mercoledì 25 dicembre 2013

Le antifone del giorno di Natale


Dei possibili percorsi di commento alle celebrazioni del Natale ne illustro brevemente uno solo che riguarda le antifone di ingresso. Nella Messa vespertina della Vigilia l'antifona di ingresso riprende la “profezia” che abbiamo ripetuto più volte nell'antifona propria di questo 24 dicembre:



Oggi saprete che il Signore viene a salvarci:
domani vedrete la sua gloria.



Hódie sciétis, quia véniet Dóminus, et salvábit nos, et mane vidébitis glóriam eius.
 

A conclusione delle ferie privilegiate d'Avvento questo annuncio fa pregustare all'orante la grazia del presepio, di un Dio che non rimane altezzosamente nascosto nell'iperuranio delle elucubrazioni umane, nell'intangibilità “divina” ma che prende su di sé la nostra natura umana sconvolgendo radicalmente l'impianto delle religioni. L'Eterno che entra nel tempo si contempla a partire dall'oggi e dal domani!



La Messa della notte canta il Salmo 2,7 quando dice:


Il Signore mi ha detto:
«Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato».

 

Dóminus dixit ad me: Fílius meus es tu, ego hódie génui te.



La liturgia introducendo i credenti al mistero del Verbo fatto carne propone il carme del Re-Messia di cui offre un'esegesi riferendo a Dio il compito di generare eternamente, come si professa nel Credo della messa della notte, solennizzato dalla genuflessione. 
L'oggi del Salmo, calato nel contesto liturgico della celebrazione eucaristica riporta al valore di memoriale di ciò che si ripresenta sui nostri altari e trasla la profezia nel presente della vita dei credenti in cui si genera il Verbo come afferma sant'Ambrogio.1


Superando la rappresentazione della Natività del 1224 voluta dal serafico Padre Francesco per la Messa di Natale e nonostante la mistica e la spiritualità del Presepio, l'antifona della Messa dell'aurora non si ferma sul sentimentalismo ma è il proclama di una liturgia regale, sontuosa e luminosa



Oggi su di noi splenderà la luce,
perché è nato per noi il Signore;
Dio onnipotente sarà il suo nome,
Principe della pace, Padre dell'eternità:
il suo regno non avrà fine
.



Lux fulgébit hódie super nos, quia natus est nobis Dóminus; et vocábitur admirábilis, Deus, Princeps pacis, Pater futúri sæculi: cuius regni non erit finis.
 

Le profezie hanno raggiunto la loro realizzazione: è nato il Salvatore. Questa è la gioia dei cristiani di cui parlano i Padri! Ritorna qui il simbolo della luce splendente, del Sole di giustizia che sorge, come ricordava l'antifona “O” del 21 dicembre.2 
Alla nascita del Signore sono applicate le profezie di Isaia (in particolare Is 9,5) che hanno segnato il tempo di Avvento appena trascorso, perché in lui trovano compimento la Legge e i Profeti. Una luce risplende perché Cristo è nato. Il cristiano risplende nella sua vita di fede perché Cristo assume la nostra natura mortale e sancisce la salvezza di cui la Messa è anamnesis.





La Messa del giorno si apre proprio con il canto di Is 9,5: 



E' nato per noi un bambino,
un figlio ci è stato donato:
egli avrà sulle spalle il dominio,
consigliere ammirabile sarà il suo nome.


Puer natus est nobis, et fílius datus est nobis, cuius impérium super húmerum eius, et vocábitur nomen eius magni consílii Angelus.



Il canto di ingresso introduce nell'umiltà del Signore che si fa neonato nelle braccia di sua Madre. Alla fragilità di un bambino appena nato si associano e si oppongono le due figure della profezia: il dominio, la forza, il diritto e la giustizia che Egli porta sulle spalle. Un dominio già eloquente perché Cristo porterà sulle spalle la pecora perduta da Buon Pastore ed il segno del suo dominio e del suo regno, la Croce preziosa e vivificante che da strumento di morte diventa gloriosa porta verso la risurrezione. Un bimbo che ancora non può parlare avrà come nome consigliere ammirabile. Un neonato che però è il Verbo incarnato, il Logos ordinatore dell'universo che, oggi, con la sua nascita, diviene il portatore di una parola che ammirevolmente consiglia. 

In questi testi si compie il nostro percorso. Diremmo dalla profezia al mistero, dal prefigurato al compimento dell'oggi, da ciò che i profeti hanno annunziato a ciò che Cristo con la sua incarnazione ha realizzato e che ora celebriamo nella fede. 
La liturgia non offre delle parole e dei gesti che non abbiano aderenza con la  realtà di fede e di vita. In essa non si scorge lo sterile ricordo di tempi andati ma proclama un oggi che ha tutta la sua pregnanza nella voce eucologica che in continuazione fa risuonare l'hodie, che culmina in un'altra antifona, quella del vespro di Natale al Magnificat

Oggi Cristo è nato,
è apparso il Salvatore;
oggi sulla terra cantano gli angeli,
si allietano gli arcangeli;
oggi esultano i giusti, acclamando:
Gloria a Dio nell'alto dei cieli, alleluia.


