giovedì 10 agosto 2017

San Lorenzo nel Palazzo Apostolico

"Oggi la chiesa di Roma celebra il giorno del trionfo di Lorenzo, giorno in cui egli rigettò il mondo del male. Lo calpestò quando incrudeliva rabbiosamente contro di lui e lo disprezzò quando lo allettava con le sue lusinghe. In un caso e nell’altro sconfisse satana che gli suscitava contro la persecuzione. San Lorenzo era diacono della chiesa di Roma. Ivi era ministro del sangue di Cristo e là, per il nome di Cristo, versò il suo sangue. Il beato apostolo Giovanni espose chiaramente il mistero della Cena del Signore, dicendo: «Come Cristo ha dato la sua vita per noi, così anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1Gv 3,16). Lorenzo, fratelli, ha compreso tutto questo. L’ha compreso e messo in pratica. E davvero contraccambiò quanto aveva ricevuto in tale mensa. Amò Cristo nella sua vita, lo imitò nella sua morte. Anche noi, fratelli, se davvero amiamo, imitiamo."

Sant'Agostino.



Tra le cerimonie private del Romano Pontefice durante l'anno liturgico, si ricorda che il 10 agosto, finché risiedeva nel palazzo apostolico del Vaticano, il papa scendeva nella Cappella Niccolina del Palazzo, ora all'interno dei Musei Vaticani. La visita era privata e si venerava la reliquia ritenuta la testa di san Lorenzo martire romano. La reliquia si esponeva quindi nella cappellina voluta da Niccolo V e affrescata dal Beato Angelico e dai suoi allievi (come Benozzo Gozzoli).

La reliquia, insieme all'ampolla con il sangue, all'epoca conservata a Viterbo, anticamente appartenevano alle reliquie insigni del Sancta Sanctorum del Patriarchio Lateranense. Il Sancta Sanctorum venne dedicato da san Silvestro a san Lorenzo dopo che Costantino gli aveva dedicato la basilica tiburtina presso il luogo del martirio nel campo Verano. Dal 1523, in occasione del terribile sacco di Roma, Clemente VII Medici fece trasportare le reliquie da san Giovanni alla sacrestia pontificia del Vaticano.

Nel 1860 per volere di Pio IX la testa del santo venne esposta, forse per l'ultima volta, nell'altra grande chiesa di Roma dedicata al martire, san Lorenzo in Damaso. Il ciclo di affreschi della Cappella Niccolina è spettacolare e rappresenta alcuni eventi particolari della "Legenda" del martire Lorenzo. 






cfr. G. MORONI, Dizionario di erudizione storico ecclesiastica
e
G. MARANGONI, Istoria dell'Oratorio di san Lorenzo
cfr. anche: 

1. Il Quattrocento a Roma e la grande rinascita culturale nella città dei papi
2. Il sogno di Niccolò. Alle origini della Biblioteca Apostolica Vaticana, di Antonio Paolucci
3. Le Stanze di Raffaello (Musei Vaticani), di Andrea Lonardo

venerdì 4 agosto 2017

Le vesti dei concelebranti


Dall'ultimo libro edito sulla concelebrazione, Tymister M., La concelebrazione eucaristica. Storia. Questioni teologiche. Rito (BEL.S 182. Liturgica opera prima 13), CLV-Edizioni Liturgiche, Roma 2017, ringraziando il prof. Markus Tymister per le sue spiegazioni, traggo questo frammento teologico ed "estetico".

Si stabilisce che i concelebranti debbano indossare i paramenti sacerdotali del colore della messa. Se ciò non è possibile, ai concelebranti – tranne nelle messe esequiali – si dà il permesso di utilizzare sempre paramenti bianchi, mentre il celebrante principale prende i paramenti del colore della messa (n° 12). In questo punto si avverte uno sviluppo: la seconda istruzione per l’applicazione della costituzione liturgica Tres abhinc annos nel 1967 concedeva ai concelebranti di rinunciare all’uso della casula per ragioni di un certo peso, p. es. quando mancano i paramenti per un numero elevato di concelebranti.[1] Nel 2004 la Congregazione del culto divino restringe nuovamente la concessione ed esorta, nelle situazioni in cui un grande afflusso di concelebranti è prevedibile, di provvedere in merito ai paramenti.[2]

Dal 1967 ad oggi sono mutate le condizioni di produzione dei paramenti. Ad oggi con una spesa ragionevole si possono acquistare vesti dignitose e di numero sufficiente per evitare messe "colorate" in cui tutti vestono il bianco e il celebrante principale mantiene il colore del giorno, quasi che il bianco fosse, e non lo è, un colore neutro che va bene per tutto. Interessante notare che per i funerali (a questo punto anche per le messe funebri di anniversario) non è consentito usare vesti liturgiche di colori differenti. In questo senso la Redemptionis sacramentum del 2004 segna un passaggio importante sulla strada di una maggiore dignità delle nostre celebrazioni.

Nel testo l'Autore prosegue dicendo:


Aggiungiamo che in funzione dell’espressività del linguaggio visivo, vesti liturgiche uguali per tutti i concelebranti sottolineano il concetto di unità. Dall’altra parte non bisogna dimenticare che solo uno è il celebrante principale che rappresenta per la chiesa riunita Cristo come capo del suo corpo mistico. Ciò suggerisce la necessità di una distinzione tra celebrante principale, che non è semplicemente uno tra uguali, e concelebranti. Questa distinzione dovrebbe riflettersi anche nell’uso delle vesti liturgiche. Se tutti portano tutti i paramenti sacerdotali, al celebrante principale spettano dei paramenti più solenni o in altro modo distinti. Il desiderio che tutti i concelebranti indossino tutti i paramenti quas sumere tenentur, cum Missam soli celebrant è probabilmente dovuto all’idea che ciascuno dei concelebranti celebri la messa.

