mercoledì 19 luglio 2017

La vocazione di san Matteo

Non sono uno storico dell'arte e non sono un'esperto. Quindi da non addetto ai lavori mi accosto a un dipinto complesso e sudiatissimo senza la pretesa di voler dire qualcosa di nuovo ma semplcemente volendo condividere impressioni su un'opera d'arte geniale ed eloquente come la Vocazione di san Matteo in san Luigi dei Francesi a Roma.

Caravaggio come tanti altri pittori aveva un fremito di fede e lavorava anche su indicazioni di teologi o religiosi. Indicazioni che vanno intuite per comprendere sia l'allogaggio che la stessa natura "teologica" dell'opera in esame. Si tratta di un principio minimo del rapproto tra arte e religione e tra arte e Cattolicesimo in particolare. Senza conoscere nel dettaglio le pieghe della dottrina, del simbolismo e dell'immaginario religioso e cattolico, in particolare, l'opera d'arte "sacra" rimane bella, affascinante ma spesso muta sulla sue reale essenza. Credo quindi si debbe aprtire dal considerare Caravaggio un pittore che non poteva non conoscere le grandi regole dell'iconografia agiografica. 

Allora partiamo da qui. 

Don Andrea Lonardo, parlando con maestria della vocazione di san Matteo in una nota (la n. 8) sull'identificazione del personaggio afferma: 

Recentemente è stata riaperta da alcuni critici una discussione sull’ipotesi che nella mente del Caravaggio Matteo possa essere la persona che non ha ancora levato il capo e che, di conseguenza, il Merisi abbia voluto rappresentare l’attimo immediatamente precedente alla percezione della chiamata (cfr. su questo Caravaggio. Dov'è Matteo? Un caso critico nella Vocazione di San Luigi dei Francesi, M. Cecchetti (a cura di), Milano, Medusa Edizioni, 2012, con testi di A. Prater, H. Kretschmer, A. Hass , H. Röttgen, I. Lavin). Quali che siano le conclusioni che ne verranno tratte – la maggioranza degli autori, unitamente allo scrivente, resta comunque convinta che Levi/Matteo sia la figura che si indica con la mano mentre guarda al Cristo, altrimenti tale personaggio non avrebbe senso nell’iconografia dell’opera – il dibattito ha permesso di sottolineare ancor più la peculiarità della vocazione di Matteo.

Quindi gli studiosi si arrovellano il cervello per farci capire chi è il "chiamato" nel quadro. In tanti pensano, come l'autore citato, che l'apostolo ed evangelista sia l'anziano con la mano in gesto indicativo e che guarda verso il Cristo. Tenendo presente che solo Caravaggio sa cosa ha voluto dipingere e che l'anziano seduto al tavolo, che guarda il Signore e ha la mano quasi a indicare se stesso è differente dal san Matteo della pala d'altare (quindi una non identità tra i due sembrerebbe strana?), io ritengo che Matteo sia invece il ragazzo che sta contando i soldi.

Un dipinto di Caravaggio oltre a imprimersi nel cervello e nell'immaginario per la straordinaria bellezza tecnica e pittorica è sempre un'opera enigmatica, da decodificare, per quanto possibile. Non è quindi un'opera di facile intuizione o di banali conclusioni. Allora credo che asserire l'identificazione di Levi/Matteo con l'anziano che guarda il Cristo, perché sembra che si stia indicando, mi smebra una conclusione troppo frettolosa tenendo presente che siamo davanti a un dipinto del Merisi. Sul fatto poi che altrimenti il personaggio non avrebbe senso, evidentemente gli altri personaggi nel quadro non rivestono più senso di lui.

Spesso, spiegando questo quadro in classe e parlando con gli alunni, ho cercato di condurre i miei interlocutori a considerare l'altra ipotesi, ovvero identificare Matteo con il ragazzo impegnato con i soldi.

1. Nell'iconografia la vocazione di san Matteo certamente ha la sua raffigurazione più famosa in Caravaggio quindi è difficile fare il paragone con altre composizioni. Io mi riferisco solo a due immagini, per certi versi contraddittorie ma con un elemento in comune. La prima è di Pietro di Miniato, Incoronazione della Vergine, 1412-13 che presenta tra gli altri un particolare con la vocazione di San Matteo. L'apostolo è in rosso con canizie e aureola e si vede il banco delle imposte. 



2. L'altro esempio è la vocazione di san Matteo evangelista di Caracciolo Giovanni Battista. L'autore poco più giovane di Caravaggio, di scuola caravaggesca con l'aprodo del Merisi a Napoli nel 1606, è stato uno dei più talentuosi allievi nell'applicare le tecniche pittoriche del maestro, e non solo. Il Battistello dipinge una scena forse ancor più complicata di quella di Caravaggio e nessuna aureola ci aiuta a capire chi sia veramente l'apostolo chiamato. Ma anche qui troviamo il tavolo delle imposte.


3. Incedere affascinati nella navata centrale dell'Arcibasilica cattedrale di san Giovanni in Laterano ci permette di ammirare le dodici statue degli apostoli. A noi interessa quella di Camillo Rusconi (1658-1728), alla scuola di allievi di Bernini (Ercole Ferrata, Algardi e Duquensnoy). Al di là della perfezione tecnica dell'artista e della resa stupenda dei santi che ha rappresentato, ci interessa notare che Rusconi per san Matteo sceglie un volto michelangiolesco, anche questo anziano sì, ma come per gli altri apostoli scolpiti, come per gli altri rappresentati in navata, ha scelto un elemento identificativo, un segno distintivo iconografico "tipico"; rimanendo sui "suoi" apostoli come per sant'Andrea c'è la croce decussata, per san Giovanni l'aquila e il bordone (bastone del pellegrino) per lo stupendo san Giacomo, per san Matteo sceglie un sacco di monete rovesciate.

Camillo Rusconi, San Matteo. Arcibasilica Papale di san Giovanni in Laterano
Camillo Rusconi, San Matteo. Arcibasilica Papale di san Giovanni in Laterano. Particolare delle monete
 4. Nell'esempio di Pietro di Miniato, l'apostolo è canuto ma si riconosce con l'aureola ed è presente il banco delle imposte. Nel Battistello c'è un ragazzo che conta distrattamente delle monete sul banco delle imposte; in Rusconi il santo è canuto e ha il piede su un sacco aperto e pieno di monete.

5. Le monete, alla stregua di altri simboli per i santi, caratterizzano la figura stessa dell'apostolo, in quanto esattore delle tasse. Sappiamo che i sacerdoti dell'antico tempio, per rispettare il primo comandamento, vietavano al popolo ebraico di maneggiare le monete romane che portavano l'immagine dell'imperatore. Matteo è coluui che alla chiamata del Cristo si alza e lo segue (Marco 2,14). Ricordiamo che i pubblicani erano inoltre accusati di essere peccatori pubblici. Matteo il pubblicano è stato definito patrono di banchieri, bancari, doganieri, guardie di finanza, cambiavalute, ragionieri, contabili ed esattori. Quindi un'iconografia strettamente legata al segno delle monete.

