sabato 29 giugno 2013

Santi Apostoli Pietro e Paolo

Oggi Roma è in festa per la celebrazione dei suoi "santi padri e veri pastori che da maestra di errore l'hanno resa discepola di verità" (san Leone Magno, Sermone per l'anniversario dei santi Pietro e Paolo 2). In occasione della festa vorrei osservare il mosaico absidale della basilica dei santi Cosma e Damiano in via Sacra (oggi via dei Fori imperiali) per cercare di spiegarne la ricca simbologia. 

Abside della basilica romana dei santi Cosma e Damiano

L'opera musiva del 530 circa è impostata su due ordini. Il primo più ampio presenta il Cristo al centro della scena con la toga tipica del mondo romano.

La scena vede il Cristo con un rotolo nella mano sinistra e la destra che indica una stella. Al di sotto vi sono i santi apostoli Pietro e Paolo che presentano al Cristo Signore i titolari della Chiesa, i santi medici anargiri Cosma e Damiano

Letto nel suo contesto, il primo ordine è una celebrazione dei santi medici ma a ben guardare vi si possono scorgere altri elementi.

Per approfondire diamo uno sguardo all'ordine inferiore.

Basilica dei ss. Cosma e Damiano, mosaico absidale, particolare dell'ordine inferiore

L'ordine inferiore presenta una scena solita nel mondo antico e medievale. In essa si vede al centro un agnello posto in piedi sopra una roccia dalla quale sgorgano quattro ruscelli. Dai due lati del mosaico procedono sei agnelli per parte tutti orientati verso l'agnello in posizione elevata. Sopra di loro si staglia un fiume denominato chiaramente: il Giordano. 

Come leggere tutti questi elementi. Procedendo dal basso verso l'alto, così come avviene naturalmente nella celebrazione dei divini misteri in cui il sacerdote e la plebs Dei dal quotidiano, terrestre rivolgono il loro sguardo ed il loro cuore (sursum corda) alle realtà del cielo, troviamo uno dei simboli più rappresentati dell'antichità. Si tratta dell'Agnello che dall'Antico al Nuovo Testamento segna la simbologia cristiana riferita a Cristo. Dal libro della Genesi in cui Isacco è l'agnello sacrificale, sostituito per provvidenza di Dio dall'ariete fino alla sontuosa e mirabile cena dell'Agnello nell'escatologia dell'Apocalisse, l'Agnello è stato variamente interpretato, nell'arte e nella teologia dei Padri, come simbolo di Cristo. 

In merito vediamo che il mosaico della Basilica ha un immediato riscontro, tra le tante testimonianze,  in un'opera di natura differente. Se da Roma ci spostiamo a Ravanna poniamo il nostro sguardo sul sarcofago di Costanzo III del V-VI secolo.


Ravenna, sarcofago di Costanzo III
In esso il Cristo-Agnello con il nimbo corciato è stato rappresentato su una roccia dal quale sgorgano i quattro ruscelli con solo due agnelli per lato. Dal parallelo tra le due testimonianze emergono alcuni elementi simbolici e teologici di notevole interesse.

Che si tratti di un sarcofago o di un mosaico absidale siamo di fronte all'Agnello pasquale, all'Agnello dell'Apocalisse, a quel Cristo che Giovanni il Battezzatore aveva indicato con "Ecce Agnus Dei qui tollit peccata mundi" (Gv 1, 29). Inoltre vediamoil Cristo come nell'Apocalisse quando afferma "Et vidi et ecce Agnus stabat super montem Sion" (Ap 14,9)

Così nel mosaico dei santi Cosma e Damiano vediamo il Cristo-Agnello come nella visione apocalittica sul monte-roccia di Sion.

Dal monte-roccia fuoriesce il quadrifluvio paradisiaco, i quattro ruscelli che sgorgano dall'Eden per irrigare le quattro parti del mondo (Gen 11,10) ed in essi leggiamo, secondo la tradizione dei Padri, i quattro Evangelisti che hanno portato la al mondo la sovrabbondante grazia del Cristo. Poeticamente è san Paolino da Nola che viene in aiuto a questa interpretazione quando afferma:


Petram superstat ipsa petra Ecclesiae
de qua sonori quatuor fontes meant
Evangelistae viva Christi flumina

(san Paolino da Nola, Epist. ad Severum, 10 PL 61,336).