L’importante è anche qui – a parte il ruolo distinto del celebrante principale – l’unità del presbiterio concelebrante. Una distinzione tra concelebranti di ‘prima classe’, cioè rivistiti interamente delle vesti sacerdotali per la messa e di ‘seconda classe’, senza casula o pianeta ma solo con il camice e la stola, non manifesta per niente questa unità. Distinzioni meramente umane tra clero appartenente alla gerarchia della diocesi (canonici, curiali, consultori, ecc.) e presbiteri semplici non dovrebbero trovare posto nella liturgia.
Qui mi sembra opportuno ricordare l'importanza del celebrante principale e la distinzione che ne deriva. Come più volte ho avuto modo di ricordare la distinzione nelle vesti liturgiche del celebrante, come ben illustrato qui dal prof. Tymister, non è erga presbyterum vel episcopum sed propter Christum! Non si riveste il celebrante principale in funzione di una sua importanza nella Chiesa, o meglio non lo si distingue per ragioni del tutto umane, di privilegio o di semplice dignità nella chiesa universale o particolare, il celebrante principale merita onore e distinzione, anche per la preziosità e l'ornato di tutte le vesti liturgiche perché «il celebrante principale […] rappresenta per la chiesa riunita Cristo come capo del suo corpo mistico». Si tratta quindi non di estetismo ma di atto di fede nella persona di Colui che è presente tramite i suoi ministri. E dove la distinzione non c'è o le vesti non sono curate e dignitose per la loro corrispondenza al mistero altissimo che si celebra, non c'è solo sciatteria, menefreghismo e pressapochismo ma anche una defezione nell'atto di fede.

In funzione di questo: 

Il celebrante principale compie tutti i gesti e recita tutte le preghiere se non è stabilito diversamente nel rito. I concelebranti fanno e dicono soltanto ciò che è indicato espressamente nelle rubriche (n° 13 e 14). Il Messale Romano del 1970 poi preciserà che i concelebranti recitino sottovoce le parti comuni delle preghiere affinché si senta chiaramente la voce del celebrante principale. In questo modo il popolo intenderà più facilmente il testo.[3]
Secondo quanto accennato in precedenza, il senso teologico della concelebrazione, come si esprime in un solo presbiterio che concelebra con il suo vescovo, in un’assemblea che partecipa attivamente e con ordine alla sinassi e quando possibile con un solo calice, così anche le vesti liturgiche richiedono una riflessione e una scelta di metodo dalle quali traspaia questo senso. Oltre alle vesti del celebrante principale, di cui abbiamo già detto, i camici, le casule, le stole, e nel caso dei concelebranti vescovi anche le mitre, devono essere confezionate in numero sufficiente in base alle necessità e secondo la stessa foggia (modello, stoffa, tonalità di colore e decorazione) proprio per ribadire a livello visivo e non verbale ciò che la celebrazione eucaristica manifesta e la chiesa chiede che sia visibile. Superficialità stilistiche o estetiche su questo punto manifestano non superiorità ma negligenza.
Non si tratta quindi solo di andare in una bottega di vesti liturgiche, significa inserirsi nel solco grande dell'estetica liturgica, del senso stesso della sartoria liturgica che segue tradizioni, principi guida e idee teologiche ben precise. La scelta per le vesti deve essere, soprattutto oggi in questa società così attenta al visibil parlare, attenta, rigorosa, ponderata ed esteticamente rilevante perché da ciò che si vede si possa capire, come in tutto il culto, ciò che si crede. Lo ricordava anche papa Francesco, nella messa crismale del 28 marzo 2013 dicendo tra le altre cose: 

Le vesti sacre del Sommo Sacerdote sono ricche di simbolismi; uno di essi è quello dei nomi dei figli di Israele impressi sopra le pietre di onice che adornavano le spalle dell’efod dal quale proviene la nostra attuale casula: sei sopra la pietra della spalla destra e sei sopra quella della spalla sinistra (cfr Es 28, 6-14). Anche nel pettorale erano incisi i nomi delle dodici tribù d’Israele (cfr Es 28,21). Ciò significa che il sacerdote celebra caricandosi sulle spalle il popolo a lui affidato e portando i suoi nomi incisi nel cuore. Quando ci rivestiamo con la nostra umile casula può farci bene sentire sopra le spalle e nel cuore il peso e il volto del nostro popolo fedele, dei nostri santi e dei nostri martiri, che in questo tempo sono tanti!.
Dalla bellezza di quanto è liturgico, che non è semplice ornamento e gusto per i drappi, bensì presenza della gloria del nostro Dio che risplende nel suo popolo vivo e confortato

Dalle parole citate ci si rende subito conto che la tanto lodata concelebrazione, nella prassi annuale di una parrocchia o di una diocesi - escluse ovviamente le concelebrazioni papali che sono una questione a parte già affrontata da molti compreso il nostro Autore -  risultano di solito scadenti dal punto di vista del gusto liturgico, cioè del sapere, del sapore che le nostre liturgie trasmettono, e anche dal punto di vista teologico. Paramenti scadenti, sporchi, diversi, di taglio non adatto all'azione sacra che si sta svolgendo sono tutti elementi che fanno della concelebrazione un spettacolo spesso non consono. Inoltre, come si nota nelle celebrazioni che raccolgono un gran numero di sacerdoti e vescovi, vedere distinzioni di casule per "autorità" o esponenti della gerarchia ecclesiastica sottolinea una diminutio per i principi di unità che stanno dietro la concelebrazione (OGMR 199)

Alle parole chiarissime dell'Autore aggiungiamo, in ordine pratico, che nelle concelebrazioni di rito romano, i vescovi hanno quasi del tutto perso l'uso della mitra bianca o simplex (CE n. 60), relegata dal senso comune alla celebrazione dei funerali, mentre è l'elemento delle vesti liturgiche, tra l'altro il più semplice e nobile, che se indossato da tutti i vescovi denota immediatamente un senso di unità e serve da solo a distinguere senza necessità di altro.

Prima del Concilio e poi nuovamente con Giovanni Paolo II, il modello di uniformità era dato dai cardinali, tutti dotati della tradizionale mitra detta della "pigna" per il caratteristico ed esclusivo ornato del damasco di confezione. 