Hódie Christus natus est; hódie Salvátor appáruit; hódie in terra canunt ángeli, lætántur archángeli; hódie exsúltant iusti, dicéntes: Glória in excélsis Deo, allelúia


Un percorso di luce in Luce, di simbolo in simbolo, per contemplare la concretezza di ciò che Dio ha compiuto in Cristo per l'umanità.





1 "Ogni anima che crede concepisce e genera il Verbo di Dio".


2 O Oriens, splendor lucis aeternae, et sol justitiae: veni, et illumina sedentes in tenebris, et umbra mortis. - O astro che sorgi, splendore di luce eterna, e sole di giustizia: vieni ed illumina coloro che siedono nelle tenebre, e nell'ombra della morte.

martedì 24 dicembre 2013

La Liturgia del Natale


Pensare alla liturgia del Natale è motivo di molteplici rievocazioni radicate nella passione e nello studio di come le liturgie natalizie si sono evolute e notevolmente mutate fino ai giorni nostri. La Liturgia oggi è codificata e non si ritiene mai opportuno andare oltre la littera stabilita nel Messale Romano.  A Natale permangono delle suggestioni che, anche se non più applicabili, forse permettono di percepire alcuni dettagli che normalmente non sono colti e valutati. 

Domenico Ghirlandaio, Natività, Pinacoteca Vaticana
Sappiamo dalle fonti liturgiche che le tre messe di Natale sono una tradizione romana, da principio riservata solo al Romano Pontefice,1 che in tre tempi e luoghi definiti celebrava il mistero dell'Incarnazione. La topografia romana diveniva nel Medioevo, anche a Natale, un mezzo chiaro con cui la liturgia parlava al popolo di Dio e riconduceva per mezzo di segni sensibili, come la diversa collocazione delle celebrazioni, alla partecipazione delle grazie che scaturiscono dall'altare. Suggestiva è in merito la descrizione che ne fanno gli Ordines Romani. La prima messa, quella in nocte, era celebrata dal Papa a santa Maria Maggiore nell'oratorio del Presepe subito dopo l'ufficiatura ordinaria notturna. Sulla strada del ritorno a san Pietro, nel VI secolo, secondo le tradizioni della Curia papale, la Chiesa di sant'Anastasia diveniva sede di stazione e luogo di celebrazione2; almeno fino al pontificato di Gregorio VII la terza messa, in die, era cantata dopo l'ufficiatura del mattino e sommava in sé tutta la solennità della celebrazione natalizia.3


All'indicazione del Gelasiano che riconduce la trina celebrazione al mistero della santissima Trinità4 cui fa eco un'omelia di san Gregorio Magno,5 accostiamo il ricordo del Micrologus che indicava al diacono di terminare la messa della notte dicendo Benedicamus Domino.6


Natività, Mosaico dell'abside di santa Maria in Trastevere
Il primo dettaglio è sulle tre messe, ovvero sulla loro armonia. Tre voci concertanti che cercano di esprimere a parole umane, nel caso dei testi natalizi ricercate con particolare raffinatezza, la grandezza dei principia salutis humanae. Il dettaglio del Micrologus che intima al diacono di dimettere il popolo di Dio radunato con il Benedicamus Domino, fa pensare a quanto, nel giorno di Natale, una messa rincorra l'altra in una staffetta temporale, spaziale, policroma e poli-liturgica. Non ite missa est perché la contemplazione del Verbo incarnato non è finita ma deve seguire il suo climax ascendente, che attraverso la lettura dei Vangeli della nascita arriva fino alla proclamazione del prologo di Giovanni: E il verbo si fece carne e vene ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14).7


Il secondo dettaglio riguarda una nostalgia. Ogni messa natalizia era preceduta o seguita dall'Ufficiatura. In molti luoghi la messa della notte, suggestiva e solenne, è ancora preceduta da una vigilia, ovvero un'ufficiatura come indicato a suo luogo nel primo volume della Liturgia delle Ore.8

 Solitamente questa ufficiatura o è del tutto assente o snaturata in altre “composizioni creative” che non hanno nulla a che vedere con la liturgia ma che vengono ritenute “pastoralmente più adatte”. Eppure, educare il popolo di Dio, a vegliare nella notte con la liturgia oraria significherebbe anche far crescere il desiderio di dedicare tempo al Signore, con la preghiera che da secoli anima le nostre chiese e che soavemente mette la Sposa in colloquio con lo Sposo. Se nelle Chiese di rito occidentale con difficoltà si riesce a partecipare ad una ufficiatura notturna, ancora più rara è quella diurna. Le grandi cattedrali che hanno conservato Lodi e Vespri natalizi rimangono delle lodevoli eccezioni, ma pur sempre eccezioni.
Natività, Abside di santa Maria Maggiore
Spesso nelle nostre parrocchie, per gli impegni, le ferie, e tutto ciò che distrae la società moderna, mancano tempi di preghiera salmica e pubblica, a volte scartata a priori perché richiede una partecipazione “in più” mentre il precetto riguarda solo la Messa e non le ufficiatura ancora concepite come privilegio ed obbligo del clero. Il
terzo dettaglio riguarda la messa del giorno. La prassi spesso mi ha fatto scontrare con alcune deviazioni di significato. Ribadendo che tutte le tre messe sono armonicamente disposte in una triplice celebrazione, che di momento in momento conduce fino al culmine del Mistero dell'Incarnazione, ciò che si osserva è il desiderio di curare più la messa della notte che quella del giorno.
La messa della notte è sicuramente più suggestiva ma tutta la solennità dovrebbe essere dedicata alla messa del giorno. In questo anche le consuetudini pontificie lasciano aperti alcuni interrogativi perché da anni il calendario delle celebrazioni pontificie annota la presenza del papa alla messa della notte e non a quella del giorno, che cede il passo alla ben più nota, ma forse sacramentalmente meno rivelante benedizione Urbi et Orbi. 
Di anno in anno, alla gioia di ascoltare le letture delle messe, che dal Lezionario di Würzburg e Murbach fino a quello del Vaticano II permettono di ascoltare gli esordi della nostra Redenzione, si associa il piacere nel rileggere la seconda lettura dell'Ufficio delle Letture, tratta dai Discorsi di san Leone Magno, che in poche battute ricorda che la gioia del Natale sta nella nascita del Salvatore e non nelle armonie e nelle atmosfere artificiali di palline colorate e luci ornamentali, disposte dovunque per invogliare a comprare. 