Nel mosaico absidale si vedono i due Corifei, gli Apostoli Pietro e Paolo, patroni della città di Roma. Sono loro a presentare i santi medici, ma sono anche i primi apostoli, le olivae binae che ricorda la Liturgia (inno dei primi Vespri della solennità), i primi evangelizzatori della Città Apostolica e che potremmo riconoscere anche nel sarcofago di Costanzo III.


San Clemente, particolare del moasico absidale
 Utilizzando ancora un parallelo, questa volta con il mosaico absidale di san Clemente al Laterano, si vede che la teoria di agnelli procede da due luoghi bene identificati. Sono Gerusalemme e Betlemme. Qui si ha un nuovo simbolo. I due apostoli sono rispettivamente coloro che hanno indirizzato la loro testimonianza a due ambiti differenti: Pietro per il Giudaismo simbolicamente rappresentato da Gerusalemme che ne era il centro religioso, almeno dalle riforme di Giosia, e Paolo per i Gentili, simbolizzati in Betlemme che, come afferma sant'Agostino, è il luogo della prima manifestazione alle genti per mezzo della teofania ai Magi (Illa luce incohata est fides gentium, Sermo 201,1). Nel mosaico della Basilica dei santi Cosma e Damiano non sono rappresantate le due città, ma abbiamo sottolineato che il Cristo è raffigurato nell'atto di indicare una stella e sembra pacifico poterla interpretare come il segno nel cielo che condusse i Magi fino al Betlemme ai piedi dell'Uomo-Dio. Non a caso la stella si trova in corrispondenza dell'Apostolo Paolo, apostolo delle Genti. La presenza dei dodici agnelli si riferisce evidentemente agli Apostoli ma sembra utile sottolineare che rappresentare Cristo-Agnello inserito nella teoria dei Dodici, Agnello tra agnelli, significa anche riferirsi all'umanità che Cristo ha assunto pienamente ed in perfezione, del tutto simile a noi tranne per il peccato (Fil 2, 7-8; Rm 8,3; Eb 2, 17; Gaudium et spes 22).

L'ultimo riferimento riguarda il Giordano. La sua presenza, quasi introdotta a dividere i due ordini del catino absidale costituisce la simbologia più impressionante. Un semplice nome, un semplice fiume che sovrasta gli agnelli e ed è al di sotto del Cristo. Ma abbiamo parlato degli Apostoli, dei Dodici, dei Gentili e del Giudaismo e quindi la presenza del fiume Giordano non è altamente significatica. Esso ricorda esplicitamente il sacramento della rigenerazione prefigurato nel battesimo ricevuto da Giovanni nel Giordano. Ecco quindi che il Cristo-Agnello tra agnelli che vengono da Gerusalemme e da Betlemme indicano l'opera di evangelizzazione degli Apostoli ed anche le schiere dei fedeli che si sono convertiti e che provenivano dal Giudaismo e dal paganesimo, dalla ecclesia ex circumcisione e dalla ecclesia ex gentibus.

Porre il proprio cuore e la propria mente dinnanzi ad un'opera d'arte cristiana di questa ricchezza credo sia una vera e propria esperienza teologica. Un condensato di tessere, colori e figure che rimandono al centro della nostra fede, al mistero dell'Incarnazione e della Redenzione annunciato e trasmesso dagli Apostoli. 
E noi, Romani e cattolici, siamo di fronte non ad una semplice opera da ammirare ma ad una summa capace di infondere coraggio alla nostra fede perché vediamo in essa il Cristo che accoglie ed i santi Apostoli Pietro e Paolo che presentano. Preghiamo quindi il Padre perché voglia ascoltare le nostre preghiere e l'intercessione dei nostri santi patroni così come esortava il nostro Vescovo, San Leone Magno, nella stessa solennità del 441:

Da questa protezione divinamente preparata per noi per essere un esempio di pazienza e conferma nella fede, noi dobbiamo certamente rallegrarci in modo universale della commemorazione di tutti i santi, ma noi abbiamo ragione di gloriarci con maggiore esultanza per l'eccellenza di questi Padri! Infatti la grazia di Dio li ha posti in una tale posizione rispetto a tutti gli altri membri della Chiesache ne ha fatto come gli occhi nel corpo di cui Cristo è il Capo. Dei loro meriti e delle loro virtù che sono superiori a tutto quello che si può dire, noi non dobbiamo pensare né che li oppone né che li divide perché l'elezione li ha resi pari, il lavoro simili ed il fine eguali. Ma, come noi stessi abbiamo sperimentato e come i nostri antenati hanno provato, noi crediamo e confidiamo che, tra tutte le preoccupazioni della vita, la preghiera dei nostri particolari Patroni, ci aiuteranno ad ottenere la misericordia di Dio; perché quanto siamo schiacciati dai nostri peccati, così saremo innalzati per i meriti apostolici.

Leon le Grand, Sermons 69 (Sources Chrétiennes 200), Cerf, Paris 2006, 56-59.

Per maggiori dettagli vedere il mio articolo sulla rivista telematica di Teologia Reportata

venerdì 28 giugno 2013

Il Pallio secondo Benedetto XVI

Una moderna consuetudine delle liturgie pontificie prevede che la festa dei santi e gloriosi Corifei Pietro e Paolo, colonna e fondamento della Chiesa di Roma sia associata al rito dell'imposizione del pallio, la striscia di lana bianca con sette croci nere in uso ai vescovi metropoliti e segno di comunione con la Sede di Pietro. In questa occasione vorrei ricordare ciò che Benedetto XVI pronunciò nell'omelia per l'inizio del suo ministero petrino come Vescovo di Roma. La sua mistagogia sul pallio appena ricevuto mi pare la miglior espressione e chiarificazione del significato del pallio. 



Il primo segno è il Pallio, tessuto in pura lana, che mi viene posto sulle spalle. Questo antichissimo segno, che i Vescovi di Roma portano fin dal IV secolo, può essere considerato come un’immagine del giogo di Cristo, che il Vescovo di questa città, il Servo dei Servi di Dio, prende sulle sue spalle. Il giogo di Dio è la volontà di Dio, che noi accogliamo. E questa volontà non è per noi un peso esteriore, che ci opprime e ci toglie la libertà. Conoscere ciò che Dio vuole, conoscere qual è la via della vita – questa era la gioia di Israele, era il suo grande privilegio. Questa è anche la nostra gioia: la volontà di Dio non ci aliena, ci purifica – magari in modo anche doloroso – e così ci conduce a noi stessi. In tal modo, non serviamo soltanto Lui ma la salvezza di tutto il mondo, di tutta la storia. 

Palli dei vescovi metropoliti


In realtà il simbolismo del Pallio è ancora più concreto: la lana d’agnello intende rappresentare la pecorella perduta o anche quella malata e quella debole, che il pastore mette sulle sue spalle e conduce alle acque della vita. La parabola della pecorella smarrita, che il pastore cerca nel deserto, era per i Padri della Chiesa un’immagine del mistero di Cristo e della Chiesa. L’umanità – noi tutti - è la pecora smarrita che, nel deserto, non trova più la strada. Il Figlio di Dio non tollera questo; Egli non può abbandonare l’umanità in una simile miserevole condizione. Balza in piedi, abbandona la gloria del cielo, per ritrovare la pecorella e inseguirla, fin sulla croce. 
Pallio di Benedetto XVI
La carica sulle sue spalle, porta la nostra umanità, porta noi stessi – Egli è il buon pastore, che offre la sua vita per le pecore. Il Pallio dice innanzitutto che tutti noi siamo portati da Cristo. Ma allo stesso tempo ci invita a portarci l’un l’altro. Così il Pallio diventa il simbolo della missione del pastore, di cui parlano la seconda lettura ed il Vangelo. La santa inquietudine di Cristo deve animare il pastore: per lui non è indifferente che tante persone vivano nel deserto. E vi sono tante forme di deserto. Vi è il deserto della povertà, il deserto della fame e della sete, vi è il deserto dell’abbandono, della solitudine, dell’amore distrutto. Vi è il deserto dell’oscurità di Dio, dello svuotamento delle anime senza più coscienza della dignità e del cammino dell’uomo. I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi. Perciò i tesori della terra non sono più al servizio dell’edificazione del giardino di Dio, nel quale tutti possano vivere, ma sono asserviti alle potenze dello sfruttamento e della distruzione. La Chiesa nel suo insieme, ed i Pastori in essa, come Cristo devono mettersi in cammino, per condurre gli uomini fuori dal deserto, verso il luogo della vita, verso l’amicizia con il Figlio di Dio, verso Colui che ci dona la vita, la vita in pienezza. Il simbolo dell’agnello ha ancora un altro aspetto. 