Tenendo presente che si tratta solo di scambiare vedute su una questione aperta e non di asserire verità assolute, seguendo la linea degli studiosi e dei critici che vedono nel giovane intento a contare i soldi il giovane apostolo Matteo,  riteniamo in funzione dei punti descritti e in particolare dell'attributo iconografico delle monete o della borsa di monete come in Rusconi, che nella Vocazione di san Matteo del Caravaggio, il ragazzo che conta i denari sia l'apostolo. 

Un grazie a Don Andrea Lonardo per il suo lavoro e per la possibilità di confrontarsi su queste opere meravigliose!





giovedì 29 giugno 2017

Alcuni dettagli sulla festa dei santi Apostoli Pietro e Paolo


Tra le feste di origine romana si deve ricordare in particolar modo la venerazione annuale dei santi apostoli Pietro e Paolo.
Il celebre Cronografo filocaliano, una Depositio martyrum composta a Roma intorno al 336 è la testimonianza per due feste tipicamente romane, [1] il Natale e la festa dei santi apostoli Pietro e Paolo. La prima testimonianza della festa degli apostoli risale quindi al IV secolo. Dice la Depositio «III Kal. Iul. Petri in catacumbas et Pauli Ostiense, Tusco et Basso consulibus» cioè 29 giugno, festa di Pietro nelle catacombe [san Sebastiano] e Paolo sulla via Ostiense sotto i consoli Tusco e Basso. Questa notizia della Depositio è l’unica ad essere arricchita dall’indicazione temporale data dai nomi dei consoli sotto i quali avvenne la festa nel III secolo (258). Nonostante gli studi e le discussioni su questo dettaglio storico e sul perché sia presente nella Depositio martyrum, fermiamo l’attenzione sul fatto che se questa data è stata segnata sicuramente essa è legata a qualche avvenimento decisivo per poter essere così segnata sul calendario festivo della Chiesa di Roma che per la prima volta cita e ricorda i due apostoli insieme. A partire dal Sacramentario Veronese, in cui sono una ventina i formulari dedicati agli Apostoli, diventa usanza tipicamente romana dire Apostoli per riferirsi ai due patroni della città.[2] Anche il Liber Pontificalis edito da Duchesne e Vogel[3] ricorda il culto degli Apostoli ad catacumbas e che i loro corpi fossero nel mausoleo sulla via Appia e che per volere di papa Cornelio (251-253) dalle catacombe furono traslati nei rispettivi “trofei” di Gaio in Vaticano[4] e sulla via Ostiense.[5] Il Liber Pontificalis ricorda che durante il pontificato di papa Damaso gli Apostoli erano ricordati nei loro luoghi rispettivi. Nel V secolo il Martirologio Geronimiano ha un’egloga che ricorda la festa dei due apostoli nelle rispettive basiliche sempre al 29 giugno, Romae, via Aurelia, natale sanctorum apostolorum Petri et Pauli, Petri in Vaticano, Pauli via Ostiensi, utriusque in catacumbas, passi sub Nerone, Basso et Tusco consulibus.[6]

Per la storia dettagliata della controversa vicenda del culto degli apostoli rimandiamo a H. Brandenburg, Le prime chiese di Roma IV-VII secolo. L'inizio dell'architettura ecclesiastica occidentale (Monumenta vaticana selecta) Jaca Book-Musei Vaticani, Milano-Città del Vaticano 2013, 65-71.
Brevemente ricordiamo che il culto degli apostoli è segnato nell’Urbe in tre luoghi distinti e significativi, segno dell’importanza del culto loro tributato e delle crescenti tradizioni in loro onore. Innanzi tutto la memoria apostolorum è il titolo di tre basiliche che testimoniano tre tappe del culto degli apostoli Pietro e Paolo a Roma:

-      La basilica sull’Appia, poi di san Sebastiano
-      Il titulus apostolorum o titulus Eudoxiae, poi di san Pietro in Vincoli,
-      La basilica apostolorum, dopo i restauri del Rinascimento conosciuta come la basilica dei santi XII apostoli.

La Basilica apostolorum sulla via Appia

Prima che le basiliche costantiniane venissero erette a perpetua venerazione dei santi che con il sangue avevano bagnato il suolo di Roma e reso fecondo di nuovi cristiani e che ne custodiscono le preziose reliquie, il culto degli apostoli ha subito diverse mutazioni. Con l’incalzare delle persecuzioni di Decio (249-251) e di Valeriano (253-260) e la proibizione di quest’ultimo di celebrare il culto dei morti e di fare banchetti funebri e quindi con la proibizione di accedere alle tombe sotterranee i cristiani, ma anche i pagani per cui il culto dei morti era importante, si ritrovano impossibilitati a ricordare i propri defunti e i martiri della fede. Ma essendo i morti intoccabili e ricoperti di sacralità, comunque le loro tombe erano al sicuro perché non esisteva il pensiero della loro profanazione. La notizia dell’arresto e dell’uccisione di papa Sisto II, dei suoi diaconi e di numerosi fedeli durante le commemorazioni funebri nelle catacombe di Callisto e l’inaccessibilità alle tombe di Pietro e Paolo nei loro martyria spingono la comunità di Roma a prelevare i corpi santi (profanazione?) e portarli in un altro luogo comune, sempre fuori del pomerio, e raggiungibile in tranquillità (un altro luogo interdetto?). Il perché della memoria degli apostoli al secondo miglio della via Appia sembra risiedere negli Atti degli Apostoli apocrifi e nella tradizione comune che da vivi avessero risieduto in quelle zone, così come conferma anche un’iscrizione di papa Damaso che recita «hic habitasse prius sanctos conoscere debes».[7] Lo scavo archeologico sotto l’attuale basilica di san Sebastiano ha rivelato la modesta memoria con cortile, fontana e due piccoli porticati con panche. Il muro interno più grande del portico presenta un affresco di un giardino e sono riconoscibili circa seicento iscrizioni (in greco e latino) che invocano i santi apostoli e ricordano i refrigeria. La memoria è situata tra diverse costruzioni preesistenti tra cui un mausoleo pagano che conteneva quattro sarcofagi di cui uno decorato (Ganimede e l’aquila di Giove). Queste costruzioni permettono di risalire alla data della memoria che si sarebbe sviluppato tra il 239 e il 260, data che riporta all’indicazione del 258 presente nella Depositio martyrum filocaliana. La basilica fu costruita da Costantino nei primi anni del suo regno. Essa è costruita in opus listatum la stessa tecnica che si ritrova nelle costruzioni di Massenzio (palazzo e circo) che si trovano dall’altra parte della via Appia. Costantino dopo la vittoria a ponte Milvio e la morte di Massenzio avrebbe usufruito del cantiere già in loco e delle maestranze. Inoltre questi cantieri erano su terreni imperiali di cui venne quindi in possesso Costantino. La sua nuova basilica, orientata con la facciata a est, inglobò la memoria apostolorum e i mausolei ed edifici attigui, ricordiamo ancora pagani, per la costruzione di un nuovo tempio ancora riconoscibile nelle sue proporzioni nonostante i rifacimenti barocchi voluti da Scipione Borghese nel 1608. Ricorda il Righetti[8] che ancora diversi studiosi negano che i corpi degli apostoli siano stati uniti nella basilica apostolorum. Dato l’interdetto imperiale e la venerazione pagana per i defunti le tombe, seppur di due condannati dall’impero, erano al sicuro. La loro traslazione, cioè l’apertura dei loro sepolcri per prendere i corpi santi dai martyria vaticano e ostiense e portarli, lontano dagli occhi dell’imperatore, in un altro mausoleo per il culto e i refrigeria, vicino ad altri mausolei pagani, in terreno di proprietà imperiale sembra essere in contrasto sia con la mentalità pagana che con quella cristiana. Dato per vero che i corpi degli apostoli non siano mai stati deposti ad catacumbas rimane da spiegare perché le fonti ne parlano, perché il popolo vi si recasse per i refrigeria (vedi le iscrizioni latine sulle pareti del triclia della memoria)[9] e perché Costantino abbia scelto di costruirvi sopra una nuova basilica (una committenza imperiale certamente onerosa).  Con la costruzione delle Basilica costantiniana di san Pietro e della Basilica Ostiense, finalmente nel V secolo cessò la commemorazione ad catacumbas  e gli apostoli cominciano a essere celebrati e invocati separatamente nelle rispettive basiliche.[10] Ne è testimone il Sacramentario di Padova che, a differenza del Ve e del GeV, assegna la vigilia per i santi apostoli e poi assegna un formulario per san Pietro III kalendas iulii (sezione CXXIIII, nn. 543-547) e uno per san Paolo Pridie kalendas Iulii (sezione CXXV, nn. 548-550).


