa il corpo e il sangue di Cristo. Egli stesso lo chiama suo sangue. Prima della consacrazione lo si chiama con altro nome. Dopo la consacrazione è detto sangue. E tu dici: «Amen», cioè. «E' così». Ciò che pronunzia la bocca, lo affermi lo spirito. Ciò che enunzia la parola, lo senta il cuore. Anche la Chiesa vedendo una grazia così grande, esorta i suoi figli esorta i suoi intimi ad accorrere ai sacramenti dicendo: «Mangiate, amici, bevete; inebriatevi, o cari» (Ct 5, 1). Quello poi che mangiamo, quello che beviamo, lo Spirito Santo te lo ha specificato altrove per mezzo del Profeta dicendo: «Gustate e vedete quanto è buono il Signore; beato l'uomo che in lui si rifugia» (Sal 33, 9). In quel sacramento c'è Cristo, perché è il corpo di Cristo. Non è dunque un cibo corporale, ma un nutrimento spirituale. Onde anche l'Apostolo della sua figura dice: «I nostri padri tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale» (1 Cor 10, 3). Infatti il corpo di Dio è un corpo spirituale, il corpo di Cristo è il corpo dello spirito divino, perché Cristo è spirito, come leggiamo: Cristo Signore è spirito davanti al nostro volto (cfr. Lam 4, 20 secondo i LXX). Questo nutrimento rinsalda il nostro cuore e questa bevanda «allieta il cuore dell'uomo» (Sal 103, 15) come ha ricordato il profeta.

(Nn. 52-54. 58; Sources chrétiennes 25 bis, 186-188. 190)



domenica 14 luglio 2013

Il silenzio


Quando la santa messa viene celebrata come si deve, tacciono ad intervalli, nel suo sviluppo, sia la voce distinta del sacerdote sia quella dei fedeli. Il sacerdote parla a bassa voce o esegue, senza parole, ciò che il servizio divino prescrive; la comunità prende parte con l'intenzione degli occhi e dell'anima. Che cosa significano questi momenti di silenzio? E che fare allora? Anzi cos'è in fondo, il silenzio?


Anzitutto, una cosa semplicissima: che ci sia proprio silenzio, e che non si parli, e che non sia dato di cogliere nessun rumore, nessun movimento, nessun fruscio di fogli, nessun colpo di tosse. Non vogliamo esagerare: gli uomini sono degli esseri viventi e si muovono, e un essere schiavo non sarebbe da preferirsi al disordine. Eppure silenzio è per l'appunto silenzio, e solo allora è silenzio quando positivamente lo si vuole.

Dipende dal valore che gli si dà: da qui dipende il godimento o il tedio che ci si prova. L'uno dice: "Non posso trattenere la tosse". L'altro: "In ginocchio non ce la faccio". Quando però assistono ad un concerto oppure a una conferenza che li affascina, soffocano ogni colpo di tosse, evitano la più lieve mossa, e nella sala regna quel silenzio che è, in fondo, la cosa più bella di tutte: il clima di chi sta in ascolto, dove prende risalto ciò che vi è di bello e di veramente importante... Così è: bisogna volere fermamente il silenzio, anche a prezzo di qualche sacrificio: allora lo si ha. Lo avete sperimentato una volta in tutto il suo valore? Non saprete più comprendere come se ne possa star senza.


Però il silenzio non dev'essere unicamente esteriore, come là dove nessuno parli e nessuno si muova. Tutto ciò, infatti, si può benissimo avere pure con il tumulto nell'animo. Reale silenzio importa che anche i pensieri, i sentimenti, il cuore siano in pace. Reale silenzio deve dominare lo spirito e penetrare sempre più nel profondo dell'animo, né alcuno mai seppe dire come sia possibile toccare un limite in questo campo, tanto sfugge a ogni misura il mondo interno.

Se poi si cerca di creare questo silenzio interiore, s'intravede subito che non è affare di un momento. Non basta quindi volerlo, ma lo si deve esercitare. A tale scopo i momenti più preziosi sono quelli che precedono immediatamente la celebrazione del sacrificio, in chiesa, e ciò, a sua volta, trae seco quest'altra esigenza: che si giunga in chiesa tanto per tempo d'avere realmente questi istanti di preparazione. E allora non girare oziosamente lo sguardo, non pensare ad oggetti futili, non sfogliare distrattamente un libro ma rientrare in se stesso e coltivare la pace interiore.
Meglio ancora, raccogliersi un po' già lungo il cammino verso la chiesa. Si va, infine, alla santa messa: nulla quindi di più naturale che lo stesso avviamento diventi esercizio di raccoglimento; in certo qual modo, un'introduzione che preluda alle cose venture.