Basilica di sant'Apollinare in Classe, Ravenna, Abside. Sant'Apollinare indossa il pallio.
Nell’Antico Oriente era usanza che i re designassero se stessi come pastori del loro popolo. Questa era un’immagine del loro potere, un’immagine cinica: i popoli erano per loro come pecore, delle quali il pastore poteva disporre a suo piacimento. Mentre il pastore di tutti gli uomini, il Dio vivente, è divenuto lui stesso agnello, si è messo dalla parte degli agnelli, di coloro che sono calpestati e uccisi. Proprio così Egli si rivela come il vero pastore: “Io sono il buon pastore… Io offro la mia vita per le pecore”, dice Gesù di se stesso (Gv 10, 14s). Non è il potere che redime, ma l’amore! Questo è il segno di Dio: Egli stesso è amore. Quante volte noi desidereremmo che Dio si mostrasse più forte. Che Egli colpisse duramente, sconfiggesse il male e creasse un mondo migliore. Tutte le ideologie del potere si giustificano così, giustificano la distruzione di ciò che si opporrebbe al progresso e alla liberazione dell’umanità. Noi soffriamo per la pazienza di Dio. E nondimeno abbiamo tutti bisogno della sua pazienza. Il Dio, che è divenuto agnello, ci dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori. Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall’impazienza degli uomini.

Pasce oves meas nartece della Basilica di san Pietro in Vaticano

Una delle caratteristiche fondamentali del pastore deve essere quella di amare gli uomini che gli sono stati affidati, così come ama Cristo, al cui servizio si trova. “Pasci le mie pecore”, dice Cristo a Pietro, ed a me, in questo momento.
Pascere vuol dire amare, e amare vuol dire anche essere pronti a soffrire. Amare significa: dare alle pecore il vero bene, il nutrimento della verità di Dio, della parola di Dio, il nutrimento della sua presenza, che egli ci dona nel Santissimo Sacramento. 


Omelia di Benedetto XVI per la Messa del solenne inizio del ministero petrino del vescovo di Roma Piazza San Pietro, Domenica 24 aprile 2005.



giovedì 27 giugno 2013

Sunset

Al tramonto tutte le città sembrano meravigliose, ma alcune più di altre. I rilievi diventano più morbidi, le colonne più rotonde, i capitelli più ondulati, i cornicioni più netti, le guglie più affilate, le nicchie più profonde, gli apostoli più solenni nei loro panneggi.

Josif Aleksandrovič Brodskij


 

Pronti nel fare il bene - celeri necesse est devotione compleri

"Quando, per dono di Dio, si concepisce nel cuore qualcosa di buono, bisogna adempierlo con tempestiva dedizione, perché l'astuto nemico, mentre cerca di irretire l'animo, non inventi nel frattempo impedimenti tali per cui la mente, distratta da altre preoccupazioni, finisca col non  portare a termine i suoi desideri".

San Gregorio Magno, Lettere II, 24. Editrice Città Nuova, Roma 1996, p. 311.
 

Praesentem mihi te semper intueor

Anche se assente con il corpo,
ti vedo sempre a me presente,
perché porto,
impressa nell'intimo del cuore,
l'immagine del tuo volto.