A conclusione della nostra riflessione natalizia prendo in prestito una frase di san Leone che coglie la mia attenzione:



Il Figlio di Dio infatti, giunta la pienezza dei tempi che l'impenetrabile disegno divino aveva disposto, volendo riconciliare con il suo Creatore la natura umana, l'assunse lui stesso in modo che il diavolo apportatore della morte, fosse vinto dalla stessa natura che prima lui aveva reso schiava. Così alla nascita del Signore gli angeli cantano esultanti: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama” (Lc 2,14).





Parafrasando il brano del grande Padre della Chiesa, penso che celebrare e riconoscere la venuta del Signore voglia dire far cadere la paura, paura che Egli sia alla porta e che stia bussando per venire a distogliere dalle occupazioni quotidiane; la "tentazione" di trovare in Dio solo una soluzione o un talismano contro le angustie della vita; per disturbare le menti razionali e pensanti e sottrarre le conquiste che l'uomo è stato in grado di possedere. Cristo Gesù nella sua nascita non disturba ma salva, non viene a dar fastidio ma a riempire la vita che si apre alla sua azione. 
Riconoscere che la mia natura umana è buona ma che tende ad essere schiava di tutto ciò che si sostituisce a Dio, fare un atto di umiltà, di fronte all'umiltà del Signore, credo che questi possano essere i propositi per vivere bene il Natale, lasciando che la nascita di Cristo divenga un “guadagno” e non una perdita, potendo sperimentare che quando Cristo entra nella vita tutto cambia, ogni cosa riprende la sua giusta collocazione, che Egli non porta via nulla, non disturba, non distoglie ma accoglie, risana e vivifica. 

Buon Natale!

Antoniazzo Romano, Natività



1Poi concessa ai vescovi ed infine ai sacerdoti con la possibilità di dire tutte e tre le messe.
2Si ricorda la doppia tradizione di una messa celebrata nel titulus s. Anastasiae nel giorno commemorativo della decapitazione della santa martire (25.12) e della possibile coincidenza della celebrazione papale, a partire da papa Giovanni III, per ossequio alla corte imperiale.
3Terza messa che gli Ordines dicono celebrata inizialmente a san Pietro e successivamente di nuovo a santa Maria Maggiore (sec. XI-XII).
4Laeti, Domine, frequentamus salutis humanae principia, quia trina celebratio beatae competit mysterium Trinitatis Pieni di gioia, Signore, celebriamo gli esordi dell'umana salvezza, che corrisponde al mistero della beata Trinità (GeV 9)
5Largiente Domino, missarum sollemnia ter hodie celebraturi sumus – Secondo la generosità del Signore, oggi celebreremo tre messe solenni (Homiliae in Evangelium PL 76, 1103).
6Bernoldus Constantiensis, Micrologus de ecclesiasticis observationibus, c. 4
7“La celebrazione non riguarda puramente il momento della nascita, ma si festeggia colui che una volta è nato ed è ora il Signore. Per questo non c'è da meravigliarsi che i testi dell'antica messa romana di Natale, la nostra messa in die, facciano solo pochi riferimenti alla nascita esteriore a Betlemme ma pongano al centro il fatto che il Logos eterno del Padre abbia assunto la nostra carne. Analogamente al centro della liturgia bizantina di natale c'è la prskynese dei magi dinnanzi al Dio incarnato, mentre l'evento stesso della nascita costituisce il tema della vigilia”, M. Kunzler, La liturgia della Chiesa (AMATECA 10, Di fronte e attraverso 640), Jaca Book, Milano 2003, 562.
8“Quando si vuol prolungare la celebrazione vigilare a questo punto [dopo il secondo responsorio dell'Ufficio delle letture del Natale del Signore] si aggiungono i cantici riportati in Appendice e il Vangelo della Messa della Vigilia. Dopo il Vangelo, o se l'Ufficio delle letture non viene prolungato con i cantici ed il vangelo, dopo il responsorio si esegue l'inno Te Deum. […] Se dopo la celebrazione pubblica dell'Ufficio delle letture segue la Messa, invece dell'inno Te Deum si dice il Gloria a Dio nell'alto dei cieli. Seguono subito l'orazione e le letture della Messa della notte. I riti di introduzione si omettono”, Liturgia delle Ore, I, 399.

domenica 22 dicembre 2013

Quarta Domenica di Avvento


San Luca presenta la Vergine Maria come "sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe" (Lc 1, 27).