E perché la cura del sacro silenzio interiore non potrebbe iniziarsi con la stessa vigilia, come suggerisce la liturgia, attribuendo la sera del sabato al giorno domenicale? E' fuori di dubbio che se fino dai primi vesperi - per esempio in correlazione con una breve lettura corrispondente - si badasse a inserire una sobria pausa di raccoglimento, l'influsso sull'indomani non tarderebbe a farsi sentire.
Fino a questo punto si sono descritti soltanto i caratteri negativi del silenzio, ciò che il silenzio non è: non è esclusione pura e semplice di parole o di rumore. Ma silenzio non vuol dire esclusivamente che qualche cosa manchi - quasi mera lacuna tra discorsi o rumori - ma comporta pure un elemento positivo. Beninteso, bisogna anche saperlo sentire come tale. Sovente, nel corso di una conferenza o di una cerimonia o di una qualunque manifestazione pubblica, accade che si improvvisi una pausa. Allora si osserverà quasi immancabilmente che, subito, uno tossisce o si muove: sente il silenzio come un vuoto e vi pone un'azione qualunque. Il silenzio non era per lui nient'altro che una mancanza, un difetto, e suscitava in lui un senso di disordine o di disagio.

In realtà esso è un dato pieno e fecondo. E' la pace della vita interiore. E' il riposo dei valori più intimi. E' trepida presenza, dedizione, premura. Nulla di cupo nel silenzio, nessuna espressione di ignavia, nessun gravame d'indolenza. Tutto è vigile, tutto è pronto.
Abbiamo fatto parola di vigilanza. Ora ecco, proprio,qui, nella vigilanza, il segnacolo del silenzio che ci interessa: del silenzio al cospetto di Dio.

Basilica di santa Maria in Trastevere, Roma
Cos'è una chiesa? Anzitutto, un fabbricato: pareti, volta, colonne, spazio. Tutto questo però costituisce sempre solo una parte di ciò che è propriamente una chiesa: costituisce il corpo della chiesa. Quando noi diciamo che la santa messa si svolge nella chiesa, a questo "nella chiesa" appartiene ancora qualche cosa d'altro che non siano semplicemente le pareti, la volta, le colonne, lo spazio: - appartiene cioè la comunità. Comunità non soltanto gente. Per il fatto materiale di varcare la soglia del tempio e di prendere posto nei banchi non si ha ancora una comunità, ma soltanto uno spazio con un numero più o meno elevato di fedeli. La comunità sorge quando i fedeli sono interiormente presenti, quando l'uno percepisce e vive la presenza spirituale dell'altro, e tutti entrano insieme nello spazio sacro, anzi addirittura lo pongono. Allora c'è comunità, e forma - con la costruzione esterna che la esprime - quella chiesa nella quale l'azione sacra si compie.

E' importante vedere chiaro in tutto questo.

Le chiese esteriori possono sfaldarsi e perire. Allora tutto dipende dal fatto se i fedeli sono capaci di formare comunità, di costituire chiesa là dove si trovano, anche se la materialità del posto è ancor tanto povera o abbandonata. Bisogna dunque che sia scoperta e provata questa resistenza della volta interiore.

Teniamo quindi il silenzio nel suo debito conto. Non è a caso che questo opuscolo prende le mosse da queste considerazioni sul silenzio. Siamo in tema di liturgia, ed ogni forma di vita liturgica, rettamente intesa, fluisce appunto dal silenzio. Senza il silenzio tutto in essa si scolora.
Di qui appare chiaro che non si tratta di qualche cosa di strano o di un vago estetismo. Se così si intendesse il silenzio - come un lusso - tutto sarebbe posto in ridicolo. Per noi si tratta di qualche cosa di molto serio, di molto importante e - purtroppo non lo si può negare - di molto negletto: del primo presupposto di ogni azione sacra.