Etiam absentem corpore,
praesentem mihi te semper intueor,
quia vultus tui imaginem
intra cordis viscera impressam porto.



San Gregorio Magno, Lettere I, 41, Editrice Città Nuova, Roma 1996, p.197

domenica 23 giugno 2013

La nostra preghiera deve essere pubblica e universale

Innanzitutto il dottore della pace e maestro dell’unità non volle che la preghiera fosse esclusivamente individuale e privata, cioè egoistica, come quando uno prega soltanto per sé. Non diciamo «Padre mio, che sei nei cieli», né: «Dammi oggi il mio pane», né ciascuno chiede che sia rimesso soltanto il suo debito, o implora per sé solo di non essere indotto in tentazione o di essere liberato dal male. 


Per noi la preghiera è pubblica e universale, e quando preghiamo, non imploriamo per uno solo, ma per tutto il popolo, poiché tutto il popolo forma una cosa sola». Il Dio della pace e maestro della concordia, che ha insegnato l’unità, volle che ciascuno pregasse per tutti, così come egli portò tutti nella persona di uno solo.

Osservarono questa legge della preghiera i tre fanciulli rinchiusi nella fornace di fuoco, quando si accordarono all’unisono nella preghiera e furono unanimi nell’accordo dello spirito. Lo afferma la divina Scrittura. Dicendoci che hanno pregato uniti, ci dà un modello da seguire, perché facciamo così anche noi. Allora, dice, quei tre a una sola voce cantavano un inno e benedicevano Dio (cfr. Dn 3, 51). Parlavano come a una sola voce, e Cristo non aveva ancora insegnato loro a pregare.

Dal trattato «Sul Padre nostro» di san Cipriano, vescovo e martire
(Nn. 8-9; CSEL 3, 271-272)


giovedì 20 giugno 2013

L’ingegno è un forza naturale dello spirito

"L’ingegno è un forza naturale dello spirito, che da se sola costituisce un valore: esso è una dote naturale, che viene favorita dal buon uso e, mentre la fatica esagerata lo consuma, il modesto esercizio lo raffina. A questo proposito si ricordi l’accorto avvertimento di quell’educatore che disse: Ora voglio che tu risparmi le tue forze: ci si affatica chini sui libri, va a correre all’aria aperta"

Ugo di san Vittore, Didascalicon de studio legendi

mercoledì 19 giugno 2013

Maturità 2013

Oggi inizia l'Esame di Stato. Ancora vengono i brividi se penso al mio, classe 1999, Liceo Scientifico Democrito. 



Non so quanto valore assegnare all'Esame di oggi, anche perché oltre l'esperienza personale non ho molto da dire, dato che noi IdR non siamo all'altezza per entrare a far parte delle commissioni. 

Da quello che ho visto, dai ragazzi che ho preparato, aiutato e indirizzato per le tesine dell'esame orale, mi rendo sempre più conto del valore intrinseco di questa tappa obbligata. Con la Maturità finisce inesorabilmente un tempo. E ne inizia un altro. Non credo che le tre prove scritte e quella orale possano sancire la maturità psichica e morale degli allievi ma sono sicuro che immette nella maturità. Credo fermamente che l'Esame non sancisca la fine di un percorso scolastico, eccellente, a volte, o penoso e mediocre, nella maggior parte dei casi. Ritengo che l'Esame sia un trampolino verso la maturità, verso il compimento di ragazzi e ragazze che tendono ad un perfectum, ad un compiuto: una formazione che giunge al culmine e che consegna i mezzi basilari per affrontare nuove realtà. 

Con oggi circa 500.000 alunni di classi quinte si devono mettere materialmente dinnanzi ad una prova, a più prove. E le prove, si sa, richiedono allenamento e si superano anche perché si vuole giungere alla meta, alla corona, alla medaglia ed al podio. Per rimanere in metafora il podio è la conquista di uno stile di vita nuovo, quello del vincitore, che ha affrontato l'adolescenza e la scuola ed ora si impegna per raggiungere il mondo, con le sue esigenze, i suoi drammi ma anche con tutte le sue molteplici opportunità. Per alcuni la maturità significherà entrare nel mondo universitario o del lavoro. E questo gradualmente li porterà a vedere e vivere la vita con occhi differenti e a sostenerla con forze nuove. 
Se potessi dire qualcosa ai miei alunni che immagino sui banchi davanti ai loro fogli protocolli timbrati e siglati, direi loro: "Coraggio" e poi aggiungerei che sono giunti, finalmente, ad una svolta. Su quei banchi disposti in corridoio si giocano le scelte. 

