domenica 26 maggio 2013

In sanctae Trinitatis fide catholica perseverare - La festa della Trinità

Il titolo di questo post deriva da una delle fonti della Liturgia romana. Si tratta di un frammento tolto dall'Hanc igitur della Missa in monasterio del Sacramentarium Gelasianum Vetus.1

 
Disputa del santissimo Sacramento, particolare. Raffaello Stanze della Segnatura

Dall'eucologia gelasiana si vuole procedere nel tentativo di spiegare e comprendere l'odierna festa della santissima Trinità.
L'intera liturgia è un inno alla Trinità santissima ed è una professione di fede nelle Tre divine Persone. Il principale accenno a questo modulare canto melodico che la Chiesa ininterrotamente rivolge alla Trinità si riscontra nella categoria liturgica delle dossologie disseminate nei testi liturgici delle Chiese d'oriente e d'occidente.

Gloria Patri, Te Deum, Gloria in Excelsis e le formule dei Symbola fidei sono le punte di diamante che fanno risuonare nella celebrazione della Chiesa occidentale il balbettio umano sul Mistero di Dio, così come ricorda il catechismo della Chiesa Cattolica:

Nella liturgia della Chiesa, la benedizione divina è pienamente rivelata e comunicata: il Padre è riconosciuto e adorato come la Sorgente e il Termine di tutte le benedizioni della creazione e della salvezza; nel suo Verbo incarnato, morto e risorto per noi, egli ci colma delle sue benedizioni, e per suo mezzo effonde nei nostri cuori il Dono che racchiude tutti i doni: lo Spirito Santo. (CCC 1082)

Parlare di Trinità significa accennare a tutte le controversie sulla natura e la sostanza delle Tre divine Persone, ai concili ed ai sinodi che hanno fissato, professato e diffuso il mistero della Trinità e l'ardente percezione dell'ortodossia trinitaria. Dei tanti santi Padri e scrittori ecclesiastici che hanno dedicato il loro ministero di predicazione al tentativo di spiegare cosa effettivamente la Chiesa crede e annuncia in merito al Padre, al Figlio ed allo Spirito Santo, ricordiamo solo s. Agostino ed il suo monumentale Trattato sulla Trinità e s. Atanasio d'Alessandria con la sua Epistula de decretis Nicaenae Synodi.

Le fonti della festa della Trinità

Riflettere sul significato liturgico di questa festa vuol dire affrontare la storia della solennità dedicata alla Trinità.
La devozione alla santissima Trinità non è un frutto del mondo moderno, ma se ne trovano tracce già nel VI secolo in Spagna e nel sec. VIII in Francia. Dedicazioni di altari, composizione di uffici votivi, completamente spariti dalla Liturgia riformata del Concilio Vaticano II, e formulari di messa dedicati alla Trinità sono i primi indizi in cui si scoprono le radici dell'odierna solennità.2

Le fonti della liturgia romana


Nei grandi sacramentari della tradizione Romana dopo Pentecoste, così come dopo le grandi feste dell'anni circulum, era assegnata un'ottava con testi propri e, fino al Concilio Vaticano II, con proprie caratteristiche inerenti il diritto liturgico.

Se fermiamo l'attenzione sul Gelasiano antico, si osserva in primo luogo, in unione ai motivi teologici e liturgici legati alla celebrazione dello Spirito santo, l'ultima orazione del formulario LXXX3 per l'Ottava di Pentecoste.

Concede nobis, misericors Deus, ut sicut nomine Patris et Filii deuino generis intellegimus veritatem, sic in Spiritu sancto tocius cosgnoscamus substanciam trinitatis.4
Nel formulario LXXXIIII Orationes et preces in Octavorum Pentecosten si ritrova il prefazio, poi divenuto prefazio della Trinità.
Il Sacramentario Gelasiano Antico riporta per l'Ottava di Pasqua il prefazio che, trasmesso al Supplementum Anianense dal Sacramentarium Gregorianum e di qui al Missale Romanum di Trento, ci permette di vedere la presenza in nuce dell'eucologia tipica della messa latina per la Trinità. Se il formulario della Domenica dopo Pentecoste non lascia trasparire nessun riferimento trinitario5, il prefazio della stessa Domenica è invece quello tipico della festa della Trinità e che ha attraversato i secoli della storia liturgica fino alla formula attuale del Missale Romanum 2003:

Qui cum unigenito Filio tuo, et sancto Spiritu unus es Deus, unus es Dominus. Non in unius singularitate personae, sed in unius trinitatis substantiae. Quod enim de tua gloria revelante te credimus, hoc de Filio tuo, hoc de Spiritu sancto, sine differentiae discritione sentimus ut in confessione verae sempiternique deitatis, et in personis proprietas, et in essentiae unitas, et in maiestate adoretur aequalitas.6
Secondo lo studio dello Chavasse, il Gelasiano appare qui ritoccato rispetto alla precedente tradizione romana e l'inserimento della domenica dell'ottava di Pentecoste risalirebbe al 630-650. Infatti prima di questa data, al tempo di Leone Magno e nei secoli successivi, il tempo di Pasqua si chiudeva con la Pentecoste alla quale seguivano i solenni digiuni, che dall'epoca di papa Gelasio (492-496) erano i digiuni del quarto mese (giugno).7 Il più antico testimone del prefazio della Trinità si trova quindi nel Gelasiano Antico. Da qui il testo è passato ai Gelasiani dell'VIII secolo, nel Messale di Stowe (frammenti) ed in quello di Bobbio. Un testo rimaneggiato si trova anche nella fonte della liturgia ispanica, nel Liber mozarabicus sacramentorum rielaborazione del testo gelasiano originale.8 Sempre secondo la lezione dello Chavasse, il testo del prefazio gelasiano sarebbe un testo romano che, anche se non riconducibile direttamente a Leone Magno, rileva un linguaggio tipico del contensto liturgico, teologico e pastorale della Roma del IV-V secolo. L'opera di predicazione del Pontefice, che ha per oggetto la spiegazione dello Spirito e della Trinità e l'affermazione della catholica fides trinitaria contro le false dottrine dei Sabelliani e dei Priscilliani, nell'analisi del testo, dei verbi impiegati, dei paralleli e delle allusioni è riconoscibile come fonte remota del prefazio GeV 680.9

La Domenica dopo Pentecoste

Le fonti non sono molto chiare su questo punto. È evidente il passaggio che nel VI secolo ha portato la Pentecoste ad avere la stessa struttura della celebrazione pasquale:

veglia (battesimale/battesimo clinico) – messa del giorno/sequenza – ottava

Si ricorda inoltre che il processo di sviluppo della devozione trinitaria, intesa come elaborazione concettuale delle scuole teologiche del X e XI secolo trovano una testimonianza in Alcuino di York; egli infatti nella sua opera di riforma liturgica secondo le indicazioni di Carlo Magno, è stato identificato come l'autore di una serie di messe votive per il sacerdote. Tra queste si trova anche la Missa de Trinitate. Per l'importanza rivestita dal monaco Alcuino presso Carlo Magno e dei monasteri, luoghi della fedele applicazione delle sue norme circa la disciplina ecclesiastica e liturgica, si comprende che la devozione alla santissima Trinità ed il suo formulario facilmente si siano potute diffondere proprio in ambito monastico in tutto il territorio del Sacro Romano Impero. Infine molteplici testimoni manoscritti dei sacramentari, dal secolo XI in poi, assegnano alla domenica dell'Ottava di Pentecoste la festa della santissima Trinità.10


Ravenna, san Vitale, particolare della philoxenia abramitica

Rimanendo in ambito monastico, intorno al 1030 nel famoso monastero di Cluny la festa si trova assegnata alla prima domenica dopo Pentecoste. L'influenza che la fondazione cluniacense ha esercitato sul mondo liturgico latino, anche grazie alla volontà di riforma di papi ed imperatori che proprio ai monaci dell'abbazia imperiale erano ricorsi trovandovi ardenti e fedeli esecutori delle loro aspettative di intervento, ha sicuramente giocato un ruolo decisivo nella diffusione della festa e della celebrazione liturgica.
Ma come è accaduto per molte altre “novità” liturgiche d'Oltralpe inserite nel contesto della Chiesa latina, in un primo tempo si sono levate voci che non accettavano l'inserimento di una nuova festa liturgica in onore della Trinità. Resistenze che di fatto non hanno fermato la diffusione della nuova devozione e delle nuove pratiche liturgiche.11
L'atto ufficiale arrivò con Giovanni XXII (1245-1334) che dal suo esilio Avignonese, stabilì ed estese la festa a tutta la cattolicità nel 1334, collocandola alla fine dell'Ottava di Pentecoste. 
L'inserimento uniforme ed ufficiale della festa giunse solamente con la codificazione del Messale Tridentino edito da san Pio V nel 1570.

Liturgia e arte

La mano del Padre e la fiamma dello Spirito, Chiesa di tutti i Santi,
Ljubljana 2009.
Le opere musive che si possono contemplare nella Città Apostolica abituano l'osservatore attento a riconoscere il Padre nella mano benedicente che dall'alto dell'abside indica il Figlio come segno del paterno compiacimento. 
Nei bassorilievi del sarcofago dogmatico del Laterano si osserva la Trinità raffigurata in tre distinte Persone. A Roma (santa Maria Maggiore) come a Ravenna (san Vitale) le immagini di Abramo presso Mamre e dell'ospitalità ai tre misteriosi personaggi orientano verso l'adorazione della Trinità.12

L'effigie della Trinità ha comunque sempre generato problemi e varianti nell'iconografia a seconda delle fonti (scritturistiche e patristiche) prese in considerazione. L'arte cristiana si è mossa su due binari paralleli costituiti dalla simbologia trinitaria e dalle raffigurazioni antropomorfe/zoomorfe della Trinità.
Per la simbologia si trova, in oriente ed in occidente, il cerchio che sta a significare la perfezione divina. Ripetuto tre volte è il simbolo per eccellenza della Trinità santa, cui si associano altri elementi come l'etimasia o il numero tre.