Romano Guardini, Il testamento di Gesù




venerdì 5 luglio 2013

"Noi leggiavamo un giorno per diletto". Un articolo che mi è piaciuto

Oggi si legge sempre meno. Inutile è fornire le statistiche che collocano l’Italia tra i Paesi europei dove si legge meno. Spesso, nello sconforto che si diffonde dai dati pubblicati sulla lettura o sul disastro dell’editoria si afferma la convinzione che l’importante sia leggere, non importa cosa. La scuola non è immune a questa tendenza, anzi talvolta è la più vivace promotrice dell’imperativo categorico: «Leggete, leggete! Non importa cosa. L’importante è leggere!». Lunghe liste di libri, eterogenei per qualità e pregio letterario, tra cui scegliere in modo da esercitare la propria libertà. Sembra che l’importante sia che il ragazzo impari ad esercitare la propria libertà completamente svincolata dai valori, morali o artistici.  Una libertà eslege, senza verità e senza valori.  Tanti sono i motti che da più parti si sentono per scacciare l’analfabetismo dei ragazzi o degli adulti.
 
Da parte mia, io sono fermamente convinto che non sia importante leggere libri, vedere film, frequentare persone, ma che l’importante sia cosa si legga, che film si vedano, che persone si frequentino. Sono convinto che l’esercizio della vera libertà vada educato. Esiste un’educazione alla libertà. L’educazione alla lettura a scuola passa attraverso un accompagnamento dell’insegnante a leggere, a valorizzare ed apprezzare il pregio letterario e artistico, a distinguere ciò che vale da ciò che non vale. Il Libro del mese assegnato come lettura e Il Caffè letterario in cui si discute in classe del libro assegnato e introdotto il mese precedente dall’insegnante sono una modalità per imparare ad apprezzare i libri, classici e non, anche quei testi che probabilmente la maggior parte dei ragazzi non leggerebbero, perché magari non sono mai stati accompagnati ad apprezzare e valorizzare la bellezza, ma sono stati spesso abituati a non far fatica, a pensare che l’impressione immediata e impulsiva sia un giudizio di valore.

Lo stesso verbo latino legere significa raccogliere, scegliere, eleggere. Il verbo ha in sé il valore di selezionare, amare, prendere qualcosa in mezzo ad altro. La lettura inizia, quindi, nella scelta che avviene tra i banchi di scuola o nelle librerie.

Non tutto ciò che leggiamo forma ed educa, cioè non tutti i libri aiutano a crescere. Alcuni romanzi possono essere profondamente diseducativi. Chiunque vada nella maggior parte delle librerie oggi si accorgerà come esse si sono trasformate negli ultimi anni. Il libro è oggi non più segno di cultura, ma oggetto di consumo, direi di consumo di massa. Si è verificato quanto Leopardi profetizzava nello Zibaldone due secoli fa quando affermava che nel futuro ci sarebbe stata una letteratura colta per pochi e un’altra produzione di consumo per tutti, che non si può considerare arte. Ecco qualche esempio.



Il 2012 ha visto lo spopolare dei romanzi delle sfumature in grigio, romanzi erotici che indulgono alla rappresentazione disinibita dell’eros e della sessualità e che hanno venduto più di trenta milioni di copie in tutto il mondo. In Italia il Premio Strega, il più popolare premio letterario del Paese, nel 2012 è stato assegnato ad un romanzo che indulge in tante pagine e in tanti episodi alla descrizione esplicita del sesso, Gli inseparabili di Alessandro Piperno. Se è vero come è vero che il romanzo è specchio dei propri tempi, senz’altro Inseparabili testimonia la crisi e la nevrosi dell’uomo contemporaneo, il tanto spazio concesso alla psicologia e alla sessualità. Ma è anche vero che la grande arte sa rendere conto non solo della mediocrità e della bassezza dell’uomo, ma anche dell’ideale e dei valori a cui la persona aspira. Qui, invece, questo non accade. L’aspirazione all’amore, al bello, al vero, al buono, al giusto è un tratto del tutto assente. Invece, la normalità a cui si adeguano i personaggi del libro è fatta di tradimenti, di invidie, di menzogne, di abnorme e disinibita presenza del sesso, fatto con chiunque e in ogni modo. Personalmente, sono stanco di vedere rappresentata nei romanzi di oggi questa realtà come se fosse l’unica possibilità a cui l’uomo possa guardare. Non è una questione di moralismo, ma di decenza, di buon gusto, di bellezza che sono deturpati dall’oscenità sbandierata e compiaciuta.