Con gli occhi negli occhi di ognuno di loro vorrei affermare che è arrivato il tempo, non più di vivere solamente ma di prendere la vita in mano, seriamente e con responsabilità e di indirizzarla, verso il bene, verso il giusto seguendo sempre la strada scoscesa, stretta, quasi una mulattiera di montagna, che è costellata di pietre miliari chiamate intelligenza, onestà, verità, sacrificio


Un messaggio contro corrente, lo capisco è un mio limite quello di puntare su ciò che il mondo non considera, ma credo che sia l'unica strada sulla quale indirizza la Maturità. E la tristezza, l'amarezza sopraggiungono quando vedo che quella mulattiera non è stata intrapresa perché da lontano fa paura, non interessa o sembra troppo difficile. Vedo giovani che, finito l'esame, non riescono a pensare il proprio futuro, non riescono a porre degli obiettivi. e questo genera in me dolore. Fatiche che potrebbero essere state sprecate, vite che potrebbero incorrere nel rischio di non essere vissute autenticamente. 
Da qui il mio motivo, la mia insistenza nell'indicare la strada, perché l'ho già percorsa e ho visto e seguito quei cartelli che oggi non si vogliono più far vedere; mi sono attenuto alle indicazioni usando l'intelligenza il più possibile per evitare di essere ingannato o sfruttato ed evitare che qualcuno più intelligente e più furbo di me potesse farmi credere, sperare e pensare con le sue idee mettendo da parte le mie.

A chi pensa che con l'onestà ci si rimette sempre, lancio sempre il mio giudizio e affermo di essere di fronte ad un superficiale ed è come se avessi usato il peggior insulto. Essere onesti significa, per un adolescente come per un adulto, guardarsi intorno e riconoscersi limpido; vuol dire essere stato corretto con se stesso e con gli altri (alunni, professori, amici e parenti); significa non essere sceso a compromessi con la verità ed aver usato le parole per la loro realtà comunicativa e non averne usate di false per distorcere la realtà. Essere onesti non è altro che essere fedeli alla propria realtà di vita, senza tentare di fuggire, senza essere e comportarsi da adolescenti per sempre. 

Il sacrificio è una parola che fa paura. A me sembra una realtà liberante. Essersi sacrificato, nel lavoro, nello studio, nei rapporti con gli altri, anche se sulle prime distoglie, perché si vorrebbe fare tutt'altro piuttosto che sacrificarsi, in fondo il sacrificio è segno di libertà ed è appagante come ogni scelta libera di una coscienza retta e formata. 

Il mio pensiero si chiude qui. 

Arrivano gli auguri. Gli auguri sinceri per tutti i ragazzi che ho avuto il dono di incontrare. 

Vi auguro di vivere questo Esame come il tempo decisivo delle vostre giovani vite. Vi auguro che questa Maturità sia il migliore dei trampolini di lancio per la vita che vi attende!



lunedì 10 giugno 2013

Io, singolare cosmonauta...


Infinito

Ho davanti a me una pagina di manoscritto; qualcosa, che partecipa ad un tempo della percezione, dell'intellezione, dei poteri associativi (ma altresì della materia e del diletto) - e che si chiama lettura - si mette in moto. E dove posso, dove andrò a fermare mai questa lettura? Vedo bene, certo da quale spazio il mio occhio si avvia; ma verso dove? Su quale altro spazio si focalizza? Penetra oltre la carta? (ma dietro la carta c'è il tavolo). Quali sono i piani che ogni lettura scopre? Come è costruita la cosmogonia che questo semplice sguardo postula? 