Titulus apostolorum o titulus Eudoxiae

Il culto dei santi diventa anche urbano con reliquie particolari che ne ricordano il martirio, per esempio le catene di Pietro e Paolo. Tra le costruzioni imperiali occupa un posto di rilievo la basilica di san Pietro in Vincoli. L’attuale edificio si trova in quello che era il centro amministrativo dell’impero e vicino al popoloso quartiere della Suburra. Per la storia dell’edificio[11] ricordiamo che a partire dalla dedica agli apostoli di Sisto III (432-440), presente in una trascrizione medievale in controfacciata,

       Haec Petri Paulique simul nunc  nomine signo
Xixtus apostolicae sedis honore fruens.
Unum, quaeso, pares unum duo sumite munus
Unus honor celebret, quos habet una fides

si riconoscono sotto i restauri rinascimentali e barocchi, il nucleo della basilica sistina e le vestigia di un antico edificio del IV secolo ancora visibile nella controfacciata (piano del finestrato e cinque oblò), dentro il timpano esterno e sulle mura laterali (undici di quattordici finestre murate). Questo antico edificio sfrutta costruzioni preesistenti di età imperiale. Inoltre sotto Sisto III è il presbitero Filippo che si occupa del cantiere della costruzione della nuova basilica. Egli firmando gli atti del Concilio di Efeso risulta come presbyter ecclesiae apostolorum. Il titulus apostolorum emerge anche dagli atti firmati del sinodo romano del 499. Anche in un sinodo del 595 la chiesa è nominata titulus sanctorum apostolorum o semplicemente titulus apostolorum. In una lettera di san Gregorio Magno la chiesa è indicata con il riferimento alla sua fondazione imperiale con titulus Eudoxiae dal nome della figlia di Teodosio II e moglie di Valentiniano III. Per dimensione e posizione la chiesa si sarebbe distinta nel IV secolo proprio come fondazione imperiale coeva agli interventi di Galla Placidia in san Paolo e di Valentiniano III al Laterano e in san Paolo. Almeno fino al VI secolo il titolo della basilica rimane quello degli apostoli anche se già si fa strada, in funzione delle insigni reliquie delle catene di Pietro, già testimoniate nella basilica sistina e nella basilica eudossiana precedente, il nuovo nome di basilica ad vincula sancti Petri. In funzione di questo la basilica gradualmente passera ad essere riferita al solo Pietro[12] anche se, sia la basilica eudossiana del IV sec., sia quella sistina del V sec. abbiano mantenuto la stessa dedica ai due corifei degli apostoli.
La basilica dei santi XII apostoli

Tra le fondazioni papali si trova la basilica costruita sui resti della basilica Iulii iuxta forum Traiani.[13] La basilica è quella iniziata da papa Pelagio I (556-561) e finita da Giovanni III (561-574) in seguito alla distruzione nel 410 con il sacco di Roma di Alarico, della precedente basilica papale che custodisce la memoria degli apostoli Filippo e Giacomo. Come per la precedente costruzione, anche per l’edificio papale sono indicative le firme degli atti sinodali o conciliari dei presbiteri titolari. Dopo il VI sec. essa appare nominata con il titolo dei XII apostoli, segno ormai chiaro dell’affermarsi dell’antico culto cumulativo degli apostoli come testimoniato dal Sacramentarium Veronese che pone un formulario per gli apostoli (sezione XXVIII, nn. 377-379) o come si trova nel Sacramentarium Gelasianum vetus (sezione XXXVI in octabas apostolorum. Pridie nonas Iulias nn. 946-949). Nel Medioevo, come testimonia uno scritto di Adriano I a Carlo Magno era detta semplicemente basilica apostolorum. 




[1] P. Jounel, Le culte des saints dans les basiliques du Latran et du Vatican au XIIe siècle, Ecole Française, Rome 1977.

[2] V. Saxer, Le culte des apôtres Pierre et Paul dans les plus vieux formulaires romains de la messe du 29 juin. Recherches sur la thématique des sections XV-XVI du sacramentaire Léonien ("Studi di antichità cristiana" 28), Pontificio Istituto Archeologia Cristiana, Città del Vaticano 1969.

[3] Le Liber Pontificalis. Texte, introduction et commentaire, 3 voll., edd. L. Duchesne-C. Vogel, E. de Boccard, Paris 1955-1957.