Etimasia, Abside - Basilica di San Paolo fuori le mura, Roma

Altre raffigurazioni antropomorfe e zoomorfe ineriscono il Mistero della Trinità con il citato esempio della mano benedicente o della colomba per lo Spirito, secondo il dettato biblico.
Con il citato intervento magisteriale di papa Giovanni XXII nel 1334, si incentivano le produzioni di immagini della Trinità in tutto l'occidente secondo modelli antropomorfi.
L'Oriente rimase invece legato alla philoxenia (ospitalità) abramitica ed in base all'identificazione della Trinità con i tre visitatori l'arte bizantina ha mantenuto in più testimonianze questa peculiarità biblica (Venezia, Basilica di san Marco, Monreale, Basilica Cattedrale, Palermo, Cappella Palatina, Ravenna, San Vitale) fino alla rappresentazione più famosa ad opera del monaco Andrej Rublëv.

Da un altro filone della teologia bizantina da cui deriverebbe l'iconografia latina, si ha la rappresentazione zoomorfa del Padre, l'antico dei giorni, canuto e possente che sostiene il Figlio e lo Spirito nella tradizionale sembiaza volatile.

In occidente l'arte cristiana sviluppò l'iconografia trinitaria o in forma autonoma con le sole tre divine persone o in composizione con altre immagini. In entrambi i casi le Persone sono state rappresentate o identiche e riconoscibili solo per alcuni particolari che ne distinguono le operazioni o in sembianze dissimili.

Tra tutte le eminenti raffigurazioni citiamo solamente la magnifica trinità del Masaccio a Santa Maria Novella di Firenze e la grandiosa raffigurazione di Raffaello, la Disputa del santissimo Sacramento nella Stanza della Segnatura del Palazzo Apostolico Vaticano.

Spesso la Trinità viene associata all'incoronazione della Madre di Dio, sullo stile sontuoso e drammatico delle incoronazioni delle corti terrestri.13 

26 maggio 2013, festa della ss. Trinità


Per la concorrenza della festa della Santissima Trinità e della memoria liturgica di san Filippo Neri si coglie la felice coincidenza nel desiderio del santo Apostolo di Roma di edificare presso l'Ospizio dei pellegrini una chiesa dedicata alla Trinità.

Guido Reni, Pala della Trinità
Una delle più antiche chiese di Roma dedicata a san Benedetto è quella denominata in arenula (nel Rione Regola). In questo luogo dei laici, riuniti intorno alla figura di san Filippo Neri, prestavano servizio ai pellegrini giunti a Roma e ai poveri. La confraternita, uno dei tanti frutti del genio pastorale di san Filippo, venne riconosciuta da Paolo III e, nel 1558, Paolo IV gli asseggnò ufficialmente l'edificio sacro. Nell'area della chiesa demolita fu eretta nel 1614 l'odierna ss. Trinità dei Pellegrini e convalescenti vicino a ponte Sisto. 

 La prima pietra venne posata nel 1587 e l'edificio incompleto venne cosacrato nel 1616. L'immagine della Santissima Trinità si trova sull'altare Maggiore ed è una Pala eseguita da Guido Reni nel 1625 e commissionata dal cardinale Ludovico Ludovisi.14


Basilica di sant'Ignazio, monumento funebre del Cardinale Ludovisi

Dopo il giubileo del 1575 in cui la confraternita iniziò la propria opera di cura per i pellegrini, in tutti gli anni santi successivi la chiesa della Trinità e il suo ospizio continuarono ad essere il fulcro dell'accoglienza religiosa a Roma, ospitando fino a 400.000 persone, fino al giubileo del 1825. Per ironia della sorte l'ospizio fondato dal santo prete Filippo Neri, onorato e riconosciuto dalla Chiesa Cattolica è stato il luogo in cui i rivoluzionari intenzionati alla capitolazione dello Stato della Chiesa vennero accolti e curati. Un epigrafe sul fianco sinistro della facciata di Giuseppe Sardi ricorda che tra di loro c'era anche il giovane Goffredo Mameli.