 Se andassimo, poi, a vedere le classifiche dei romanzi più letti del 2010 e del 2011, scopriremmo che Fabio Volo ha occupato per tanto tempo il primo posto con Le ultime luci dell’alba. Quando uno scrittore vende così tanto senz’altro solletica alcune corde dell’uomo? Ma quali? Quale io intercetta Fabio Volo? Lo scrittore parla di un uomo ridotto a piacere e soddisfazione del piacere: il piacere deve diventare diritto, mentre il destino, il bene, il giusto non esistono. L’uomo non è fatto per un’esperienza di bellezza, di verità, di giustizia, di bontà, ma per liberarsi delle costrizioni, delle convinzioni, delle certezze con cui è cresciuto. L’esperienza di libertà è un processo di autonomia, ma non alla scoperta della propria interiorità, delle proprie domande di senso e di significato. C’è l’esaltazione della istintività pura, della libido, dell’irrazionale, della ribellione e della fuga dalla realtà. La protagonista, che racconta la sua vita, ad un certo punto esclama una frase che può essere emblema del romanzo: «Ho imparato che nel mio piacere c’è la mia libertà». La scoperta del proprio io coincide con l’esplorazione delle proprie possibilità di piacere, e aggiungiamo qui sessuale, che lei può vivere e scoprire dopo tanti anni, dopo che il tempo trascorso in compagnia del marito l’ha demoralizzata, svilita, deprivata della sua vitalità e del suo entusiasmo. Molte pagine sono dedicate alla descrizione degli atti sessuali.

Quando ho espresso in articoli precedenti il mio giudizio su questo tipo di letteratura, ho sentito il plauso di molti che concordavano, ma anche la reazione di altri che sostenevano che si può credere in valori e leggere libri di questo tipo. Ci mancherebbe, ognuno ha la libertà di leggere quello che vuole, di vedere i film che vuole. Io penso, tuttavia, che l’uomo sia uno e tutto contribuisca a formare la persona, i film visti, i libri letti, la musica ascoltata, ecc. È vero, si può leggere per diletto e si legge per diletto. Ma ricordiamoci anche che quest’espressione («per diletto») è la stessa che ha utilizzato Dante nel canto V dell’Inferno quando chiama al banco degli imputati la letteratura e, quindi, gli scrittori. Quando Francesca risponde alla domanda 

«A che e come concedette amore che voi conosceste i dubbiosi disiri», dice: «Noi leggiavamo un giorno per diletto/ di Lancialotto come amor lo strinse;/soli eravamo e sanza alcun sospetto./[…] ma solo un punto fu quel che ci vinse./ Quando leggemmo il disiato riso/esser basciato da cotanto amante,/ questi, che mai da me non fia diviso,/la bocca mi basciò tutto tremante./ Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse». 

La storia di Lancillotto e Ginevra era di ben altra delicatezza e dai toni ben più cortesi e galanti. Eppure, Dante riconosce che una storia raccontata può avere un peso determinante nelle vicende di chi legge.

Lo scrittore ha una responsabilità incredibile. Dico sempre ai miei studenti e ai loro genitori: «Di solito a scuola si spronano i ragazzi a leggere, a vedere film, a frequentare coetanei (socializzare). Invece, dovete pensare a cosa leggete, a cosa vedete, a chi frequentate. Lettura, amicizie, film e programmi TV ci formano ed educano».

Grandezza della libertà

L'uomo può volgersi al bene soltanto nella libertà.

I nostri contemporanei stimano grandemente e perseguono con ardore tale libertà, e a ragione. Spesso però la coltivano in modo sbagliato quasi sia lecito tutto quel che piace, compreso il male.

La vera libertà, invece, è nell'uomo un segno privilegiato dell'immagine divina.

Dio volle, infatti, lasciare l'uomo «in mano al suo consiglio» che cerchi spontaneamente il suo Creatore e giunga liberamente, aderendo a lui, alla piena e beata perfezione.

Perciò la dignità dell'uomo richiede che egli agisca secondo scelte consapevoli e libere, mosso cioè e determinato da convinzioni personali, e non per un cieco impulso istintivo o per mera coazione esterna. L'uomo perviene a tale dignità quando, liberandosi da ogni schiavitù di passioni, tende al suo fine mediante la scelta libera del bene e se ne procura con la sua diligente iniziativa i mezzi convenienti. Questa ordinazione verso Dio, la libertà dell'uomo, realmente ferita dal peccato, non può renderla effettiva in pieno se non mediante l'aiuto della grazia divina.

Ogni singolo uomo, poi, dovrà rendere conto della propria vita davanti al tribunale di Dio, per tutto quel che avrà fatto di bene e di male. 

Gaudium et spes 17

San Lorenzo nel Palazzo Apostolico

"Oggi la chiesa di Roma celebra il giorno del trionfo di Lorenzo, giorno in cui egli rigettò il mondo del male. Lo calpestò quando...