[4]Una modesta sepoltura sulla quale, cent’anni dopo il martirio dell’Apostolo, fu costruita una piccola edicola funeraria ricordata dal presbitero Gaio alla fine del II secolo, come riferisce puntualmente lo storico Eusebio di Cesarea (Storia Ecclesiastica, 2, 25, 6-7). Quell’edicola, generalmente chiamata “Trofeo di Gaio”, indicò ai primi cristiani la tomba di Pietro che già prima di Costantino fu meta di devoti pellegrinaggi, testimoniati dai numerosi graffiti latini tracciati su una parete intonacata e dipinta di un ambiente destinato al culto in prossimità dell’edicola (“muro G”). In particolare su un piccolo frammento di intonaco (cm 3,2 x 5,8), proveniente dal cosiddetto “muro rosso” sul quale si addossò l’edicola, vennero incise le seguenti lettere greche: PETR[...] ENI[...]. Il graffito è stato interpretato con la frase “Pétr[os] enì” (= Pietro è qui), oppure, sempre nella prospettiva della presenza di Pietro, con un’invocazione a lui rivolta: “Pétr[os] en i[réne]” (= Pietro in pace). Il “Trofeo di Gaio”, che sopravvive nella “nicchia dei Palli” all’interno della Confessione Vaticana, fu racchiuso dall’imperatore Costantino in una teca marmorea ricordata da Eusebio di Cesarea come “uno splendido sepolcro davanti alla città, un sepolcro al quale accorrono, come ad un grande santuario e tempio di Dio, innumerevoli schiere da ogni parte dell’impero romano” (Teofania, 47). Sul monumento-sepolcro di Costantino si edificarono in seguito, con significativa continuità, l’altare di Gregorio Magno (590-604), l’altare di Callisto II (1123) e infine, nel 1594, l’altare di Clemente VIII, successivamente coperto dal baldacchino del Bernini sotto la grandiosa cupola michelangiolesca”, cfr. http://www.vatican.va/various/basiliche/san_pietro/it/necropoli/tomba.htm.
[5]A 1,37 m. sotto l’attuale Altare Papale, una lastra di marmo (2,12 m. x 1,27 m.) porta l’iscrizione PAULO APOSTOLO MART. Essa è composta da diversi pezzi. Quello che porta il nome PAULO è munito di tre orifizi, uno rotondo e due quadrati. L’orifizio rotondo, che non altera l’iscrizione, è senza dubbio contemporaneo; esso è raccordato ad una piccola conduttura collegata alla tomba e ricorda l’uso romano, in seguito cristiano, di versare dei profumi nelle tombe. Questa lastra del IV - V secolo è verosimilmente testimone di un culto anteriore alla grande costruzione del 386. È sopra un sarcofago massiccio di 2,55 m. di lunghezza per 1,25 m. di larghezza e 0,97 m. di altezza che furono elevati gli “Altari della Confessione” successivi. Nel corso di recenti lavori è stata praticata una larga finestra sotto l’Altare Papale, per permettere ai fedeli di poter vedere la Tomba dell’Apostolo”, http://www.vatican.va/various/basiliche/san_paolo/it/basilica/tomba.htm
[6] Un culto degli apostoli qui distinto in tre stazioni liturgiche, cfr. M. Righetti, Manuale di storia liturgica 2. L’anno liturgico. Il Breviario, Ancora, Milano 2005, 451 e in particolare 452-460.
[7] Devi sapere che un tempo qui vissero i santi, cfr. H. Brandenburg, Le prime chiese di Roma IV-VII secolo. L'inizio dell'architettura ecclesiastica occidentale (Monumenta vaticana selecta) Jaca Book-Musei Vaticani, Milano-Città del Vaticano 2013, 69.
[8] Righetti, Manuale di storia liturgica 2, 459.
[9] Ibid.
[10] A. Chavasse, «Les fétes de St-Pierre et St-Paul au VIIe-VIIIe siècles», EL 74 (1960) 166-167.
[11] Brandenburg, Le prime chiese di Roma, 207-211.
[12] Il Sacramentario Gregoriano di Padova ha la messa per san Pietro ad vincula, sezione CXXVIII II nonas Iulii in octava apostolorum ad vincula, nn. 557-560. Lo stesso vale per il Sacramentario Gregoriano Adrianeo che riporta la distinzione delle messe (sezione 129 III kalendas Iulias id est XXVIIII die mensis Iunii natale sancti Petri, nn. 594-603; sezione 130 Pridie kalendas Iulias id est XXX die mensis Iunii natale sancti Pauli) e la messa nella basilica sistina (sezione 131 In octabas apostolorum ad sanctum Petrum, nn. 607-609).
[13] Brandenburg, Le prime chiese di Roma, 233.

domenica 16 aprile 2017

Il Signore è veramente risorto!!!

Sono risorto, e sono sempre con te;
tu hai posto su di me la tua mano,
è stupenda per me la tua saggezza. Alleluia. (Cfr Sal 139,18.5-6)

Da Oriente a Occidente una sola voce ha proclamato la salvezza, il Cristo è risorto!!! Auguri a tutti voi lettori di questo blog! Buona Pasqua di Risurrezione!

«Se qualcuno è pio e ama il Signore, goda di questa lieta e luminosa festa! Ogni servitore fedele entri giubilo nel gaudio del suo Signore. Chi ha faticato digiunando, riceva ora la sua ricompensa. Chi ha lavorato fin dalla prima ora, riceva oggi il suo giusto salario; chi è arrivato dopo la terza, sia lieto nel rendere grazie; chi è giunto dopo la sesta, non esiti affatto: non riceverà alcun danno; chi si è attardato fino alla nona, venga avanti, non tema; chi è arrivato solamente all'undecima, non si rattristi per il ritardo, il Padrone infatti è generoso: accoglie l'ultimo casi come il primo; concede il riposo a quello dell'undecima ora come all'operaio che ha lavorato sin dalla prima ora; ha pietà dell'ultimo e ricompensa il primo; a questi da e a quelli regala. Accetta le opere e loda l'intenzione; apprezza l'azione e loda il buon proposito.
Orsù dunque, entrate tutti nella gioia del nostro Signore: primi ed ultimi, ricevete la ricompensa; ricchi e poveri, danzate insieme; temperanti e spensierati, onorate questo giorno: abbiate o no digiunato, oggi rallegratevi di questo giorno! La mensa è ricolma, gustatene tutti a sazietà; il vitello è abbondante, nessuno si alzi affamato. Tutti prendete parte al banchetto della fede. Godete tutti della ricchezza della bontà. Nessuno si lamenti della miseria: si è manifestato infatti Il comune Regno.
Nessuno pianga per i suoi peccati: il perdono si è levato dal sepolcro. Nessuno tema la morte: ci ha infatti liberati la morte del Salvatore; l'ha distrutta mentre era stretta da essa. Ha punito l'inferno Colui che è disceso negli inferi; l'ha amareggiato perché aveva toccato la sua carne. Isaia l'aveva previsto quando gridava: «l'Inferno fu amareggiato quando s'incontrò con te negli abissi». Fu amareggiato perché fu distrutto, fu amareggiato perché fu Ingannato, fu amareggiato perché fu incatenato. Ha preso un corpo e si è trovato innanzi un Dio, ha preso della terra e ha incontrato il cielo, ha preso il visibile e si è imbattuto nell'invisibile.
Dov'è o morte il tuo pungolo? Dov'è inferno la tua vittoria? Cristo è risorto e tu sei precipitato. Cristo è risorto e i demoni sono caduti. Cristo è risorto e gli Angeli si rallegrano. Cristo è risorto ed è sorta la città della vita. Cristo è risorto e nessun morto resta nel sepolcro. Cristo infatti, resuscitando dai morti, è diventato primizia di coloro che dormono nei sepolcri.

A lui sia gloria e potenza nei secoli dei secoli. Amìn».

Da un'omelia di san Giovanni Crisostomo

Cristo è risorto dai morti, 
con la morte ha distrutto la morte, 
dando in grazia la vita 
a coloro che giacevano nei sepolcri.

Χριστὸς ἀνέστη ἐκ νεκρῶν, 
θανάτω θάνατον πατήσας, 
καὶ τοὶς ἐν τοῖς μνήμασι, 
ζωὴν χαρισάμενος.