1   Liber sacramentorum romanae aecclesiae ordinis anni circuli. (Cod. Vat. Reg. lat. 316/ Paris Bibl. Nat. 7193, 41/56), ed. L. Eizenhöfer – P. Siffrin – L.C. Mohlberg (Rerum ecclesiasticarum documenta. Series maior. Fontes 4) Herder, Roma 1981, 1434.
2    Cfr. F. Cabrol, «Le culte de la Trinité dans la liturgie et l'institution de la fête de la Trinité», in Ephemerides Liturgicae 1931.
3    GeV 646-651, Item orationes ad vesperos infra octabas Pentecosten.
4    GeV 651.
5  J. Deshusses, Le sacramentaire Grégorien. Ses principales formes d'aprés les plus anciens manuscrits (Spicilegium Friburgense, 16), Éditions Universitaires, Fribourg 1992, 1132-1134.
6   GeV 680 (cfr GrS 1621).
7  A. Chavasse, Le sacramentaire Gelasien (Vaticanus Reginensis 316). Sacramentaire presbytéral en usage dans les titres romains au VIIe siècle (Bibliothèque de Théologie. Série 4. Histoire de la Théologie 1), Université de Strasbourg, Strasbourg 1958, 250.
8    M. Ferotin, Le liber mozarabicus sacramentorum et les manuscrits mozarabes, ed. A. Ward – C. Johnson (Bibliotheca “Ephemerides Liturgicae”. Subsidia 78. Instrumenta Liturgica Quarreriensia 4) CLV – Edizioni Liturgiche, Roma 1995, 327-329; 528-529.
9    Chavasse, Le sacramentaire Gelasien, 257-260.
10  Cfr. Righetti, Storia Liturgica 2, 326-327
11  Cfr. Righetti, Storia Liturgica 2, 325-326
12  S. Agostino, Sermo 171: Tres vidit, unum adoravit […] unicus erat hospes in tribus qui venit ad patrem Habraham. Nella Chiesa cattolica le raffigurazioni della Trinità in tre distinte persone è stata vietata nel 1745 da Benedetto XVI perché contraria al sensus fidei.
13  M. Fassera, «Trinità», in Iconografia e arte cristiana 2, ed. L. Castelfranchi – M.A. Crippa – R. Cassanelli – E.  Guerriero (Dizionari san Paolo), San Paolo, Cinisello Balsamo 2004, 1363-1364.
14  M. Armellini, Le Chiese di Roma. Dal secolo IV al XIX, Edizioni del Pasquino, Roma 1982, 408.

mercoledì 22 maggio 2013

mercoledì 15 maggio 2013

Il mottetto "Duo seraphim" dal Vespro della Beata Vergine Maria di Claudio Monteverdi

"Un altro esempio, più vicino alla Parola nella sua letteralità scritturistica e liturgica, attira la nostra attenzione: il Vespro della Beata Vergine di Claudio Monteverdi (1610). Questo splendido manifesto musicale della pietà mariana, scritto durante la controriforma, sfrutta in tre momenti significativi l'effetto dell'eco: nel mottetto Duo seraphim, nel concerto Audi caelum (libera centonizzazione del Cantico dei cantici) e nella dossologia del Magnificat. Benché la fattura di questi brani no
Claudio Monteverdi
n sia priva di una certa teatralità che si compiace di se stessa, tuttavia essi sono animati da un profondo giubilo vocale e spirituale e, tanto nel primo quanto nel terzo brano, l'effetto eco ha un significato trinitario evidente: si tratta davvero di udire e far udire ciò che si canta nel più intimo dello scambio, del dialogo divino, di rendere musicalmente sensibile questo tra-Tre, questo tra-Dio che è allo stesso tempo distanza suprema e suprema comunione. 


 Va ricordato anche che, per rendere percepibile questo “volume”, questo “spazio” trinitario, l'autore si è ispirato magnificamente al volume ed allo spazio offerto dalla basilica palatina
Interno della basilica palatina di santa Barbara a Mantova
di Mantova, sito cui era destinata l'esecuzione di questa sottile composizione. Infatti, l'architettura dell'edificio permetteva al suono di originarsi non solo in diversi organi vocali, ma anche in diversi luoghi, analoghi alle mansioni di cui si serviva il teatro medievale per le rappresentazioni dei misteri. Nel caso del mottetto Duo seraphim, Monteverdi ha assunto come pretesto la “dualità” dei serafini di Isaia 6, 2-3 che “proclamavano l'un l'altro (clamabant alter ad alterum)...”. 

Il brano (dalla testualità scritturistica e dalla funzione liturgica) con la sua stereofonia ante litteram e la sua vibrazione estatica giubilante, come quella di un arco teso, rende meravigliosamente manifesta questa risonanza – intrinseca alla liturgia – che attira il nostro interesse, perché, in verità, tutta la liturgia consiste in una sorta di “altercazione”.

François Cassingena-Trévedy, La liturgia arte e mestiere, Qiqajon, Magnano 2011, 119-120




martedì 14 maggio 2013

"La grandezza e terribilità di Michel Agnolo, la piacevolezza e venustà di Raffaello, et il colorito proprio della Natura"

Vi propongo uno stralcio di alcune mie righe dedicate alle mostra su Tiziano presso le Scuderie del Quirinale di Roma.



Un lungo ponte per la festa della liberazione e si moltiplicano a Roma, nonostante le condizioni meteorologiche, le opportunità per entrare in contatto con l'arte.
 
Dopo aver sfondato le linee di passeggini, fanciulli zainati e anziani dinamici che si stagliano con i loro accenti e le loro culture sulle paraste, i colori e le linee imprevedibili dell'architettura romana, si riesce a raggiungere con una serie di gradini lievi e raffinati, anche se destinati evidentemente ai cavalli della corte pontificia, lo splendore, espressione di un genio.