La foggia alta della mitra bianca cardinalizia, da indossare in tutte le celebrazioni papali e nei tempi e riti che la prevedevano (Quaresima e funerali...) ha ceduto il passo alla foggia più bassa, di ispirazione medievale riportata in auge durante il pontificato di Giovanni Paolo II.
Dal pontificato di Benedetto XVI ad oggi invece le mitre cardinalizie hanno seguito,nella confezione, un'altra evoluzione e diversi cambiamenti tanto da creare visivamente una frammentazione nelle concelebrazioni cardinalizie per cui molti esponenti del Collegio Cardinalizio indossano le mitre nuove, qualcuno le mitre più basse del pontificato di Giovanni Paolo e alcuni ancora le mitre più alte in uso prima del Concilio.


Può sembrare un disquisizione banale, ma proprio in questi dettagli si riscontra un deficit di ciò che il Concilio stesso ha determinato e che si ritrova nell'OGMR. 




[1] Sacra Congregatio Rituum, «Instructio altera ad exsecutionem Constitutionis de sacra Liturgia recte ordinandam Tres abhinc annos (4 maii 1967)» 27, AAS 59 (1967) 448: “Accedente tamen gravi causa, v. gr. frequentiore concelebrantium numero et deficientia sacrorum paramentorum, concelebrantes, excepto semper celebrante principali, omittere possunt casulam, numquam vero albam cum stola”.
[2] Congregatio pro Cultu Divino, «Redemptionis sacramentum» 124, 584.
[3] Missale Romanum ex decreto Sacrosancto Oecumenici Concilii Vaticani II instauratum auctoritate Pauli PP. VI promulgatum, Institutio generalis 170, ed. typica, Città del Vaticano 1970, 59-60. La disposizione è di carattere pratico, la problematica, invece, ha una connotazione piuttosto teologica. Per la discussione del problema sottostante rimandiamo al commento al rito della concelebrazione inserito nel messale, vedi sotto cap. 5.2.1.6.3 a p. 173.

mercoledì 19 luglio 2017

La vocazione di san Matteo

Non sono uno storico dell'arte e non sono un'esperto. Quindi da non addetto ai lavori mi accosto a un dipinto complesso e sudiatissimo senza la pretesa di voler dire qualcosa di nuovo ma semplcemente volendo condividere impressioni su un'opera d'arte geniale ed eloquente come la Vocazione di san Matteo in san Luigi dei Francesi a Roma.

Caravaggio come tanti altri pittori aveva un fremito di fede e lavorava anche su indicazioni di teologi o religiosi. Indicazioni che vanno intuite per comprendere sia l'allogaggio che la stessa natura "teologica" dell'opera in esame. Si tratta di un principio minimo del rapproto tra arte e religione e tra arte e Cattolicesimo in particolare. Senza conoscere nel dettaglio le pieghe della dottrina, del simbolismo e dell'immaginario religioso e cattolico, in particolare, l'opera d'arte "sacra" rimane bella, affascinante ma spesso muta sulla sue reale essenza. Credo quindi si debbe aprtire dal considerare Caravaggio un pittore che non poteva non conoscere le grandi regole dell'iconografia agiografica. 

Allora partiamo da qui. 

Don Andrea Lonardo, parlando con maestria della vocazione di san Matteo in una nota (la n. 8) sull'identificazione del personaggio afferma: 

Recentemente è stata riaperta da alcuni critici una discussione sull’ipotesi che nella mente del Caravaggio Matteo possa essere la persona che non ha ancora levato il capo e che, di conseguenza, il Merisi abbia voluto rappresentare l’attimo immediatamente precedente alla percezione della chiamata (cfr. su questo Caravaggio. Dov'è Matteo? Un caso critico nella Vocazione di San Luigi dei Francesi, M. Cecchetti (a cura di), Milano, Medusa Edizioni, 2012, con testi di A. Prater, H. Kretschmer, A. Hass , H. Röttgen, I. Lavin). Quali che siano le conclusioni che ne verranno tratte – la maggioranza degli autori, unitamente allo scrivente, resta comunque convinta che Levi/Matteo sia la figura che si indica con la mano mentre guarda al Cristo, altrimenti tale personaggio non avrebbe senso nell’iconografia dell’opera – il dibattito ha permesso di sottolineare ancor più la peculiarità della vocazione di Matteo.

Quindi gli studiosi si arrovellano il cervello per farci capire chi è il "chiamato" nel quadro. In tanti pensano, come l'autore citato, che l'apostolo ed evangelista sia l'anziano con la mano in gesto indicativo e che guarda verso il Cristo. Tenendo presente che solo Caravaggio sa cosa ha voluto dipingere e che l'anziano seduto al tavolo, che guarda il Signore e ha la mano quasi a indicare se stesso è differente dal san Matteo della pala d'altare (quindi una non identità tra i due sembrerebbe strana?), io ritengo che Matteo sia invece il ragazzo che sta contando i soldi.

Un dipinto di Caravaggio oltre a imprimersi nel cervello e nell'immaginario per la straordinaria bellezza tecnica e pittorica è sempre un'opera enigmatica, da decodificare, per quanto possibile. Non è quindi un'opera di facile intuizione o di banali conclusioni. Allora credo che asserire l'identificazione di Levi/Matteo con l'anziano che guarda il Cristo, perché sembra che si stia indicando, mi smebra una conclusione troppo frettolosa tenendo presente che siamo davanti a un dipinto del Merisi. Sul fatto poi che altrimenti il personaggio non avrebbe senso, evidentemente gli altri personaggi nel quadro non rivestono più senso di lui.

Spesso, spiegando questo quadro in classe e parlando con gli alunni, ho cercato di condurre i miei interlocutori a considerare l'altra ipotesi, ovvero identificare Matteo con il ragazzo impegnato con i soldi.