Dalle "Lettere" di sant’Agostino, vescovo (Ep. 55, 1, 2-2, 3; 3, 5)


Da morte a vita


«Noi celebriamo la Pasqua in modo che non solo rievochiamo il ricordo d'un fatto avvenuto, cioè la morte e la risurrezione di Cristo, ma lo facciamo senza tralasciare nessuno degli altri elementi che attestano il rapporto ch'essi hanno col Cristo, ossia il significato dei riti sacri celebrati. In realtà, come dice l'Apostolo: Cristo morì a causa dei nostri peccati e risorse per la nostra giustificazione (Rom 4, 25) e pertanto nella passione e risurrezione del Signore è insito il significato spirituale del passaggio dalla morte alla vita. La stessa parola Pascha non è greca, come si crede comunemente, ma ebraica, come affermano quelli che conoscono le due lingue; insomma il termine non deriva da passione, ossia sofferenza, per il fatto che in greco  si dice patire, ma dal fatto che si passa, come ho detto, dalla morte alla vita, com'è indicato dalla parola ebraica: in questa lingua infatti passaggio si dice Pascha, come affermano i dotti.

A cos'altro volle accennare lo stesso Signore col dire: Chi crede in me, passerà dalla morte alla vita (Gv 5, 24). Si comprende allora che il medesimo evangelista volle esprimere ciò specialmente quando, parlando del Signore che si apprestava a celebrare la Pasqua coi discepoli, dice: Avendo Gesù visto ch'era giunta l'ora di passare da questo mondo al Padre etc. (Io 13, 1). Nella passione e risurrezione del Signore vien messo dunque in risalto il passaggio dalla presente vita mortale a quella immortale, ossia il passaggio dalla morte alla vita.

Presentemente noi compiamo questo passaggio per mezzo della fede, che ci ottiene il perdono dei peccati e la speranza della vita eterna, se amiamo Dio e il prossimo, in quanto la fede opera in virtù della carità (Gal 5, 1) e il giusto vive mediante la fede (Hab 2, 4). Ma vedere ciò che si spera, non è sperare: ciò che infatti si vede, perché sperarlo? Se invece speriamo ciò che non vediamo, lo aspettiamo con paziente attesa (Rom 8, 24). In conformità a questa fede, speranza e carità, con cui abbiamo cominciato a vivere nella grazia, già siamo morti insieme con Cristo e col battesimo siamo sepolti con lui nella morte (2 Tim 2, 12; Rom 6, 4), come dice l’Apostolo: Poiché il nostro uomo vecchio fu crocifisso con lui (Rom 6, 6); e siamo risorti con lui, poiché ci risuscitò insieme con lui, e ci fece sedere nei cieli insieme con lui (Eph 2, 6). Ecco perché l'Apostolo ci esorta: Pensate alle cose di lassù, non alle cose terrene (Col 3, 1, 2). Ma poi soggiunge dicendo: Poiché voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando Cristo, vostra vita, comparirà, allora voi apparirete con lui vestiti di gloria (Col 3, 3); con ciò c'indica chiaramente che vuol farci capire come adesso il nostro passaggio dalla morte alla vita (che avviene in virtù della fede) si compie mediante la speranza della futura risurrezione e della gloria finale, quando cioè questo elemento corruttibile, ossia questo corpo in cui ora gemiamo, si rivestirà dell'immortalità (1 Cor 15, 33).

Il rinnovamento della nostra vita è pertanto il passaggio dalla morte alla vita, che s'inizia in virtù della fede, affinché nella speranza siamo contenti e nella sofferenza siamo pazienti, benché il nostro uomo esteriore si vada disfacendo mentre quello interiore si rinnova di giorno in giorno (2 Cor 4, 16). Proprio in vista della nuova vita e dell'uomo nuovo di cui ci si comanda di rivestirci (Col 3, 9 s.). Spogliandoci di quello vecchio, purificandoci dal vecchio fermento per essere una pasta nuova, essendo già stato immolato Cristo, nostra Pasqua (1 Cor 5, 7), proprio in vista di questo rinnovamento della vita è stato stabilito per questa celebrazione il primo mese dell'anno, che perciò si chiama il mese dei nuovi raccolti (Ex 23, 15). Inoltre poiché nel volgere dei secoli è adesso apparsa la terza epoca, la risurrezione del Signore è avvenuta dopo tre giorni. La prima epoca infatti è quella anteriore alla Legge, la seconda quella della Legge, la terza quella della Grazia, in cui si rivela il piano misterioso di Dio prima nascosto nell'oscurità delle profezie. Ciò è dunque indicato pure dal numero dei giorni d'ogni fase lunare poiché nelle Scritture il numero sette suol essere simbolo di una certa perfezione e perciò la Pasqua si celebra la terza settimana della luna cioè nel giorno che cade tra il quattordici e il ventuno del mese».

Questo è il giorno che ha fatto il Signore, rallegriamoci ed esultiamo!

Haec dies quam fecit Dominus, exsultemus et laetemur in ea! Alleluia, Alleluia!!!


Etimasia dell'abside della basilica papale di San Paolo fuori le mura

sabato 8 aprile 2017

Il triduo pasquale. Lettura complementare del Messale Romano e del Cerimoniale dei Vescovi / 1


Con il sopraggiungere della Settimana Santa e della grande celebrazione del Triduo Pasquale ogni anno ritornano dubbi e perplessità sul corretto funzionamento delle liturgie pasquali. In base a quanto pubblicato a cura dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice circa la scelta di integrare le lacune presenti nel Missale Romanum con l’applicazione del Caeremoniale Episcoporum, desideriamo riprendere alcune idee basilari e fornire alcuni esempi che speriamo possano essere utili per l’organizzazione e corretta celebrazione dei riti della santa e grande settimana.
Si parte innanzi tutto dal desiderio di chiarire perché per una messa celebrata da un presbitero ci si debba riferire al codice normativo delle rubriche per le messe episcopali. Il testo curato dall’Ufficio delle Celebrazioni cui abbiamo fatto riferimento afferma che

È giusto infatti presumere, come vincolanti, le disposizioni normative più dettagliate che il Cæremoniale Episcoporum (= CE, editio typica, reimpressio emendata del 2008) impartisce riguardo alla Missa stationalis, la Celebrazione eucaristica presieduta dal Vescovo diocesano alla presenza del suo presbiterio e degli altri ministri, con la partecipazione del popolo di Dio. Il fondamento legittimo di tale praesumptio risiede nel fatto che la Messa officiata dal Vescovo diocesano nella propria diocesi, speciale epifania della cattolicità della Chiesa particolare (cf. Sacrosanctum Concilium[= SC] n. 41), per risplendere di nobile semplicità (cf. SC n. 34) deve manifestare una peculiare esemplarità celebrativa, costituendo così un modello a cui le altre Liturgie eucaristiche che si celebrano in diocesi possano ispirarsi (cf. Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis, n. 39).