Il resto della mia recensione è disponibile su Criticaletteraria.org

domenica 12 maggio 2013

Primo Discorso sull’Ascensione del Signore


Pietro Perugino, Ascensione, 1496-1500
Carissimi, questi giorni intercorsi tra la Risurrezione del Signore e la sua Ascensione non sono trascorsi nell’oziosità; grandi misteri vi hanno invece ricevuto conferma, e grandi verità sono state svelate. E in questi giorni che viene abolita la paura di una morte temuta e viene proclamata non solo l’immortalità dell’anima, ma anche quella della carne. È in questi giorni che viene infuso lo Spirito Santo in tutti gli apostoli attraverso il soffio del Signore (Jn 20,22) e che, dopo aver ricevuto le chiavi del Regno, il beato apostolo Pietro si vede affidata, con preferenza sugli altri, la cura del gregge del Signore (Jn 21,15-17). E in questi giorni che il Signore si affianca ai due discepoli in cammino (Lc 24,13-35) e che, per sgombrare il terreno da ogni dubbio, contesta la lentezza a credere a coloro che tremano di spavento. I cuori che egli illumina sentono ardere la fiamma della fede, e quelli che erano tiepidi diventano ardenti quando il Signore apre loro le Scritture. Al momento della frazione del pane, si illuminano gli sguardi di coloro che siedono a mensa; i loro occhi si aprono per veder manifestata la gloria della loro natura, molto più beatamente di quelli dei principi della nostra specie ai quali il crimine apporta confusione.
Tuttavia, dato che gli spiriti dei discepoli, in mezzo a queste meraviglie e ad altre ancora, continuavano a scaldarsi in inquieti pensieri, il Signore apparve in mezzo a loro e disse: La pace sia con voi (Lc 24,36 Jn 20,26). E perché non restasse in loro il pensiero che andavano rimuginando nella mente - credevano, infatti, di vedere un fantasma e non un corpo -, rimproverò loro i pensieri contrari al vero e mise sotto i loro occhi esitanti i segni della crocifissione che serbavano le sue mani e i suoi piedi, invitandoli a toccarli attentamente; aveva voluto conservare, infatti i segni dei chiodi e della lancia per guarire le ferite dei cuori infedeli. Così, non è da una fede esitante, bensì da una conoscenza molto certa, che affermeranno che la natura che stava per sedere alla destra del Padre, era la stessa che aveva riposato nel sepolcro.
 
Ascensione, Salvator Dalì, 1958
Durante tutto questo tempo, carissimi, intercorso tra la Risurrezione del Signore e la sua Ascensione, ecco dunque a cosa volse le sue cure la Provvidenza di Dio; ecco ciò che essa volle insegnare; ecco ciò che essa mostrò agli occhi e ai cuori dei suoi; perciò si riconoscerà come veramente risorto il Signore Gesù Cristo che era davvero nato, aveva sofferto ed era morto. Così i beati Apostoli e tutti i discepoli, resi timorosi dalla sua morte sulla croce, e che avevano esitato a credere alla sua Risurrezione furono a tal punto riconfermati dall’evidenza della verità che quando il Signore si levò verso le altezze dei cieli, non solo non furono presi da tristezza alcuna, bensì furono ripieni da una grande gioia (Lc 24,52). E, in verità, grande e ineffabile era la causa di quella gioia, allorché in presenza di una santa moltitudine, la natura umana saliva al di sopra delle creature celesti di ogni rango, superava gli ordini angelici e si elevava al di sopra della sublimità degli arcangeli (Ep 1,21), non potendo trovare a livello alcuno, per elevato che fosse, la misura della sua esaltazione fintanto che non venne ammessa a prender posto alla destra dell’eterno Padre, che l’associava al suo trono di gloria dopo averla unita nel Figlio suo alla sua stessa natura.

       L’Ascensione di Cristo è quindi la nostra stessa elevazione e là dove ci ha preceduti la gloria del capo, è chiamata altresì la speranza del corpo.1

 Lasciamo dunque esplodere la nostra gioia come si deve e rallegriamoci in una fervorosa azione di grazie: oggi, infatti, non solo siamo confermati nel possesso del paradiso, ma siamo anche penetrati con Cristo nelle altezze dei cieli; abbiamo ricevuto più dalla grazia ineffabile di Cristo di quanto non avevamo perduto per la gelosia del Maligno. Infatti, coloro che quel virulento nemico aveva scacciato dal primo soggiorno di felicità, il Figlio di Dio li ha incorporati a sé per collocarli in seguito alla destra del Padre.