È però l'evangelista Matteo a dare maggior risalto al padre putativo di Gesù, sottolineando che, per suo tramite, il Bambino risultava legalmente inserito nella discendenza davidica e realizzava così le Scritture, nelle quali il Messia era profetizzato come "figlio di Davide".

Ma il ruolo di Giuseppe non può certo ridursi a questo aspetto legale. Egli è modello dell'uomo "giusto" (Mt 1, 19), che in perfetta sintonia con la sua sposa accoglie il Figlio di Dio fatto uomo e veglia sulla sua crescita umana. Per questo, nei giorni che precedono il Natale, è quanto mai opportuno stabilire una sorta di colloquio spirituale con San Giuseppe, perché egli ci aiuti a vivere in pienezza questo grande mistero della fede...

Il silenzio di San Giuseppe non manifesta un vuoto interiore, ma, al contrario, la pienezza di fede che egli porta nel cuore, e che guida ogni suo pensiero ed ogni sua azione. Un silenzio grazie al quale Giuseppe, all'unisono con Maria, custodisce la Parola di Dio, conosciuta attraverso le Sacre Scritture, confrontandola continuamente con gli avvenimenti della vita di Gesù; un silenzio intessuto di preghiera costante, preghiera di benedizione del Signore, di adorazione della sua santa volontà e di affidamento senza riserve alla sua provvidenza. Non si esagera se si pensa che proprio dal "padre" Giuseppe Gesù abbia appreso - sul piano umano - quella robusta interiorità che è presupposto dell'autentica giustizia, la "giustizia superiore", che Egli un giorno insegnerà ai suoi discepoli (cfr Mt 5, 20). 

Natività, Sagrada Familia, Barcelona
 

Lasciamoci "contagiare" dal silenzio di San Giuseppe! Ne abbiamo tanto bisogno, in un mondo spesso troppo rumoroso, che non favorisce il raccoglimento e l'ascolto della voce di Dio. In questo tempo di preparazione al Natale coltiviamo il raccoglimento interiore, per accogliere e custodire Gesù nella nostra vita.

Benedetto XVI, 18 dicembre 2005


martedì 10 dicembre 2013

L'uomo in preghiera

L'uomo in preghiera 
di Benedetto XVI
LEV 2011
pp. 72
€ 9,00 


Sto leggendo L'uomo in preghiera un libretto che raccolgie le catechesi del 2011 di Benedetto XVI dedicate alla preghiera. Un libro che oserei definire meraviglioso per la capacità che Benedetto XVI ha di parlare semplicemente senza cedere o scadere nel banale, mantenendo così uno stile ed un argomentare profondo e teologicamente motivante. 
Tra le pagine di questo piccolo manuale di preghiera ho trovato un brano che spiega, nell'ambito della descrizione della preghiera nell'Antico Testamento, la mistica esperienza di Giacobbe che lotta con una figura oscura, nella notte, mentre egli cercava di andare, ancora una volta, contro suo fratello Esaù. La figura sconosciuta ed irriconoscibile si rivelerà come l'angelo del Signore. Giacobbe ha lottato con Dio stesso e ne ha chiesto la benedizione che non aveva ricevuto a suo tempo. Nella sua catechesi il papa fece un percorso che dal mondo classico conduce all'osservazione e spiegazione dei vari tipi di preghiera nella Sacra Scrittura e nella tradizione della Chiesa. Ad Abramo, Mosè ed Elia è associato anche Giobbe che materialmente non prega nell'episodio citato dal Papa. Eppure il significato della lotta con l'angelo acquista delle tonalità vive ed interessanti proprio se applicate alla preghiera del cristiano.


In merito il papa afferma: 

"La notte di Giacobbe al guado dello Yabboq diventa così per il credente un punto di riferimento per capire la relazione con Dio che nella preghiera trova la sua massima espressione. La preghiera richiede fiducia, vicinanza, quasi in un corpo a corpo simbolico non con un Dio nemico, avversario, ma con un Signore benedicente che rimane sempre misterioso, che appare irraggiungibile. Per questo l’autore sacro utilizza il simbolo della lotta, che implica forza d’animo, perseveranza, tenacia nel raggiungere ciò che si desidera. E se l’oggetto del desiderio è il rapporto con Dio, la sua benedizione e il suo amore, allora la lotta non potrà che culminare nel dono di se stessi a Dio, nel riconoscere la propria debolezza, che vince proprio quando giunge a consegnarsi nelle mani misericordiose di Dio.

Cari fratelli e sorelle, tutta la nostra vita è come questa lunga notte di lotta e di preghiera, da consumare nel desiderio e nella richiesta di una benedizione di Dio che non può essere strappata o vinta contando sulle nostre forze, ma deve essere ricevuta con umiltà da Lui, come dono gratuito che permette, infine, di riconoscere il volto del Signore. E quando questo avviene, tutta la nostra realtà cambia, riceviamo un nome nuovo e la benedizione di Dio. E ancora di più: Giacobbe, che riceve un nome nuovo, diventa Israele, dà un nome nuovo anche al luogo in cui ha lottato con Dio, lo ha pregato; lo rinomina Penuel, che significa “Volto di Dio”. 