In base a questo principio si ritiene giusto e doveroso riferirsi al CE2008 proprio per mantenere un criterio di unità e di oggettività. La creatività liturgica, che tanta parte ha avuto nella discussione e nella riforma della liturgia, correndo i rischi che sant’Agostino stesso denunciava (ovvero quelli di incappare in creatività di qualità scadente, mediocre nel contenuto e in grado di palesare solo ignoranza teologica), è e rimane un’opportunità preziosa da seguire quando prescritta sia dal MR2008 sia dal CE2008. Una possibilità che se motivata e fondata da studio ed esperienza non fa che arricchire la celebrazione. Ma riteniamo che questo sia uno degli aspetti che rendono il MR2008 e tutte le sue edizioni precedenti, edite dopo il Concilio Vaticano II, un testo liturgico molto esigente. In ciò si coglie facilmente il problema di una creatività che se concerne solo la fantasia e l’estro dei celebranti, senza un’adeguata preparazione, senza le basi di una visione intera dell’attuale liturgia romana e senza una solida base teologica, rischia di condurre a uno snaturamento dei signa sensibilia.

Riteniamo in questa sede di dover rettificare un principio valido. Seppure il Cerimoniale del Vescovi si stagli nel panorama liturgico come un testo di riferimento per colmare lacune dispositive del Messale, la sua natura è sempre quella di un testo che deve regolamentare la liturgia episcopale. Quindi se alcuni elementi delle celebrazioni sono chiariti dall’uso episcopale per il criterio di esemplarità celebrativa della liturgia stazionale del Vescovo diocesano, si deve comunque evitare di estendere alle celebrazioni presbiterali riti, gesti o parole che siano propri della celebrazione presieduta dal vescovo. Non ci si riferisce ovviamente alla presenza o meno delle insegne, di per sé concesse anche a presbiteri in alcuni casi rari oppure, per estensione, alle celebrazioni abbaziali, ma in modo particolare a elementi caratteristici della liturgia episcopale come si può ben vedere nel caso del triduo.
Andando per ordine intendiamo presentare sotto questi aspetti e in base ai principi esposti sopra alcuni doverosi interventi derivati dal CE2008 per colmare le lacune del MR2008.[1]

Giovedì santo – Cena Domini


È bene ricordare che l’impianto del CE non è quello di un mero manuale di rubriche ma per ogni aspetto della liturgia episcopale espone anche il sostrato teologico che nel culto si esprime. Mentre il MR è più laconico, il CE indulge ad elencare brevemente gli aspetti principali della celebrazione della Cena Domini

Con questa messa, celebrata nelle ore vespertine del giovedì della settimana santa, la Chiesa inizia il sacro triduo pasquale, e intende commemorare quell’ultima cena nella quale il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, amando fino alla fine i suoi che erano nel mondo, offrì a Dio Padre il proprio corpo e il proprio sangue sotto le specie del pane e del vino e li diede agli apostoli perché se ne nutrissero e ordinò loro e ai loro successori nel sacerdozio di offrirli. Con questa messa dunque si fa memoria della istituzione dell’eucaristia, o memoriale della pasqua del Signore, con la quale si rende perennemente presente tra di noi sotto i segni del sacramento il sacrificio della nuova alleanza; si fa ugualmente memoria della istituzione del sacerdozio con il quale si rende presente nel mondo la missione e il sacrificio di Cristo; infine si fa memoria dell’amore con cui il Signore ci ha amati fino alla morte. Il vescovo si preoccupi di proporre opportunamente ai fedeli tutte queste verità mediante il ministero della parola, affinché possano penetrare più profondamente con la loro pietà in così grandi mi- steri e possano viverli più intensamente nella vita concreta.

Con queste indicazioni il CE ricorda che la sera del Giovedì santo con la Messa inizia il triduo pasquale. In essa si commemora annualmente la cena del Signore e il suo sacrificio per gli uomini, l’istituzione dell’Eucaristia e dell’istituzione del sacerdozio ministeriale. All’ultimo il CE pone l’accento sull’amore del Signore nel compiere il suo sacrificio pro nostra omniumque salute.
Nel MR1983 al n. 15 del formulario della messa vespertina del Giovedì santo nella sezione intitolata “Reposizione del santissimo Sacramento” (p. 143) si dice:

Dopo l’orazione, il sacerdote, in piedi, dinnanzi all’altare, pone l’incenso nel turibolo e incensa per tre volte il Santissimo Sacramento, quindi indossato il velo omerale, prende la pisside e la ricopre con il velo.

Evidentemente per la celebrazione presbiterale è previsto un solo turibolo. In quella del vescovo a partire da ciò che si deve preparare in più per la Messa si elenca invece un secondo turibolo. Oltre al turibolo si devono preparare candele e torce, di cui il MR1983 non parla. In questo caso abbiamo non solo una lacuna (il MR1983 non parla di candele e torce se non dei candelieri per la processione verso il luogo della reposizione, n. 16) ma anche una diversità tra la messa stazionale e quella presbiterale. In questo caso potrebbe sorgere un interrogativo: “Il doppio turibolo, come nel caso della processione del Corpus Domini (che da questa processione ha la sua origine e fonte) è un’esclusiva del vescovo? Cioè si può ritenere un dettaglio riservato alla celebrazione da lui presieduta?”. Tenendo conto che l’uso di due turiboli e delle candele per la processione verso il luogo della reposizione sono elementi di omaggio e onore per il Santissimo Sacramento e non per il vescovo, seppure si tratti di dettagli “di apparato” riteniamo che dove è possibile possano essere parte integrante di una processione anche presieduta dal presbitero.
Inoltre si ricorda che, a differenza di quanto detto nell’Ordinamento Generale del Messale Romano, rivisto nel 2000 (n. 276), secondo cui l’incenso è sempre previsto ad libitum, ovvero a volontà, per il Giovedì santo esso è obbligatorio, «il sacerdote pone l’incenso nel turibolo (n. 15) […] Apre la processione il crocifero; si portano le candele accese e l’incenso (n.16) il sacerdote pone l’incenso nel turibolo e incensa in ginocchio il Santissimo Sacramento (n.17)». Ne deriva che per la processione il turibolo ci deve essere e questo costituisce, in funzione del CE, un minimum che non deve essere disatteso, mentre il secondo turibolo è un maximum che non deve essere superato; si ritiene quindi che un secondo turibolo per la processione, dove è possibile, sia ad libitum qualcosa da estendere alla celebrazione presbiterale perché erga Sanctissimum e non propter Episcopum. Per la lacuna sulle candele e le torce per la processione, in base a quanto esposto sopra, sono da considerare utilizzabili anche nella celebrazione presbiterale, in base a CE2008, 307 che completa MR1983 descrivendo l’ordine della processione:

Si forma la processione che, attraverso la chiesa, accompagna il Sacramento al luogo della riposizione, preparato in una cappella. Precede l’accolito con la croce, accompagnato dagli accoliti che recano i candelabri con i ceri accesi; seguono il clero, i diaconi, i concelebranti, il ministro che porta il pastorale del vescovo, due ministri con i turiboli fumiganti, il vescovo che porta il Sacramento, un poco indietro i due diaconi che lo assistono, quindi i ministri che prestano servizio per il libro e la mitra. Tutti tengono in mano la candela, e attorno al Sacramento vengono recate torce. Frattanto si canta l’inno: Pange, Lingua (eccetto le due ultime strofe) o un altro canto eucaristico, secondo le consuetudini locali.