1. Nell'iconografia la vocazione di san Matteo certamente ha la sua raffigurazione più famosa in Caravaggio quindi è difficile fare il paragone con altre composizioni. Io mi riferisco solo a due immagini, per certi versi contraddittorie ma con un elemento in comune. La prima è di Pietro di Miniato, Incoronazione della Vergine, 1412-13 che presenta tra gli altri un particolare con la vocazione di San Matteo. L'apostolo è in rosso con canizie e aureola e si vede il banco delle imposte. 



2. L'altro esempio è la vocazione di san Matteo evangelista di Caracciolo Giovanni Battista. L'autore poco più giovane di Caravaggio, di scuola caravaggesca con l'aprodo del Merisi a Napoli nel 1606, è stato uno dei più talentuosi allievi nell'applicare le tecniche pittoriche del maestro, e non solo. Il Battistello dipinge una scena forse ancor più complicata di quella di Caravaggio e nessuna aureola ci aiuta a capire chi sia veramente l'apostolo chiamato. Ma anche qui troviamo il tavolo delle imposte.


3. Incedere affascinati nella navata centrale dell'Arcibasilica cattedrale di san Giovanni in Laterano ci permette di ammirare le dodici statue degli apostoli. A noi interessa quella di Camillo Rusconi (1658-1728), alla scuola di allievi di Bernini (Ercole Ferrata, Algardi e Duquensnoy). Al di là della perfezione tecnica dell'artista e della resa stupenda dei santi che ha rappresentato, ci interessa notare che Rusconi per san Matteo sceglie un volto michelangiolesco, anche questo anziano sì, ma come per gli altri apostoli scolpiti, come per gli altri rappresentati in navata, ha scelto un elemento identificativo, un segno distintivo iconografico "tipico"; rimanendo sui "suoi" apostoli come per sant'Andrea c'è la croce decussata, per san Giovanni l'aquila e il bordone (bastone del pellegrino) per lo stupendo san Giacomo, per san Matteo sceglie un sacco di monete rovesciate.

Camillo Rusconi, San Matteo. Arcibasilica Papale di san Giovanni in Laterano
Camillo Rusconi, San Matteo. Arcibasilica Papale di san Giovanni in Laterano. Particolare delle monete
 4. Nell'esempio di Pietro di Miniato, l'apostolo è canuto ma si riconosce con l'aureola ed è presente il banco delle imposte. Nel Battistello c'è un ragazzo che conta distrattamente delle monete sul banco delle imposte; in Rusconi il santo è canuto e ha il piede su un sacco aperto e pieno di monete.

5. Le monete, alla stregua di altri simboli per i santi, caratterizzano la figura stessa dell'apostolo, in quanto esattore delle tasse. Sappiamo che i sacerdoti dell'antico tempio, per rispettare il primo comandamento, vietavano al popolo ebraico di maneggiare le monete romane che portavano l'immagine dell'imperatore. Matteo è coluui che alla chiamata del Cristo si alza e lo segue (Marco 2,14). Ricordiamo che i pubblicani erano inoltre accusati di essere peccatori pubblici. Matteo il pubblicano è stato definito patrono di banchieri, bancari, doganieri, guardie di finanza, cambiavalute, ragionieri, contabili ed esattori. Quindi un'iconografia strettamente legata al segno delle monete.

Tenendo presente che si tratta solo di scambiare vedute su una questione aperta e non di asserire verità assolute, seguendo la linea degli studiosi e dei critici che vedono nel giovane intento a contare i soldi il giovane apostolo Matteo,  riteniamo in funzione dei punti descritti e in particolare dell'attributo iconografico delle monete o della borsa di monete come in Rusconi, che nella Vocazione di san Matteo del Caravaggio, il ragazzo che conta i denari sia l'apostolo. 

Un grazie a Don Andrea Lonardo per il suo lavoro e per la possibilità di confrontarsi su queste opere meravigliose!





giovedì 29 giugno 2017

Alcuni dettagli sulla festa dei santi Apostoli Pietro e Paolo


Tra le feste di origine romana si deve ricordare in particolar modo la venerazione annuale dei santi apostoli Pietro e Paolo.
Il celebre Cronografo filocaliano, una Depositio martyrum composta a Roma intorno al 336 è la testimonianza per due feste tipicamente romane, [1] il Natale e la festa dei santi apostoli Pietro e Paolo. La prima testimonianza della festa degli apostoli risale quindi al IV secolo. Dice la Depositio «III Kal. Iul. Petri in catacumbas et Pauli Ostiense, Tusco et Basso consulibus» cioè 29 giugno, festa di Pietro nelle catacombe [san Sebastiano] e Paolo sulla via Ostiense sotto i consoli Tusco e Basso. Questa notizia della Depositio è l’unica ad essere arricchita dall’indicazione temporale data dai nomi dei consoli sotto i quali avvenne la festa nel III secolo (258). Nonostante gli studi e le discussioni su questo dettaglio storico e sul perché sia presente nella Depositio martyrum, fermiamo l’attenzione sul fatto che se questa data è stata segnata sicuramente essa è legata a qualche avvenimento decisivo per poter essere così segnata sul calendario festivo della Chiesa di Roma che per la prima volta cita e ricorda i due apostoli insieme. A partire dal Sacramentario Veronese, in cui sono una ventina i formulari dedicati agli Apostoli, diventa usanza tipicamente romana dire Apostoli per riferirsi ai due patroni della città.[2] Anche il Liber Pontificalis edito da Duchesne e Vogel[3] ricorda il culto degli Apostoli ad catacumbas e che i loro corpi fossero nel mausoleo sulla via Appia e che per volere di papa Cornelio (251-253) dalle catacombe furono traslati nei rispettivi “trofei” di Gaio in Vaticano[4] e sulla via Ostiense.[5] Il Liber Pontificalis ricorda che durante il pontificato di papa Damaso gli Apostoli erano ricordati nei loro luoghi rispettivi. Nel V secolo il Martirologio Geronimiano ha un’egloga che ricorda la festa dei due apostoli nelle rispettive basiliche sempre al 29 giugno, Romae, via Aurelia, natale sanctorum apostolorum Petri et Pauli, Petri in Vaticano, Pauli via Ostiensi, utriusque in catacumbas, passi sub Nerone, Basso et Tusco consulibus.[6]