       Leone Magno, Sermo 73 [60], 2-4



1    La colletta assegnata alla festa dell'Ascensione è una citazione di questa frase di Leone Magno: Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria.

giovedì 9 maggio 2013

I Padri ed il Simbolo della fede

Agostino e Girolamo
Il Simbolo è il fondamento della catechesi che precedeva il battesimo. Tra l’annuncio e la celebrazione si inseriva il discorso catechetico che aiutava l’approfondimento e la personalizzazione di ciò che era stato annunciato. Si trattava della regula fidei (la regola della fede) l’insegnamento sistematico ed elementare del mistero cristiano per coloro che stavano preparandosi alla celebrazione dei sacramenti dell’iniziazione o che volevano ulteriormente sviscerare l’annuncio al fine dei rendere vera ed autentica la vitalità dell’assemblea liturgica.
Essa permetteva di guidare i credenti a vivere nella storia il momento centrale rappresentatodal mistero pasquale, per poter giungere a celebrare il culto nella pienezza. I Padri e gli scrittori ecclesiastici sono stati i principali autori capaci di spiegare il contenuto della fede in vista della celebrazione pasquale dei catecumeni nella solenne veglia del Sabato santo. Simbolo della fede viene spiegato articolo per articolo per rendere possibile la comprensione del cammino di fede.
Oltre l’omiletica sul credo, i Padri consapevoli del valore immenso della formula di fede, hanno elaborato testi, omelie e commenti, al Credo ovvero spiegazioni della fede cristiana secondo un cammino differenziato:

Difesa della fede contro le eresie


La Chiesa nei primi secoli della sua vita e della sua formazione, nelle pieghe del mondo e nell'esercizio della sua missione evangelizzatrice ha dovuto difendere e chiarire, ribadire ed approfondire con la speculazione teolgica le verità della fede rivelate contro tutti i moimenti di eresia che ne minacciavano l'integrità e che ne falsificavano il contenuto. In questo contesto l'opera di predicazione e di produzione di testi scritti da parte dei Padri, specialmente durante le celebrazioni liturgiche ed attraverso i trattati teologici o di commento alle Sacre Scritture, ha contribuito alla salvaguardia del deposito della fede. Il loro magistero per la sublimità delle argomentazioni e l'esattezza dell'esposizione della regula fidei ha portato i Concili ad affermare la sana dottrina proprio a partire dall'espressione: "Seguendo i santi Padri, all'unanimità noi insegnamo..." Nell'impegno speculativo i Padri hanno avuto modo di confrontare il contenuto della fede con il mondo filosofico antico e pagano e da qui ne sono derivati concetti e termini che oggi come all'epoca caratterizzano la teologia cristiana. Inoltre questo a portato i Padri a sottolineare l'emergenza di mettere la fede in dialogo con la ragione: “Credere per comprendere, comprendere per credere (credo ut intellegam, intelligo ut credam).

Il Credo e la catechesi

 

I santi Padri Agostino, Gregorio, Girolamo e Ambrogio
Il compito della preparazione catechistica spettava al Vescovo e quando non poteva essere personalmente presente delegava persone capaci di svolgere questo servizio di formazione.
Si ricorda che negli Atti del martirio di san Giustino risulta che egli aveva aperto una scuola catechetica per la formazione dei catecumeni.

I competenti, coloro che avevano dato il loro nome per ricevere il battesimo, si riunivano ogni giorno presso una chiesa e ricevevano l’istruzione dei vescovi o dei delegati basata principalmente sulla spiegazione della Sacra Scrittura e della storia della salvezza. Dopo la spiegazione dell’Antico Testamento il catecheta passava alla spiegazione del Nuovo, degli articoli del Credo ed alle domande del Pater noster.

Tra i Padri della Chiesa, emergono le opere di sant’Ambrogio (Explanatio symboli ad initiandos), di sant’Agostino (In traditione symboli), le catechesi di Cirillo di Gerusalemme.


La traditio symboli/redditio symboli consegna del Credo/riconsegna del Credo


Si tratta di una grande adunanza alla presenza dei competenti. La formula del Credo era ritenuta così sacra che on poteva essere divulgata o fatta conoscere ai semplici catecumeni. In queste solenni celebrazioni i competenti prossimi al battesimo ripetevano ad alta voce il Simbolo degli Apostoli che avevano imparato a memoria.
In questa occasione il Vescovo spiegava il simbolo di fede frase per frase in modo che i competenti potessero sentire, capire ed imparare il testo che avrebbero poi dovuto ripetere nella domenica successiva. A Roma era il papa che proclamava una formula di spiegazione del Credo che doveva essere fissato sulle pagine dei vostri cuori.

La redditio symboli/riconsegna del credo avveniva la mattina del Sabato santo prima dei riti battesimali. A Roma e Milano (dove ancora oggi viene praticata) la redditio aveva un carattere pubblico e solenne.