Con questo nome riconosce quel luogo colmo della presenza del Signore, rende sacra quella terra imprimendovi quasi la memoria di quel misterioso incontro con Dio. Colui che si lascia benedire da Dio, si abbandona a Lui, si lascia trasformare da Lui, rende benedetto il mondo. Che il Signore ci aiuti a combattere la buona battaglia della fede (cfr 1Tm 6,12; 2Tm 4,7) e a chiedere, nella nostra preghiera, la sua benedizione, perché ci rinnovi nell’attesa di vedere il suo Volto".

Benedetto XVI, Udienza generale, 25 maggio 2011, Piazza San Pietro.


giovedì 5 dicembre 2013

A servizio della Liturgia

Soddisfazioni personali e anche un po' di ricordi. 

Quando nel 2007 uscì la Summorum Pontificum molti furuno i moti d'animo, positivi e negativi, in un contensto in cui ritornare alla liturgia riformata da Giovanni XXIII suscitava indignazione o plausi. 

In quell'anno in molti abbiamo lavorato, al di là dell'ideologia o delle personali predisposizioni, affinché si conoscesse il patrimonio liturgico che la Chiesa aveva stabilito di riconsegnare ai fedeli ed al clero. Invece di parlare e fare polemiche in tanti ci siamo dati da fare collaborando fattivamente alla conoscenza del rito che veniva liberalizzato. Non siamo stati sulla scia delle polemiche ma nelle trincee del lavoro silenzioso cercando, almeno per parte mia di mantenere un rigore espositivo necessario per raggiungere la chiarezza dei pregi e dei limiti/difetti della liturgia "antica" o del Vetus Ordo, secondo un'espressione impropria, allora come oggi in uso anche in contesti autorevoli.

Pur non essendo dalla parte dei tradizionalisti, e sopratutto non volendo per nessun motivo essere annoverato tra le schiere dei sedicenti tali, mi venne chiesto di mettere a servizio del sito Maranathà le mie conoscenze liturgiche. Accettai conscio della fatica che mi aspettava. Fu un anno di duro lavoro. Appunti, paginate di scritti di spiegazioni, correzioni, revisioni, e ancora scrittura e rilettura per poi vedere finalmente in rete un lavoro motivato dal desiderio di conoscere, trasmettere e difendere la scientia liturgica da tanti, tradizionalisti e non, vilmente offesa e deturpata con private interpretazioni, distorsioni e mancata fedeltà alle norme.

Alla fine il nostro è stato un servizio mediaticamente offerto dai fratelli Lambruschini, un impegno spinto dalla passione e dalla fede, per poter dire e ancora ripetere zelus domus tuae comedit me!

GRAZIE alle pagine di don Camillo quel lavoro a più mani torna sul web, dopo anni di quiescenza, sperando che ancora possa essere utile, quanto meno ad amare sempre più la Liturgia, che ci ha spinto a lavorare insieme.

Dal blog sopra citato riporto il testo del documento con cui la Pontificia Commissione Ecclesia Dei nel 2009 prendeva atto del lavoro svolto per il sito Maranathà e manifestava il pubblico ringraziamento, anche al sottoscritto. 



venerdì 29 novembre 2013

Volontà e incontro. Due "parole chiave" per questo Avvento


L'esperienza religiosa è la risposta che l'uomo dà al suo bisogno di trascendenza che si manifesta e traduce in un continuo essere in ricerca di ciò che può elevarlo, ed innalzarlo al di sopra della linea orizzontale della fragilità, della contemporaneità. Una ricerca dell'assoluto, del Dio che è nascosto nell'intimo dell'uomo (cfr. s. Agostino).
Nel vissuto della fede cristiana però questo anelito di ricerca è un momento successivo perché come troviamo nei due Testamenti, il soggetto che si china, che va incontro all'uomo è Dio stesso e la fede d'Israele e del popolo di Dio sono coscienti di questa polarità inversa in cui il Creatore si rivolge alla creatura in un dialogo intenso e autentico.
Le pagine solenni dell'Antico Testamento riportano i “molti modi” in cui il Signore dei signori si è fatto vicino all'umanità, a partire dall'alleanza con Noè, con Abramo, Mosè ecc.

La “Nuova Alleanza” è la svolta raggiunta dal patto stipulato da Dio con l'uomo. Un'Alleanza nuova che “nella pienezza dei tempi si compie nel mistero dell'Incarnazione, nella missione del Figlio e nell'annuncio del Regno dei Cieli, fino al culmine della realizzazione nel Mistero pasquale di passione, morte e risurrezione.

La liturgia della Chiesa, come ogni anno, nella sua materna pedagogia insegna a noi credenti volgere lo sguardo in due direzioni. Invita il credente a voltarsi indietro per contemplare in anamnesis ciò che Egli ha compiuto, come Egli è intervenuto in favore del suo popolo; con lo sguardo in avanti, verso il compimento, verso la vera patria, verso la contemplazione e l'insediamento nella Gerusalemme del Cielo nella Liturgia eterna dell'Agnello. Due rivolgersi per comprendere un po' il significato dell'Avvento.