Eccetto le parti riservate al vescovo, in particolare per le insegne, si sottolinea solo il fatto che la processione non ha i ministranti del turibolo all’inizio della processione ma subito davanti al celebrante che reca la pisside coperta dal velo e che tutti i ministri che intervengono alla processione e hanno le mani libere portano una candela accesa. 
Nel MR2008, alla stregua di quanto detto in CE2008, compare invece l'indicazione delle torce per la processione del Santissimo verso il luogo della reposizione. Nella lunga rubrica 38 è stato definito meglio ciò che non compare nel MR1983: 


Instruitur processio, qua defertur Ss.mum Sacramentum cum intorticiis et incenso per ecclesiam ad locum repositionis, paratum in aliqua ecclesiale parte del in a liquo sacello convenienter ornato. Praecedit minister laicus cum croce medius inter alios duos cum cereis accensis. Sequuntur alii candela accensas gestantes. Ante sacerdotem deferentem Ss. Sacramentum, procedit thuriferarius cum thuribolo fumiganti.

Dal momento in cui si provvede a tre edizioni successive dello stesso Messale ci si sarebbe aspettati di non trovare più lacune nel Messale poi da integrare con il Cerimoniale (editi entrambi in edizione typica nel 2008). In questa rubrica si delinea meglio la processione che avviene in chiesa per raggiungere il luogo della reposizione con il crocifero, i ceroferari, gli altri ministri presenti con le candele o torce accese, questa volta indicate, ma si parla di un solo turiferario che precede il sacerdote con la pisside in mano. Allora qui o si considera in senso stretto la rubrica per cui per il Santissimo in processione è previsto un solo turibolo nel rito presbiterale e due per quello episcopale, inserendo così una distinzione di "apparato" per certi versi incocepibile perché il secondo turibolo sarebbe propter Episcopum e non erga Sanctissimum, o si consta che permane un'incongruenza da leggere alla luce del CE2008 come indicato sopra, per cui si estende l'uso del doppio turibolo nonostante il MR2008, anche al rito presbiterale senza considerarlo esclusiva del rito episcopale perché considerato anche qui modello di celebrazione.

Un altro dettaglio riguarda la pisside. Giunti al luogo della reposizione il MR1983 dice che il sacerdote «depone la pisside» ma non si specifica dove. Il CE2008 afferma che la pisside si depone sull’altare (dando per scontato che nel luogo della reposizione ci sia, supposizione che sempre più spesso non corrisponde a realtà anche nelle cattedrali) e depone la pisside direttamente nel tabernacolo aperto, ciò che ormai deve considerararsi la forma più diffusa soprattutto nelle chiese in cui il luogo della eposizione non prevede nessun altare.

Cum pervenerit ad locum depositionis, Episcopus diacono pyxim tradit, qui eam deponit super altare aut in tabernaculo, cuius porta aperta manet.[2]

Invece nella rubrica 39 del MR2008 si legge: 


Sacerdos, adiuvante si opus sit diacono, deponit pyxidem in tabernaculo, cuius porta aperta manet

Quindi il riferimento a un altare, peraltro presente nella rubrica precedente è sparito e rimane un unica possibilità che prevede la deposizione della pisside solo ed esclusivamente nel tabernacolo che rimane con la porta aperta. Quindi salta il gesto di incensare la pisside sull'altare per poi disporla nel tabernacolo e chiuderne la porticina.

Per la benedizione dell’incenso ricordiamo che l’Ordinamento Generale del Messale Romano, dopo la revisione, al n. 278 stabilisce: 



Sacerdos, cum incensum ponit in thuribulum, illud benedicit signo crucis, nihil dicens - Il sacerdote quando mette l’incenso nel turibolo lo benedice tracciando un segno di croce, senza nulla dire

Nel caso del Giovedì santo il Messale afferma che il sacerdote impone solamente l’incenso, e non dice nulla sulla sua benedizione, mentre il CE2008, 306 dice che il vescovo infonde e benedice l’incenso. È chiaro che sia OGMR 278 e CE2008, 306 parlano di infusione e benedizione dell’incenso.
Riteniamo sia comunque bene ricordare che il CE1600 nel Liber I, de ordine et modo imponendi thus, dopo aver ricordato, come l’attuale CE, che l’incenso deve produrre un buon odore
[3] (e quindi che l’incenso sia buono è un dettaglio prescritto dal CE), più avanti dispone che

Si Sanctissimum Sacramentum super altare espositum sit, semper ab Episcopo, vel alio celebrante, genuflexo thurificandum est triplici ductu: quod si ipsum solum Sacramentum sit thurificandum, ut in principio, et fine processionis feria quinta, et sexta maioris hebdomadae et in festo eiusdem Sanctissimi Sacramenti, numquam debet ab Episcopo, neque ab alio thus benedici, sed simpliciter poni in thuribulum.[4]

Ne deriva che è sempre valida l’indicazione di OGMR 278 ma per il caso specifico del Giovedì santo e della benedizione dell’incenso è più verosimile che il MR1983 rispetti la prassi descritta in CE1600, 397  e che quindi la revisione del CE2008 non abbia tenuto conto della prassi di non benedire l’incenso davanti al Santissimo esposto o davanti alla pisside che si depone sull’altare dopo la comunione del Giovedì santo e della motivazione teologica per cui né il vescovo né un altro celebrante benedicono dinnanzi a Colui che è l’autore e il Signore della benedizione.
In MR2008, 311, n. 37 invece compare nuovamente, forse in modo inopportuno, la benedizione dell'incenso:


Oratione post Communionem dicta, sacerdos stans, imponit et benedicit incensum in thuribolo et genuflexus ter incensat SS.mum Sacramentum.

In margine aggiungiamo che né il CE2008 né il MR1983 fanno riferimento alcuno al conopeo della pisside. Dove non è tradizionalmente in uso si ricorda che non c’è nulla che lo prescrive e dove tradizionalmente è in uso si ricorda che non c’è nulla che lo vieta. Si ritiene però che in questo giorno particolare, sottolineare anche esteriormente la pisside con le ostie consacrate e che viene portata in processione coperta dal velo sia qualcosa che manifesta una cura e un amore particolare per tutto ciò che si celebra in questo giorno memoriale dell’istituzione dell’Eucaristia.

Duomo di Monreale, dettaglio. Ultima cena

Interessante notare che in base a quanto prescritto in MR2008, 312 n. 44 se nella chiesa in cui si celebra la Messa "in cena Domini" non ha luogo la celebrazione della passione la messa finisce more solito quindi con benedizione e congedo e il Santissimo si depone nel tabernacolo come sempre. Ne deriva che

1. O saltano la processione con l'incenso e le candele, la sosta al luogo della reposizione con Tantum ergo e Pange lingua


2. Oppure si fa la processione, si ripone il Santissimo nel tabernacolo, si da la benedizione e si fa il congedo come in tutte le messe. Ipotesi molto strana che crea più dubbi e incongruenze liturgiche e teologiche della precedente. 