Singolare cosmonauta, eccomi attraversare mondi e mondi, senza fermarmi a nessuno d'essi: il candore della carta, la forma dei segni, la figura delle parole, le regole della lingua, le esigenze del messaggio, la profusione dei sensi che si connettono e uno stesso infinito viaggio nell'altra direzione, dalla parte di chi scrive: dalla parola scritta potrei risalire alla mano, alla nervatura, al sangue, alla pulsione, alla cultura del corpo, al suo godimento. Da una parte e dall'altra, la lettura si dilata all'infinito, impegna l'uomo nella sua interezza, corpo e storia; è un atto panico, del quale la sola definizione certa è che non potrà fermarsi da nessuna parte.
 

Roland Barthes, Variazioni sulla scrittura seguite da Il piacere del testo, Einaudi, Torino 1999, 58.

mercoledì 5 giugno 2013

Il martirio occulto della testimonianza quotidiana

Non sono persecutori solo quelli che si vedono, ma anche quelli che non si vedeono. Anzi, sono molto più numerosi questi ultimi. Ci perseguita l'avidità, ci perseguita il desiderio di successo, ci perseguita la lussuria, ci perseguita la superbia, ci perseguita l'impudicizia. Questi sono i persecutori puù duri: quelli che, senza ricorrere alla minaccia della spada, stritolano spesso lo spirito dell'uomo, quelli che espugnano l'animo dei credenti più con le lusinghe che con le minacce. Ogni giorno sei chiamato a essere testimone di Cristo. 

Icona dei martiri Russi


Sei stato tentato dallo spirito dell'impudicizia, ma il timore del futuro giudizio di Cristo ti ha vietato di violare la castità dello spirito e del corpo? Sei un martire di Cristo!

Sei stato tentato dallo spirito di avidità di occupare le proprietà di un orfano minorenne, di violare i diritti di una vedova indifiesa, eppure la considerazione delle celesti prescrizioni ti ha convinto a portare aiuto piuttosto che arrecare danno? Sei un testimone di Cristo!

Sei stato tentato dallo spirito della superbia, ma lo spettacolo del povero e del bisognoso ti ha mosso a misericordiosa compassione e hai amato più l'umiltà che la prepotenza? Sei un testimone di Cristo!

Ancora di più: non hai dato testimonianza solo a parole, ma anche con l'opera. Chi è testimone più attendibile di colui che professa la sua fede nell'Incarnazione del Signore Gesù, osservando fedelmente le prescrizioni del Vangelo? Infatti, chi ascolta e non fa, rinnega Cristo; anche se lo confessa a parole, lo rinnega nei fatti. Vero testimone è l'uomo che attesta confermando con i fatti l'adesione ai precetti del Signore Gesù. Quanti dunque sono, ogni giorno, i martiri occulti di Cristo ed i confessori del Signore Gesù!

Quanti, invece, hanno professato la loro fede all'esterno e l'hanno rinnegata all'interno!

C'è chi viene in chiesa perché aspira a una carica, visto che gli imperatori sono cristiani: con un atteggiamento di falso timore di Dio finge di elevare una preghiera, si inginocchia e si prostra fino a toccare terra, mentre non piega il ginocchio del suo spirito. La gente lo vede pregare umilmente e gli presta fede, ma Dio sente che quello lo rinnega. Esce di chiesa elogiato dall'uomo, ma condannato dal giudice. Oh, quanto meglio sarebbe stato se quello fosse stato un ateo per la gente ed un credente agli occhi di Dio! Anche se pure questa discrepanza sarebbe criticabile, perché una perfetta professione di fede esige la devozione dell'anima e la proclamazione della voce: "Con il cuore si crede per la giustizia, mentre dalla bocca esce la professione di fede per la salvezza (Rm 10,10)

Ambrogio di Milano, Commento al Salmo 118, 20, 45-49, Sancti Ambrosii episcopi Mediolanensis opera omnia 10, Città Nuova, Roma 1977, 359-363.

 

San Lorenzo nel Palazzo Apostolico

"Oggi la chiesa di Roma celebra il giorno del trionfo di Lorenzo, giorno in cui egli rigettò il mondo del male. Lo calpestò quando...