La Chiesa invita tutti a vegliare in attesa, ma il termine
adventus per un romano del IV secolo significava ricordare il solenne rito di parata che accompagnava il ritorno, l'avvento, dell'Imperatore nella Città imperiale. Ora non si aspetta l'imperatore ma la discesa, lo svuotamento del Verbo nell'assunzione della nostra carne mortale, l'adesione profonda del credente al proprio Redentore ed il ritorno del Signore nella sua gloria. L'Avvento si colloca nel passato di ciò che Dio ha fatto per l'uomo, nel presente della fede celebrata e vissuta e nel futuro escatologico.

La nostra riflessione questa domenica si ferma sul testo della colletta che riassume in sé tutte le dinamiche dell'avvento e permette di valorizzarne le indicazioni che ne derivano per la vita del credente in attesa di celebrare i misteri del Natale.

O Dio, nostro Padre, suscita in noi la volontà di andare incontro con le buone opere al tuo Cristo che viene, perché egli ci chiami accanto a sé nella gloria a possedere il regno dei cieli. 
Da, quæsumus, omnípotens Deus, hanc tuis fidélibus voluntátem, ut, Christo tuo veniénti iustis opéribus occurréntes, eius déxteræ sociáti, regnum mereántur possidére cæléste.

 



Il primo rilievo della colletta è sulla volontà e sull'incontro. Il testo dopo l'invocazione chiede. “suscita in noi la volontà di andare incontro con le buone opere al tuo Cristo che viene”. 


Riferirsi alla volontà “di andare incontro al Cristo che viene” significa mettere insieme l'intelletto ed il proprio desiderio di agire. In questo caso si chiede a Dio di voler orientare tutta la persona all'incontro con il Cristo, ovvero un incontro che comprendo a livello intellettuale ma che metto in atto nella vita concreta, nelle scelte che si compiono quotidianamente. In questo senso la volontà di andare incontro a Cristo significa dare con la propria persona l'assenso a Dio che si rivela secondo quanto trasmesso dalla Sacra Scrittura con la categoria di obbedienza della fede (cfr. CCC 143). Inoltre assentire alla Rivelazione e quindi nella fede seguire Dio che si rivela e Cristo che dona la sua vita per la salvezza dell'uomo significa mettere le due principali facoltà dell'uomo a servizio della grazia di Dio secondo l'insegnamento di san Tommaso che affermava 

Credere est actus intellectus assentientis veritati divinae ex imperio voluntatis a Deo motae per gratiam - Credere è un atto dell'intelletto che, sotto la spinta della volontà mossa da Dio per mezzo della grazia, dà il proprio consenso alla verità divina” (S. Theologiae II-II 2,9 DS 3100).



Andare incontro a Cristo, secondo il testo dell'eucologia dell'Avvento, vuol dire andargli incontro con le buone opere della vigilanza, della responsabilità, del senso critico che permette di riconoscere le buone opere quando si riconosce la malvagità dei nostri atti. Se riconosco che una mia azione è cattiva, o moralmente non-buona allora sono in grado di riconoscere anche quali delle mie scelte concrete sono secondo una coscienza retta e vera, realmente buone. Ancora il Catechismo della Chiesa cattolica viene in aiuto riportando questa distinzione cha ha la sua fonte in uno scritto di sant'Agostino:



Chi riconosce i propri peccati e li condanna, è già d'accordo con Dio. Dio condanna i tuoi peccati; e se anche tu li condanni, ti unisci a Dio. L'uomo e il peccatore sono due cose distinte: l'uomo è opera di Dio, il peccatore è opera tua, o uomo. Distruggi ciò che tu hai fatto, affinché Dio salvi ciò che egli ha fatto. Quando comincia a dispiacerti ciò che hai fatto, allora cominciano le tue opere buone, perché condanni le tue opere cattive. Le opere buone cominciano col riconoscimento delle opere cattive. Operi la verità, e così vieni alla Luce [Sant'Agostino, In Evangelium Johannis tractatus, 12, 13].



Ma andare incontro a Cristo non ha solo la caratterizzazione morale delle buone opere; si tratta anche di un'esperienza di fede che motiva e spinge a raggiungere il Cristo della fede. L'esperienza di fede matura e si rafforza proprio in funzione di un personale incontro con Cristo. La forma dinamica della colletta è dunque anche questo: indica che il cristiano ha incontrato Gesù Cristo ne è stato catturato, affascinato, “sedotto” come indica il profeta Geremia, questo per ribadire che la fede in Gesù non è un idea dando ragione così al Maestro Eckhart: 

L'uomo non si deve accontentare di un Dio pensato perché, quando il pensiero ci abbandona, ci abbandona anche Dio”.



Il Cristo della colletta è veniens, che sta par arrivare. Allora qui si giocano altre due polarità. Non è solo il Cristo escatologico, il Cristo del giudizio come ce lo descrive il Dies irae, un tempo sequenza della Messa dei Defunti ed oggi inno assegnato alle liturgie orarie della XXXIV settimana del tempo “Per annum”, ma si tratta anche del Cristo che stabilisce la sua dimora in mezzo a noi.