Per la storia dettagliata della controversa vicenda del culto degli apostoli rimandiamo a H. Brandenburg, Le prime chiese di Roma IV-VII secolo. L'inizio dell'architettura ecclesiastica occidentale (Monumenta vaticana selecta) Jaca Book-Musei Vaticani, Milano-Città del Vaticano 2013, 65-71.
Brevemente ricordiamo che il culto degli apostoli è segnato nell’Urbe in tre luoghi distinti e significativi, segno dell’importanza del culto loro tributato e delle crescenti tradizioni in loro onore. Innanzi tutto la memoria apostolorum è il titolo di tre basiliche che testimoniano tre tappe del culto degli apostoli Pietro e Paolo a Roma:

-      La basilica sull’Appia, poi di san Sebastiano
-      Il titulus apostolorum o titulus Eudoxiae, poi di san Pietro in Vincoli,
-      La basilica apostolorum, dopo i restauri del Rinascimento conosciuta come la basilica dei santi XII apostoli.

La Basilica apostolorum sulla via Appia

Prima che le basiliche costantiniane venissero erette a perpetua venerazione dei santi che con il sangue avevano bagnato il suolo di Roma e reso fecondo di nuovi cristiani e che ne custodiscono le preziose reliquie, il culto degli apostoli ha subito diverse mutazioni. Con l’incalzare delle persecuzioni di Decio (249-251) e di Valeriano (253-260) e la proibizione di quest’ultimo di celebrare il culto dei morti e di fare banchetti funebri e quindi con la proibizione di accedere alle tombe sotterranee i cristiani, ma anche i pagani per cui il culto dei morti era importante, si ritrovano impossibilitati a ricordare i propri defunti e i martiri della fede. Ma essendo i morti intoccabili e ricoperti di sacralità, comunque le loro tombe erano al sicuro perché non esisteva il pensiero della loro profanazione. La notizia dell’arresto e dell’uccisione di papa Sisto II, dei suoi diaconi e di numerosi fedeli durante le commemorazioni funebri nelle catacombe di Callisto e l’inaccessibilità alle tombe di Pietro e Paolo nei loro martyria spingono la comunità di Roma a prelevare i corpi santi (profanazione?) e portarli in un altro luogo comune, sempre fuori del pomerio, e raggiungibile in tranquillità (un altro luogo interdetto?). Il perché della memoria degli apostoli al secondo miglio della via Appia sembra risiedere negli Atti degli Apostoli apocrifi e nella tradizione comune che da vivi avessero risieduto in quelle zone, così come conferma anche un’iscrizione di papa Damaso che recita «hic habitasse prius sanctos conoscere debes».[7] Lo scavo archeologico sotto l’attuale basilica di san Sebastiano ha rivelato la modesta memoria con cortile, fontana e due piccoli porticati con panche. Il muro interno più grande del portico presenta un affresco di un giardino e sono riconoscibili circa seicento iscrizioni (in greco e latino) che invocano i santi apostoli e ricordano i refrigeria. La memoria è situata tra diverse costruzioni preesistenti tra cui un mausoleo pagano che conteneva quattro sarcofagi di cui uno decorato (Ganimede e l’aquila di Giove). Queste costruzioni permettono di risalire alla data della memoria che si sarebbe sviluppato tra il 239 e il 260, data che riporta all’indicazione del 258 presente nella Depositio martyrum filocaliana. La basilica fu costruita da Costantino nei primi anni del suo regno. Essa è costruita in opus listatum la stessa tecnica che si ritrova nelle costruzioni di Massenzio (palazzo e circo) che si trovano dall’altra parte della via Appia. Costantino dopo la vittoria a ponte Milvio e la morte di Massenzio avrebbe usufruito del cantiere già in loco e delle maestranze. Inoltre questi cantieri erano su terreni imperiali di cui venne quindi in possesso Costantino. La sua nuova basilica, orientata con la facciata a est, inglobò la memoria apostolorum e i mausolei ed edifici attigui, ricordiamo ancora pagani, per la costruzione di un nuovo tempio ancora riconoscibile nelle sue proporzioni nonostante i rifacimenti barocchi voluti da Scipione Borghese nel 1608. Ricorda il Righetti[8] che ancora diversi studiosi negano che i corpi degli apostoli siano stati uniti nella basilica apostolorum. Dato l’interdetto imperiale e la venerazione pagana per i defunti le tombe, seppur di due condannati dall’impero, erano al sicuro. La loro traslazione, cioè l’apertura dei loro sepolcri per prendere i corpi santi dai martyria vaticano e ostiense e portarli, lontano dagli occhi dell’imperatore, in un altro mausoleo per il culto e i refrigeria, vicino ad altri mausolei pagani, in terreno di proprietà imperiale sembra essere in contrasto sia con la mentalità pagana che con quella cristiana. Dato per vero che i corpi degli apostoli non siano mai stati deposti ad catacumbas rimane da spiegare perché le fonti ne parlano, perché il popolo vi si recasse per i refrigeria (vedi le iscrizioni latine sulle pareti del triclia della memoria)[9] e perché Costantino abbia scelto di costruirvi sopra una nuova basilica (una committenza imperiale certamente onerosa).  Con la costruzione delle Basilica costantiniana di san Pietro e della Basilica Ostiense, finalmente nel V secolo cessò la commemorazione ad catacumbas  e gli apostoli cominciano a essere celebrati e invocati separatamente nelle rispettive basiliche.[10] Ne è testimone il Sacramentario di Padova che, a differenza del Ve e del GeV, assegna la vigilia per i santi apostoli e poi assegna un formulario per san Pietro III kalendas iulii (sezione CXXIIII, nn. 543-547) e uno per san Paolo Pridie kalendas Iulii (sezione CXXV, nn. 548-550).