Difesa della fede


Oltre alla spiegazione del Credo in vista del battesimo i Padri, di fronte alle numerose eresie che hanno minacciato l’integrità della fede hanno esercitato il loro ministero in funzione della spiegazione, confutazione e difesa della dottrina cattolica. Al centro dell’opera dei Padri si trova la questione della regola della fede e della sua trasmissione. Per il grande dottore sant’Ireneo di Lione la regola della fede coincide in pratica con il Credo degli Apostoli e ci dà la chiave per interpretare il Vangelo. Il simbolo apostolico, sintesi del Vangelo, aiuta a capire che cosa vuol dire e come dobbiamo leggere il Vangelo stesso. Il Vangelo predicato dai Padri è stato tramandato, ricevuto ed annunziato di successore in successore. Per questo non è un’invenzione degli intellettuali al di là della fede della Chiesa. Il vero Vangelo, ricevuto e trasmesso, è l’insegnamento della fede semplice che non è altro che la rivelazione di Dio. L’insegnamento dei Padri fa capire che non esiste un cristianesimo per intellettuali, la fede della Chiesa è la fede apostolica che viene da Gesù, che viene da Dio.

I Padri hanno insegnato che la fede è pubblica e non segreta o privata, che essa è unica e crea unità.
Nei confronti del mondo pagano che ha sviluppato la sua razionalità in diverse correnti filosofiche i Padri hanno messo il loro impegno nell’argomentare gli elementi razionali della nostra fede. Ne è un esempio questo frammento:

Sant'Agostino nel suo studio, attribuito al Caravaggio
“Vi sono alcuni i quali ritengono che la religione cristiana debba essere derisa piuttosto che accettata, perché in essa, anziché mostrare cose che si vedono, si comanda agli uomini la fede in cose che non si vedono. Dunque per confutare coloro ai quali sembra prudente di rifiutarsi di credere ciò che non possono vedere, noi, benché non siamo in grado di mostrare a occhi umani le realtà divine che crediamo, tuttavia dimostriamo alle menti umane cose che non si vedono. E, in primo luogo, a coloro che la stoltezza ha reso così schiavi degli occhi carnali che giudicano di non vedere ciò che con essi non scorgono, va ricordato quante cose non solo credano ma anche conoscano, che pure non possono vedere con tali occhi”

Sant’Agostino, La fede nelle cose che non si vedono, 1,1-2.

La fede per i Padri non è una cosa astratta. Passare attraverso la porta della fede significa fare l’incontro con Cristo nel grembo della Chiesa, e questo percorso spirituale è storicamente identificabile con l’itinerario che veniva proposto a chi desiderava diventare cristiano. Dopo i riti pasquali e la redditio symboli la fede ricevuta riusciva a far entrare il cristiano in una nuova vita, in un nuovo corpo che è la Chiesa. Ma il cristiano non può rimanere chiuso. La sua missione nel mondo a vivere con le opere e la testimonianza ciò che professa.

Ancora sant'Agostino lascia a noi un insegnamento su come vivere il nostro rapporto con la formula e la regula della fede:

Ricevete la formula della fede che è detta simbolo. E quando l’avete ricevuta imprimetela nel cuore e ripetetevela ogni giorno interiormente. Prima di dormire, prima di uscire, munitevi del vostro Simbolo. Nessuno scrive il Simbolo al solo scopo che sia letto, ma perché sia meditato. E perché la dimenticanza non distrugga ciò che la diligenza ha tramandato, funzioni da libro per voi la vostra memoria. Ciò che udrete sarà l’oggetto della vostra fede e quello che crederete lo ripeterete anche con la lingua. Ha detto infatti l’Apostolo: “Con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza” (Rm 10,10). Questo è il Simbolo che ripasserete e che ripeterete. Le parole che avete sentito recitare si trovano qua e là nelle Scritture divine, ma da lì sono state raccolte e riassunte in un unico testo per evitare fatica alla memoria degli uomini più lenti e perché ogni uomo possa dire, possa ritenere quello che crede. Il Simbolo dunque è regola della fede, breve ma succosa, tale da istruire la mente senza appesantire la memoria: con poche parole si dicono cose con cui molto si acquista. Si chiama Simbolo perché con esso si riconoscono i cristiani”.

Sant’Agostino, Discorsi, 398, 1, 1; 213, 2

Bibliografia


La fede nei Padri della Chiesa, in Dizionario di spiritualità biblico-patristica 22, ed. A. Panimolle, Borla, Roma 1999.
La nostra porta è la fede. Un percorso con i Padri della Chiesa,  ed. A. Clerici, Paoline, Milano 2013.
F. Trisoglio, Il credo della Chiesa. La teologia dei padri nella catechesi sul simbolo niceno-costantinopolitano, Portalupi, Casale Monferrato 2004.
M. Fiedrowic, Teologia dei Padri della Chiesa. Fondamenti dell'antica riflessione cristiana sulla fede, Queriniana, Brescia 2010.


Michael Pacher, Pala d'altare con i Padri della Chiesa Occidentale: Girolamo, Agostino, Gregorio Magno e Ambrogio

domenica 5 maggio 2013

ХРИСТОС ВОСКРЕСЕ! Hristos a inviat! Χριστός ἀνέστη! Cristo è risorto!