Venerdì santo – in passione Domini


Come per il Giovedì santo “In cena Domini” così anche per la solenne celebrazione della passione ricordiamo quanto riportato dal CE2008

In questo giorno in cui «Cristo nostra pasqua è stato immolato», con effetto manifesto si sono compiute le cose che a lungo erano state promesse sotto misteriose prefigurazioni: che la vera vittima prendesse il posto della vittima che la indicava e con un solo sacrificio si portasse a compimento la differente molteplicità dei precedenti sacrifici. Infatti «l’opera della redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio, che ha il suo preludio nelle mirabili gesta divine operate nel popolo dell’Antico Testamento, è stata compiuta da Cristo Signore, specialmente per mezzo del mistero pasquale della sua beata passione, risurrezione da morte e gloriosa ascensione, mistero con il quale morendo ha distrutto la nostra morte e risorgendo ci ha ridonato la vita. Infatti dal costato di Cristo dormiente sulla croce è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa». Infatti fissando lo sguardo sulla croce del suo Signore e sposo, la Chiesa commemora la propria nascita e la propria missione di estendere a tutte le genti i felici effetti della passione di Cristo che oggi celebra, rendendo grazie per così ineffabile dono.[5]

Il libro liturgico punta al centro della celebrazione e si focalizza sull’opera della redenzione compiuta nel mistero di passione e morte e risurrezione del Signore Gesù.

Per l’orario della celebrazione, sia il MR1983 che il CE2008 concordano sulle ore 15. Qualsiasi altro orario è una deroga prevista rispetto a ciò che i due libri liturgici esplicitamente prescrivono.

Secondo il MR1983, 145, n. 4 e CE2008, 315-316 le vesti liturgiche, si dall’inizio della celebrazione, sono quelle per la messa e le rivestono solo il celebrante che presiede e, se ci sono, i diaconi.[6] Alla lacuna del MR1983 sugli altri eventuali sacerdoti o ministri presenti il CE2008, 315 risponde quando indica di preparare albae vel aliae vestes legitimae adprobatae […] stolae rubrae pro presbyteris et diaconis qui Communionem recipiunt. Spesso nelle grandi parrocchie con la presenza di più sacerdoti o nelle parrocchie affidate agli ordini religiosi alla celebrazione prendono parte i sacerdoti del presbiterio o della comunità religiosa. Qui si ritiene utile distinguere che dove sono presenti i capitoli dei canonici o le comunità dei religiosi, la stola debba essere distribuita e indossata per la comunione direttamente sull’abito corale o sull’abito religioso. Nel caso generale del clero non si parla di talare e cotta ma solo di camice e stola. Quindi qui c’è l’eccezione al n.66 che prescrive la casula sul camice e sulla stola come presbyteri celebrantis vestis propria. Riteniamo allora eccessivo e fuori dal dettato liturgico provvedere alle casule per tutti i sacerdoti che intervengono alla celebrazione del Venerdì santo, perché chiaramente sia il Messale che il Cerimoniale prescrivono le vesti della messa solo per il Celebrante e per il diacono/i due diaconi che gli si associa. 

Per l’adorazione della croce si ricorda che il MR1983 non prevede nessun rito particolare che il sacerdote celebrante deve svolgere. Infatti egli dopo aver fatto l’ostensione della croce, quale pastore che mostra la strada al proprio gregge, si dirige davanti ad essa per adorarla con genuflessione o bacio (MR1983, 153, n. 18). Lo stesso numero 18 nell'editio typica III del Missale Romanum 2008 è stato riformulato così


Ad adorationem Crucis, primus accedit solus sacerdos celebrans, casula et calceamentis, pro opportunitate, depositis.

Quindi nei due Messali si riscontra una totale differenza. Mentre nella versione italiana non si allude a riti particolari per l'adorazione, in quella latina sono state estese al sacerdote le indicazioni rituali che erano rimaste descritte solo per la liturgia episcopale (CE2008, 322). Vero è che l'ultima riforma della Settimana Santa ultimamente in vigore con il Messale di Giovanni XXIII (ed. 1962) prevede che il sacerdote tolga i paramenti e rimanga in stola per ostensione e adorazione della croce. Quindi con le riforme del Messale fino all'edizione italiana del 1983 il sacerdote per l’adorazione della croce non toglie né la casula né tanto meno le scarpe.  Ora con la revisione del Missale Romanum ritorna la deposizione della casula e delle scarpe. Solo una nuova edizione italiana del Messale potrà stabilire un criterio per la Chiesa che è in Italia dando un valore a quel pro opportunitate che si trova nel testo rubricale.

Sull’uso del velo omerale notiamo che al di là della rubrica, per altro ambigua, “Appena il diacono ha deposto il Santissimo Sacramento sull’altare e ha scoperto la pisside” (MR1983, 158, n. 22)[7] il messale non ne parla. Riteniamo quindi necessario riferirsi a CE2008, 315 e 325 che indicano l’uso del velo omerale e delle candele per la processione che riporta il Santissimo dal luogo della reposizione all’altare della celebrazione. Inoltre il CE2008, 315 dice che il velo omerale può essere rosso o bianco. Nell’interpretare il linguaggio del MR si ricorda sempre che la prima indicazione è quella dal preferire e la seconda quella comunque permessa e valida.

 Nel MR2008 alla rubrica 22 stabilisce e puntualizza l'uso del velo omerale ma non ne indica il colore. Dopo la revisione del 2008 quindi un'ennesima lacuna da colmare con la lettura in sinossi del CE2008. Dice il Messale latino riveduto: 


Ipse sacerdos velo umerali assunpto reportat Ss. Sacramentum e loco repositionis, breviori via, ad altare dum omnes in silentio stant.

I fedeli quindi stanno in piedi, non in ginocchio (sic!) mentre il sacerdote, o il diacono, dal luogo della reposizione, riporta la pisside coperta con il velo omerale all'altare della celebrazione. 
Rebus sic stantibus si ritiene che l’uso da preferire sia quello del velo omerale rosso 

Basilica di san Marco, Venezia. Dettaglio. Crocifissione




[1] Per la comune utilità faremo riferimento qui e di seguito all’edizione italiana del Messale Romano del 1983 [=MR1983].
[2] CE2008, 308.
[3] «Materies autem, quae adhibentur, vel solum, et purum thus esse debet boni odoris» cfr. Caeremoniale Episcoporum. Editio Princeps 1600, ed. A.M. Triacca – M. Sodi (Monumenta Liturgica Concilii Tridentini 4), LEV, Città del Vaticano 2000, 379.
[4] CE1600, 397. 
[5] CE2008, 312.
[6] In merito aggiungiamo che per il vescovo le vesti previste per la messa comprendono anche la dalmatica, CE2008, 56; per i presbiteri e i diaconi nn. 66-67.
[7] Perché il verbo “scoprire” potrebbe riferirsi solo al fatto che il diacono toglie il coperchio che chiude la pisside.

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