Titulus apostolorum o titulus Eudoxiae

Il culto dei santi diventa anche urbano con reliquie particolari che ne ricordano il martirio, per esempio le catene di Pietro e Paolo. Tra le costruzioni imperiali occupa un posto di rilievo la basilica di san Pietro in Vincoli. L’attuale edificio si trova in quello che era il centro amministrativo dell’impero e vicino al popoloso quartiere della Suburra. Per la storia dell’edificio[11] ricordiamo che a partire dalla dedica agli apostoli di Sisto III (432-440), presente in una trascrizione medievale in controfacciata,

       Haec Petri Paulique simul nunc  nomine signo
Xixtus apostolicae sedis honore fruens.
Unum, quaeso, pares unum duo sumite munus
Unus honor celebret, quos habet una fides

si riconoscono sotto i restauri rinascimentali e barocchi, il nucleo della basilica sistina e le vestigia di un antico edificio del IV secolo ancora visibile nella controfacciata (piano del finestrato e cinque oblò), dentro il timpano esterno e sulle mura laterali (undici di quattordici finestre murate). Questo antico edificio sfrutta costruzioni preesistenti di età imperiale. Inoltre sotto Sisto III è il presbitero Filippo che si occupa del cantiere della costruzione della nuova basilica. Egli firmando gli atti del Concilio di Efeso risulta come presbyter ecclesiae apostolorum. Il titulus apostolorum emerge anche dagli atti firmati del sinodo romano del 499. Anche in un sinodo del 595 la chiesa è nominata titulus sanctorum apostolorum o semplicemente titulus apostolorum. In una lettera di san Gregorio Magno la chiesa è indicata con il riferimento alla sua fondazione imperiale con titulus Eudoxiae dal nome della figlia di Teodosio II e moglie di Valentiniano III. Per dimensione e posizione la chiesa si sarebbe distinta nel IV secolo proprio come fondazione imperiale coeva agli interventi di Galla Placidia in san Paolo e di Valentiniano III al Laterano e in san Paolo. Almeno fino al VI secolo il titolo della basilica rimane quello degli apostoli anche se già si fa strada, in funzione delle insigni reliquie delle catene di Pietro, già testimoniate nella basilica sistina e nella basilica eudossiana precedente, il nuovo nome di basilica ad vincula sancti Petri. In funzione di questo la basilica gradualmente passera ad essere riferita al solo Pietro[12] anche se, sia la basilica eudossiana del IV sec., sia quella sistina del V sec. abbiano mantenuto la stessa dedica ai due corifei degli apostoli.
La basilica dei santi XII apostoli

Tra le fondazioni papali si trova la basilica costruita sui resti della basilica Iulii iuxta forum Traiani.[13] La basilica è quella iniziata da papa Pelagio I (556-561) e finita da Giovanni III (561-574) in seguito alla distruzione nel 410 con il sacco di Roma di Alarico, della precedente basilica papale che custodisce la memoria degli apostoli Filippo e Giacomo. Come per la precedente costruzione, anche per l’edificio papale sono indicative le firme degli atti sinodali o conciliari dei presbiteri titolari. Dopo il VI sec. essa appare nominata con il titolo dei XII apostoli, segno ormai chiaro dell’affermarsi dell’antico culto cumulativo degli apostoli come testimoniato dal Sacramentarium Veronese che pone un formulario per gli apostoli (sezione XXVIII, nn. 377-379) o come si trova nel Sacramentarium Gelasianum vetus (sezione XXXVI in octabas apostolorum. Pridie nonas Iulias nn. 946-949). Nel Medioevo, come testimonia uno scritto di Adriano I a Carlo Magno era detta semplicemente basilica apostolorum. 




[1] P. Jounel, Le culte des saints dans les basiliques du Latran et du Vatican au XIIe siècle, Ecole Française, Rome 1977.

[2] V. Saxer, Le culte des apôtres Pierre et Paul dans les plus vieux formulaires romains de la messe du 29 juin. Recherches sur la thématique des sections XV-XVI du sacramentaire Léonien ("Studi di antichità cristiana" 28), Pontificio Istituto Archeologia Cristiana, Città del Vaticano 1969.

[3] Le Liber Pontificalis. Texte, introduction et commentaire, 3 voll., edd. L. Duchesne-C. Vogel, E. de Boccard, Paris 1955-1957.