Natività, Caravaggio
L'altro versante riguarda proprio l'incontro. Siamo noi ad andare incontro a Cristo, secondo il primo movimento dell'esperienza religiosa, e ci dirigiamo verso di lui carichi della nostra volontà di aderire a Lui nel bene ma siamo anche preceduti, perché anche Cristo è in movimento e viene
verso di noi. Il cristiano, secondo la mia interpretazione di questa colletta avventizia, non è solo quello che risponde alla seduzione del Signore e si mette in moto per raggiungere una meta, il Cristo stesso, come finale punto d'arrivo ma un incontro a metà strada perché anche il Cristo viene incontro a chi crede in lui!
Il fine di tutto questo movimento è dato dalla petizione della colletta: “perché egli ci chiami accanto a sé nella gloria a possedere il regno dei cieli”. Come ricorda san Cipriano “La nostra patria non è che il paradiso […] Affrettiamoci con tutto l’entusiasmo a raggiungere la compagnia dei beati. Dio veda questo nostro pensiero; questo proposito della nostra mente, della nostra fede, lo scorga Cristo, il quale assegnerà, nel suo amore, premi maggiori a coloro che avranno avuto di lui un desiderio più ardente.” (Trattato “Sulla morte”). Il fine dunque della celebrazione dell'Avvento è escatologico, indirizzato anche ad una realtà futura intesa come meta da raggiungere, ma non in una sdegnosa solitudine, perché ci sono i santi, i beati, i fedeli in Cristo che ci hanno preceduto nell'incontro e che sono per noi la testimonianza di quanto concretamente questo incontro sia possibile e duraturo.

L'ultimo aspetto che mi preme sottolineare è ricordare che quando la colletta si riferisce alle buone opere e al Christus veniens non fa altro che riportarci alla realtà per cui andare incontro a Cristo significa andare incontro al fratello, in cui posso vedere il Cristo che viene verso di me. 

A partire dal sacrificio eucaristico celebrato sui nostri altari in questa prima domenica di Avvento, si capisce come la carità verso il prossimo nasca proprio dal sacrificio di Cristo sulla Croce reso vivo e presente nell'Eucaristia, e che il cristiano sia chiamato a portare all'altro lo stessa donazione totale della vita, come ha fatto Gesù, ed il luogo privilegiato, la sorgente dal quale attingere le forze per raggiungere l'altro in cui contemplare il Cristo, così come hanno insegnato i Padri ed i Santi si trova nella liturgia. In merito ricordiamo il valore di questa fonte sorgiva che è la liturgia con ciò che dichiarava papa Benedetto XVI nella Deus caritas est:

Nella liturgia della Chiesa, nella sua preghiera, nella comunità viva dei credenti, noi sperimentiamo l'amore di Dio, percepiamo la sua presenza e impariamo in questo modo anche a riconoscerla nel nostro quotidiano. Egli per primo ci ha amati e continua ad amarci per primo; per questo anche noi possiamo rispondere con l'amore. Dio non ci ordina un sentimento che non possiamo suscitare in noi stessi. Egli ci ama, ci fa vedere e sperimentare il suo amore e, da questo « prima » di Dio, può come risposta spuntare l'amore anche in noi”. (Deus caritas est 17).


Inoltre la necessità che deriva dall'altare di andare incontro al Cristo nel prossimo è ciò che caratterizza la Chiesa nella sua missione ed il cristiano nel suo impegno concreto di vita, come ha ricordato di recente il Santo Padre Francesco:



Ogni cristiano è chiamato ad andare incontro agli altri, a dialogare con quelli che non la pensano come noi, con quelli che hanno un’altra fede, o che non hanno fede. Incontrare tutti, perché tutti abbiamo in comune l’essere creati a immagine e somiglianza di Dio. Possiamo andare incontro a tutti, senza paura e senza rinunciare alla nostra appartenenza”. (Papa Francesco, Discorso alla Plenaria del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, 14-10-2013).



La colletta, come ho cercato di spiegare, racchiude in sé tutti gli elementi che possono aiutare a vivere l'avvento per ciò che è, ovverosia la preparazione alla grande solennità del Natale del Signore. 
In essa abbiamo trovato l'invito ad andare verso il Cristo per approfondire e far crescere la fede in lui come qualcosa di vivo e non di astratto e concettuale, in lui non abbiamo identificato solo la metà da raggiungere ma il “Dio con noi” il Dio che si fa vicino, si fa prossimo nel fratello, nell'altro, nel nemico. Seguire e andare incontro a Cristo vuol dire anche portare con sé le opere buone, come biglietto da visita dell'uomo nuovo che si è spogliato dell'uomo vecchio con le opere della carne. Ma riconoscere il Christus veniens è lo sforzo di riuscire a non scandalizzarsi di un Dio che “per primo” ci ha amati e continuamente si muove per raggiungere le nostre fragilità, le nostre debolezze ed anche i nostri slanci pieni di amore e verità.