Oggi tutte le Chiese d'Oriente celebrano la gloriosa risurrezione del Cristo ed il compimento della sua opera redentrice. Di fronte all'esplosione di luce, di gioia e di solennità di riti che da Gerusalemme ad Atene, da Antiochia a Mosca animano queste ore in cui sfolgora il mattino di Pasqua, per noi cattolici si ripropone la consolazione e la pace che abbiamo sperimentato nella nostra Pasqua annotina. Per motivi storici è ancora Pasqua! Sembra utile ricordare che cosa renda possibile che il cristianesimo, dopo secoli, sia ancora diviso sulla data della Pasqua e questo vuol dire ricordare alcuni dati circa il calendario giuliano. 

Cirillo, Patriarca di tutte le Russie nella celebrazione odierna della Pasqua 2013

Sembra utile ricordare che cosa renda possibile che il cristianesimo, dopo secoli, sia ancora diviso sulla data della Pasqua e questo vuol dire ricordare alcuni dati circa il calendario giuliano.

L'alternarsi dei tempi e delle stagioni ha portato l'uomo ad organizzare il tempo materiale. La sua divisione ed organizzazione è stata originariamente il frutto dell'osservazione della successione delle stagioni e ad esse, l'homo religiosus ha assegnato un valore sacro, di tempo o giorni dell'anno consacrati alla Divinità.
Suscita sempre un certo interesse vedere l'intima connessione e coesione che esiste all'interno del calendario ebraico in cui le feste agricole sono divenute le principali solennità, una tra tutte la Pasqua.

Dai romani il mondo cristiano ha ereditato il Calendario Giuliano di natura solare ovvero basato sul ciclo delle stagioni. Fu elaborato dall'astronomo greco Sosigene di Alessandria e promulgato da Giulio Cesare (da cui prende il nome), nella sua qualità di pontefice massimo, nell'anno 46 a.C. 
 Esso fu da allora il calendario ufficiale di Roma e dei suoi dominii; successivamente il suo uso si estese a tutti i Paesi d'Europa e d'America, man mano che venivano cristianizzati. 

Nel 1582 è stato sostituito dal calendario gregoriano per decreto di papa Gregorio XIII; diverse nazioni tuttavia hanno continuato ad utilizzare il calendario giuliano, adeguandosi poi in tempi diversi tra il XVIII e il XX secolo. La Chiesa ortodossa tuttora usa il calendario giuliano come proprio calendario liturgico. Il calendario giuliano è anche alla base del calendario berbero tradizionale del Nordafrica.

La riforma giuliana, in sostanza, riprendeva il calendario egizio riformato dal decreto di Canopo e fissava l'inizio dell'anno il 1º gennaio.

Il modo di contare i giorni continuò secondo la tradizione romana, cioè contando i giorni che mancavano ad alcune festività fisse (Calende, None e Idi), fino a che i Visigoti introdussero l'abitudine di assegnare un numero progressivo ai giorni, metodo divenuto ufficiale solo con Carlo Magno.

Bisogna ricordare che il calendario delle Chiese Ortodosse non è propriamente quello giuliano ma quello bizantino. Il calendario bizantino ricalcava il calendario giuliano in uso nell'Impero romano, differenziandosi solo per la data d'inizio dell'anno e la numerazione degli anni. L'anno iniziava il 1º settembre (da notare che tuttora in Sardegna il mese di settembre è chiamato Cabudanni, un chiaro caso di eredità culturale della dominazione bizantina nell'isola) e finiva il 31 agosto. La numerazione degli anni iniziava da quella che secondo i bizantini era la data della creazione.

Dopo l'introduzione del calendario gregoriano, tra quest'ultimo e il calendario bizantino vi è uno sfasamento di date che attualmente è di tredici giorni, come tra i calendari gregoriano e giuliano. Quindi il capodanno bizantino (1º settembre) cade il 14 settembre del calendario gregoriano.

Nel 321 l'Imperatore Costantino introdusse la settimana di sette giorni: lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, sabato e domenica. Inoltre decretò che fosse la domenica (dies domini) giorno di riposo dedicato al Signore.

In numerosi paesi la Chiesa ortodossa celebra le sue festività secondo le date del calendario giuliano, per questo motivo il Natale del calendario cristiano cattolico, 25 dicembre, corrisponde al 7 gennaio del calendario gregoriano ed è per questo che oggi, in tutto l'Oriente è ancora Pasqua!

È quindi una gioia unire le nostre voci al canto che da ogni angolo del mondo cristiano riempie le Chiese di Dio:

Χριστὸς ἀνέστη ἐκ νεκρῶν,
θανάτῳ θάνατον πατήσας,
καὶ τοῖς ἐν τοῖς μνήμασι,
ζωὴν χαρισάμενος



Surrexit Dominus vere et apparuit Simoni!!! 

Haec dies quam fecit Dominus, exultemus et laetemur in ea!!!

San Lorenzo nel Palazzo Apostolico

"Oggi la chiesa di Roma celebra il giorno del trionfo di Lorenzo, giorno in cui egli rigettò il mondo del male. Lo calpestò quando...