[4]Una modesta sepoltura sulla quale, cent’anni dopo il martirio dell’Apostolo, fu costruita una piccola edicola funeraria ricordata dal presbitero Gaio alla fine del II secolo, come riferisce puntualmente lo storico Eusebio di Cesarea (Storia Ecclesiastica, 2, 25, 6-7). Quell’edicola, generalmente chiamata “Trofeo di Gaio”, indicò ai primi cristiani la tomba di Pietro che già prima di Costantino fu meta di devoti pellegrinaggi, testimoniati dai numerosi graffiti latini tracciati su una parete intonacata e dipinta di un ambiente destinato al culto in prossimità dell’edicola (“muro G”). In particolare su un piccolo frammento di intonaco (cm 3,2 x 5,8), proveniente dal cosiddetto “muro rosso” sul quale si addossò l’edicola, vennero incise le seguenti lettere greche: PETR[...] ENI[...]. Il graffito è stato interpretato con la frase “Pétr[os] enì” (= Pietro è qui), oppure, sempre nella prospettiva della presenza di Pietro, con un’invocazione a lui rivolta: “Pétr[os] en i[réne]” (= Pietro in pace). Il “Trofeo di Gaio”, che sopravvive nella “nicchia dei Palli” all’interno della Confessione Vaticana, fu racchiuso dall’imperatore Costantino in una teca marmorea ricordata da Eusebio di Cesarea come “uno splendido sepolcro davanti alla città, un sepolcro al quale accorrono, come ad un grande santuario e tempio di Dio, innumerevoli schiere da ogni parte dell’impero romano” (Teofania, 47). Sul monumento-sepolcro di Costantino si edificarono in seguito, con significativa continuità, l’altare di Gregorio Magno (590-604), l’altare di Callisto II (1123) e infine, nel 1594, l’altare di Clemente VIII, successivamente coperto dal baldacchino del Bernini sotto la grandiosa cupola michelangiolesca”, cfr. http://www.vatican.va/various/basiliche/san_pietro/it/necropoli/tomba.htm.
[5]A 1,37 m. sotto l’attuale Altare Papale, una lastra di marmo (2,12 m. x 1,27 m.) porta l’iscrizione PAULO APOSTOLO MART. Essa è composta da diversi pezzi. Quello che porta il nome PAULO è munito di tre orifizi, uno rotondo e due quadrati. L’orifizio rotondo, che non altera l’iscrizione, è senza dubbio contemporaneo; esso è raccordato ad una piccola conduttura collegata alla tomba e ricorda l’uso romano, in seguito cristiano, di versare dei profumi nelle tombe. Questa lastra del IV - V secolo è verosimilmente testimone di un culto anteriore alla grande costruzione del 386. È sopra un sarcofago massiccio di 2,55 m. di lunghezza per 1,25 m. di larghezza e 0,97 m. di altezza che furono elevati gli “Altari della Confessione” successivi. Nel corso di recenti lavori è stata praticata una larga finestra sotto l’Altare Papale, per permettere ai fedeli di poter vedere la Tomba dell’Apostolo”, http://www.vatican.va/various/basiliche/san_paolo/it/basilica/tomba.htm
[6] Un culto degli apostoli qui distinto in tre stazioni liturgiche, cfr. M. Righetti, Manuale di storia liturgica 2. L’anno liturgico. Il Breviario, Ancora, Milano 2005, 451 e in particolare 452-460.
[7] Devi sapere che un tempo qui vissero i santi, cfr. H. Brandenburg, Le prime chiese di Roma IV-VII secolo. L'inizio dell'architettura ecclesiastica occidentale (Monumenta vaticana selecta) Jaca Book-Musei Vaticani, Milano-Città del Vaticano 2013, 69.
[8] Righetti, Manuale di storia liturgica 2, 459.
[9] Ibid.
[10] A. Chavasse, «Les fétes de St-Pierre et St-Paul au VIIe-VIIIe siècles», EL 74 (1960) 166-167.
[11] Brandenburg, Le prime chiese di Roma, 207-211.
[12] Il Sacramentario Gregoriano di Padova ha la messa per san Pietro ad vincula, sezione CXXVIII II nonas Iulii in octava apostolorum ad vincula, nn. 557-560. Lo stesso vale per il Sacramentario Gregoriano Adrianeo che riporta la distinzione delle messe (sezione 129 III kalendas Iulias id est XXVIIII die mensis Iunii natale sancti Petri, nn. 594-603; sezione 130 Pridie kalendas Iulias id est XXX die mensis Iunii natale sancti Pauli) e la messa nella basilica sistina (sezione 131 In octabas apostolorum ad sanctum Petrum, nn. 607-609).
[13] Brandenburg, Le prime chiese di Roma, 233.

domenica 16 aprile 2017

Il Signore è veramente risorto!!!

Sono risorto, e sono sempre con te;
tu hai posto su di me la tua mano,
è stupenda per me la tua saggezza. Alleluia. (Cfr Sal 139,18.5-6)

Da Oriente a Occidente una sola voce ha proclamato la salvezza, il Cristo è risorto!!! Auguri a tutti voi lettori di questo blog! Buona Pasqua di Risurrezione!

«Se qualcuno è pio e ama il Signore, goda di questa lieta e luminosa festa! Ogni servitore fedele entri giubilo nel gaudio del suo Signore. Chi ha faticato digiunando, riceva ora la sua ricompensa. Chi ha lavorato fin dalla prima ora, riceva oggi il suo giusto salario; chi è arrivato dopo la terza, sia lieto nel rendere grazie; chi è giunto dopo la sesta, non esiti affatto: non riceverà alcun danno; chi si è attardato fino alla nona, venga avanti, non tema; chi è arrivato solamente all'undecima, non si rattristi per il ritardo, il Padrone infatti è generoso: accoglie l'ultimo casi come il primo; concede il riposo a quello dell'undecima ora come all'operaio che ha lavorato sin dalla prima ora; ha pietà dell'ultimo e ricompensa il primo; a questi da e a quelli regala. Accetta le opere e loda l'intenzione; apprezza l'azione e loda il buon proposito.
Orsù dunque, entrate tutti nella gioia del nostro Signore: primi ed ultimi, ricevete la ricompensa; ricchi e poveri, danzate insieme; temperanti e spensierati, onorate questo giorno: abbiate o no digiunato, oggi rallegratevi di questo giorno! La mensa è ricolma, gustatene tutti a sazietà; il vitello è abbondante, nessuno si alzi affamato. Tutti prendete parte al banchetto della fede. Godete tutti della ricchezza della bontà. Nessuno si lamenti della miseria: si è manifestato infatti Il comune Regno.
Nessuno pianga per i suoi peccati: il perdono si è levato dal sepolcro. Nessuno tema la morte: ci ha infatti liberati la morte del Salvatore; l'ha distrutta mentre era stretta da essa. Ha punito l'inferno Colui che è disceso negli inferi; l'ha amareggiato perché aveva toccato la sua carne. Isaia l'aveva previsto quando gridava: «l'Inferno fu amareggiato quando s'incontrò con te negli abissi». Fu amareggiato perché fu distrutto, fu amareggiato perché fu Ingannato, fu amareggiato perché fu incatenato. Ha preso un corpo e si è trovato innanzi un Dio, ha preso della terra e ha incontrato il cielo, ha preso il visibile e si è imbattuto nell'invisibile.
Dov'è o morte il tuo pungolo? Dov'è inferno la tua vittoria? Cristo è risorto e tu sei precipitato. Cristo è risorto e i demoni sono caduti. Cristo è risorto e gli Angeli si rallegrano. Cristo è risorto ed è sorta la città della vita. Cristo è risorto e nessun morto resta nel sepolcro. Cristo infatti, resuscitando dai morti, è diventato primizia di coloro che dormono nei sepolcri.