Buon Avvento!







lunedì 25 novembre 2013

Il principe e il pescatore

L'anno della fede si è concluso ieri con la solennità di nostro Signore Gesù Cristo Re dell'universo. Non poteva concludersi in un contesto liturgico migliore. Le aspirazioni e la volontà di papa Benedetto XVI, che sempre ha messo al centro della sua ricerca teologica la concenzione della "festa della fede" che è apparso agli occhi del mondo nel suo spessore con il testo Introduzione al Cristianesimo nel 1967, è stato chiuso dal suo successore Francesco; una continuità commovente per tanti aspetti che dicono quanto la fede cattolica non sia basata su concetti o idee ma sia una persona, Gesù Cristo, Il Verbo fatto carne, l'Uomo-Dio, che concretamente in questo anno ha fatto sentire la sua presenza salvifica. 

Da quando ho letto che la messa di ieri sarebbe stata caratterizzata dall'esposizione delle reliquie del Principe degli Apostoli, sono entrato in curiosità massima perché nessuno aveva mai visto le reliquie di Pietro esposte. Al desiderio di vedere ed alla curiosità, si sono aggiunte due occasioni per riportare il tutto non solo sul piano dei sentimenti ma anche su quello della conoscenza. 


Mi riferisco in particolare ad un testo di Barbara Frale, Il principe ed il pesacatore. Pio XII, il Nazismo e la tomba di san Pietro,  nella collana Le scie della Mondadori ed al volume di Andrea Carandini, Su questa pietra: Gesù, Pietro e la nascita della Chiesa pubblicato nella collana I Robinson, Letture dell'editrice Laterza

Il testo della Frale è un racconto storico delle vicende legate al desiderio di Pio XII di trovare le reliquie dell'Apostolo Pietro. Notevole è l'impegno per la ricostruzione storica delle indagini e degli scavi al di sotto della basilica di san Pietro e intorno l'altare della Confessione fino al ritrovamento del trofeo di Gaio, della scritta Pet-eni e della custodia in marmo contenente le ossa, poco distante dal così detto "muro rosso".
L'autrice riferisce termini come "giallo", "ricerche misteriose" e "scavi segreti" per cercare anche di demitizzare questi aspetti degli scavi archeologici voluti da Pio XII a partire dalle sacre Grotte per ribassare il pavimento e consentire una degna sepoltura a Pio XI. 
L'autrice fa notare al lettore la vera natura della vicenda che si è svolta tra nomi prestigiosi e non solo: Pio XII, Margherita Guarducci per gli scavi, mons. Kaas SJ, padre Ferrua SJ, e tanti altri. Il testo è voluminoso, e oggettivamente il racconto poteva essere più essenziale, però nel complesso si tratta di un ottimo libro frutto di un incredibile studio di ricerca, scritto bene e che coglie l'interesse del lettore; per questo mi sono appagato delle pagine lette fin tanto che sono state in grado di riportarmi all'atmosfera di quegli anni ed al graduale timore e tremore provato circa l'autenticazione delle reliquie di san Pietro.
 

Il secondo volume, scritto dal grande archeologo Carandini, anche se cerca di affrontare, diligentemente e con metodo, la figura di Pietro, il pescatore di Galilea del I secolo d. C. spesso causa per il lettore credente e versato nelle materie teologiche lo scontro con una realtà, cioè quella dell'autore, storico, che si picca di fare teologia. Il risultato in questi casi non è buono così nel suo testo Su questa pietra: Gesù, Pietro e la nascita della Chiesa l'Autore spesso indugia su questioni dogmatiche imprecise, male interpretate e a volte distorte per la mancanza di termini esatti di riferimento, e questo purtroppo si nota sin dalle pagine iniziali del volume (Premessa e primo capitolo "Le idee teologiche di Gesù", ecc...). A tanta precisione e metodologia storica che il volume offre si affianca quindi un tentativo di riportare le dottrine cristiane chiaramente difficoltoso e sommario. 
Lo storico, secondo me, deve rimanere storico e lasciare al teologo di occuparsi dei Misteri del Regno, con la precisione e la passione che deriva da una fede professata e vissuta all'interno del cristianesimo che fa di san Pietro la "colonna" su cui fondare l'Ecclesia, la comunità viva dei fedeli cristiani.

In ogni caso queste due letture sono servite quasi a caricare l'evento liturgico di ieri fino al suo culmine, quasi sensazionale, del papa che durante la professione del Simbolo Niceno-Costantinopolitano teneva tra le sue mani i resti identificati con il corpo di san Pietro. 

Reliquie dell'Apostolo Pietro

Una commozione inaspettata, vera e profonda nel contemplare i resti mortali di colui che da Cristo stesso è stato perdonato, accolto, redarguito e incaricato delle chiavi del Regno dei cieli.

Vedendo sul reliquiario a cassetta i versetti del Vangelo di Matteo Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam et tibi dabo claves regni caelorum, ascoltando le parole del Credo che in tante occasioni in questo anno della fede abbiamo avuto la grazia di approfondire, ripetere e ricordare gioiosamente ed osservando le umili mani del Successore di Pietro, di papa Francesco che con la testa china contemplava il punto d'inizio del suo ministero, da romano, da credente ho sperimentato la consolazione di Dio che parla tramite i gesti del tutto umani della liturgia e comunica la sua vicinanza ed il suo amore in maniera indefettibile proprio perché eterno. 
Papa Francesco durante il Credo






San Lorenzo nel Palazzo Apostolico

"Oggi la chiesa di Roma celebra il giorno del trionfo di Lorenzo, giorno in cui egli rigettò il mondo del male. Lo calpestò quando...