A lui sia gloria e potenza nei secoli dei secoli. Amìn».

Da un'omelia di san Giovanni Crisostomo

Cristo è risorto dai morti, 
con la morte ha distrutto la morte, 
dando in grazia la vita 
a coloro che giacevano nei sepolcri.

Χριστὸς ἀνέστη ἐκ νεκρῶν, 
θανάτω θάνατον πατήσας, 
καὶ τοὶς ἐν τοῖς μνήμασι, 
ζωὴν χαρισάμενος.



Dalle "Lettere" di sant’Agostino, vescovo (Ep. 55, 1, 2-2, 3; 3, 5)


Da morte a vita


«Noi celebriamo la Pasqua in modo che non solo rievochiamo il ricordo d'un fatto avvenuto, cioè la morte e la risurrezione di Cristo, ma lo facciamo senza tralasciare nessuno degli altri elementi che attestano il rapporto ch'essi hanno col Cristo, ossia il significato dei riti sacri celebrati. In realtà, come dice l'Apostolo: Cristo morì a causa dei nostri peccati e risorse per la nostra giustificazione (Rom 4, 25) e pertanto nella passione e risurrezione del Signore è insito il significato spirituale del passaggio dalla morte alla vita. La stessa parola Pascha non è greca, come si crede comunemente, ma ebraica, come affermano quelli che conoscono le due lingue; insomma il termine non deriva da passione, ossia sofferenza, per il fatto che in greco  si dice patire, ma dal fatto che si passa, come ho detto, dalla morte alla vita, com'è indicato dalla parola ebraica: in questa lingua infatti passaggio si dice Pascha, come affermano i dotti.

A cos'altro volle accennare lo stesso Signore col dire: Chi crede in me, passerà dalla morte alla vita (Gv 5, 24). Si comprende allora che il medesimo evangelista volle esprimere ciò specialmente quando, parlando del Signore che si apprestava a celebrare la Pasqua coi discepoli, dice: Avendo Gesù visto ch'era giunta l'ora di passare da questo mondo al Padre etc. (Io 13, 1). Nella passione e risurrezione del Signore vien messo dunque in risalto il passaggio dalla presente vita mortale a quella immortale, ossia il passaggio dalla morte alla vita.

Presentemente noi compiamo questo passaggio per mezzo della fede, che ci ottiene il perdono dei peccati e la speranza della vita eterna, se amiamo Dio e il prossimo, in quanto la fede opera in virtù della carità (Gal 5, 1) e il giusto vive mediante la fede (Hab 2, 4). Ma vedere ciò che si spera, non è sperare: ciò che infatti si vede, perché sperarlo? Se invece speriamo ciò che non vediamo, lo aspettiamo con paziente attesa (Rom 8, 24). In conformità a questa fede, speranza e carità, con cui abbiamo cominciato a vivere nella grazia, già siamo morti insieme con Cristo e col battesimo siamo sepolti con lui nella morte (2 Tim 2, 12; Rom 6, 4), come dice l’Apostolo: Poiché il nostro uomo vecchio fu crocifisso con lui (Rom 6, 6); e siamo risorti con lui, poiché ci risuscitò insieme con lui, e ci fece sedere nei cieli insieme con lui (Eph 2, 6). Ecco perché l'Apostolo ci esorta: Pensate alle cose di lassù, non alle cose terrene (Col 3, 1, 2). Ma poi soggiunge dicendo: Poiché voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando Cristo, vostra vita, comparirà, allora voi apparirete con lui vestiti di gloria (Col 3, 3); con ciò c'indica chiaramente che vuol farci capire come adesso il nostro passaggio dalla morte alla vita (che avviene in virtù della fede) si compie mediante la speranza della futura risurrezione e della gloria finale, quando cioè questo elemento corruttibile, ossia questo corpo in cui ora gemiamo, si rivestirà dell'immortalità (1 Cor 15, 33).

Il rinnovamento della nostra vita è pertanto il passaggio dalla morte alla vita, che s'inizia in virtù della fede, affinché nella speranza siamo contenti e nella sofferenza siamo pazienti, benché il nostro uomo esteriore si vada disfacendo mentre quello interiore si rinnova di giorno in giorno (2 Cor 4, 16). Proprio in vista della nuova vita e dell'uomo nuovo di cui ci si comanda di rivestirci (Col 3, 9 s.). Spogliandoci di quello vecchio, purificandoci dal vecchio fermento per essere una pasta nuova, essendo già stato immolato Cristo, nostra Pasqua (1 Cor 5, 7), proprio in vista di questo rinnovamento della vita è stato stabilito per questa celebrazione il primo mese dell'anno, che perciò si chiama il mese dei nuovi raccolti (Ex 23, 15). Inoltre poiché nel volgere dei secoli è adesso apparsa la terza epoca, la risurrezione del Signore è avvenuta dopo tre giorni. La prima epoca infatti è quella anteriore alla Legge, la seconda quella della Legge, la terza quella della Grazia, in cui si rivela il piano misterioso di Dio prima nascosto nell'oscurità delle profezie. Ciò è dunque indicato pure dal numero dei giorni d'ogni fase lunare poiché nelle Scritture il numero sette suol essere simbolo di una certa perfezione e perciò la Pasqua si celebra la terza settimana della luna cioè nel giorno che cade tra il quattordici e il ventuno del mese».

Questo è il giorno che ha fatto il Signore, rallegriamoci ed esultiamo!

Haec dies quam fecit Dominus, exsultemus et laetemur in ea! Alleluia, Alleluia!!!


Etimasia dell'abside della basilica papale di San Paolo fuori le mura

San Lorenzo nel Palazzo Apostolico

"Oggi la chiesa di Roma celebra il giorno del trionfo di Lorenzo, giorno in cui egli rigettò il mondo del male. Lo calpestò quando...